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giovedì 20 gennaio 2022

E se il riscaldamento da carbonio non ci fosse?

(La curva di Michel Mann)
Riporto il seguente intervento del Professor Prestininzi (maggio 2021) al Collegio degli Ingegneri di Padova e pubblicato su Meteoweb. Il professore sostiene che il riscaldamento atmosferico in atto, che non nega, non dipende dalla presenza di CO2 in eccesso, ma da cicli che sulla Terra sono sempre esistiti. Porta a dimostrazione dati scientifici e studi di esperti scienziati del clima, riportati su riviste internazionali. La denuncia dello scienziato è netta: dietro gli allarmismi sul clima c'è una strategia delle lobby dell'ecologismo mainstream con l'intento di far passare la loro politica: rinnovabili come sola fonte energetica consentita, redistribuzione delle risorse a danno dell'occidente (ma non della Cina), stop alla crescita economico-tecnologica, libera espansione numerica della nostra specie. Questa visione è infatti viziata da un dato di fondo: la rivoluzione verde dovrebbe avvenire senza mai toccare il tema della popolazione umana e dell'effetto antropico dovuto alla sovrappopolazione sulla catastrofe ecologica. La questione del riscaldamento da carbonio costituisce il leit motiv che permette ai Verdi di conquistare una rilevanza politica dietro una ideologia faziosa che esamina solo i dati che la supportano e silenzia tutti gli altri. Se guardiamo alle scelte delle istituzioni europee e quelle del presidente democratico americano, si tratta per ora di una strategia vincente che ha visto schierati in campo anche gli esperti Onu e che ha silenziato tutte le voci contrarie. La sopraffazione di chi denuncia la unilateralità di questa ideologia e il silenziamento dei dati scientifici, sono fatti che debbono aprire gli occhi oltre che il dibattito su temi che non possono essere monopolizzati dai soliti noti. La lotta politica e gli interessi di potere delle lobbies -comprese quelle cosidette ambientaliste- non possono sopraffare la libertà di pensiero basata sui dati oggettivi, come quello riguardante le cause reali dei cambiamenti climatici e le conseguenze della prevaricazione della nostra specie su tutte le altre.
"Il Collegio degli Ingegneri di Padova ha promosso il ciclo di conferenze dal titolo “Dialoghi sul Clima” per dare voce ai numerosi punti di vista su questo tema tanto dibattuto. L’obiettivo è promuovere un confronto su ampia scala e sui diversi aspetti del clima, ospitando esperti dei diversi settori al fine di acquisire un quadro complessivo fondato su basi scientifiche. Nell’appuntamento del 26 Maggio, è intervenuto il Prof. Alberto Prestininzi, Docente di Geologia applicata presso La Sapienza di Roma, che ha affrontato alcuni temi spesso trascurati nel dibattito nazionale: cosa emerge dalle conoscenze del passato? La storia geologica ed i suoi archivi possono aiutarci a decifrare il comportamento climatico del nostro pianeta? Ecco i contenuti principali dell’intervento del Prof. Prestininzi.
Sono oltre 40 anni che tv, giornali e media parlano di “catastrofi imminenti” riguardo al clima, “incutendo terrore misto a minacce e ritorsioni, mentre l’accademia non è più il luogo del confronto”. Inizia così l’intervento di Prestininzi, che cita come esempi i seguenti articoli di giornale:
• 1989 Repubblica, 2 novembre – Dieci anni per salvare la Terra, lo affermano gli scienziati
• 2007 Repubblica, 16 dicembre – Ambiente: due anni per salvare il mondo. Gli scienziati sono ormai tutti d’accordo
• 2007 Corriere della Sera, 5 maggio – Le Cure per guarire la Terra suggerite dagli scienziati: ci sono solo 8 anni di tempo
• 2008 Repubblica, Giugno – Entro l’estate Polo senza ghiaccio; Lo dicono gli scienziati
• 2013 Repubblica, 9 settembre – Dieci anni per salvare il pianeta. L’allarme degli scienziati dell’Onu. (dal Quinto Report IPCC).
“Come mai abbiamo trasferito questo tema dai luoghi deputati alla ricerca ad un dibattito-confronto politico-ideologico, gestito formalmente dal sistema di comunicazione?”, si chiede l’esperto. “DaI severo discorso fatto da J. Hansen al Congresso USA nel 1988, l’ONU ha assunto l’onere «di capire» fondando l’IPCC (presieduto sempre da economisti), al quale è stato affidato il compito «scientifico» di verificare gli effetti sul clima connessi alle emissioni di CO₂. Negli ultimi due decenni, gran parte dell’isteria sul riscaldamento globale – in seguito ri-etichettata “cambiamenti climatici” – si è basata sul cosiddetto grafico a “mazza da hockey” creato da Michael Mann (figura sotto il titolo). Il grafico è stato utilizzato dall’IPCC per rendere credibili i modelli previsionali. Ma questo grafico è una frode. Un algoritmo software creato dall’uomo e truccato per produrre una forma di bastone da hockey, indipendentemente dai dati reali. A Michael Mann non piaceva essere considerato un ciarlatano dagli scienziati critici, quindi li ha citati in giudizio per diffamazione. E alla fine di agosto 2019, una di quelle cause è stata conclusa dalla Corte Suprema della British Columbia, in Canada, che ha respinto la causa di Mann contro il Dr. Tim Ball. Ma c’è di più. Secondo Principia-Scientific, il tribunale non solo ha accolto la domanda di Ball per l’annullamento della causa pluriennale da nove milioni di dollari, ma ha anche compiuto il passo aggiuntivo garantendo a Ball di non pagare i costi legali. Si prevede che questo straordinario risultato provocherà gravi ripercussioni legali per il dottor Mann negli Stati Uniti e potrebbe rivelarsi fatale per le affermazioni scientifiche sul clima secondo cui le temperature moderne sono “senza precedenti”. Michael Mann si è rifiutato di consegnare i dati che ha utilizzato per costruire il grafico”, spiega Prestininzi, che è poi passato ad affrontare l’aspetto scientifico della questione clima. “Un gruppo internazionale di esperti ha studiato le carote di ghiaccio nell’Antartide, arrivando fino a 800.000 anni fa e ricostruendo le variazioni della CO₂, della temperatura e del metano nel tempo (figura seguente). Si nota che ci sono cicli grossomodo di 100.000 anni, che sono esattamente i cicli di Milankovic. Milankovic ha giustificato le vecchie glaciazioni con dei cicli che obbedivano a quella che era l’oscillazione dell’asse terrestre e quindi degli effetti del sole sulla Terra, producendo questi cicli periodici di 100.000 anni. Nei 100.000 anni, ci sono oscillazioni minime che hanno una grossa influenza e che noi possiamo misurare”, spiega Prestininzi.
Diminuendo la scala a 10.000 anni, attraverso dati veri ottenuti da fossili guida, usati per la datazione relativa delle rocce, l’esperto illustra l’esempio del clima in Europa nell’Olocene, evidenziando le grandi oscillazioni all’interno di questo periodo. “Il clima della Terra non è qualcosa di omogeneo: abbiamo un clima che caratterizza la parte all’estremo nord, un clima temperato, un clima che riguarda la zona equatoriale e così via. In ognuno di questi evidentemente ci sono condizioni differenti e quindi trovare le medie globali del clima per capire qual è il trend è una cosa molto molto difficile”, spiega Prestininzi.
L’esperto sottolinea come l’andamento del clima degli ultimi 10.000 anni “rispetta certe leggi che oggi andiamo via via dipanando perché esistono delle perfette correlazioni con questi cicli inferiori ai 100.000 anni e questi cicli trovano corrispondenza con l’attività solare”. Prestininzi evidenzia poi che dal grafico sull’andamento della CO₂, basato su dati reali, non emerge alcun tipo di correlazione con le oscillazioni della temperatura negli ultimi 10.000 anni.
L’intervento di Prestininzi si concentra poi su uno studio condotto da ricercatori italiani e pubblicato su Scientific Reports, dal titolo “Persistent warm Mediterranean surface waters during the Roman period”. Nello studio, i ricercatori hanno voluto misurare la temperatura superficiale del Mediterraneo in un certo tempo, utilizzando punti particolari come Mar Egeo, Mare di Sicilia, Mare di Minorca e Mare di Alboran (Stretto di Gibilterra). In questi punti, sono stati eseguiti dei carotaggi. I dati ottenuti sono poi stati confrontati con le oscillazioni del Nord Atlantico. È emerso che il cosiddetto periodo caldo romano è presente in tutte le valutazioni. Tutti questi dati dimostrano che si tratta di un “trend generale del pianeta”, spiega l’esperto. Nel caldo romano, “Annibale ha attraversato con gli elefanti le Alpi, che erano caratterizzate da una bassa presenza di neve, cosa che circa 100 anni dopo non avrebbe potuto fare a causa del seguente abbassamento della temperatura durante la Piccola Era Glaciale, durata fino al 1700. Poi inizia il trend in risalita del riscaldamento in cui oggi siamo immersi. Dallo studio è emerso che durante il periodo romano c’erano circa 2°C in più rispetto ad adesso”, aggiunge l’esperto.
Prestininzi parla poi del bacino dell’Amerasia, sotto i ghiacci dell’Artico. “Finora sono state condotte poche ricerche per la difficoltà di esplorare il fondale marino sotto la coltre di ghiacci dell’Artico. Da 10 anni, due grandi centri di ricerca, uno in Germania e uno negli Stati Uniti, stanno conducendo e pubblicando ricerche interessantissime che però non vengono assolutamente pubblicizzate. L’IPCC non ne parla. Gli studi stanno documentando una straordinaria attività vulcanica con emissioni idrotermali ad altissima temperatura lungo l’estremità della dorsale medio atlantica, lunga 1.600km, sotto i ghiacci del Mar Glaciale Artico. Questo idrotermalismo, ossia una circolazione di acque calde, va ad influenzare tutto il bacino”, spiega l’esperto, affrontando il tema del riscaldamento dell’Artico, tanto dibattuto quando si parla di riscaldamento globale.
Prestininzi poi parla delle proiezioni ufficiali fornite dall’IPCC riguardo l’innalzamento del livello del mare entro il 2030. Nel 1977, era stato previsto un innalzamento di 6 metri, nel 1985 era stato previsto un innalzamento di 1,4 metri. Nel 1990, si prevedeva un innalzamento di 0,3 metri, sceso a 0,2 nelle proiezioni del 1995 e a 0,17 nelle proiezioni del 2000. Nel 2013, infine, è stato previsto un innalzamento di 0,53-0,98 metri entro il 2100. Prestininzi sottolinea, invece, come negli ultimi anni il livello del mare abbia oscillato solo di pochi centimetri, sulla base di dati satellitari reali. A conclusione del suo intervento, l’esperto cita il Premio Nobel per la Fisica Ivar Giaever che ha definito il riscaldamento globale come “una nuova religione”: bisogna cioè accettare la tesi delle responsabilità umane come un dogma ed è proibito discuterne da un punto di vista scientifico.
" (Da Meteoweb.eu)

