Un hacker ha pubblicato la corrispondenza tra climatologi dell'EA:
Jo Nova e Jeff ID stanno già pubblicando le mail, pur premettendo che potrebbero non essere autentiche, ma a questo punto dubito che possa essere così.
Sicché ci aspetta un altro giro di giostra, di cui direi valga la pena di acquistare il biglietto. Vi rimando quindi alle pagine di Jeff e di Jo, ma non prima di servire un appetizer:
<1939> Thorne/MetO: Le osservazioni non mostrano alcun aumento delle temperature lungo la troposfera tropicale [il problema dell'hot spot troposferico], a meno che non si prendano in considerazione un singolo studio e un singolo approccio, trascurandone un mucchio di altri. Questo è davvero pericoloso. Dobbiamo comunicare l’incertezza ed essere onesti. Phil [Jones?], magari potremmo trovare il tempo di discuterne ulteriormente se necessario [...]
<3066> Thorne: Penso anche che la scienza sia stata manipolata a fini politici, cosa che potrebbe rivelarsi non troppo intelligente a lungo andare.
Wils: Che si fa se il climate change si rivela essere essenzialmente una oscillazione multidecadale? Probabilmente ci uccideranno [...]
<1485> Mann: La cosa importante è essere sicuri che stiano perdendo la battaglia delle pubbliche relazioni. Questo è lo scopo del sito [Real Climate].
<5111> Pollack: Ma sarà molto difficile far scomparire il Periodo Caldo Medioevale dalla Groenlandia.
<1790> Lorenzoni: Concordo con l’importanza degli eventi estremi come focus per l’opinione pubblica e governativa [...] ‘il climate change’ deve essere presente nella vita di tutti i giorni della gente. Deve essere loro ricordato che è un fenomeno che accade e si evolve in continuazione.
<2428> Ashton/co2.org: Avendone stabilito l’urgenza, la sfida politica è ora di trasfromarla da un argomento che riguarda i costi dei tagli alle emissioni – cattiva politica – a uno concernente il valore di un clima stabile – politica molto migliore [...] la cosa migliore da fare è raccontare la storia delle brusche variazioni in modo più vivido possibile.
<2267> Wilson: Sebbene sia d’accordo che i gas serra siano stati importanti nel 19° e 20° secolo (specialmente dal 1970), se ilpeso del forcing solare fosse stato maggiore nei modelli, certamente avrebbe diminuito la significatività dei gas serra. [...] Mi sembra che assegnando un peso maggiore alla radiazione solare nei modelli, la maggior parte del riscaldamento del 19° e 20° secolo può essere spiegato dal Sole.
Buona lettura. Stay tuned.
Aggiornamento 11/11/2011 22:55
Prime reazioni dalla East Anglia:
Tue, 22 Nov 2011
While we have had only a limited opportunity to look at this latest post of 5,000 emails, we have no evidence of a recent breach of our systems.
If genuine, (the sheer volume of material makes it impossible to confirm at present that they are all genuine) these emails have the appearance of having been held back after the theft of data and emails in 2009 to be released at a time designed to cause maximum disruption to the imminent international climate talks.
This appears to be a carefully-timed attempt to reignite controversy over the science behind climate change when that science has been vindicated by three separate independent inquiries and number of studies – including, most recently, the Berkeley Earth Surface Temperature group.
As in 2009, extracts from emails have been taken completely out of context. Following the previous release of emails scientists highlighted by the controversy have been vindicated by independent review, and claims that their science cannot or should not be trusted are entirely unsupported. They, the University and the wider research community have stood by the science throughout, and continue to do so.
Gli interessati hanno lo stesso sospetto espresso poche righe più su. C’è la volontà di incidere sui prossimi negoziati climatici. Non è chiaro di cosa si meraviglino, visto che da queste mail la loro volontà di incidere sui negoziati è chiara come il Sole. Chi di spada ferisce di spada perisce. Bello anche il tentativo di tirare il progetto BEST per la giacca assegnandogli un ruolo di parte civile nella disputa. Si attendono smentite da parte dei citati. Mi viene un dubbio: la mail del primo round erano vere, queste anche; ma se come si legge nelle ultime righe del comunicato sono così sicuri del fatto loro, che bisogno c’era di scriversi tutte quelle mail che dicono il contrario?
[22NOV2ClimatemonitorFacebookComments]
Commento di Agobit: sebbene io creda che sette miliardi di umani con le polluzioni provocate dalla loro attività incidano fortemente sull'atmosfera e quindi sui gas serra, non ho mai ritenuto "cruciale" questo argomento. Non so se queste email riportate dall'hacker siano vere e se le notizie sui cambiamenti climatici siano gonfiate per motivi politici. Quello che so è che il mondo si sta comunque perdendo per la sovrappopolazione umana, al di là di ogni reale o falso effetto serra. Il mondo si sta trasformando in una discarica piena di tossici, di fumi, di prodotti chimici, di gas, di rifiuti. La superficie terrestre è, vista dai satelliti, sempre più grigia. Una patina bianco-grigiastra si estende dai siti delle grandi città come un cancro inarrestabile. Le foto notturne del pianeta mostrano un inquinamento di luci che danno il senso della artificialità della presenza umana. Il pianeta sta perdendo la sua bellezza, e con essa il senso di una comunanza tra uomo e natura. Che i cambiamenti climatici ci siano, siano dovuti all'uomo o alla attività solare mi sembra un problema secondario. Le teorie sui cambiamenti climatici sono invece portate avanti con forza dai verdi-giardinieri, quelli che vogliono mettere i filtri un po' ovunque. Per i verdi-giardinieri non è importante il numero di umani, anzi se fosse per loro andrebbe bene pure un pianeta con dieci o venti miliardi di ominidi, in fondo si tratterebbe solo di filtrare tutti gli scarichi. Al contrario di quello che pensano i verdi-giardinieri il problema non sono gli scarichi, né i fumi, né la rinnovabilità delle fonti energetiche. Il problema vero rimangono i sette miliardi di umani, avviati a divenire dieci in pochi anni. Un disastro irreparabile per il mondo e per l'uomo.
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mercoledì 23 novembre 2011
martedì 22 novembre 2011
SOPRAVVIVERA' LA DEMOCRAZIA FINO AL 2050?
