Translate

domenica 21 marzo 2021

Suolo verde sotto attacco

Con una sentenza del TAR del Lazio del 17 marzo, viene respinto il ricorso del comune di Castel Gandolfo e altri 13 privati contro il vincolo paesaggistico disposto dal Ministero dei beni culturali e ambientali per l'area di circa 1500 ettari di campagna romana verde con, fra l'altro , importanti resti archeologici, che va dalla via Nettunense e l'Agro Romano fino ai colli albani. L'area era divenuta un target appetitoso per imprenditori edili e amministratori i quali avevano elaborato immani progetti edilizi e piani di lottizzazione, fra i qual il complesso edilizio "Marino 2" e i nuovi quartieri intensivi di Pavona. Si tratta in pratica di una gigantesca cementificazione di tutta la zona che va da Castelgandolfo fin quasi alle spiagge di Anzio, quelle superfici verdi ovviamente rimaste ancora indenni dalla devastazione edilizia delle aree circostanti. Nel ribadire la piena legittimità del vincolo paesaggistico emesso dal Ministero dei Beni culturali la corte ha affermato dei principi giuridici innovativi sula tutela ambientale: infatti i giudici amministratiti scrivono che le esigenze di tutela ambientale " sono dotate di un valore primario e assoluto, che le rende prevalenti su ogni altro profilo di pianificazione urbanistica. Lo Stato può dunque vincolare beni , quand'anche in sede di pianificazione paesaggistica essi siano sfuggiti a previsioni conservative." E aggiungono i giudici che quanto sopra è conforme a quanto affermato dalla corte costituzionale: " E' infatti la pianificazione urbanistica a doversi conformare al valore paesaggistico, e non il contrario" (Corte costituzionale sentenza n. 172 del 2018).
Si conferma dunque una tendenza che vede la possibilità da parte del MiBACT di vincolare aree di alto valore paesaggistico anche al di fuori delle aree protette riconosciute (Parchi nazionali, regionali, ecc.). L'importanza della procedura sta nel contrasto alla forte spinta verso la cementificazione di queste aree e di zone simili da parte di interessi privati e dalla inevitabile tendenza alla antropizzazione del territorio verde residuo dovuta alla forte pressione demografica che, nonostante quel che si dice in contrario (vedi la polemica sulle culle vuote) non smette mai di crescere. I mostro cementizio è ancora ben attivo e agguerrito in quanto la richiesta di sempre nuove aree verdi da fagocitare è tuttora alta, sostenuta dall'insediamento territoriale sia di nuove popolazioni, sia dalla richiesta di seconde case o case di villeggiatura, o insediamenti industriali e commerciali richiesti dalle popolazioni di centri abitati in continua espansione che circondano le aree verdi residue. Nel caso in questione l'area che era oggetto degli appetiti devastatori è circondata e minacciata da centri abitati sovrappopolati rispetto alle risorse ambientali come lo stesso Castel Gandolfo, i centri di Albano, Pavona, i capannoni e le strutture industriali di Santa Palomba, il centro commerciale e abitativo di Castel Romano, e l'area ad alta cementificazione di Pomezia. Per non parlare della costa ormai ridotta ad una interminabile striscia di cemento lungo un mare grigio di inquinanti. Molti di questi insediamenti non sono di popolazioni autoctone ma, spesso, si tratta di gente che si è spostata da altre aree del paese o , sempre più spesso, provenienti dalle migrazioni recenti dall'est europa o dal nord africa.