mercoledì 12 gennaio 2022

Un ecologista diverso

"Il rapporto tra Gaia e l'ambientalismo non e' mai stato facile. Mi sembra di considerare la politica ambientalista proprio come George Orwell guardava al socialismo dei suoi tempi.Il mio cuore e' con gli ambientalisti, ma vedo le loro buone intenzioni vanificate dall'incapacita' di comprendere che la difesa dei diritti dell'uomo da sola non basta. Se, distratti dalla preoccupazione per gli esseri umani, trascureremo di prenderci cura di tutte le altre forme di vita presenti sulla Terra, la nostra civilta' finira' per soffrirne, e noi patiremo con essa...Condivido il disincanto di Patrick Moore nei confronti dell'ambientalismo. Moore fu uno dei fondatori di Greenpeace, ma come me ha una visione orwelliana delle lobbies ambientaliste odierne." ( James Lovelock: Omaggio a Gaia. 2000, Bollati Boringhieri pag. 26)
L' idea di Gaia consiste nel considerare il pianeta terra un sistema olistico in cui numerosi feed back assicurano alcune condizioni favorevoli alla vita, come la temperatura, il ciclo del carbonio, la produzione di ossigeno, la funzione della vegetazione, degli insetti, degli animali in genere, la presenza elementi chimici e di acqua. Il sistema Terra è quasi un organismo vivente a cui partecipano sia gli elementi biologici che chimico-fisici, con i suoi diversi equilibri omeostatici. L'idea di Gaia dagli ambientalisti mainstream non è mai stata accolta ed il motivo è semplice: al centro dell'ideologia verde rimane l'uomo, i suoi diritti e i suoi interessi. Tipica di questo modo di pensare è la frase con cui si invoca la difesa della natura e degli animali: "per lasciare ai nostri discendenti (umani) un mondo migliore" (sic!)-. Il concetto di Gaia introduce una prospettiva diversa che vede la biosfera come un organismo unico, di cui l'uomo è una delle componenti dipendente dalle altre. Secondo l'ideologia dei Verdi permane l'idea cartesiana dell'uomo come sede dell'intelletto (res cogitans), mentre la natura non è che "res extensa", materia e materiali a completa disposizione di chi detiene il supremo potere dell'intelletto, meritevoli di protezione solo in quanto beni goduti dal padrone. La natura va si protetta, ma come dominio dell'uomo, e viene dopo le sue esigenze di giustizia sociale e fruizione dei beni. Che i sistemi naturali, a prescindere dalla presenza umana,siano sistemi olistici in grado di autoregolarsi e funzionare autonomamente è qualcosa che confligge in modo diretto con il credo cartesiano. Già Gregory Bateson aveva specificato nel suo "Verso una ecologia della mente" (1972) che i sistemi naturali sono sistemi complessi che mostrano di funzionare secondo regole che possiamo definire "intelligenti". L'intelligenza, a differenza di quel che ritengono i cartesiani, non è una realtà umana, ma appartiene alla natura nel suo complesso e ai vari sistemi che la compongono: l'intelligenza è diffusa.
Lovelock non nasce come ecologista, ma come scienziato e ricercatore applicato a problemi pratici. Questo gli ha dato una impostazione scientifica e non basata sulle posizioni politiche preconcette e pregiudiziali. Una delle sue grandi invenzioni è il gascromatografo a "cattura di elettroni" (1957). Questo strumento, abbastanza semplice nella sua realizzazione pratica ma geniale nella teoria basata su flussi di gas in un campo elettrico, gli permise di individuare numerose sostanze inquinanti presenti nell'atmosfera - anche se in quantità infinitesimali dell'ordine di una parte su svariati miliardi- ma capaci comunque di determinare effetti deleteri sulla salute umana e in quella della biosfera. Tra queste sostanze i fluorocarburi (capaci di distruggere lo strato protettivo di ozono della stratosfera), i nitrati, i dimetilsolfuri,i metilioduri cancerogeni, gli idrocarburi aromatici policiclici e tanti altri. Fu grazie alle sue ricerche e agli strumenti da lui sviluppati che Rachel Carson poté scrivere l'opera fondamentale che diede l'avvio al movimento ecologista: Silent Spring. In essa l'Autrice denunciava l'onnipresenza sulla Terra di veleni chimici generati dall'attività antropica. fu anche grazie ai dati di Lovelock che Paul Herlich scrisse gli effetti devastanti della sovrappopolazione umana nel suo libro "The Population Bomb". Ma subito il movimento verde abbandonò la strada dell'analisi oggettiva dei dati e scelse quella comoda dell'ideologia antropocentrica, in cui i diritti umani divengono assoluti e la colpa del degrado ambientale ricade solo sullo sviluppo economico e industriale. Una strada che nega nei numeri senza limiti della crescita di Homo anche la verità più banale degli effetti drammatici sull'ambiente.
Tra i verdi e Lovelock non c'è amore, anzi c'è un certo astio che sfocia a volte in odio. Reciproco. Il suo nome non viene mai pronunciato nelle varie conferenze e congressi ecologisti. Come avveniva ai tempi del politburo del PCUS, la sua immagine è scomparsa dalla foto di gruppo dei personaggi di riferimento del movimento. La disistima dell'inventore di Gaia nei confronti degli ambientalisti mainstream è totale: l'accusa più benevole è di ideologismo. Una ideologia rigida, totalitaria ed estremista che non ammette la critica scientifica difendendo posizioni più politiche che derivate dai dati oggettivi. Una ideologia che, dice Lovelock, è più dannosa di tante posizioni politiche contrapposte, perfino di quelle che difendono l'industrialismo. Una delle rigidità che Lovelock critica è quella che non riconosce il problema della sovrappopolazione della specie umana e attribuisce la presenza ubiquitaria dei veleni ambientali esclusivamente allo sviluppo industriale capitalistico: "Una delle varie ragioni per cui considero il movimento dei Verdi con un misto di irritazione e tenerezza è la loro ossessione per i prodotti delle industrie chimiche e nucleari. Per molti Verdi se una sostanza chimica come il metilioduro o il disolfuro di carbonio proviene da un oscuro, satanico stabilimento, è per sua natura l'incarnazione del male; viceversa, se proviene da alghe coltivate con metodi biologici o cresciute spontaneamente, allora deve essere per forza buona e sana. Per me, come scienziato, non fa alcuna differenza da dove essa provenga; il fatto essenziale è che se ne introduco troppa nel mio corpo, mi avveleno. La stricnina e il cianuro non sono meno velenosi se sono estratti da una pianta spontanea o coltivata secondo i dettami dell'agricoltura biologica; né la loro tossicità aumenta se sono il prodotto di una sintesi eseguita in laboratorio. Le sostanze più velenose in assoluto sono le tossine prodotte dai microrganismi e dalle piante: il botulino di certi batteri, la ricina del ricino e la falloidina dell'amanita falloide. Bruce Ames ha saggiamente osservato che nella nostra dieta normale, non importa se provenienti dall'agricoltura biologica o intensiva, i cancerogeni e i cocancerogeni naturali sono migliaia di volte più abbondanti, e altrettanto tossici, dei prodotti dell'industria chimica. Vorrei tanto che una buona volta i Verdi crescessero , e dimenticassero le semplicistiche bugie della loro gioventù. Quando si è giovani è naturale guardare con sospetto l'industria e il movente del profitto, ma nel momento in cui diventiamo noi stessi consumatori, contribuiamo tutti allo sfruttamento della Terra. Ognuno di noi - non meno delle industrie che soddisfano le nostre necessità e i nostri desideri- è responsabile dei danni che le sono inferti. Vorrei che un maggior numero dei Verdi guardasse in faccia il problema: come fare per nutrire, vestire e dare un tetto all'abbondante popolazione umana, senza contemporaneamente distruggere gli habitat delle altre creature che vivono sulla Terra?"
Ma ben presto i Verdi ebbero un altro argomento per condannare Lovelock. La teoria di Gaia non l'hanno mai digerita. Non tanto per il rifiuto di un certo finalismo nei meccanismi della natura che va contro l'impostazione cartesiana, o per il fatto che fa del pianeta un sistema olistico in grado di reagire ai cambiamenti e spesso di autocorreggere gli squilibri tra le varie componenti, togliendo all'uomo il suo ruolo dominante; quanto perché andava contro il modello riduzionista in voga tra i verdi che riportava il problema ambientale alla critica del modello economico del libero mercato e della produzione industriale quale causa unica del collasso. Togliere importanza alla politica e alla ideologia anti-industriale era troppo per un movimento nato con grandi visioni di rivoluzione sociale oltre che ambientale. I dati scientifici che mostravano gli effetti devastanti sul sistema Terra di una eccessiva crescita della specie umana a danno di tutte le altre non potevano essere accettati: venivano ignorati nei congressi ambientalisti e osteggiati coloro che osavano accennarvi. Carson ed Herlich erano stati messi da tempo nel dimenticatoio.