POPOLAZIONE E DEMOCRAZIA
"Sotto molti importanti aspetti, il mondo sta diventando più moderno e meno occidentale"
(Samuel P. Huntington: Lo Scontro di Civiltà)
Il sacrificio di Leonida alle Termopili è stato vano, e Carlo Martello a Poitiers ha solo ritardato la sconfitta. Nessuno dei due condottieri aveva previsto che tutto sarebbe andato perso per un nemico allora sconosciuto: il tasso di natalità. La cultura occidentale ha inventato la democrazia, ma quello che era possibile nella piccola Atene o ancora nelle democrazie rappresentative del secolo scorso, è sempre meno possibile in un mondo di sette miliardi di umani. La forma politica più splendida per dare l’uguaglianza di cittadini agli uomini può avere solo un ambito comunitario di reciproca, facile conoscenza. Quando l’individualità si perde nella massa dei numeri si diventa replicanti. La catalogazione di un computer non permetterà mai di dire; quello sono io. Una democrazia di milioni di persone è un affare di marketing. Anche le ideologie perdono di significato in bacini elettorali di centinaia di milioni di persone. Nei prossimi decenni nazioni come la Cina, l’India e la Russia passeranno alla guida del mondo e detteranno le regole politiche ed economiche, oltre a determinare la cultura del mondo futuro. Nessuna di esse è un campione di democrazia, e l’India con il suo miliardo e mezzo di cittadini non si può definire uno stato democratico come noi lo intendiamo. Quando le moderne democrazie sono nate il mondo intero aveva molto meno abitanti di quanti ne ha solo l’India oggi. Un paese sovrappopolato è un sistema dotato di forte entropia, e per assicurare il controllo e il funzionamento di procedure estremamente complesse, come richiesto da tanti milioni di abitanti, è necessario un gigantesco apparato burocratico, decisioni centralizzate, sistemi autoritari. Quanto può contare la libertà e la volontà di un cittadino in stati con una massa così grande di individui? Anche in occidente la democrazia sta sbiadendo nella insignificanza. Gli stati per contare debbono essere sempre più autoritari. Oppure cedono rapidamente la sovranità a gruppi di potere sovrastatali e sovranazionali. Oggi poteri più o meno occulti di tipo finanziario conducono i giochi al di sopra dei singoli governi nazionali. Su questa situazione del potere si innestano i grandi fenomeni strutturali innescati dalla sovrappopolazione e dalla tecnologia: l’inurbamento massiccio, le megalopoli, la globalizzazione dei commerci, la velocizzazione delle comunicazioni, internet. In Italia un magnate televisivo ha governato il paese per più di dieci anni. In America il presidente Obama è stato eletto tramite la rete. Quando le democrazie sono nate le scelte si facevano per conoscenza diretta o mediata da posizioni intellettuali e politiche. Ma in un mondo di sette miliardi di individui le ideologie e la politica contano sempre meno, e le scelte sono sempre più eterodirette. In questo quadro quale impatto avranno le tensioni sociali determinate dalla sovrappopolazione e dai conflitti per le risorse sulla democrazia del futuro? I grandi fenomeni migratori, il forte aumento delle tensioni tra stati e del terrorismo, la crisi finanziaria che attanaglia il pianeta, sono fenomeni che hanno molto a che vedere con l’entropia di un sistema con una massa di sette miliardi di umani.
sabato 19 novembre 2011
ROGER SCRUTON: ECOLOGIA E APPARTENENZA
UN PUNTO DI VISTA ECOLOGISTA E CONSERVATORE
Credo che gli ambientalisti siano stati abituati a vedere il conservatorismo come l'ideologia della libera impresa e la libera impresa come un attacco alle risorse della Terra, senza alcun fine oltre al tornaconto a breve termine che anima il mercato... Considerato che in un'economia di mercato sono i grandi protagonisti ad arrecare i maggiori danni, gli ambientalisti rivolgono la loro ostilità alle grandi società e a quelle economie che ne sono origine. Imprese altrettanto grandi e devastatrici sono l'usuale risultato dell'abolizione dell'economia di mercato; ma queste, essendo nelle mani dello Stato, non devono -di norma- rispondere ad un potere sovrano che ne possa limitare i saccheggi. E' quindi plausibile che una risposta conservatrice non invochi una libera economia a qualunque costo, ma che riconosca i suoi prezzi e faccia tutti i passi possibili per ridurli. Abbiamo bisogno della libera impresa, ma anche del principio di legalità che la tenga a freno. Quando l'impresa è prerogativa dello Stato, l'entità che controlla la legge è la stessa che ha il motivo maggiore per evaderla: ecco, a mio parere, una spiegazione sufficiente della catastrofe ecologica prodotta dalle economie del socialismo.
Di norma, l'ottica conservatrice dell'azione politica è formulata più in termini di curatela che di impresa, di dialogo più che di ordine perentorio, di amicizia più che di solidarietà. Queste idee si prestano facilmente a un progetto ambientale, e mi sorprende sempre il fatto che ben pochi ambientalisti sembrano accorgersene. Agli occhi di un conservatore appare ovvio che la nostra sconsiderata caccia alla gratificazione individuale mette a repentaglio, nello stesso modo, l'ordine sociale e il nostro Globo. Le democrazie sembrano raggiungere un equilibrio solo in condizioni di crescita economica, mentre i periodi di stagnazione, rapida inflazione o depauperamento sono anche periodi di grande scontento, nei quali invidia sociale, rancore o rabbia conducono ad instabilità. Di qui la necessità che la preoccupazione precipua di un governo democratico sia incoraggiare la crescita economica senza considerare le sue ripercussioni sull'ambiente. (Lo si vede nella risposta Usa al protocollo di Kyoto: la vera pressione sulla Camera dei Rappresentanti al Congresso, affinché non ratifichi gli accordi, non è esercitata dalle grandi società, ma scaturisce dal desiderio dei suoi membri di essere rieletti). La democrazia, d'altro canto, non è il solo caso problematico. Non troppo diversamente, altre forme di equilibrio sociale possono costituire una minaccia all'ambiente, non perché dipendano dalla crisi economica, bensì da quella demografica o dallo sfruttamento di risorse non rinnovabili come le foreste pluviali. La risposta dei conservatori a questo tipo di problema è riconoscere che l'equilibrio ambientale è parte di qualunque ordine sociale durevole. La tesi che ci ha proposto a suo tempo Burke dovrebbe piacere agli ambientalisti. La sua risposta alla teoria del contratto sociale di Rousseau consisteva nel riconoscere che l'ordine politico può essere equiparato a un contratto, purché si aggiunga che non si tratta di un contratto solo tra viventi, ma tra chi è vivo, chi non è ancora nato e chi è già morto. In altre parole, non è affatto un contratto, piuttosto una relazione di curatela nella quale i benefici ereditati sono conservati e poi tramandati ad altri. I viventi possono avere un interesse nel consumare le risorse della Terra, ma non è stato per questo che i defunti hanno faticato e chi non è ancora nato dipenderà dai vincoli che ci poniamo. Ecco perché in un equilibrio sociale a lungo termine deve essere contemplato l'equilibrio ecologico.