Vista dal satellite l'aria interessata dal vincolo appena istituito (e speriamo che duri...) appare come un lago verde circondato una patina grigia di cemento. La cementificazione di questo territorio, fino a pochi decenni fa ancora paesaggisticamente conservato e di bellezza unica, è avvenuta in maniera massiccia dal dopoguerra a oggi con una edilizia generata dall'abusivismo e dalla speculazione, nell'assenza pressoché completa della legge e delle istituzioni. Edilizia scadente, senza alcun criterio estetico, senza un disegno, un progetto che rispondesse ad un ordine logico. Tra sopravvivenza e speculazione, tra "tengo famiglia" e corruzione, si è malamente antropizzato un enorme territorio verde senza freni inibitori. L'esplosione demografica del dopoguerra trova qui una delle sue massime espressioni, mostra nella maniera più brutale e diretta ciò che avviene quando la sovrappopolazione agisce sul territorio senza mediazioni e senza regole che frenino la violenza del suo impatto devastante. Manufatti, rustici, tuguri già vecchi appena costruiti, già pericolanti prima di finire il pianoterra, spesso già inutili prima di qualsiasi utilizzo. Spesso i capannoni sono abbandonati dopo pochi mesi, ruderi prima di essere concepiti nella mente dello speculatore. Oppure orrendi caseggiati di tanti piani, spaventosamente uguali l'uno all'altro, cubi o parallelepipedi grigi senza niente di vivace, di gradevole almeno all'apparenza, in una monotonia che sa di cimitero. Nulla di bello, nulla di sopportabile alla vista, ma ancora meno: nulla di umano sebbene tutto sia nato per il troppo umano.
L'antropizzazione delle poche zone verdi rimaste del nostro paese ormai esprime un fenomeno che è sempre meno locale (come era all'origine, nel dopoguerra) e sempre più globale. Nell'epoca delle migrazioni di massa serve a poco constatare che le nascite nel nostro paese sono poche e che la curva demografica è piatta. I territori verdi continuano a sparire ed essere antropizzati da una antropizzazione sostenuta da aree distanti, anche di altri continenti, dove la natalità è alta e le possibilità di spostamento consentono di trovare un facile insediamento in altri luoghi del pianeta. Nel nostro paese il fenomeno è favorito da leggi inesistenti o inapplicate, e da una concezione del territorio che lo vede solo come terreno da edificare e sfruttare o commercializzare. A questa tendenza di fondo si aggiunge la speculazione edilizia di palazzinari e cementicatori senza scrupoli che a scopo di lucro e grazie a volte a corruzione fanno edilizia scadente e aggiungono caseggiati mal costruiti ad un territorio degradato che ha ben poco da offrire. Nascono così i dormitori-alveare, squallidi palazzoni collegati da strade surreali ad aree dove sorgono centri commerciali che sembrano calati dall'alto, oggetti marziani che non c'entrano nulla in un territorio che è come violentato e offeso. Non c'è area verde tra una cementificazione e l'altra, che non sia discarica o area degradata senza verde, ridotto a qualche sterpaglia. Non c'è nulla che conforti dalla sensazione dolorosa di una perdita irreparabile. Tanto più pregiato era il paesaggio originario, tanto più compromessa e senza futuro appare la situazione attuale. Non ci resta che sperare in questi rari sussulti di legalità che cercano di salvare quel poco rimasto. E attendere una presa di coscienza mondiale sul problema dell'eccesso di nascite della specie Homo.

domenica 14 marzo 2021

Chimica e demografia

"L'uomo ha perduto la capacità di prevenire e prevedere. Andrà a finire che distruggerà la Terra" (Albert Schweitzer)
Nel 1962 uscì in America un libro scritto da una biologa della Psnnsylvenia, Rachel Carson. Nel libro (Silent Spring) c'era la descrizione di un fenomeno mai visto prima: la primavera della campagna americana non era più rallegrata dal canto e dalla presenza degli uccelli, una primavera silenziosa appunto. Qual'era l'origine dello strano fenomeno? Da prima della guerra si usava in tutto il mondo il DDT un antiparassitario usato contro l'anofele che trasmetteva il plasmodio della malaria poi contro pidocchi e poi di vastissimo uso in agricoltura per consentire l'aumento delle produzioni richiesto dall'esplosione demografica umana del dopoguerra. Ma il DDT entrando nella catena biologica andava ad inquinare le piante, gli alberi, gli insetti di cui si cibavano gli uccelli, i quali infine venivano uccisi dal prodotto chimico e sparivano dal loro ambiente naturale. Da questo