Quando James Lovelock introdusse il concetto di Gaia, molti scienziati arricciarono il naso e risposero con diffidenza. I più videro in Gaia una specie di mitologia religiosa o addirittura un sottoprodotto new Age. Ma nella teoria non vi era nulla, a parte il nome, che richiamasse mitologie. Tutti i dati venivano da rilevazioni scientifiche. Racconta Lovelock (siamo nella metà degli anni '60): "...pensai che in qualche modo fosse la vita a regolare il clima e la chimica della Terra (gli scienziati erano meravigliati dalla costanza della temperatura e della composizione dell'atmosfera pur in presenza di irraggiamento variabile e fenomeni di ossidazione tra i componenti). All'improvviso, nella mia mente emerse l'immagine della Terra come un organismo vivente in grado di regolare la propria temperatura e la propria chimica conservando uno stato stazionario soddisfacente." Quando due anni dopo (1967) Lovelock presentò la sua idea di un sistema terrestre autoregolante ad un convegno dell'American Astronautical Society, la relazione fu accolta con entusiasmo. La cosa non è sorprendente, commenta Lovelock, giacché gli ingegneri - e con essi i fisiologi- capiscono perfettamente il concetto di feedback e il funzionamento ad autoregolazione dei sistemi complessi. Meno ricettivi furono gli scienziati dell'ambiente e i biologi in successive comunicazioni e convegni. In particolare i biologi si scagliarono sul nome Gaia e sulla metafora di una Terra vivente come se la teoria li desse come dati di fatto. Era l'approccio olistico che non condividevano, soprattutto contrastava con l'idea di un uomo unico depositario dell'intelletto e del dominio, in un pianeta ridotto a materiale da sfruttare o trasformare a piacimento. La biologa Lynn Margulis, in controtendenza, arricchì le idee di Lovelock con la sua comprensione e conoscenza delle comunità microbiche, scrivendo un libro (Microcosmos) sulla interazione dei microbi con l'ambiente e l'uomo in linea con l'intuizione di Lovelock. Altri elementi fondamentali per Gaia sono i microrganismi marini e le alghe di cui abbondano i mari. Racconta lo scopritore di Gaia:
"Lungo i bordi dei continenti, i movimenti della terra e lo spostamento della sabbia e della ghiaia causato dalle correnti formano lagune che intrappolano l'acqua degli oceani. Nelle regioni più calde del mondo, queste lagune perdono per evaporazione più acqua di quanta ne acquistino grazie alle precipitazioni o all'acqua di mare proveniente dall'oceano. Di conseguenza, il sale originariamente presente nell'acqua si concentra fino a cristallizzare, formando quelli che i geologi chiamano depositi di evaporiti. Questo processo ha luogo dai tempi più remoti e i letti di evaporiti si trovano sotto i sedimenti in tutto il mondo. Essi formano immensi depositi di sale , come quello che si estende sotto l'Europa settentrionale a qualche centinaio di metri sotto la superficie. I tappeti algali si estendono sopra questi depositi di evaporite. Lynn Margulis e io speculavamo sul ruolo di queste comunità di alghe nel mantenere la concentrazione salina dei letti, e pertanto nel conservare le acque dell'oceano al di sotto del livello critico di salinità di 0,8 M. Al di sopra di quella soglia, la sopravvivenza degli organismi viventi diventa difficile. Lynn tagliò con la paletta un pezzo di tappeto di alghe di 10 cm di lato. Osservammo la sua struttura bandata, in cui ogni fascia corrispondeva ad una diversa comunità di microrganismi, isolata dalle altre in base al flusso di nutrienti e ossigeno. Tutto sembrava ordinato per mantenere l'equilibrio salino del mare."
Meccanismi analoghi regolano la temperatura della superficie terrestre, ad esempio la colorazione delle piante, l'umidità conservata o emessa dalla vegetazione, la riserva dei ghiacci artici e delle grandi montagne, le correnti oceaniche. Le temperature sono un elemento essenziale nel mantenere le popolazioni in un range equilibrato ai fini della biodiversità. " La maggior parte dei vincoli che limitano la crescita degli organismi (anche somatica oltre che numerica) è costituita da forze chimiche e geofisiche che si oppongono alla crescita stessa innalzando barriere non superabili con l'adattamento. Nel mondo naturale, la crescita delle piante puuò essere ancora più limitata di quanto lasci pensare l'intervallo tra 5 e 40 gradi celsius. Negli oceani, la disponibilità dei nutrienti è un fattore limitante la crescita delle alghe, e questa disponibilità declina bruscamente quando la temperatura dell'acqua sale al di sopra dei 12 gradi. L'acqua calda, infatti, stratifica e i nutrienti disciolti nelle acque più fredde relegati negli strati inferiori, non sono più disponibili." L'evoluzione dell'ambiente - rappresentata dalla temperatura e dalla composizione- e quella degli organismi costituiscono un processo unico e accoppiato con sistemi di controllo reciproco a feedback.
Un elemento fondamentale dell'omeostasi della temperatura ottimale della biosfera compresa tra 5 e 40 gradi centigradi sono le nubi.
"L'evento che avrebbe sollevato la teoria di Gaia dalla indifferenza generale si presentò del tutto inaspettato. Nel 1986, il dottor Murray, oceanologo della Washington University di Seattle, mi invitò da lui come visiting professor. In seguito a una conferenza tenuta al dipartimento di chimica, ebbi una feconda discussione con Robert Charlson, un insigne scienziato che si occupava di problemi dell'atmosfera. Bob mi spiegò che le nubi sovrastanti l'oceano erano al centro di un problema irrisolto. Quale era la fonte delle minuscole particelle, nuclei di sostanze idrosolubili, dalle quali si formano le nubi? Senza di esse, senza questi nuclei, non possono esistere le nubi. Quando Bob mi disse questo rimasi sorpreso. Senza dubbio, pensavo io, l'acqua che evapora dal mare tiepido condenserà in goccioline mentre, salendo, attraverserà strati di aria più fredda. -Si, ammise Bob, salirà. Ma se ci saranno pochi nuclei sui quali condensare, si tratterà di gocce grandi. Non saranno goccioline foriere di nubi, così piccole da galleggiare quasi sospese nell'aria. Invece, saranno grosse gocce che precipiteranno da un limpido cielo azzurro -.
Bob proseguì raccontandomi che sulle terre emerse ci sono sempre particelle intono alle quali si possono formare le nubi- per esempio le goccioline solforiche derivanti dall'inquinamento dell'aria; sull'oceano invece, a parte qualche isola vulcanica, non ci sono fonti di questi nuclei. Campionando l'aria sull'Oceano Pacifico, abbiamo trovato nuclei abbondanti di goccioline di acido solforico e solfato d'ammonio. Da dove provengono, si chiese Bob? Il giorno prima aveva tenuto una lezione sulla regolazione del ciclo dello zolfo e di altre sostanze chimiche attraverso l'emissione di dimetilsolfuro da parte delle alghe dell'oceano, e improvvisamente venne in mente a entrambi che le goccioline di acido solforico - quelle che fungevano da nuclei per la formazione delle nubi- potessero derivare propro dalla ossidazione del dimetilsolfuro. Ci spingemmo poi oltre, domandandoci se questo fenomeno non potesse far parte di un processo di autoregolazione del clima su vasta scala. Senza le nubi che sovrastano l'oceano , la vita come noi la conosciamo non potrebbe esistere. L'oceano infatti - con la sua massa scura che assorbe fortemente la luce solare - copre il 70 per cento della superficie del pianeta; le nubi invece sono bianche e riflettono le radiazioni. Senza le nubi la Terra sarebbe stata di circa venti gradi più calda; una Terra senza nubi avrebbe avuto una temperatura superficiale di 35 C, e pertanto sarebbe stata inospitale per il nostro tipo di vita. Esistono anche altre fonti di nuclei per la formazione di nubi; noi però pensammo che fosse ragionevole riflettere sul legame fra clima, nubi, dimetisolfuri e alghe considerandolo quale parte del sistema di autoregolazione di Gaia. Decidemmo di mettere le nostre idee nero su bianco in un articolo da pubblicare su Nature che poi venne pubblicato come editoriale".
I Verdi non accettano l'idea di trovare dei limiti alla crescita demografica di Homo. L'antropizzazione eccessiva della biosfera non smuove le loro proteste, quello che li disturba e' la tecnica e l'aumento di produzione delle merci. Le condanne riguardano l'industria, il mercato e l'energia da idrocarburi e da nucleare che sono visti come unici responsabili della catastrofe ambientale. La critica al consumismo e' assoluta ma, stranamente, non riguarda il numero dei consumatori. Ma bisogna domandarsi: non sono i consumi degli individui a sostenere le grandi industrie? E piu' numerosi sono gli individui piu' alti sono i consumi. Non sono le richieste di produzione da parte di otto miliardi di umani a stabilire il tipo di economia? Non sono gigantesche masse umane a spostarsi, anche fisicamente, verso le produzioni più abbondanti sostenendo industria e consumi, distruzioni di habitat e di natura?
L'antipatia del grande ecologo Lovelock verso i Verdi è dunque giustificata. Cosi conclude infatti la sua autobiografia:
"...dovremmo cercare di migliorare la nostra capacità di convivere con il nostro pianeta. Questa idea ci mette in guardia dalle conseguenze di un umanesimo senza freni. Abbiamo dovuto spingerci fin quasi ai giorni nostri per riconoscere che l'esclusivo amore per la nostra stirpe e la nostra nazione sfigura il patriottismo, stravolgendolo in un nazionalismo esasperato e dannoso. Oggi cominciamo a intravvedere la possibilità che la venerazione dell'umanità possa anch'essa trasformarsi in una filosofia squallida che esclude gli altri esseri viventi - le specie che vivono con noi sulla Terra. L'ape non è completa senza il suo alveare; tutti gli esseri viventi hanno bisogno dell'ambiente fisico che la Terra offre loro. Insieme alla Terra, tutti noi costituiamo un'unità.Dobbiamo riprendere la nostra percezione della Terra come organismo, e tornare a rispettarla. Gaia fa parte della scienza, e pertanto sarà sempre provvisoria; la Terra, che è la sua incarnazione, è invece qualcosa di reale, qualcosa più grande di noi.Ogni cambiamento che apportiamo avrà delle conseguenze se rivolto solo ai nostri interessi. Il nostro destino ultimo non è quello di avere diritti infiniti in un ambiente finito: è di condividere il futuro con il sistema della Terra e con tutte le altre specie viventi, e alla fine di fonderci nella chimica del nostro pianeta vivente."
Le citazioni, con qualche adattamento, sono tratte da James Lovelock: Omaggio a Gaia , la vita di uno scienziato indipendente. Bollati Boringhieri, 2000