Le società moderne sono società di estranei. Uno dei progetti conservatori basilari dei nostri tempi è stato volto a scoprire il tipo di relazione affettiva che è in grado di legare questo tipo di società per generazioni, senza rischiare di ricadere nella frammentazione di tipo familiare, tribale o perfino mafioso. Da qui scaturisce l'importanza che il pensiero conservatore attribuisce alla nazione e allo stato-nazione. I conservatori non tendono a conservare qualunque legge, istituzione o consuetudine: il loro intento è mantenere quelle istituzioni che rappresentino le soluzioni collettive a problemi ricorrenti e che tramandino una conoscenza generata dalla società. Secondo Burke (e secondo me), questo tipo di istituzioni è rappresentato, da un punto di vista legale, dal diritto comune (common law); da un punto di vista politico, da un governo rappresentativo, e , da un punto di vista sociale, dal matrimonio e dalla famiglia. Sono istituzioni che incoraggiano l'abitudine al sacrificio e così generano la forza motrice dalla quale dipende una buona e parsimoniosa gestione delle risorse...
C'è bisogno di una motivazione non egoistica che possa essere sollecitata nei membri comuni della società e sulla quale si possa fare affidamento per perseguire il fine ecologico a lungo termine. Burke proponeva il "principio ereditario"-proteggere le istituzioni importanti da devastazione o rovina- ed era convinto che la gente fosse per sua natura incline ad accettare i vincoli che quel principio impone ai loro desideri. Il modello proposto da Burke si rifaceva a quello della proprietà ereditaria inglese che toglieva il patrimonio dal mercato, lo proteggeva dal depauperamento e creava, al posto di un possesso assoluto, un tipo di curatela che aveva come beneficiario l'usufruttuario. Questa istituzione, protetta dalla legge, difendeva la terra e le risorse naturali dallo sfruttamento, e donava agli usufruttuari un tipo di sovranità per tutta la vita, ma a condizione che lasciassero ai loro eredi la proprietà non gravata da ipoteche. Nessun ambientalista può non vedere l'immenso vantaggio ecologico di una "terra gestita" (settled land) così concepita: era una risorsa che non poteva essere sfruttata in tutto il suo valore; doveva essere messa a profitto a beneficio dei "successori aventi diritto" o, in altre parole, gestita in modo sostenibile. E' probabile che gli ambientalisti di oggi siano ben consapevoli delle disuguaglianze sociali e delle strutture gerarchiche che si sono perpetuate grazie a questa forma di proprietà. Le leggi approvate ed emendate a varie riprese nel corso del XIX e XX secolo, concedevano agli usufruttuari il diritto di convertire le proprietà terriere in capitale liquido. In un batter d'occhio sono subentrate le società industriali e minerarie: per la Gran Bretagna ciò ha significato un grande aumento di ricchezza, i primi passi verso l'uguaglianza sociale...e un secolo di distruzione ambientale.
Burke vedeva il principio ereditario come un deterrente psicologico per chi avesse voluto allungare le mani sulle proprietà, i beni, gli edifici appartenenti alla Chiesa e alle istituzioni e le raccolte di tesori che avevano in precedenza salvaguardato il patrimonio della Francia, di generazione in generazione. Aveva anche previsto che, una volta che tale principio fosse stato abbandonato con la Rivoluzione, non ci sarebbe stata ragione di moderazione, e il patrimonio sarebbe passato di mano e sperperato. Non possiamo ritornare a quel tipo di motivazione sociale alla quale si appellava Burke: la gente ormai non la pensa più così. Tuttavia, dovremmo imparare la lezione impartitaci da Burke, Hegel e de Maistre, e riconoscere che la protezione dell'ambiente è una causa persa se non riusciamo a trovare la motivazione umana che dovrebbe condurre la gente in generale - e non solo i suoi autoplocamatisi rappresentanti- a portarla avanti. E qui, io penso, è dove gli ambientalisti e i conservatori potrebbero e dovrebbero fare causa comune. E tale causa comune è la lealtà locale o, più precisamente, nazionale. Se, da una parte molti ambientalisti di sinistra riconosceranno che la lealtà e le questioni locali devono avere un giusto posto nel processo decisionale affinché si sia in grado di contrastare gli effetti negativi dell'economia globale, dall'altra, saranno inclini a tirarsi indietro di fronte alla proposta che vedrebbe la lealtà locale in termini nazionali più che comunitari. La nazionalità è una forma di attaccamento al territorio, ma anche un'intesa protolegislativa, ed è attraverso lo sviluppo di questa idea -di un sentimento territoriale che ha in sé i semi della sovranità- che i conservatori possono contribuire in modo determinante al pensiero ecologico. A me sembra che l'approccio conservatore sia più razionale, anche se, al contempo, meno ambizioso. Invece di tentare di porre rimedio ai problemi sociali e ambientali a livello globale, i conservatori mirano a controlli locali e a una riasserzione della sovranità locale in ambienti conosciuti e regolati. Questo significa affermare il diritto di una nazione all'autogoverno e l'adozione di indirizzi politici che concordino con lealtà locali e sentimenti di orgoglio nazionale. L'attaccamento al territorio e il desiderio di proteggerlo da erosione e sperpero rimangono motivazioni forti, sempre addotte in tutte le richieste di sacrificio da parte dei politici. Infatti, c'è un'unica, semplice e formidabile motivazione: l'amore per la propria casa.