fatto e dall'impressionante presenza di tossici chimici nell'ambiente antropizzato la biologa americana prendeva occasione per lanciare per la prima volta l'allarme generale sul degrado ambientale dovuto all'inquinamento chimico prodotto dall'uomo. Il libro costituì la base per un nuovo modo di vedere il mondo e i suoi problemi ed è uno dei testi fondamentali dell'ambientalismo. Da allora, siamo alla fine degli anni 50, la popolazione umana è triplicata con una crescita spaventosa senza precedenti e la situazione del pianeta dal punto di vista dei tossici ambientali è divenuta catastrofica. La produzione di composti chimici artificiali è cresciuta in modo speculare alla crescita della popolazione umana, come si può vedere dal seguente grafico:
E' aumentato vertiginosamente l'uso di erbicidi, fungicidi, insetticidi, preparati organofosforici (che si accumulano nei tessuti del corpo umano), fertilizzanti, antibiotici usati in modo massiccio negli allevamenti. La produzione di materiali plastici è cresciuta in modo impressionante: dai 15 milioni di tonnellate del 1964, siamo passati ai circa 400 milioni di tonnellate del 2016. Gli oceani sono invasi da gigantesche isole galleggianti di plastica grandi come continenti. Le microparticelle di inquinanti plastici sono entrate in tutti gli organismi marini e fanno parte della catena alimentare. L'aria delle zone continentali del pianeta specie in prossimità delle grandi città è resa irrespirabile dalla presenza di particolato di microparticelle di composti chimici vari: solfati, nitrati, ione di ammonio, cloruro di sodio, particelle carboniose, polvere minerale, idrocarburi tra cui benzopirene fortemente irritanti e cancerogeni. Le acque di fiumi e laghi sono ridotte a discariche chimiche dove abbondano il lindano, l’esacloruro di benzene, i nitrofenoli, il paradiclorobenzene,coloranti, composti solforati tra cui l'acido solforico, il clordano e tutti i tipi di solventi. I corsi d'acqua vicino le grandi città e le zone industriali sono veri gironi infernali maleodoranti e mortiferi. I fertilizzanti, destinati a mantenere ed aumentare le produzioni in seguito alla grande richiesta per l'alta densità demografica, inquinano ormai sia le acque di fiumi e laghi che quelle marine.
Un controllo dell'OMS sul lago africano Vittoria ha misurato l'inquinamento chimico delle acque: risulta essere tra i laghi più inquinati del mondo da sostanze chimiche tossiche. Poiché sulle acque del lago sono stati impiantati migliaia di allevamenti di pesci (con l'uso di antibiotici e sostanze favorenti la crescita), e la pesca viene condotta, tra l'altro, con l'uso di veleni che uccidono i pesci a migliaia e li fanno emergere morti pronti per la raccolta, il lago Vittoria è divenuto un concentrato di tossici. Del resto la pressione demografica sulle sue sponde non fa che aumentare a dismisura la richiesta di cibo. In ogni parte del mondo aumentano gli allevamenti di animali, dietro una richiesta crescente di carne. L'uso di sostanze chimiche , tra cui ormoni, e di mangimi elaborati chimicamente è sempre maggiore in questi allevamenti intensivi, in cui lo spazio tra animali è ridotto al minimo, così come la libertà di movimento, e il contatto con la natura e i suoi prodotti assente. Migliaia di tonnellate di antibiotici vengono ogni anno impiegati in questi allevamenti per evitare perdite di prodotto e assicurare la produzione di carne. Tra questi è notevole l'uso della penicillina negli allevamenti di pollame e del trimetophin e sulfadiazina tra quelli di pesce. Per gli allevamenti di suini e bovini è consuetudine il ricorso ad antibiotici anche di ultima generazione tra cui le cefalosporine. Una popolazione umana sempre crescente richiede sempre più carne e quindi un uso crescente e massiccio di antibiotici e chemioterapici. Il danno non è tanto che queste sostanze finiscano nella nostra dieta portandoci alterazioni della flora intestinale e intossicazioni croniche. Un danno maggiore è dovuto alla selezione di germi sempre più resistenti per il ricorso aa dosi massicce di antibiotici negli allevamenti intensivi. La penicillina ha così smesso di agire su tanti batteri patogeni dell'uomo, e il trimetophin-solfadiazina non può più essere usato per la cura della menigite meningococcica, verso cui costituiva anni fa un'arma efficacissima. Come in un circuito vizioso tutto ciò rende inevitabile la ricerca e la sintesi di nuove sostanze antibiotiche, più aggressive ed inquinanti delle precedenti.