sabato 25 dicembre 2021

La guerra cinese per il terzo millennio

Mentre in Occidente avanza il pensiero unico dell'ambientalismo naif e del politically correct multicultural-nogender, il mondo si frantuma dietro nuove linee rosse che delineano la nuova geopolitica del terzo millennio. Alcune linee di fondo sono chiare: il declino, ancora limitato della potenza americana; il crollo (una specie di Titanic) dell'Europa e della sua rilevanza politica; l'emergere della superpotenza cinese e, assai dietro, di quella indiana. La ridefinizione delle aree di influenza è rapida: l' Asia sta velocemente cadendo sotto l'egida del dragone, l'Africa è letteralmente comprata dal governo cinese, la Russia sta apertamente scegliendo l'autocrazia autoritaria elaborando consapevolmente una ripulsa, filosofica prima che politica, della democrazia liberale. Tutti questi fenomeni della geopolitica contemporanea sono descritti nell'ultimo interessante libro di Federico Rampini "Fermare Pechino" con sottotitolo: "Capire la Cina per Salvare l'Occidente". Finalmente Rampini introduce, nell'analisi politica, l'elemento che in passato veniva rigorosamente evitato per la solita ideologia dominante terzomondista : la demografia. Non si può infatti ignorare che dietro l'abbandono della politica del figlio unico la Cina abbia indicato la demografia come un'altra delle armi a disposizione per le sue ambizioni mondiali. Come in passato il contenimento della crescita della popolazione era conseguente alla politica di investimenti interni per la modernizzazione, nell'attuale fase di espansione planetaria la crescita demografica conviene al potere cinese esattamente come conviene il greenwashing, cioè la sua politica degli annunci sulla economia verde, nella realtà mai attuata nel territorio controllato da governo cinese, se non in modo superficiale e di facciata. L'ambientalismo infatti è buono per porre in crisi il concorrente americano ed europeo, si pensi alla frattura fra US e EU sulle politiche dei dazi e la tassazione delle emissioni. Ma per quello che riguarda la produzione nazionale, la Cina apre nuove centrali a carbone e sfrutta in maniera massiva l'energia da idrocarburi o quella idrica con annessa devastazione ambientale. Come esempio si guardi alle oltre cento dighe costruite dai cinesi e che hanno alterato i sistemi naturali dei fiumi Yarlung Tsangpo-Brahmaputra, generando tra l'altro un conflitto ancora sottarraneo (ma che potrebbe degenerare in conflitto aperto) con l'India per lo sfruttamento delle acque. Su quel confine asiatico si fronteggiano tre miliardi di umani e i loro interessi politico-economici. Mentre l'occidente si alambicca il cervello con la macchinosa burocrazia dei dazi sulla sostenibilità e con l'industria delle certificazioni del carbon border tax, il protezionismo ambientale non si concilia con gli interessi dei paesi emergenti, per i quali l'orizzonte delle zero emissioni non è realistico . La Cina, nella sua attuale espansione in Africa, ha un argomento forte: esporta un modello che ha funzionato a casa propria per fare il salto verso l'industrializzazione, che significa la vittoria contro la fame e la miseria. Gli occidentali pensano a un futuro sostenibile dell'Africa come una sorta di Arcadia bucolica, che eviti il passaggio sgradevole del boom manifatturiero, e non hanno un modello concreto, esistente, da opporre a quello di Pechino. La Cina ha studiato la storia dello sviluppo economico occidentale con più attenzione dei sacerdoti verdi. "I poveri erediteranno la terra" non fa parte del repertorio ideologico del suo presidente, che in questo ha abbandonato il vecchio maoismo in favore di un capitalismo regolato dallo stato. Xi Jinping vuole fare della Cina una potenza ricca come ai tempi dell'Impero Celeste. Il dominio del mondo esige sviluppo economico , risorse energetiche a basso costo ed efficienti, e una produzione industriale capace di rifornire gran parte del mondo con merci scarsamente studiate per ridurre gli impatti ambientali. Qualcosa che i fondamentalisti verdi preferiscono ignorare.
La Cina è campione mondiale del globalismo commerciale, ma allo stesso tempo è uno stato fortemente "sovranista", nazionalista, protezionista verso le proprie produzioni e insofferente verso le prediche dell'Occidente sui diritti umani. Riferisce Rampelli che sull'argomento ne sanno qualcosa H&M, Adidas, Nike, Zara e molte altre marche della moda e abbigliamento. Quando i top manager delle aziende hanno applicato il politically correct -fatto per piacere al pubblico occidentale- al problema cinese degli uiguri esprimendo condanna per gli abusi del governo verso la minoranza musulmana della regione dello Xinjiang, e hanno boicottato il cotone proveniente dalla regione perchè prodotto con l'opera di detenuti, si è avuta una reazione furibonda. H&M e le altre marche ha subito la chiusura in molti shopping mall cinesi, che hanno revocato i contratti. Sono state cancellate tutte le vendite on line producendo un danno commerciale enorme. L'aritmetica è banale: in un braccio di ferro l'azienda occidentale può subire un danno cinquanta volte superiore a quello, teorico, che la Cina subirebbe da un blocco delle sue esportazioni. Il "consumatore morale " in Estremo Oriente segue canoni molto diversi dai nostri. Mentre da noi si accusa di nazionalismo e razzismo per qualunque cosa chiunque non si attenga al politically correct, e si attaccano sempre i brutti e cattivi americani, in oriente non viene passata nessuna critica. L'associazione dei produttori della moda ha dovuto autocensurarsi e cancellare dal proprio sito ogni riferimento ai lavori forzato degli uiguri. Ora preferiscono riservare le loro critiche alle ingiustizie della società americana, dove sanno di non dover pagare prezzo, anzi incassano applausi. Allo stesso tempo, nel silenzio generale, Xi abolisce la legge costituzionale sul limite di mandato e sulla direzione collegiale, avviando la Cina verso una dittatura autocratica personale.
Il flusso continuo delle merci- e delle materie prime essenziali per produrle- è in balia di eventi che possono interromperlo: una pandemia, un conflitto, un embargo, una sanzione, un incidente, un cyberattacco. Altre volte interi settori strategici si scoprono davvero troppo vulnerabili, alla mercé di fornitori lontanissimi, talvolta ostili. Per questo la Cina espande le sue infrastrutture strategiche, acquista porti in tutto il mondo, costruisce e gestisce ferrovie in Africa, espande le sue flotte militari, pensa all'annessione prossima di Taiwan (ricca di terre rare e imprese per la produzione di microcip), esprime la politica più sovranista e ipernazionalista che si possa immaginare. Allo stesso tempo si traveste da agnello alle Conferenze sul clima, è il principale e , ormai quasi unico, produttore mondiale di pannelli solari e altre rinnovabili che però usa poco in patria ma esporta per la quasi totalità. Condanna le emissioni di carbonio, ma espande la produzione di energia con il carbone e altri idrocarburi. Firma contratti del valore di decine di miliardi di dollari con i principali produttori di petrolio e gas, e riceve poi gli applausi alla Cop 6 dalla dabbenaggine degli ambientalisti alla cappuccetto rosso. Questa politica mantiene basso il costo medio dell'energia in Cina mentre le politiche succubi dell'ambientalismo naif stanno portando a triplicare il prezzo dell'energia in Occidente (salvo in parte per chi produce con il nucleare). Con mossa furbesca il Governo Cinese, nell'ultima conferenza climatica di Glasgow, ha prima firmato la dichiarazione di rientro dalle emissioni di carbonio, partecipando alla pantomima delle fotografie di gruppo con sorrisi e abbracci, e in seguito ha comunicato di rimandarne l'applicazione -per quanto riguarda la Cina- al 2060, imitati in questo dagli Indiani che la fissano al 2070, cioè un'altra era. Si tratta con ogni evidenza di una solenne presa per i fondelli degli ambientalisti alla cappuccetto rosso. I risultati sono sotto gli occhi: il 2021 è segnato un record tragico. E' il secondo anno più dannoso della storia per la quantità di CO2 rilasciata in atmosfera. La causa è prevalentemente la crescita asiatica, in particolare cinese. Le emissioni carboniche a fine anno potrebbero raggiungere i 33 miliardi di tonnellate, l'aumento più considerevole dal 2010, secondo le stime Aie.
Il governo cinese sta espandendo le sue ambizioni sfruttando le anime belle occidentali ben oltre le rinnovabili, ed oggi si rivolge alla rivoluzione elettrica. Ha cominciato boicottando la Tesla di Musk che produce auto elettriche il cui mercato principale era la Cina. L'offensiva ai danni di Musk nasconde un obiettivo protezionista.Le autorizzazioni a Tesla per costruire auto in Cina erano subordinate all'intento di acquisire la tecnologia. Xi ha messo l'auto elettrica nell'elenco delle tecnologie strategiche su cui vuole che la Cina conquisti il primato mondiale. Dopo anni di incentivi a imprese locali le vendite di auto elettriche made in China sul mercato cinese sono equivalenti a quelle dell'intera Europa (1,4 milioni). Per favorire le case cinesi, uno strumento a disposizione di Pechino è il protezionismo sui componenti e i minerali rari per le batterie. Nel futuro dell'auto elettrica la questione della componentistica è decisivo. Si fabbricano in Cina dal 70 all'80 per cento di tutte le parti necessarie ad assemblare le batterie per auto elettriche, nonché dei magneti usati nei motori. In quanto alle terre rare, minerali usati nell'industria elettronica e nelle batterie, la Cina è un fornitore dominante. La retorica ambientalista dei governi americano e cinese, che è diventata una liturgia, nasconde una realtà: Cina e Stati Uniti si sono convinti che la prossima guerra per il primato delle tecnologie strategiche riguarderà questo ambito, e in particolare l'auto elettrica e i microcip. Le questioni strategiche interessano anche la finanza: Exxon è stata espulsa dall'indice di borsa Dow Jones. A questo punto rimane una sola compagnia petrolifera nell'indice DJ, la Chevron. L'intero settore energetico che un decennio fa valeva 12 per cento del mercato azionario americano, oggi ha un peso inferiore al 2,5 per cento. Shell ha subito una sconfitta di fronte ad un tribunale olandese che la costringe a tagliare il 45 per cento di emissioni entro il 2030. Sorprendentemente ai primi posti negli investimenti per la ricerca su motori elettrici energie rinnovabili e nucleare sono le multinazionali degli idrocarburi. Questo, più di ogni altro elemento, dimostra che la strategia è già fissata e le banche lo sanno. Le multinazionali degli idrocarburi, più o meno volentieri, si adeguano investendo nei nuovi settori. Per guidare la transizione energetica la Cina sta facendo forti investimenti in Africa con l'obiettivo di accaparrarsi tutte le miniere di terre rare, ma anche in Sud America. Il settore più strategico investito dall'invasione cinese sono le miniere di litio dell'Argentina, allo scopo di accaparrarsi un elemento essssenziale delle batterie. E così Biden si ritrova il problema di come fermare Pechino in quello che un tempo l'america considerava il cortile di casa propria. Il libero mercato non sembra essere in grado di guidare i processi con la necessaria previdenza e rapidità, mentre il capitalismo di stato cinese è stato sollecito.
Seguendo le linee della geopolitica si può capire la virata del partito comunista cinese sul numero di figli. La politica di contenimento demografico seguita dalla Cina a questo punto era in contrasto con gli interessi geopolitici del paese. Il rallentamento della crescita della popolazione stava preoccupando i dirigenti del partito comunista. In prospettiva la diminuzione della forza lavoro e quella dei consumi minacciava la crescita economica.Inoltre la nuova politica di espansione della presenza militare in punti anche lontani del globo, e dell'emigrazione che assicura rimesse e presenza mondiale di punti vendita, richiedeva tassi di natalità più alti. Un invecchiamento della popolazione determina più spese sociali e sanitarie e a ciò si aggiunge che la popolazione anziana consuma di meno e tutta l'economia ristagna. Un vero esempio di decrescita. Un altro aspetto ha determinato il cambio di strategia: la lenta ma costante ripresa del tasso di natalità degli Stati Uniti, e quindi una aumento potenziale della concorrenza economica e militare. I cinesi sono preoccupati proprio dai superiori tassi di natalità degli Stati Uniti e guardano alle proiezioni dei demografi: in Cina gli ultrasessantenni, che oggi sono 264 milioni, saranno già a quota 300 milioni nel 2025, poi cresceranno a 400 milioni nel 2033 e varcheranno la soglia del mezzo miliardo nel 2050.Questo non potrà non ripercuotersi sulla produttività, oltre che sui consumi interni e la politica di potenza del paese che vede la Cina in piena espansione commerciale e imprenditoriale (oltre che militare) in Africa e in Asia. I falchi americani cercano di mantenere anche essi gli alti tassi di natalità, contrastando le politiche anticoncezionali e l'aborto, a cui si aggiunge la politica dei democratici favorevoli all'immigrazione che assicura nuovi consumatori e mano d'opera a bassi prezzi. A Washington c'è perfino chi si spinge a vedere (e a sperare) il sorpasso demografico: estrapolando i trend attuali, si può anticipare che nel 2100 sarà l'America ad avere più abitanti della Cina. Gordon Chang editorialista e avvocato americano di origine cinese, nel suo libro "The coming Collapse of China" prevede l'inverno demografico cinese e pregusta una ripresa dell'Occidente con gli Usa in prima linea di fronte ad una Cina in crisi. Sebbene alcuni economisti e sociologi cinesi vedano positivamente un calo demografico, ritenendo che la tecnologia e la intelligenza artificiale possano sopperire all'invecchiamento della manodopera, il governo comunista spinge sull'acceleratore della politica pro-natalista in maniera da mantenere alta l'espansione dell'economia e del potere geopolitico cinese. Così la moderna guerra (per ora fredda) tra le superpotenze non si fa più solo con la competizione sulle armi nucleari e la tecnologia come avveniva ai tempi dello scontro Usa-Urss, ma anche sui tassi di natalità e la demografia, con ripercussioni sull'ambiente che possiamo a mala pena immaginare. Le vittime in tutto questo sono la biosfera e il pianeta. Le politiche cosidette verdi dei burocrati europei contano, nel nuovo scenario con cui si apre il terzo millennio, meno di zero. Se non si cambia realisticamente l'approccio al problema ambientale, senza farsi inutili illusioni, lo scenario non verrà influenzato dalle deboli democrazie in particolare dell'Europa. Piuttosto che divisioni e conflitti interni, è necessario ad esempio una nuova idea di Stato che porti l'Europa a contare qualcosa e a dettare le sue condizioni. Ma di tutto questo non c'è traccia nella politica odierna.
Così conclude Rampini il suo libro:"La tragica vicenda di Hong Kong potrebbe insegnarci qualcosa. E' un segnale d'allarme in molte direzioni. Xi ha distrutto quella piccola oasi di uno Stato di diritto, e non sta pagando alcun prezzo. A garantirgli impunità non ci sono solo i nostri Trenta Tiranni, cioè le nostre multinazionali e grandi banche per le quali pecunia non olet. Anche nella società civile, nei mezzi di informazione,tra gli intellettuali e tra i giovani, tanti pensano che "i valori dell'Occidente" siano una espressione ipocrita, un mito da sfatare, un'impostura da smascherare. Ragione di più perché Xi sia certo che nessuno ci riuscirà, a fermare Pechino".