Io credo che sperare realisticamente in un miglioramento sia possibile solo a questo livello locale. Non c'è prova, infatti, che le istituzioni politiche globalistiche abbiano fatto alcunché per arginare l'entropia globale; al contrario: incoraggiando la comunicazione in tutto il mondo, intaccando la sovranità nazionale e le barriere legislative, hanno favorito quell'entropia e hanno indebolito le uniche vere risorse per opporle resistenza. I soli tentativi che siano riusciti a invertire la marea della distruzione ecologica sono stati il frutto di iniziative e progetti locali volti a proteggere un territorio che sia visto come "nostro" o, in altre parole, determinato da un diritto ereditario (v. le leggi svizzere di pianificazione urbanistica che hanno permesso alle comunità locali di conservare il controllo sul loro ambiente e di trattarlo come un bene comune). A me sembra che questo sia il fine a cui mirano l'ambientalismo e il conservatorismo più seri; cioè la casa, il luogo dove siamo, il posto che ci definisce, che noi teniamo in custodia per i nostri discendenti e che non vogliamo danneggiare. Questo è il motivo per cui è probabile che i conservatori si dissocino dalle forme di attivismo ambientale attualmente di moda. Gli ambientalisti radicali hanno ereditato la diffidenza della sinistra nei confronti della nazione e della condizione di nazione. Definiscono i loro obiettivi in termini globalistici e internazionali. I conservatori non amano questo approccio. La mia personale speranza è che gli ambientalisti si affranchino dalla mentalità della caccia alle streghe che ha loro alienato le simpatie dei conservatori e che questi ultimi smettano di stare sulle difensive. Mi piacerebbe vedere una rivista dal titolo Ecologist, che nella sua struttura dia spazio ai vecchi valori Tory di lealtà e fedeltà. Mi sembra, infatti, che il predominio di un processo decisionale internazionale di burocrazie irresponsabili, di irresponsabili ONG e società che rispondono solo ai loro azionisti, abbia reso più che necessario per noi seguire la via dei conservatori. Dobbiamo fare un passo indietro e dal globale tornare al locale, in modo da affrontare i problemi che possiamo identificare collettivamente come nostri, con i mezzi che possiamo controllare, per le motivazioni che sentiamo. Questo comporta che sia evidente chi noi siamo, perché siamo tutti uniti e impegnati nella causa della sopravvivenza comune. Io rispetto il tentativo di George Monbiot di identificare la prima persona plurale in termini planetari, proprio come rispetto la concezione illuministica dell'essere umano come agente razionale motivato da principi universali. Da conservatore quale sono, devo tuttavia inchinarmi alle evidenze fornite dalla storia, che mi dicono che gli esseri umani sono creature dagli affetti limitati e locali,il migliore dei quali è la lealtà territoriale, che le conduce a vivere in pace con gli estranei, a onorare i defunti e a provvedere ai bisogni di chi, un giorno, prenderà il loro posto come usufruttuario della terra.
(Roger Scruton: Manifesto dei conservatori, R. Cortina editore, 2007, pag.41 e seg.).
********************
Gli utilitaristi possono considerare i sentimenti di pietà come meri residui del pensiero morale; ma non lo sono affatto. La pietà (pietas dei romani) significa il riconoscimento profondo della nostra fragilità e della nostra dipendenza; ammettere cioè che il peso che ereditiamo non può essere sopportato senza un aiuto, senza la disposizione a ringraziare per la nostra esistenza e a rispettare il mondo da cui dipendiamo, e senza il senso di insondabile mistero che circonda la nostra nascita e la nostra morte. Tutti questi sentimenti confluiscono nell'umiltà che proviamo al cospetto dell'opera della natura, e questa umiltà è il terreno fertile su cui spargere i semi della moralità. Tuttavia , è vero che dall'Illuminismo il pensiero morale è stato separato dalla pietà e ha investito la sua maggiore energia in quelle idee legali astratte, associate al rispetto per le persone. Ma non è irragionevolecredere che lo sfruttamento, la sovrappopolazione e la distruzione dell'ambiente derivino tutti da un'unica fonte, che è la perdita della pietas. E' la pietà, e non la ragione, a impiantare in noi il rispetto per il mondo, per il suo passato e per il suo futuro, e che ci evita di saccheggiare tutto ciò che possiamo, prima che la luce della coscienza in noi venga meno.
(Roger Scruton: Guida filosofica per tipi intelligenti. Il sole 24 ore,2007, pag 113-114).
Scruton guarda il mondo da un punto di vista insolito per un ambientalista, quello conservatore. Ma le sue critiche vanno al centro del problema. L'uomo astratto creato dall'Illuminismo è cresciuto staccato dall'uomo reale. I diritti universali dell'uomo sono divenuti diritti di un ego metafisico capace solo di desiderare, sfruttare, appropriarsi, consumare, fare del mondo una discarica. L'uomo reale, quello che abita i luoghi con i suoi limiti e i suoi difetti, è la vittima di quest'uomo astratto super-egoico. Abitiamo in città avvelenate, respirando fumi tossici e mortali, prodotti da questa visione totalitaria del mondo. Contro l'ego antropocentrico e i suoi sconfinati desideri, Scruton ci richiama ai sentimenti tradizionali di appartenenza, di storia, di pietas verso il mondo che ci accoglie, la natura, gli avi defunti, i discendenti che dovranno nascere. Richiama la lealtà ai luoghi, che suona ridicola ai nostri orecchi di moderni occidentali che vediamo nei luoghi solo occasioni commerciali per impiantare, edificare, vendere, sfruttare. Ridare diritti all'uomo reale e non a quello astratto, ridare significato all'appartenenza, al radicamento, all'amore per i luoghi della propria storia, ai paesaggi che ci appartengono, al rispetto del passato e di chi ci seguirà su questo pianeta. Il dovere supremo di conservare il mondo nella sua bellezza, questo è l'unico senso che possiamo dare alla nostra vita, per sottrarla al tricacarne del macchina produzione-consumo, triste destino dell'uomo contemporaneo, globalizzato, sradicato, depositario di tutti i diritti assoluti sulla natura e sul mondo. E proprio per questo un uomo alienato, intossicato, perso nell'abisso della mancanza di senso di se stesso e del mondo.
lunedì 14 novembre 2011
HANS JONAS: LA CRITICA DELL'UTOPIA ANTROPOCENTRICA
IL PRINCIPIO RESPONSABILITA', UN'ETICA PER LA CIVILTA' TECNOLOGICA.
"Soltanto un tempo libero attivo in tutti i settori dischiude una natura non più percepita unicamente in forma di azienda produttiva; la libertà umana e la natura come suo ambiente concreto (patria) si condizionano reciprocamente"(Ernst Bloch: Prinzip Hoffnung).