Solo negli ultimi 50 anni l’uomo ha immesso nell’ambiente circa 80 mila nuove sostanze chimiche, di alcune delle quali si sono scoperti gli effetti devastanti per la salute umana e animale solo dopo l’uso. Il DDT si è rivelato essere cancerogeno e ne è stato vietato l'uso quando già aveva inquinato in modo massiccio l'ambiente. Certe sostanze chimiche come i solventi usati per le vernici o certi pesticidi sono molto solubili nei grassi e così si concentrano nei tessuti adiposi degli animali. I pesci che assorbono le sostanze dall’acqua o dal cibo e gli uccelli che si nutrono di pesci introducono nella catena alimentare le sostanze inquinanti. L’inquinamento del suolo ha portato ad una modifica della sua composizione: rifiuti, acque di scarico, fertilizzanti, idrocarburi e metalli «pesanti»fanno parte del suolo delle città e delle immediate periferie. I metalli più tossici per l’ambiente sono il mercurio, il piombo e il cadmio. Sul suolo si depositano anche gli inquinanti presenti in aria. Molte delle sostanze inquinanti presenti sul suolo o nel sottosuolo raggiungono le falde acquifere tramite le acque delle piogge che filtrano nel terreno. Le grandi discariche megapolitane, nonostante i tentativi di limitare la dispersione degli inquinanti chimici, percolano e filtrano liquami altamente tossici che si disperdono nell'ambiente circostante. Le microparticelle di plastica sono parte quotidiana della nostra dieta (oltre che degli animali) e di esse sono piene persino le acque nelle profondità marine. L'uso della diossina nei diserbanti e nelle plastiche la fa poi permanere nei suoli e la diffonde attraverso i prodotti.
La manipolazione chimica da parte di Homo non si è fermata alla chimica dei materiali, ma ha riguardato in modo intensivo anche la chimica della vita, fino a modificare il codice genetico in modo sempre più intrusivo e violento. Quel che avviene nel mercato delle sementi e dei pesticidi per l'agricoltura ha superato ogni film di fantascienza horror. La manipolazione genetica ha raggiunto livelli incredibili e sta introducendo nel campo dell'agricoltura un grado di artificialità che è preludio ad una manipolazione anche delle specie animali ed infine di Homo stesso. L'aumento in pochi anni della massa umana da tre a otto miliardi è stata la spinta che ha modificato la tecnica, l'economia ed infine la geopolitica globale. La sola genetica brevettata da Monsanto ha finito per rappresentare il 92% della soia, 80% del mais e l’86% del cotone coltivati in USA già nel 2008. A quei tempi, le acquisizioni e fusioni del decennio precedente avevano consentito a sei giganti di dominare il mercato internazionale delle sementi e dei pesticidi. Come se non bastasse, le Big 6 (Monsanto, Dupont, Syngenta, Dow Chemical Company, Bayer, BASF) iniziavano a stringere nuove alleanze, a ulteriore discapito della concorrenza. Al 2018, le Big 6 sono consolidate in Big 4. Bayer (che ha acquisito Monsanto) e Corteva, (nata dalla fusione Dow-DuPont), ChemChina (la quale ha acquistato Syngenta) e BASF. Queste quattro Corporation controllano oltre il 60% delle vendite di semi proprietari nel mondo. I valori delle transazioni esprimono la dimensione degli affari in gioco:
– la fusione Dow-DuPont, valore 130 miliardi di US$, ha portato i due gruppi chimici a costituire una terza società, Corteva,
– l’acquisizione di Monsanto da parte di Bayer, US$ 63 mld, ha fatto scomparire il marchio della prima ma non i guai giudiziari legati al glifosato,
– l’acquisto di Syngenta, per US$ 43 mld, ha permesso a ChemChina di scalare posizione nella Top 10 delle vendite globali di semi (ove già figura il gruppo cinese Longping High-Tech).