martedì 26 ottobre 2021

Il partito verde diventa blu

(Centrale fotovoltaica di Montalto di Castro - Viterbo)
Siamo alla vigilia del piu grande attacco al suolo verde italiano dal dopoguerra, persino superiore alla grande cementificazione dell'ultimo cinquantennio. La cosa incredibile è che il principale sponsor di questa distruzione di natura e di paesaggio e' il movimento dei verdi, un partito che da oggi puo cambiare nome e chiamarsi partito blu, il colore dei pannelli fotovoltaici. Miliardi di finanziamento, provenienti in gran parte dall'Europa, stanno per affluire alle casse del governo cinese, il principale produttore mondiali di pannelli, per l'acquisto delle enormi quantità necessarie al nostro paese . Nei prossimi dieci anni dovrebbero essere destinati al solare fotovoltaico, solo in Italia, 500 mila ettari di suolo verde agricolo o di pascolo, per assicurare una produzione dei 114 Gigawatt previsti dal Pniec (Piano nazionale italiano energetico) entro il 2030, necessari ad avviare la transizione dai combustibili fossili alle rinnovabili, transizione che dovrebbe essere completata nel 2050 con ulteriore pannellizzazione del restante territorio verde italiano. Nessun territorio, nessun paesaggio, nessun ambiente naturale verrà risparmiato. Dalla pianura padana, alla verde umbria, dall'abruzzo alla puglia, alle pianure e colline laziali, persino il paesaggio toscano saranno asfaltati dai pannelli. Lo storico paesaggio della maremma e' sotto attacco: è già in fase avanzata il progetto di una centrale che dovrebbe ricoprire 300 ettari di maremma, ed ulteriori distese di pannelli sono previste sia in maremma sia nella Val d'Orcia, patrimonio mondiale dell'umanità. Una enorme distesa blu, un blu metallico, sta sostituendo vaste aree finora verdi e ricoperte da piante e vegetazione o da campi coltivati. Un'altra grande centrale e' in via di progettazione in Sicilia: 560 ettari di terreno agricolo tra Catania, Lentini e Motta Sant'Anastasia, verranno ricoperti di pannelli blu per produrre 256 megawatt, una enorme distesa artificiale che andrà a sostituire il verde, le colture, i pascoli. Altri progetti per migliaia di ettari sono previsti in Sicilia, con forti guadagni per gli speculatori. Secondo il piano, finanziato in parte con i soldi europei, e fortemente appoggiato dai verdi, sono previsti gia nei prossimi anni in Italia 4000 chilometri quadrati, un'area come il Molise, da destinare al fotovoltaico, per combattere - dicono- i cambiamenti climatici.
Il paradosso chiude il suo cerchio: il partito degli ambientalisti si rivela il piu grande distruttore di verde della storia della penisola italiana: con la loro benedizione centinaia di migliaia di ettari verranno trasformati in una infinita distesa blu di pannelli di silice e acciaio, costruiti quasi tutti dal principale produttore mondiale, cioè in Cina, in fabbriche per lo più alimentate dall'energia prodotta nelle sue numerose centrali a carbone. Per ogni ettaro sottratto si toglie preziosa produzione agricola, la quale, ricordo, e' anch'essa trasformazione dell'energia solare in cibo, ossia energia riservata al mondo biologico ma non solo. Un'altra considerazione va fatta: per ogni ettaro sottratto all'agricoltura (e al paesaggio) e' necessario sostituire la produzione agricola distrutta nel nostro paese con l'importazione da paesi del terzo mondo di prodotti agricoli (in particolare carne e soia). Questo avviene attraverso la deforestazione delle foreste pluviali e nelle aree tropicali, aree che fissano carbonio attraverso la fotosintesi clorofilliana, e che vengono abbattute dai governi locali per dare luogo a nuovo terreno da destinare all'agricoltura e all'allevamento e ai prodotti di esportazione. Si tratta quindi di una colossale partita di giro, sulla base di interessi economici, che restituisce i danni all'ambiente e al clima ed in cui il risparmio di emissioni è solo apparente: di fatto si sposta l'emissione o il mancato assorbimento di carbonio in aree lontane, ma preziose per l'equilibrio ambientale planetario.
La speculazione è il meccanismo che spinge i proprietari ad impiantare fotovoltaico. Terreni che richiederebbero investimenti per la loro destinazione all'agricoltura e per assicurare la produzione agricola e zootecnica, sono assai piu facilmente, ed in modo economicamente conveniente, ricoperti da pannelli solari che richiedono meno cure e assicurano rendimenti superiori con poche spese. I proprietari dei terreni usufruiscono della nuova opportunità economica senza preoccuparsi delle ricadute sulla natura dei luoghi e sul paesaggio. Non è un caso che la mafia abbia investito molte risorse nel settore, e ci siano segnali di accaparramento dei terreni ex agricoli per usufruire delle nuove opportunità di investimento nelle rinnovabili.
Non ci sono limiti alla rivoluzione verde-blu. L'altra grande opportunità è quella dell'eolico. Anche qui la distruzione di natura e di paesaggio è senza limiti, e sempre nel nome della lotta al cambiamento climatico e dell'ambientalismo. Centinaia di torri eoliche sono in via di costruzione e molte altre migliaia sono in progettazione per essere impiantate sul suolo verde italiano, ciascuna alta piu di cento metri con le sue gigantesche eliche volteggianti, lungo i crinali appenninici, lungo le valli fluviali, lungo le coste delle nostre regioni del sud e delle isole, lungo l'adriatico, per realizzare un paesaggio che nemmeno Blade Runner aveva avuto la fantasia di immaginare. Solo per le base di queste mostruose torri, sono necessari enormi sbancamenti di terreno ed estese cementificazioni, strade di collegamento, elettrodotti e centraline per la gioia della flora e della fauna dell'ex Bel Paese. Si sono fatte battaglie su battaglie da parte degli ecologisti per impedire trivellazioni su minuscole piattaforme in mare, ma un silenzio assordante verde-blu accompagna i progetti di numerose batterie di torri da impiantare sui mari d'Italia in tutta prossimità delle coste, con quel ronzio insopportabile dei rotori che si diffonde per chilometri intorno, perenne inno alla stupidità e irresponsabilità umana.