Sin dagli inizi fu una tesi marxista, coniata dallo stesso Marx, quella secondo cui l'uomo umanizza la natura mediante il suo lavoro. Così si dovrebbe designare l'attività finalizzata esercitata finora dall'umanità sulla natura, sia organica sia inorganica, in particolare naturalmente la coltivazione della terra. L'umanizzazione definitiva, quale sarà realizzata soltanto dal marxismo attuato, finirà con il liberare l'uomo proprio dal lavoro che avrà così trasformato la natura, e solo essa sarà in grado di umanizzare del tutto l'uomo stesso. Evidentemente qui umanizzare significa per il rispettivo oggetto due cose opposte: in riferimento all'uomo vuol dire che egli non è più servo della natura e può quindi essere completamente se stesso; in riferimento alla natura vuol dire che questa è diventata del tutto schiava dell'uomo e non è quindi più se stessa. Perciò la natura sarebbe umanizzata press'a poco nello stesso senso in cui il servo della gleba, succube della nobiltà feudale, fu nobilitato o come le razze inferiori sottomesse dalla razza superiore sarebbero state arianizzate, se le cose si fossero svolte secondo i suoi piani. Alla luce della sua brutale strumentalizzazione, l'umanizzazione della natura è perciò un eufemismo ipocrita per designare la totale sottomissione da parte dell'uomo in vista di uno sfruttamento totale per soddisfare i suoi bisogni. Poiché a tale scopo deve essere radicalmente trasformata, la natura umanizzata è la natura alienata a se stessa. Proprio questa trasformazione va sotto il nome di umanizzazione. Credo che Marx fosse sufficientemente privo di sentimentalismi per considerare le cose in questo modo. In ogni caso il radicale antropocentrismo del pensiero marxista (combinato con il materialismo delle scienze naturali del XIX secolo) era del tutto incline a tale concezione, riservando poco spazio alla visione romantica della natura.
Ma Bloch, pur non essendo meno antropocentrico né meno pragmatico, mostra qui una superiore sensibilità antropologica, facendo dipendere la felicità dell'uomo anche da un ambiente accettabile, anzi da una maggiore prossimità (rispetto a quella del moderno cittadino metropolitano) a una natura non esperita in modo aziendale. Così per lui la natura umanizzata non deve significare soltanto la natura sottomessa all'uomo, ma anche quella conforme a lui, la patria adeguata alla sua libertà e al suo tempo libero. Anzi, se intendiamo nel verso giusto le sue parole, la natura che sta in un rapporto di condizionamento reciproco (!) con la libertà umana, è quella più vera, la sola veramente "aperta" rispetto alla natura che l'uomo si è trovato dinanzi all'inizio del suo cammino. L'uno e l'altra saranno riscattati insieme e contemporaneamente ad opera dell'uomo dalla loro alienazione. Umanizzando se stesso, l'uomo naturalizza la natura! Chi non penserebbe qui ad Adamo, il giardiniere della creazione divina nell'Eden originario? Ma se la pensiamo come Bloch, noi non siamo al principio, ma al contrario alla fine, cioé al termine di una hybris e di un movimento anti-demetrico senza precedenti, di un'ipernaturalizzazione della natura data. E' quindi la natura ipernaturalizzata a garantire all'uomo utopico la prossimità alla patria? In ogni caso essa è una natura trasformata. Consideriamo tutto ciò più da vicino. Il programma della riorganizzazione della natura, che finora abbiamo discusso soltanto come premessa materiale dell'utopia, avanza qui fin nel contenuto dello stesso fine ideale.
Ora questa trasformazione è in corso già da alcuni millenni, anche se non sotto la guida della filosofia finalmente secolarizzata e interamente riportata sui suoi passi, e noi sappiamo qualcosa su come appare la natura umanizzata e su cosa perde in quanto natura. Non intendiamo riferirci alle permanenti conseguenze negative del miope saccheggio ambientale (carsificazione di intere catene montane in seguito al disboscamento e all'estensione dei pascoli, dispersione da parte del vento dello strato di humus di steppe coltivate a foraggi e così via). Limitiamoci a prendere in considerazione il quadro di colture attuate con costante successo e destinate ad essere proseguite e ulteriormente intensificate nel futuro utopico: un campo di grano ondeggiante offre sicuramente uno spettacolo più gradevole dell'asfalto, ma come "natura" esso costituisce già in se stesso un notevole impoverimento e come paesaggio comporta (se coltivato su vaste superfici) un'estrema monotonia. Non soltanto la monocultura riduce un habitat ecologico multiforme, caratterizzato da un equilibrio variamente dinamico delle specie, alla presenza artificiale di una sola specie, ma questa stessa risulta essere un prodotto artificiosamente omogeneo della coltivazione, che ormai si può conservare soltanto nelle condizioni artificiali della coltura...la monotonia degli oceani di cereali, ad esempio nell'America centro-occidentale, solcati da mietitrici solitarie, annaffiati di antiparassitari per mezzo di areoplani, offre come natura altrettanto poca ospitalità (e per di più con un grado significativamente minore di comunicabilità umana) di quanta ne offra come cultura una grande fabbrica. Qui l'ipernaturalizzazione è in pieno corso, rivelandosi come denaturalizzazione. Umanizzazione della natura? Al contrario, alienazione non soltanto di se stessa, ma anche dell'uomo. A maggior ragione questo è evidente, per passare dall'esempio vegetale a quello animale, nelle incubatrici e nelle fabbriche di uova che riforniscono oggi i supermercati, a confronto delle quali il pollaio contadino con il suo gallo pare quasi un parco per la protezione degli animali! L'estrema degradazione di esseri viventi dotati di sensibilità e capacità di movimento, trasformati in macchine da uova e carne, privati del loro ambiente vitale, imprigionati per tutta la vita, sottoposti ad illuminazione artificiale, alimentati automaticamente, non ha quasi più nulla in comune con la natura, per cui non si può più affatto parlare di "accoglienza" e "prossimità" nei confronti dell'uomo. La stessa cosa vale per gli allevamenti-prigioni destinati alla produzione della carne di manzo e così via. Persino l'atto sessuale è sostituito dalla inseminazione artificiale. Così si configura nella realizzazione concreta il movimento anti-demetrico, la riorganizzazione della natura! Non vi è nulla che qui parli a sostegno dell'amore dell'uomo verso la natura né vi è qualcosa da imparare intorno alla ricchezza e alla raffinata complessità della vita.Stupore, riflessione e curiosità restano avviliti.