Nell’ultimo decennio si sono registrate altre 56 acquisizioni e joint venture internazionali che hanno coinvolto altri giganti come la Vilmorin-Mikado di Limagrain (Francia), DLF (Danimarca) e Longping High-Tech, che ha acquisito la divisione di mais Dow in Brasile e partecipazioni di controllo su sette industrie sementiere cinesi. ChemChina a sua volta ha pianificato nuove acquisizioni sul mercato domestico.
Le autorità statali hanno mostrato acquiescenza e tolleranza verso i grandi inquinatori della industria chimica e perfino l'Europa, sempre pronta a sanzionare rapidamente e pesantemente i coltivatori, gli allevatori, i pescatori, interviene con molto ritardo e sempre in modo soft e a loro favore sulle grandi multinazionali della chimica.
Ormai il seme che per tanti anni con gesto ritmato l'agricoltore gettava nei solchi arati per la semina, non ha più nulla a che vedere con la natura: è un prodotto manipolato con ingengneria genetica imbevuto in un bagno chimico di veleni antiparassitari (spesso la modificazione genetica serve a far tollerare al germoglio l'ambiente tossico in cui si sviluppa). La presenza sulla tavola di prodotti intrisi di veleno è la conseguenza logica di questo modo di intendere la produzione agricola. Ma il mercato richiede queste mostruosità. Lo sviluppo di malattie e tumori nei consumatori è un aspetto che ai grandi produttori non dispiace: la compartecipazione azionaria e proprietaria delle grandi multinazionali farmaceutiche e dei prodotti tecno-medicali è l'aspetto di mercato (globale) che più o meno piacevolmente ne risente con fatturati in crescita.
C'è inoltre il vasto capitolo dell'inquinamento da prodotti farmaceutici usati sia nella terapia che nella diagnostica, che costituisce un settore sempre più rilevante dell'inquinamento chimico. Anni fa fu condotto uno studio sulla presenza di prodotti chimici nei liquidi delle fognature delle grandi città. La sorpresa fu enorme: queste abbondavano non solo di metalli tossici come cromo, ferro, alluminio, nichel, piombo, rame e zinco, bario ma anche di sostanze tossiche come cocaina o farmaci come antibiotici, chemioterapici, preparati radioattivi usati nella diagnostica o addirittura nella terapia come iodio radioattivo, cobalto, tecnezio ecc. I preparati chimici farmaceutici derivanti dalle fogne delle grandi città e dagli scarichi degli allevamenti intensivi (dove l'uso di ormoni, antibiotici e chemioterapici è intensivo) vanno poi a finire nei fiumi e nei mari entrando tra l'altro nella catena alimentare dei pesci e degli altri organismi marini.
Da tutto questo non credo vi sia via di uscita, se non si passa ad un criterio di controllo immediato delle nascite della specie Homo e di decrescita demografica. Ogni altro discorso perde di significato di fronte alla catastrofe chimica cui siamo di fronte. Non abbiamo più tempo, ed è già troppo tardi per bloccare la crescita della specie umana, una vera inesorabile infestazione del pianeta Terra.