giovedì 30 settembre 2021

Il discorso di Greta

Giovanna d'Arco ha parlato nel suo discorso milanese della pre-Cop 26. Il riscaldamento globale è colpa del colonialismo e delle disuguaglianze. E del bla bla bla dei governi (ovviamente solo occidentali) che poi non fanno nulla. I soldi bisogna smettere di investirli nelle nostre imprese, ma vanno dati ai paesi vulnerabili e arretrati. Basta con le industrie basate sul fossile, tutto deve essere elettrico. E tutto l'elettrico deve essere basato sulle rinnovabili. Quasi ispirata da Di Maio ha auspicato la fine della povertà, quale condizione inscindibile dalla lotta al global warming.
La domanda è: come si può abolire la povertà se si taglia l'energia da idrocarburi per affidarsi alle inefficienti e costose rinnovabili? E' appena immaginabile la crisi economica mondiale innescata dalla fine del petrolio e del gas. E poi: che senso ha accusare di bla bla solo gli occidentali e in particolare l'Europa che è responsabile solo del 6 % delle emissioni di carbonio? Il grosso viene dall'Asia e dalla Cina che utilizza ancora il carbone quale principale fonte. Avvieranno la transizione solo quando e se gli converrà, e non sarà certo Greta a convincerli. Nel nostro paese, e parliamo solo dell'Italia, per avviare l'elettrico verso la sostituzione degli idrocarburi, servono almeno 114 Gigawatt entro il 2030, il che equivale a una superficie di pannelli solari (di ultima generazione) di 500 mila ettari oltre i pannelli attualmente in funzione. Se togliamo le montagne, i laghi, i fiumi, aeroporti e autostrade, ciò significa ricoprire con i pannelli gran parte delle pianure e gli edifici cittadini. Sulle zone montagnose e agricole si dovrebbero installare decine di migliaia di impianti eolici con le famose torri alte 100 metri. Il danno all'ambiente, al paesaggio, all'agricoltura e alla zootecnia sarebbe devastante. La fornitura elettrica sarebbe inoltre esposta alla meteorologia e al ciclo giorno-notte. La tensione di rete varierebbe nelle varie ore della giornata. Lo stoccaggio di energia è ancora un problema e sono richieste opere devastanti (bacini idrici e turbine, stock di batterie) per immagazzinare energia per le ore senza sole. Non parliamo dello smaltimento di pannelli e pale eoliche che hanno comunque limiti di durata. Lo sfruttamento del moto delle onde marine è ancora...in alto mare. La spesa per l'energia, già alta nel nostro paese, salirebbe alle stelle con ricadute su economia, prezzi e occupazione.
Come è ovvio da tante premesse, i neo-verdi e i Fridays for Future si guardano bene dal toccare il tema del controllo della natalità per permettere di ridurre o anche solo stabilizzare nei prossimi anni la popolazione planetaria. Sia Greta che i vertici dei movimenti ambientalisti su questo tema tacciono come pesci, senza alcun "blablabla". L'argomento non è politicamente corretto e non è consentito parlarne o semplicemente accennarvi. Se qualcuno vi accennasse, sono pronti gli insulti, le accuse e la censura più o meno violenta dei verdi-pacifisti.
Rimane il problema di come mandare aventi un pianeta con otto miliardi di umani, ponendo fine alle emissioni dell'economia basata sugli idrocarburi. Una soluzione ci sarebbe, ma va contro l'ideologia dominante, il conformismo delle idee tipico di chi spesso si ritiene rivoluzionario (ma lo è solo a parole). Se il pianeta è realmente a rischio per il riscaldamento globale, a breve termine non ci sono che le nuove tecnologie basate sul nucleare di ultima generazione, le uniche in grado di permettere la transizione senza innescare crisi planetarie che aumenterebbero di molto (altro che ridurla) la povertà di gran parte degli otto miliardi di homo. La nuova tecnologia a fissione prevede centrali più piccole e avanzate, con sistemi di controllo sicuri e con produzione molto limitata di scorie. I nuovi sistemi di controllo del nucleo in fissione controllata sono in grado di evitare la ripetizione di Chernobyl o di Fukushima. E' una tecnologia che numerosi paesi nel mondo stanno implementando (tra gli altri Francia, Inghilterra, Stati Uniti, Svezia e Russia) e che comunque verrà utilizzata, che lo vogliano o meno le grandi menti dei FfF e i capoccioni old green. Queste centrali non hanno più nulla a che vedere con quelle di vecchio tipo. Perfino il nostro ministro della Transizione ecologica Cingolani, sull'onda di pareri espressi da commissioni europee di esperti, se ne è accorto e ha finalmente introdotto il tema nel dibattito politico nostrano, sollevando subito i cori di lai delle prefiche pseudoambientaliste. Eppure se il pianeta fosse veramente sull'orlo del baratro -come predicano- dovrebbero precipitarsi a proporre le nuove tecnologie nucleari a zero emissioni di carbonio. Ma credo che ai neo-verdi del riscaldamento globale non freghi nulla e probabilmente non ci credono, ma lo usano come una clava.
La fissione inoltre si utilizzerebbe per un periodo limitato: qualche decennio. E' dei primi di questo settembre 2021 la notizia che il MIT di Boston insieme alla nostra Eni hanno felicemente testato il progetto Cfs riguardante il supermegnete che permetterà il confinamento del plasma di ioni idrogeno per la produzione dell'energia da fusione. La riuscita del test ha abbassato di molto la previsione dell'inizio degli esperimenti di fusione: La Cfs prevede di costruire il primo reattore sperimentale nel 2025. La messa a regime della fusione sarà la fine della tecnologia a fissione e anche la fine della produzione delle supertemute scorie. La fusione infatti non utilizza uranio ma isotopi dell'idrogeno, non produce scorie nucleari e ovviamente, così come per la fissione, non vi è alcuna immissione di carbonio in atmosfera. Ci sarebbe lo stop al riscaldamento climatico da carbonio. Il mondo potrà a quel punto funzionare tutto ad elettricità senza più alcuna polluzione di carbonio, senza particolati da combustione, senza inquinamento da idrocarburi (si pensi solo ai mari). Il petrolio, il carbone ed il gas saranno ricordi di secoli bui.
Con una disponibilità pressoché infinita di energia pulita, il rientro demografico potrà avvenire con risparmio di molte risorse e investendo su innovazione tecnologica, riciclo, ritorno alla terra e alla produzione agricola con tecnologie avanzate, controllo dell'ambiente senza uso di prodotti chimici (lotta biologica, fertilizzanti naturali), salvaguardia delle acque senza sversamenti, senza opere di sfruttamento idroelettrico, e senza cementificazione dei letti di scorrimento. I viaggi aerei potrebbero essere ad eliche alimentate elettricamente senza emissioni.
Questi argomenti per Greta e compagni sono bla bla bla... chiacchiere inutili. Per Greta e company si deve stoppare tutta l'energia da idrocarburi entro i prossimi 9 anni (2030). Come faranno, poveri figli, senza aria condizionata e senza cellulari? Senza viaggi aerei e utilizzando navi a vela che richiedono mesi di navigazione? Rischierebbero di rovinarsi le vacanze.
Tra qualche decennio il pianeta sarà un altro: questo è sicuro. Nonostante l'opposizione di Greta, la fissione avrà il suo ritorno e la fusione, cui si stanno dedicando Stati Uniti, Cina, India, Russia, Europa e le altre principali nazioni, sarà l'unica prospettiva per salvare il pianeta e abbassare il livello di carbonio libero. Rimarrà il sogno dei verdi e dei giovani gretini di un mondo popolato da venti o trenta miliardi di umani, colorati come l'arcobaleno, poveri e disoccupati ma in un mondo senza frontiere e senza differenze, circondati da sconfinate distese di pannelli solari, sovrastati da migliaia di torri eoliche, e alimentati da prodotti provenienti da...marte. Greta, guidaci tu...

venerdì 24 settembre 2021

Scenari di sovrappopolazione: Karachi (seconda parte)

C'e una forte violenza tra gruppi etnici, muhnajir contro pathani, pathani contro beluchi, autoctoni contro immigrati, specie afghani, bengalesi e indiani. A livello religioso musulmani contro indu . Gli stessi musulmani sono divisi tra loro: la parte hanafita contro la minoranza hanbalita, questa a sua volta divisa nelle correnti definite wahhabita o degli Ahle Hadith. I Cristiani sono perseguitati. Persino il locale cimitero cristiano è divenuto una discarica perché vi vengono riversati i rifiuti, inoltre hanno cominciato a divellere le tombe e fabbricarci sopra abitazioni e moschee. Nel 2013 più di 100 persone sono stati uccise in un attentato suicida in una chiesa di Peshawar, nel nord-ovest del Pakistan. Lo scorso novembre un gruppo di persone ha bruciato viva una coppia di cristiani in un forno per mattoni dopo averli erroneamente accusati di aver bruciato una copia del Corano. Ad aprile a Lahore, la seconda città per grandezza del Pakistan, alcuni attentatori suicidi hanno ucciso 15 persone durante delle messe cristiane.La violenza e l'intimidazione ha spinto molti cristiani verso l'emigrazione in altri paesi.
L'aria della città e'una delle piu inquinate al mondo. Il PM 2,5 supera i 117 microgrammi a metrocubo. I fumi, il particolato ed i gas rendono il centro della città in una atmosfera irrespirabile, con incidenze elevate di patologia.
Nella bidonville piu di metà della popolazione ha meno di 15 anni : maggiore è la poverta' piu alto il numero di figli. Nonostante questi grandi e mostruosi agglomerati urbani, la popolazione del pakistan rimane prevalentemente rurale, solo il 35% vive nelle citta, sebbene le migrazioni interne stiano lentamente cambiando il quadro demografico. La vicina valle centrale dell'Indo e' una delle zone piu popolose del pianeta ed anche delle più inquinate e deforestata. Essa è ormai una appendice della grande città e ne costituisce l'aspetto rurale e fortemente antropizzato. Tutti aspirano alla grande città per trovare un qualsiasi lavoro (anche se solo un quarto degli abitanti di Karachi risulta occupato)
Considerazioni sulla megalopoli di Karachi e sulle megalopoli in generale
Si potrebbe introdurre un neologismo per indicare questo grande organismo antropico: homobionte (o tecnobionte). Con questo termine si intende una trasformazione artificiale di intere zone del pianeta dove lo sviluppo di strutture legate alla presenza umana vanno a sostituire gli elementi naturali della flora, della fauna e dell'ambiente. L'ecosfera, nell'homobionte , diviene antroposfera: tutti gli elementi naturali , territorio, acque, aria, vengono piegate al servizio di una sola specie. Nell'homobionte gli elementi che costituiscono il sistema antropico sono binari: da una parte c'è la megalopoli come struttura artificiale (grattacieli, strade, infrastrutture, periferie, fabbriche ecc.) e i suoi abitanti. La seconda componente sono i territori di affluenza. Nel caso di Karachi l'Homobionte ha il suo sistema binario: la megalopoli da una parte, e la sua area di affluenza diretta nella valle dell'Indo, dall'altra. I due termini costituiscono un simbionte: c'è uno scambio di persone, di merci e di risorse tra le due aree ed il risultato è la crescita dell'organismo antropico. La megalopoli dipende dai territori e questi dalla megalopoli. A volte i territori di affluenza sono distanti (come il nord dell'India nel caso di Karachi) ma il concetto binario rimane valido. Come un parassita la megalopoli attrae persone e risorse dai territori, questi vivono in gran parte con i prodotti reflui della megalopoli o le rimesse degli emigrati. La città funziona come attrattore e determina la natalità dei territori di afflusso che si mantiene alta. La megalopoli assicura sussistenza economica, risorse sociali, assistenza sanitaria, servizi. Il territorio affluente la demografia necessaria. La perdita del rapporto tra uomo e territorio nel sistema simbiontico si manifesta come fenomeno migratorio: l'area di forte antropizzazione concentra la produzione e il consumo e funziona come attrattore per le popolazioni dei territori di affluenza, che migrano richiamati dalla sussistenza offerta dall'area megapolitana. In questo modo l'antropizzazione del pianeta cambia aspetto: non funziona più come il vecchio insediamento umano in cui il tasso di natalità si doveva confrontare con le risorse disponibili in quel dato territorio. I sistemi di controllo della crescita demografica in passato erano la fame, le carestie, le epidemie, la mancanza di lavoro e di prospettive, i conflitti che sfociavano spesso nella guerra. Oggi la megalopoli assicura cibo di massa, sanità pubblica (anche se di basso livello), un lavoro o una prospettiva di lavoro, coesistenza di etnie e culture diverse con un grado di conflittualità più basso della guerra. Questo consente ai territori di affluenza di mantenere tassi di natalità molto alti, nonostante le risorse locali limitate. La devastazione del territorio è così duplice: alla cementificazione cittadina corrisponde l'urbanizzazione diffusa delle campagne e la deforestazione conseguente. Il rapporto diretto tra città e territorio di affluenza sta evolvendo: oggi i grandi homobionti come Lagos, Kinshasa, San Paulo, Pechino, Città del Messico o la diffusa area urbana europea attraggono popolazione anche da terre molto lontane, addirittura da continenti diversi. Gli homobionti si globalizzano. Tra Europa e Africa c'è un rapporto simbiontico che sta modificando i due continenti nel senso di una reciproca antropizzazione in cui la parte economicamente sviluppata funziona da attrattore e fornitore di consumi, la parte africana fornisce la demografia e il bacino di espansione (estrazione di risorse, esportazione di merci, investimenti in infrastrutture, ecc.). Sull'area africana si proiettano anche gli interessi degli homobionti cinesi con cui, come accade in tutti gli organismi antropici, quello europeo è entrato in conflitto. La fine delle savane, delle foreste e delle specie animali africane accelera così inesorabilmente.
Il risultato finale del nuovo tipo di crescita antropica è sempre lo stesso: una violenta sostituzione di una monobiosi di homo alla pluralità della vita naturale, di una sola specie e dei suoi prodotti artificiali al posto delle molteplici specie di natura. Si tratta di una crescita parassitaria: il territorio è soggetto a depredazione, deforestazione, sfruttamento di risorse, utilizzo di fonti idriche, estrazione di materiali, sovvertimento ambientale, cementificazione, inquinamento e trasformazione in discariche. L'inurbamento di popolazioni dai territori rurali e arretrati né e la caratteristica principale. Più che il consumismo globalizzato, la caratteristica dell'antropizzazione attuale è l'inurbamento massiccio e senza precedenti (più del 50 % della popolazione mondiale). Il miglioramento della qualità di vita è più apparente che reale, i meccanismi di crescita sono infatti limitati al solo aspetto numerico con più persone, strutture degradate , bassa tecnologia, economia senza innovazione e investimenti insufficienti. Le risorse sono in gran parte deviate sulle necessità vitali, e la massa degli occupati cresce complessivamente meno dei nuovi nati e dei nuovi arrivati. Il risultato è la gigantesca crescita delle bidonville che precedono l'espansione megapolitana più strutturata. Tutto il sistema è fortemente energivoro: la competizione sulle risorse energetiche vanifica ogni tentativo di porre sotto controllo le emissioni di carbonio. Crescendo continuamente la popolazione, la richiesta è sempre su alti livelli e scoraggia o rende impossibili politiche di controllo del consumo di idrocarburi.
Karachi non e' una citta' lontana, ma il futuro che ci attende. La città pakistana rappresenta il modello delle megalopoli di tutto il pianeta al tempo della sovrappopolazione: elevata cementificazione, milioni di metri cubi sviluppati sia in altezza che in estensione, gigantesche periferie di bidonville, criminalita e disoccupazione, consumo di territorio, discariche estesissime e fumi in atmosfera con ambiente degradato e aria irrespirabile, acque intossicate da liquami chimici, biologici e industriali. Un anonimato diffuso che annienta ogni appartenenza storica e ogni tradizione culturale legata alla città, per trasformarsi in un estraneamento ad ogni valore che non sia il puro consumo e in una competizione senza regole. Alla identificazione con il luogo-città si sostituisce uno spezzettamento delle appartenenze, legate a visioni tribali.I collanti tradizionali: tradizioni, religione, cultura sono fonte di conflitti che coesistono come confronto latente (ma spesso, specie nelle realtà più degradate, il conflitto è manifesto). Il vecchio sistema statale, con i confini e le giurisdizioni nazionali, perde gradualmente significato. La finanza sovranazionale acquista di converso sempre più potere.
Il nuovo sistema di crescita antropica è una violenta intromissione di homo che porta distruzione di vita e di specie. Non esistono meccanismi intrinseci che possano limitare la crescita. I limiti fisici si presentano come un progressivo aumento della viscosità nel flusso di risorse che dall’ecosfera vengono convogliate nell’antroposfera e come progressiva (ed evidente) saturazione degli ecosistemi terrestri e marini con i rifiuti delle nostre attività economiche e sociali.In questo sistema artificiale creato da Homo la pressione numerica umana continua a minare l'integrità e la capacità di generazione degli ecosistemi terrestri, marini e di acqua dolce. La monobiosi umana si sostituisce alla varietà naturale delle specie. Come un cancro le megalopoli si moltiplicano e si espandono sulla superficie del pianeta. ----------------