Il paradosso di cui Bloch non si rese conto è che proprio la natura non trasformata e sfruttata dall'uomo, la natura selvaggia, è quella umana, cioè quella che parla all'uomo, mentre quella che è completamente asservita a lui, è quella disumana. Soltanto la vita rispettata nella sua integrità rivela se stessa. Perciò l'interesse umanistico,professato dagli utopisti, trova rifugio proprio dove si arresta la trasformazione utopica del pianeta terra...La critica dell'utopia appena conclusa sarebbe stata eccessivamente dettagliata se l'utopismo marxista, nella sua stretta alleanza con la tecnica, non rappresentasse una versione radicalizzata in senso escatologico di ciò verso cui è avviata la dinamica tecnologica mondiale all'insegna del progresso; in altri termini, se la tecnologia, in quanto forza operante autonomamente, non implicasse una dinamica quasi-utopica. Pertanto la critica all'utopia è già stata implicitamente una critica della tecnologia nella previsione dei suoi estremi sviluppi. Molto di ciò che abbiamo cercato di descrivere, in rapporto all'utopia, come un concreto stato umano all'interno della realizzazione del sogno, sembra ora incombere, con o senza un sogno simile, anzi senza finalità cosciente e quasi come un destino. Perciò la critica dell'utopia...è servita a fondarne l'alternativa che ora tocca a noi elaborare: l'etica della responsabilità che oggi, dopo secoli di euforia post-baconiana, prometeica (di cui è figlio anche il marxismo), deve mettere le briglie a quella galoppante avanzata. Dato che in caso contrario, e soltanto con un po' di dilazione, sarebbe la stessa natura a farlo alla sua maniera implacabilmente più dura...
(Da "Il Principio Responsabilità, Einaudi 1993, pag. 269 e seg.)
L'utopia di umanizzare la natura è pura ideologia antropocentrica. L'ideologia antropocentrica è a fondamento di ogni visione ideologica moderna, da quella marxista a quella dei verdi, da quella liberal a quella conservatrice, a quella delle varie destre. Per non parlare dell'antropocentrismo estremo della visione religiosa del mondo e della natura, specialmente per quanto riguarda le professioni di fede monoteistiche antropomorfe. Jonas contrappone a queste utopie antropocentriche, il principio di responsabilità, basato su considerazioni che riguardano la sopravvivenza fisica, ma anche la dignità dell'esistenza delle generazioni future. Entra in gioco, nel principio di responsabilità, il rapporto tra uomo e ambiente, uomo e natura. Questo rapporto richiede il rispetto di un equilibrio che è incompatibile con l'attuale metafisica dei diritti. I diritti dell'uomo sono sempre più reclamati fuori da ogni contesto di appartenenza. I diritti dell'uomo divengono assoluti, proprio mentre la tecnica consente di applicarli inesorabilmente (e violentemente) alla natura e a tutte le altre specie viventi. Ma ogni diritto assoluto dell'uomo è un diritto totalitario. Il totalitarismo dei diritti dell'uomo è all'origine della distruzione del pianeta cui stiamo assistendo. Il principio di responsabilità sottolinea una verità semplice: che senza doveri non esiste alcun diritto. Il primo dovere dell'uomo è il rispetto verso la natura e verso le altre specie viventi; ciò significa anche rispetto verso se stesso. Senza attuare questo primo dovere non può esserci, da parte dell'uomo, alcun diritto.
mercoledì 9 novembre 2011
CHARLES BUKOWSKI: LE CITTA' INVIVIBILI
Amo Bukowski. Bukowski non è uno che puoi leggere tutto messo per bene, in biblioteca e nemmeno su una poltrona delle nostre comode case iperriscaldate. Lo devi leggere quando ti senti incazzato, sei trasandato, magari con un bicchiere in mano di rosso o di grappa. Lo devi leggere quando sei pronto a "percepire" un livello di realtà più profondo o più alieno. Bukowski è un ermeneuta, uno che va giù al nocciolo della vita, ma non ci va da filosofo con i ragionamenti astratti. Ti porta davanti i fatti, spesso quelli più banali e volgari, spesso visti attraverso la lente di una psiche tormentata. Ma se intendi bene quel fatto, se sai leggerlo ti si apre l'orizzonte della mente, un'esplosione di galassie. Si tratta in fondo di fenomenologia, di interpretazione dei fenomeni per come essi sono portandosi dietro tutta una interpretazione del mondo. Bukowski non fa analisi psicologiche, non costruisce niente, lascia parlare la realtà. Va nel centro di tutto senza bussare alla porta, passando per quella di servizio, anzi per quella che porta alla toelette, ai cessi dell'esistenza. Però ci va dentro fino a tirarne fuori l'essenza. I versi di Bukowski hanno un po' di follia? Forse, ma è quella follia che nasce dalla lucida presa di atto che è il mondo ad essere impazzito: la società ci costringe ad un mostruoso conformismo, ad una esistenza programmata e incasellata da un meccanismo che stritola le nostre individualità e ci rende tutti replicanti. L'unica possibilità di salvezza è l'estraneità e la follia, la lucida follia visionaria che ci fa vedere quello che gli altri non vedono. Sono versi che ci toccano nell'animo come pochi poeti sanno scrivere.( Poeta? Se Bukowski sentisse questa definizione di se scoppierebbe a ridere con la sua risata rauca, tossigena). La poesia che riporto qui sotto è metafora del nostro mondo. E' interpretazione profonda, sentita, lucidissima del mondo al tempo della sovrappopolazione, del mondo delle megalopoli, delle periferie urbane intossicate dai fumi, dallo stress, dalla depressione, dalla inumanità che solo l'uomo, l'uomo moderno sa mostrare nella sua efferatezza. Onore a un grande poeta. agobit
john dillinger e le chasseur maudit
è un peccato e non è questo il modo, ma chi se ne frega:
le ragazze mi ricordano capelli nel lavandino, le ragazze mi
ricordano intestini,
e vesciche e movimenti escretori; è anche un peccato che
i campanelli dei gelati, i neonati, le valvole dei motori, i
plagiostomi, le palme,
i passi nel corridoio...mi eccitino tutti con la fredda calma
di una pietra tombale; da nessuna parte, forse, trovo rifugio
tranne
nel sentire che c'erano altri uomini disperati:
Dillinger, Rimbaud, Villon; Babyface Nelson, Seneca, Van Gogh,
o donne disperate: donne wrestler, infermiere, cameriere,
poetesse
puttane...sebbene,
immagino che la preparazione dei cubetti di ghiaccio sia
importante
o un topo che annusa una lattina di birra vuota -
due vuoti svuotati che si contemplano,
o il mare notturno bloccato da navi luride
che entrano nella cauta ragnatela del tuo cervello con le loro luci,
con le loro luci salate
che ti toccano e ti lasciano
per l'amore più solido di qualche India;
o guidare per lunghe distanze senza ragione
rimbambito dal sonnocon i finestrini aperti che
ti strappano e ti fanno sventolare la camicia come un uccello
impaurito,
e sempre i semafori, sempre rossi,
fuoco notturno e sconfitta, sconfitta...