domenica 21 febbraio 2021

La distruzione ecologica dell'ambiente

La pubblicità di torri eoliche su un sito di ecologisti
Riporto il seguente post pubblicato nel sito del "Comitato contro il fotovoltaico ed eolico nelle aree verdi":
#MURONI sottosegretaria al MIN. della TRANSIZIONE ENERGETICA (e forse anche un cicinin di ambiente) ?? Era il 30 agosto 2019 con la formazione del II Governo Conte e l'ipotesi della Muroni Ministro Ambiente. Oggi ripropongo quel post attualizzato alle ultime notizie, con la variante a sottosegretaria e con l'aggravante della definizione "transizione ecologica" del Ministero, interpretata ormai tristemente SOLO come transizione energetica, schiacciando TUTTO il resto! Anche nel suo discorso alla fiducia al Governo la Muroni non fa mistero : semplificare gli iter autorizzativi, ovvero la dittatura di pale e pannelli contro il territorio ! E allora , la Muroni sottosegretaria a questo Ministero? *********************************************** Ma anche NO. NO e ancora NO ! Quando la politica è MISERABILE e parla insistentemente di Ambiente come in queste ore, unicamente declinandolo alla parola "rinnovabili" e spianando la strada alla più grande speculazione territoriale dopo quella edilizia degli anni 60 . Paradossalmente sono TERRORIZZATO: non è casuale l’ipotesi della MURONI (deputata LeU, già Legambiente) nella pancia del ex Ministero dell’Ambiente ! La lebbra speculativa delle lobby energetiche rinnovabili su vasta scala territoriale non si riesce ad arginare ma la MURONI vuole ulteriormente favorirle in perfetto stile "chissenefrega del territorio". Una sua Proposta di Legge: Agevolare (ancora!!!) la realizzazione di impianti fino a 1 MW assoggettandoli a semplici Procedure edilizie agevolate comunali, invece della Autorizzazione Unica regionale. Ecco... come una semplice Dichiarazione di Inizio Attività per una veranda sul balcone! Questi impianti sono il cancro territoriale. In molte regioni come la Puglia e la Basilicata sono stati già sottratti scandalosamente alle procedure di VIA e, nel caso dell’eolico, deregolamentati appunto a queste pseudo autorizzazioni grazie alla CIALTRONERIA POLITICA. Ciò, malgrado si tratti di grossi impianti : es. 100m di altezza (eolico) o 2 ettari di superficie (fotovoltaico). Risultato: collassi urbanistici e ambientali. L’ETICA POLITICA (che parolaccia!) dovrebbe, invece, imporre di sfruttare le INFINITE superfici già urbanizzate e correre ai ripari, E PRESTO, contro l’aggressione di fotovoltaico ed eolico sui terreni agrari e pastorali. NON SOLO ! Ricordate le vertenze (ancora in corso) contro i mega impianti eolici prospicienti le coste del Gargano? Ricordate il provvidenziale parere negativo del Ministero dei Beni culturali per tutelare la visuale paesaggistica, a differenza della VIA positiva rilasciata dall'allora pseudo Ministero Ambiente? Ecco, secondo la Muroni il parere paesaggistico del Ministero a Beni Culturali non serve, le soprintendenze paesaggistiche vanno cancellate da tali procedimenti, basta che la centrale eolica sia oltre un miglio dalla costa. Cioè… soli 1600 metri dalla costa !!!!! Se dobbiamo agevolare i BARBARI che vogliono seppellirci di pale e pannelli con il grimaldello dell'ambientalismo non abbiamo bisogno della Muroni, meglio un Ministro nemico che falso amico. #NOMURONISOTTOSEGRETARIA
Come ulteriore esempio di danni da rinnovabili riporto il seguente comunicato LIPU:
LIPU Capitanata 19 febbraio alle ore 16:06 · Comunicato stampa Lipu Puglia (aiutateci a diffonderlo per compensare l'omertà dei media!) EOLICO E FOTOVOLTAICO: ANCORA BARBARIE URBANISTICA !! LIPU Puglia: Anche la nuova Giunta rimane a guardare il collasso ? E’ una inondazione senza precedenti di progetti mostruosi, mastodontici. Tra competenze ministeriali e regionali (delegate alle province), il martoriato territorio di Puglia è irresponsabilmente condannato a morte dai suoi stessi amministratori che continuano a non intervenire, umiliando e saturando le aree rurali residue, quindi di grande importanza. Non bastava la mortificazione accumulata in 20 anni di disinteresse e complicità politica, ancora continuano espropri e vertenze legali. I residui contesti rurali della