mercoledì 8 settembre 2021

Scenari di sovrappopolazione: Karachi. (prima parte)

Nel mentre ci balocchiamo a livello del pensiero verde mainstream,con il sogno di risolvere il riscaldamento atmosferico - sembra che tutto il complesso tema dell'eccesso antropico si risolva in questo unico tema - , e immaginiamo un futuro mondo verde fatto di pascoli, verdi vallate, di colline alberate e azzurri laghetti circondati da campi di pannelli fotovoltaici e torri eoliche, con stradine sterrate percorse da miloni di biciclette e auto elettriche, il mondo sta subendo ormai da qualche decennio una mostruosa trasformazione che rende inutile ogni tentativo di bloccare il riscaldamento e irreversibile la crescita esponenziale dei consumi. Con "mostruosa trasformazione" intendo il fenomeno che negli ultrimi decenni ha portato alla nascita di megalopoli con milioni di umani concentrati in spazi ristretti e un ambiente degradato da tossici, rifiuti, plastiche e altri inquinanti. Aree del pianeta sempre più sottratte al loro aspetto naturale per essere stravolte da strutture in cemento, asfalto, manufatti artificiali, con un'aria irrespirabile per particolati e fumi industriali, con prodotti inquinanti dovuti alle attività antropiche, con le acque avvelenate da liquami, chimica e plastiche, i suoli divenuti depositi chimici di fertilizzanti e veleni, spesso privati di ogni vegetazione anche spontanea per tossicità. Questi abnormi concentrati di homo non hanno più nulla di naturale o di semplicemente umano. Il rumore e' a livelli altissimi (per Karachi sono stati rilevate punte di più di 140 decibel) esteso a tutto larco delle 24 ore , per le continue attivita' umane che richiede una tanto alta concentrazione di abitanti; livelli che non consentono un riposo ed una tranquillita'anche temporanea alla maggioranza delle persone.Fu il grande fisiologo Selye che, studiando i reperti autoptici di animali vissuti in alta densita demografica in spazi ristretti, segnalo'per la prima volta gli effetti dello stress sul corpo degli animali. Tali effetti, che implicano una attivazione dell'asse ipotalamo-ipofisi-surreni e del sistema simpatico per continui stimoli esterni, e si concentrano in particolare su organi bersaglio quale cuore, vasi,polmoni, cervello e ghiandole surrenali, sono caratteristici degli abitanti delle megalopoli contemporanee in cui l'attività umana è continua e gli individui stressati dal sovraffollamento. Il cittadino megapolitano è esposto a malattie respiratorie, degenerative, del cuore, cancro, alterazioni psichiche e altri effetti dello stress. I farmaci necessari a curare gli effetti dell'ambiente malato e della concentrazione demografica si aggiungono agli altri tossici per moltiplicare gli effetti chimici sull'ambiente, in un circolo vizioso di autopotenziamento. Le specie animali restanti sono soggette a genocidio ed estinzioni, a squilibri degli ecosistemi, insieme alla scomparsa della flora preesistente. Per comprendere di cosa si parla con la trasformazione di cui siamo muti testimoni non servono discorsi generici, ma concreti esempi da studiare a fondo, perché lì è scritto il futuro della specie Homo e un destino catastrofico da cui è sempre più difficile salvarsi. Qui di seguito riporto alcune impressioni, tratte da viaggiatori occidentali, riguardo ad una delle più grandi megalopoli mondiali: Karachi. Ma il modello Karachi è purtroppo simile a quello di tante altre megalopoli in ogni continente come San Paulo (Brasile), Mumbay in India, Pechino o Citta'del Messico che, giorno per giorno, stanno crescendo impetuosamente sulla spinta di una crescita demografica di Homo rapida ed inarrestabile, checché ne dicano i tanti demografi che parlano di picco demografico e altre amenità simili dalle loro aule universitarie o dai dorati e ben pagati scranni degli uffici dell'Onu.
Karachi
Uno dei problemi che impressionano il viaggiatore che capita nella grande megalopoli del Pakistan è una perenne presenza di nugoli di mosche che circondano merci, in particolare cibi, animali e persone, ovunque e a qualunque ora del giorno. E' un tormento biblico, una specie di punizione divina per un patto rotto tra l'uomo e la natura. Quell'infinito numero di mosche ci ammonisce che qui è avvenuto qualcosa, un fatale oltrepassamento di un limite, uno stravolgimento di ogni legge naturale.
"Karachi è stata la capitale del Pakistan fino a che negli anni Sessanta, con il preciso scopo di sostituirla, fu costruita Islamabad. Nonostante ciò, rimane oggi il più importante centro finanziario e culturale del paese, nonché la città più grande e popolosa: ha circa 24 milioni di abitanti, ed è in costante crescita. Un recente articolo del New York Times ha però parlato di Karachi per i suoi molti problemi, a partire dall’ultimo in ordine di tempo: un’invasione di mosche. Il problema delle mosche è solo l’ultimo di una lunga serie: nei mesi scorsi le piogge della stagione dei monsoni hanno causato gravi inondazioni, con morti e feriti; poi ci sono stati alcuni blackout alla fine di luglio, che in certi casi sono durati più di due giorni; infine, a causa della costante crescita della popolazione, Karachi non riesce a smaltire Le mosche, scrive il New York Times, sono dappertutto e in una quantità tale da ricoprire quasi ogni superficie disponibile. Non danno tregua neanche alle persone, quando sono così tante, e si posano sulla merce dei mercati all’aperto, sulle case e sui marciapiedi. Oltre a dare notevole fastidio, poi, una quantità così grande di mosche può diffondere malattie come la febbre tifoide e il colera, e trasmettere infezioni agli occhi e alla pelle contaminando il cibo. Secondo gli esperti, questa proliferazione straordinaria è causata dall’acqua stagnante delle piogge monsoniche e dai rifiuti non smaltiti, soprattutto i resti di animali macellati durante la recente festa islamica Id al-Adha; il problema, poi, non sono tanto le piogge, normali per questo periodo dell’anno, ma le infrastrutture molto carenti di Karachi che non ha un buon sistema fognario e di drenaggio delle acque, oltre ad avere problemi a smaltire i rifiuti solidi. «Il Pakistan produce più di 20 milioni di tonnellate di rifiuti ogni anno e in città come Karachi, due quinti non vengono raccolti», ha affermato Ashraf Mall, rappresentante di Tearfund per il Pakistan. «Questa spazzatura o viene bruciata per la strada o è gettata nei fiumi, spesso finendo nell’oceano, o si accumula, causando inondazioni e problemi di salute. I generosi finanziamenti del governo britannico ci permetteranno di migliorare la vita quotidiana delle persone che vivono a Karachi e Hyderabad». Il comune ha provato con la disinfestazione tramite fumigazione e insetticidi vaporizzati, ma a quanto pare non sta funzionando: le mosche rimangono. Alcuni commercianti, soprattutto quelli che hanno il bancone all’aperto, hanno provato a trovare rimedio con mezzi propri, accendendo fuochi e usando insetticidi spray, ma sempre senza successo. Peraltro, la presenza delle mosche sta danneggiando pesantemente i loro affari: un venditore di dolci tipici, intervistato dal New York Times, ha detto che le mosche non sono un problema nuovo, ma che stavolta non sembra esserci soluzione: «Non c’è niente che possiamo fare, siamo impotenti. Gli affari vanno malissimo». Il suo rimedio per proteggere i dolci dalle mosche è coprirli con un foglio di plastica. Per risolvere il problema delle mosche andrebbe prima risolto quello dei rifiuti, che però è altrettanto complesso: Karachi è una città enorme e produce circa 12mila tonnellate al giorno di rifiuti, secondo un documento della Banca mondiale. Non è una quantità incredibile per una città di 24 milioni di abitanti – Roma ne produce quasi cinquemila tonnellate, a fronte di meno di 3 milioni di abitanti – tuttavia la gran parte di questi rifiuti non vengono smaltiti, rimangono lungo le strade oppure abbandonati in discariche improvvisate. Questa gestione fallimentare è dovuta in parte al fatto che il territorio di Karachi è frammentato dal punto di vista amministrativo: i servizi al cittadino vengono gestiti da diverse agenzie, per cui risulta difficile coordinare tutto il sistema e trovare una soluzione unitaria. Il problema esiste da anni e rappresenta un rischio per la salute degli abitanti, non solo per le mosche ma anche perché i rifiuti finiscono in mare e nella rete idrica contaminando l’acqua, oppure perché vengono bruciati per accelerarne lo smaltimento, sprigionando gas tossici." (Dal New York Times)
Ma non si tratta solo di mosche. Anche una banale osservazione dal satellite ci mostra una nuvola giallastra che, come una cappa, ricopre una enorme distesa grigia, questa non più aerea ma terrena, una specie di cancro o di muffa che mangia suolo verde e intossica ogni cosa. Non è più paesaggio ma artificio, una sussistenza aliena che indica una estraneità distruttiva di qualche specie infestante: è duro ammetterlo ma quella specie è Homo.