scorpioni, brandelli, fardelli:
ex lavori, ex mogli, ex facce, ex vite,
Beethoven nella tomba morto quanto una barbabietola;
carriole rosse, sì, forse,
o una lettera dall'Inferno firmata dal diavolo
o due bravi ragazzi che si pestano a sangue
in uno stadio scalcinato colmo di fumo urlante,
ma più che altro non frega niente a me, che sto qui
con la bocca piena di denti marci,
che sto qui a leggere Herrick e Spencer e
Marvell e Hopkins e Bronte (Emily, oggi);
che ascolto Midday Witch di Dvorak
o Le Chasseur Maudit di Franck,
in realtà, non me ne frega niente, ed è un peccato:
ho ricevuto lettere da un giovane poeta
(molto giovane, sembra) che mi dice che un giorno
sarò certamente riconosciuto come
uno dei migliori poeti del mondo. Poeta!
una malversazione: oggi ho camminato nel sole e nelle strade
di questa città: senza vedere niente, senza imparare niente,
senza essere
niente, e tornando alla mia stanza
ho incrociato una vecchia che ha sorriso di un sorriso orribile;
era già morta, e dappertutto mi sono ricordato di cavi:
cavi telefonici, cavi elettrici, cavi per facce elettriche
intrappolate come pesci rossi nel vetro che sorridevano,
e gli uccelli erano spariti, nessuno degli uccelli voleva cavi
o il sorriso dei cavi
e ho chiuso la porta di casa (finalmente)
ma dalle finestre era la stessa cosa:
un clacson ha suonato, qualcuno ha riso, un water ha scaricato,
e stranamente in quel momento
ho pensato a tutti i cavalli con i numeri,
che sono passati tra le urla,
passati come Socrate, passati come Lorca,
come Chatterton...
preferirei immaginare che la nostra morte non sarà molto
importante
se non per un problema di smaltimento, un problema,
come gettare la spazzatura,
e anche se ho conservato le lettere del giovane poeta,
non credo in esse
ma così come guardo
le palme malate
e la fine del sole
a volte le guardo.
(Charles Bukowski, 1966: so benissimo quanto ho peccato. Guanda 2011. Pag.87-91)
martedì 8 novembre 2011
RICONOSCERE IL PROBLEMA DEMOGRAFICO
Non c'è nessuna base ragionevole per affermare che il problema della fame sia "soltanto" un problema di distribuzione, anche se è vero che oggi una ridistribuzione delle risorse alimentari allevierebbe enormemente la fame. Purtroppo, una verità importante- che la maldistribuzione è attualmente una causa della fame- è stata usata per eludere una verità ancora più importante: che la sovrappopolazione è cruciale oggi e può mettere in discussione la questione della distribuzione domani.
Il problema alimentare, tuttavia, desta poca preoccupazione immediata per i ben nutriti americani, che non hanno nessuna ragione per essere consapevoli della sua gravità ed estensione. Ma altri fatti che potrebbero porre chiunque di fronte alla gravità del dilemma demografico sono attualmente intorno a noi, poiché i problemi alla cui gravità contribuiscono in misura notevole la sovrappopolazione e la crescita demografica stanno peggiorando molto rapidamente. Essi appaiono spesso nei telegiornali, anche se non sono quasi mai posti in relazione con il problema demografico. Prendiamo le immagini televisive di navi cariche di rifiuti che vagano per i mari...esse mostrano i risultati dell'interazione fra troppe persone che vivono nell'opulenza e le tecnologie ambientalmente distruttive che la rendono possibile. La crescente probabilità di nuotare in una miscela di spazzatura e rifiuti sanitari lungo le spiagge americane si può far risalire alle medesime cause. Le moltitudini che muoiono di fame nell'Africa subsahariana sono le vittime di siccità, di politiche agrarie fallimentari e di una sovrappopolazione, con la guerra che spesso da il colpo finale. Tutti questi sono sintomi del massiccio e crescente impatto negativo dell'umanità sui sistemi di sopravvivenza della Terra. L'uomo medio, persino lo scienziato medio, raramente coglie la connessione tra questi eventi apparentemente disparati e il problema demografico, e quindi non si preoccupa. In certa misur, questa incapacità di mettere assieme i vari pezzi è dovuta ad un tabù, che vige in molti settori, di discutere francamente della crisi demografica - un tabù in parte generato dalle pressioni della gerarchia cattolica, in parte da altri gruppi che temono che trattare dei problemi demografici produca dei risultati socialmente dannosi...Tutti noi tendiamo naturalmente a osservare il tabù di non occuparsi della crescita demografica. Le radici della nostra avversione a limitare la consistenza numerica della popolazione umana sono altrettanto profonde e diffuse delle radici del comportamento sessuale umano. Per miliardi di anni di evoluzione biologica, la regola del gioco è stata quella di riprodurre il maggior numero possibile di altri individui della specie. Questa è la base stessa della selezione naturale, la forza motrice del processo evolutivo. Ciononostante il tabù deve essere sradicato e respinto.
IL SUPERAMENTO DEL TABU'. Non c'è più tempo da perdere; in effetti non ce n'era nemmeno nel 1968, quando fu pubblicato The Population Bomb. L'inazione umana ha già condannato altre centinaia di milioni di individui a morire prematuramente di fame e di malattie. Bisogna che l'opinione pubblica si convinca della connessione demografica. L'azione per arrestare umanamente l'esplosione demografica e avviare un graduale declino demografico deve diventare una priorità assoluta; il tasso di natalità deve essere abbassato al più presto possibile un po' sotto il tasso di mortalità. Può darsi che ci sia ancora tempo per limitare la portata della catastrofe incombente, ma non molto tempo. Porre termine all'esplosione demografica controllando le nascite è necessariamente un processo lento. Solo il modo crudele della natura di risolvere il problema può essere rapido. Ovviamente se ci destiamo e riusciamo a controllare le dimensioni della nostra popolazione, ci rimarranno da risolvere tutti gli altri problemi spinosi. Limitare il numero degli esseri umani non porrà da solo fine alla guerra, al deterioramento ambientale, alla povertà, al razzismo, al pregiudizio religioso, o al sessismo: ci darà soltanto la possibilità di porvi fine. Come dice il vecchio adagio, qualunque sia la tua causa, senza controllo demografico è una causa persa.
L'America e gli altri paesi ricchi sono attualmente di fronte ad una scelta chiara. Possono continuare a ignorare il problema demografico, allora saranno intrappolati in una spirale discendente. Siccità più frequenti, cattivi raccolti, carestie, una maggiore deforestazione, più inquinamento, più conflitti internazionali, più epidemie, più ingorghi stradali, più droga, più criminalità, una massa crescente di rifiuti e altre cose spiacevoli segneranno il nostro cammino. Oppure possiamo mutare la nostra mentalità collettiva e prendere le misure necessarie per abbassare drasticamente il tasso di natalità mondiale. La gente può imparare a trattare la crescita come quella malattia cancerosa che è, e a muoversi nella direzione di una società sostenibile.