A nord ovest del delta dell'indo si estende su una ampia pianura circondata da modeste alture, una delle manifestazioni piu chiare di cio che aspetta il mondo in preda alla sovrappopolazione: la devastazione ambientale, naturale e sociale di Karachi, una delle megalopoli piu popolose del mondo. Nel 1947 la città aveva 400 mila abitanti, oggi ne ha 24 milioni con il suo interland, in rapida crescita (ogni anno si aggiungono circa un milione e mezzo di nuovi abitanti). Se conideriamo che nel 1921 la città aveva 240 mila abitanti, la città ha moltiplicato per 100 volte la sua popolazione in un secolo. La cosiddetta citta' e' un ammasso informe di edifici costruiti a risparmio e nella maggioranza dei casi spontaneamente al di fuori di qualunque programmazione, con cemento, legname e poco ferro, con cunicoli e viuzze senza alcun piano regolatore, sull'onda di una richiesta demografica in crescita esponenziale e rapidissima sia per nascite (sette figli per donna in media) che per l'immigrazione dalle aree rurali. Alla crescita ha contribuito la forte immigrazione islamica dall'India per le guerre di religione che hanno interessato il continente. Ma la crescita esponenziale degli abitanti delle città-megalopoli è un fenomeno globale del pianeta, alimentato dall'eccesso di nascite e dalla riduzione della mortilità dovuta al fenomeno tecnico-scientifico. Di fatto la popolazione di Karachi cresce ancora oggi del 5% l'anno. Il nucleo originario si trova tra il porto di Lalazar dove è anche il principale scalo ferroviario e la città "vecchia" posta tra gli sbocchi a mare dei fiumi Lyari e Indo. Lungo la Jnnah Road si affacciano alcuni dei più noti palazzi cittadini come il municipio, la torre Merewether, una reliquia del periodo coloniale in stile gotico e il mercato Bolton.il quartiere di Saddar è costituito dal vecchio centro coloniale di Karachi, con il Club Road — il prolungamento della precedente edificazione verso est. Il nome si riferisce al tratto dell'arteria che attraversa il quartiere coloniale di Saddar. Nelle sue vicinanze stanno gli alberghi Sheraton, Marriot e l'ambasciata USA. Tra "Jinnah Road" e "Moulvi Tamizuddin Khan", Chundrigar Road è una delle strade più famose del centro di Karachi, nota nel periodo coloniale come "McLeod". Vi si affacciano alti grattacieli (in genere costruiti da ditte cinesi), sedi di istituti finanziari e di importanti quotidiani. Vi si trova di tutto, dagli accattoni ai negozi di computer. Quando gli uffici chiudono per la pausa del pranzo, lunghe code si formano fuori dei ristoranti. Dopo le 8 di sera si svuota divenendo una strada fantasma. "Defence Housing Colony", la zona benestante di Karachi, costruita dall'esercito per i dipendenti.Saddar Town è il centro di Karachi sin dal tempo del dominio britannico, come attestano i suoi numerosi edifici in stile coloniale. Il distretto comprende i vecchi quartieri di Kharadar e Mithadar. È un'area commerciale; entro i suoi limiti sono situati lo storico Empress Market, la stazione ferroviaria e quella degli autobus extraurbani. Una delle strade più note è l'affollata "Zaib-un-nissa" intitolata a un famoso giornalista pakistano. In epoca coloniale era nota come Elphinstone Street e di quel periodo conserva ancora molti edifici, oggi sede di consolati o trasformati in alberghi di categoria inferiore. Clifton — Il quartiere di Clifton si estende sul lungomare a sud di Saddar Town. È il luogo tradizionale della passeggiata domenicale degli abitanti di Karachi. Qui si trova la casa di Zulfikar Ali Bhutto, presidente del Pakistan dal 1971 al 1973 e padre di Benazir. Davanti alla casa dei Bhutto a Clifton fu assassinato nel 1990, Murtaza, il fratello di Benazir. La nuova Karachi si estende parecchi km a sud-est dal convulso centro cittadino, su terre sottratte al mare. Vi sono sorti nuovi alberghi tra i quali il Carlton e sta per essere completato (2008) un porticciolo turistico, il "Marina Creek". "Crescent Bay" è un progetto portato avanti dalla società Emaar di Dubai. Il piano urbanistico prevede la realizzazione di un quartiere residenziale con grattacieli sul lungomare che accoglieranno alberghi e condomini di lusso.Come al solito ci sono interessi cinesi e, in minor misura, iraniani. La Cina è il principale partner che assicura mezzi e imprese per la costruzione di grattacieli, edifici, strutture portuali e areoportuali nella zona. Separato dal centro dal corso del fiume Lyari,Gulberg Town è abitato soprattutto da Muhajir, termine con cui si indicano i discendenti di quegli indiani di credo musulmano fuggiti dall'India dopo il 1947, anno che sancì la spartizione della colonia britannica in due stati indipendenti. Situato a nord del centro, oltre il fiume Lyari, Gulshan Town è quartiere degli spazi fieristici del "Karachi Expo Centre" e degli edifici dell'Università statale di Karachi, la più grande del paese. Verso est sud est si trovano i vasti concentrati umani come Hazara Colony e Hill Town o Green Belt , vere baraccopoli dove si sono concentrati le immigrazioni di gruppi etnici sia dell'interno che di nazioni vicine negli ultimi decenni. Il territorio vasto più del lazio è fortemente antropizzato ed ha subito una deforestazione totale con una superficie fangosa in cui scorrono fiumi che sono fogne a cielo aperto e le sponde del tutto prive di vegetazione per l'alta concentrazione di tossici e veleni. Per enormi distese di chilometri quadrati intorno al nucleo centrale si estende una città sparsa fatta di agglomerati senza alcun piano regolatore e cresciuti solo in funzione della crescita demografica di tutta l'area.
La composizione e multietnica: munhajir (musulmani di lingua urdu),Pathani,beluchi, immigrati bengalesi, arabi, afghani (due milioni), africani. La grande maggioranza vive in una sconfinata bidoville alla periferia della citta, periferia popolosissima senza fognature, senza servizi, spesso con discariche sparse tra le baracche, e atraversata da fiumi come il Malir e il Lyari ridotti a discariche, neri di inquinanti e schiumosi per sostanze organiche e prodotti chimici, ma soprattutto carichi di plastiche, bottiglie, contenitori, sacchi, barattoli, residui chimici e organici ed altri inquinanti che vanno rapidamente a scaricare in mare dove formano strati galleggianti che si estendono per miglia verso il mare aperto e lungo la costa. Le foto satellitari mostrano grandi macchie giallastre in corrispondenza della foce dei fiumi che si espandono a distanza nell'oceano.Il fiume è il principale immissario di sostanze reflue nel mar Arabico, con un importo stimato di 909.000.000 di litri al giorno.[8][9] L'unica entrata non-salina è il locale di deflusso delle precipitazioni. Un gran numero di settori economici, tra cui il farmaceutico, il petrolchimico, il chimico, il tessile, le raffinerie e le industrie cartarie, opere di ingegneria e centrali termoelettriche che si trovano lungo il fiume, scaricano regolarmente i loro rifiuti industriali non trattati nel fiume.[10] Con la crescente quantità di sostanze organiche fertilizzanti nell'acqua del fiume, l'ecologia marina lungo la scarpata costiera è stata colpita in modo definitivo.[11] Le sostanze inquinanti insieme ad altre perturbazioni ambientali hanno anche dimostrato di essere dannosi per la biodiversità di specie marine lungo il porto peschereccio di Karachi[12], tra cui le tartarughe verdi, gli uccelli e i mammiferi marini.[13]
Karachi e la capitale economica e sociale (quella amministrativa è Islamabad) del Pakistan, il sesto paese piu popoloso al mondo, con un tasso di natalità che lo porterà a divenire entro il 2050 il terzo paese piu popoloso al mondo.
La città è stata definita "la metropoli più pericolosa del mondo" secondo un rapporto pubblicato sulla rivista americana Foreign Policy. Questo triste primato è dovuto al tasso di omicidi che è del 25% più alto rispetto a quello della media del paese. Tra i motivi di questa criminalità record c'è la sovrappopolazione, secondo il rapporto di Foreign Policy. Tra il 2000 e il 2010 gli abitanti di Karachi sono aumentati dell'80%, "l'equivalente della popolazione di New York" nota lo studio. Decine di migliaia di pachistani provenienti dalle aree pashtun del nord ovest sono confluiti nella metropoli a causa del conflitto con i militanti islamici estremisti. Da tempo inoltre la città è controllata da bande criminali che si spartiscono il traffico di droga e di armi, sequestri di persona e altre attività illegali nei diversi quartieri. Come fece notare Lorenz nei suoi studi sul comportamento animale, dove la concentrazione demografica di qualunque specie raggiunge livelli estremi e insostenibili, si scatenano aggressività e conflitti, mascherati da lotte (e persino guerre) per le risorse o da odi religiosi. Odi reali, non virtuali, che spesso sfociano in aggressioni, uccisioni e stragi.
(Continua nella seconda parte)