(P.R. Ehrlich: Un pianeta non basta, ed. Franco Muzzio, 1991 pag.15-18)
Nota del curatore del Blog: sono passati più di venti anni da quando Ehrlich scriveva queste parole. Il mondo ha continuato la sua folle corsa. Qualche giorno fa i midia hanno riportato la notizia del raggiungimento di sette miliardi di umani, spesso rallegrandosene. Quando Ehrlich scriveva ce n'erano 5,3 miliardi. La bomba non si è fermata. L'esplosione continua. I chiechi continuano a essere ciechi, i sordi a fare i sordi. La vita si avvia ad essere invivibile, il mondo a perdere la sua bellezza, l'uomo a perdere la sua umanità per divenire un numero, un pollo in batteria. Viviamo in mezzo ai tossici. Il richiamo di Ehrlich continua ad essere un grido nel deserto.
lunedì 7 novembre 2011
ELOGIO DELLA FRUGALITA'
L'eccesso è la cifra dell'uomo delle megalopoli. Insieme alla concentrazione demografica, alla ricerca continua di stimoli, di divertimenti, di relazioni, la vita dell'uomo delle megalopoli è centrata sul corpo e sul cibo. Il corpo viene allenato, stressato, curato, vestito, abbigliato, massaggiato, abbronzato, alimentato. Nelle megalopoli non c'è via di mezzo: o si sottopone il corpo ad una gratificazione a ripetizione e continua, oppure si cade nella depressione. Il tempo per fermarsi a riflettere o per stare con se stessi si è perso. In questa dualità tra l'ego inteso come corpo e il nulla della depressione, c'è in mezzo la metafisica del cibo. Il cibo è esaltato dovunque. In TV pullulano le trasmissioni culinarie. Salcicce, dolci e arrosti sono ormai nell'immaginario collettivo come le immagini sacre lo erano per i nostri antenati.Se non si mangia cibi elaborati, complessi, ricchi di grassi ed in quantità esagerata ci si sente infelici. Mac Donald e la Nestlè ci hanno fondato un impero. Ormai anche le altre culture, perfino antiche civiltà si stanno accodando alle nuove divinità: il corpo inteso materialmente come fruitore di consumi, e il cibo come manifestazione del proprio egocentrismo. Se non mangi al ristorante e non compri l'automobile vistosa non sei nessuno. L'anonimo non-consumatore non è previsto nel bestiario della megalopoli. E' sconvolgente come nel mondo sovrappopolato delle megalopoli si assista alla distruzione sistematica degli antichi valori, delle antiche credenze religiose, delle tradizioni sopravvissute per secoli. Le grandi migrazioni del XX-XXI secolo non sono che epifenomeno della civiltà delle megalopoli. Gli alti tassi di natalità sono funzionali ai grandi produttori di cibo e merci.Attratti dai richiami pubblicitari tutti abbandonano le famiglie, i luoghi, i rapporti, le culture tradizionali e si spostano alla ricerca di un miglior tenore di vita, cioè di una vita che curi il corpo, che dia le risorse per farlo star bene (automobile, casa accogliente, riscaldamento, vestiti, accessori,ecc.) e cibo per nutrirlo, cibo di ogni tipo, in quantità smisurata. La bibbia che esalta questo nuovo Eden è la TV, e più recentemente la rete. Il tempio della nuova trimurti è il supermercato, il nuovo luogo sacro delle megalopoli. Se l'uomo antico poteva avere ancora una porzione della mente per la spiritualità, l'uomo nuovo delle megalopoli l'ha eliminata del tutto. Persino il credente, l'osservante, ha relegato il sacro ai rimasugli di tempo, per poi dedicare tutto se stesso e tutta la vita a corpo e cibo. Attraverso i midia vengono gonfiati i desideri, le aspettative. Tutto questo genera insoddisfazione, e l'insoddisfazione viene curata con cibo, tanto cibo. L'ossessione per il cibo ha il suo rovescio nella mania per le diete. Le diete esistono per essere trasgredite. L'obesità è diffusa, e anche i bambini ne soffrono sempre di più. Gran parte delle malattie nella civiltà delle megalopoli sono da eccesso di alimentazione: obesità, diabete, aterosclerosi, malattie degenerative. Il circolo vizioso dello stress e del cibo è senza uscita: lo stress porta ad iperalimentarsi, ma il troppo cibo è a sua volta fonte di malessere e stress. I centri per dimagrire lavorano a pieno ritmo, come i ristoranti. La carne degli animali è l'apoteosi del cibo voluttuario. Abbiamo messo su veri e propri lager per animali, dove vengono fatti crescere in modo innaturale e tra i tormenti poveri animali che poi vengono uccisi per darci il piacere del cibo abbondante e colesterolico. Per procurare i mangimi alle vittime vengono affamate popolazioni e distrutti milioni di ettari di foresta ogni anno. Giusta punizione a questa crudeltà è l'infarto, il segno che un dio forse esiste. La bravura del Netter ci rende un drammatico quadretto ma veritiero dell'infarto nell'immagine riportata sotto il titolo. L'uomo, cicciottello, sta uscendo da un ristorante dove ha pasteggiato in abbondanza. Sta salendo le scale -un piccolo sforzo- e fa freddo. Ha una valigia e sta forse per prendere un treno: i ritmi frenetici della città lo stressano. Il dolore lo attanaglia all'improvviso e lo sguardo angosciato ci dice dell'abbisso che vede di fronte a se. Stress e iperalimentazione come prodotto della megalopoli e della sovrappopolazione.
Per combattere l'eccesso è utile la frugalità. La frugalità è un valore che può ridarci un equilibrio. Meno cibo può contribuire a ridarci una identità umana secondo natura. Mangiare meno, mangiare poco. Preferire i cereali, i legumi, le verdure, la frutta. Scegliere i cibi magri. Ridurre o meglio abolire la carne. Le proteine meglio se vegetali o di pesce. Coltivare il digiuno come esercizio di spiritualità. Bere l'acqua; riservare il vino, poco, alla festa. Dal cibo poi passare a curare gli altri eccessi: l'auto inutilmente grande, le spese inutili, i vestiti costosi, le case troppo grandi troppo scaldate d'inverno, troppo condizionate d'estate. I troppi viaggi. I troppi aerei. I troppi consumi. E' un piccolo passo verso un mondo migliore.
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