Puglia subiscono un oltraggio di nuovi progetti che si accumulano uno sull’altro senza lasciare scampo ai territori. Procedimenti che si incrociano al Ministero e alle Province e ogni Ente fa valutazioni senza tener conto dell’altro, e nemmeno di progetti già autorizzati in passato. E, ancora, la enorme quantità di impianti fino a 1 MW, ancor più deregolamentati con procedure in capo ai comuni. La Regione, ormai, è in gran parte spogliata di prerogative autorizzative, chiamata ad esprimere pareri di rito ma …. in procedimenti gestiti da altri Enti. SIAMO ALL’ASSURDO ! Il 25 gennaio scorso la Commissione Consiliare Regionale Ambiente ha discusso del fenomeno esprimendo unanime preoccupazione e per “fermare un oltraggio al paesaggio e un grave impatto sul settore agricolo” ipotizzando un aggiornamento del Piano Paesaggistico pugliese. NO ! Non è questa l’azione più adeguata all’urgenza ! “In una articolata nota (*) – spiega Enzo Cripezzi della LIPU pugliese - abbiamo trasmesso alla Commissione Ambiente, ai Consiglieri regionali e soprattutto alla Giunta, il quadro disastroso e le nostre istanze, evidenziando come l’aggiornamento del PPTR sia doveroso MA prevede un iter troppo lungo e intanto giorno dopo giorno si approvano ipoteche insanabili ! Nel frattempo, per arginare e scremare immediatamente questa violenta invasione, occorre approvare IMPROROGABILMENTE misure restrittive di carattere territoriale da integrare nel preposto RR 24/2010 agilmente con una o più DELIBERE di GIUNTA." Non solo. SI DEVE adottare una politica di ricorsi contro disastrose autorizzazioni rilasciate dal settore VIA del Ministero Ambiente che stanno uccidendo la Puglia. Non basta che la Regione faccia annunci roboanti di pareri negativi nell’ambito di procedimenti VIA ministeriali, salvo fare poi spallucce quando questi stessi pareri siano del tutto ignorati. Ma ci sono anche da contestare autorizzazioni che alcune Province hanno rilasciato e continuano impunemente a rilasciare. Quella di Foggia su tutte : solo negli ultimi giorni il via libera all’ennesimo, sconcertante progetto eolico. Ma ormai tutte le Province non sanno come arginare la valanga. Intanto le sentenze TAR si sostituiscono gravemente ai ritardi degli Enti. La decennale mancanza di risposte concrete della Regione è intollerabile – rimarca la LIPU pugliese -, mai come in questo caso la tempestività è anche sostanza nella azione politica. Emanare provvedimenti a tutela di aree dopo che sono state ipotecate dalle autorizzazioni sarebbe ridicolo ! E quindi l’appello della LIPU. L’Assessora Maraschio dia segno di discontinuità e di sensibilità concreta: porti in Giunta con ogni urgenza una serie di misure ad integrazione del Regolamento in materia, protegga le aree scampate iniziando da quelle interessate da procedimenti autorizzativi prossimi a conclusione. Un esempio sono l’ampliamento della vincolistica su aree sguarnite di tutele che stanno per essere compromesse : es. ampliamento di coni visuali esistenti e definizione di nuovi, identificazione di “aree sature”, identificazione di ulteriori “Aree non idonee” per valori faunistici e identità paesaggistiche, fasce di rispetto specifiche da ogni area protetta o vincolata. E poi, l’Assessora Maraschio, impegni la Giunta ad adire con urgenza in sede legale contro le autorizzazioni espresse da Ministero e Province. La Puglia muore…. FATE PRESTO ! 17.02.2021 - LIPU onlus - coord della Puglia (*) nota su lipucapitanata.it
L'idea naif che un mondo di otto milardi di homo possa sostituire l'energia da idrocarburi con il semplice ricorso alle cosiddette "rinnovabili" sta mostrando già l'aspetto tragico delle sue conseguenze sul territorio verde. Non c'è solo la distruzione del paesaggio, spesso di alto valore naturalistico e storico. L'impatto sulla fauna da parte delle strutture eoliche ha ormai vastissima letteratura, insieme all'inquinamento acustico. La situazione non è diversa per i pannelli solari: il danno dei pannelli ai terreni agricoli è incommensurabile, sottraendo energia solare, acqua, ossigeno ed elementi al suolo dove naturalmente svolgono il fondamentale ruolo di produrre flora, abitat a numerose specie viventi e cibo per l'uomo stesso. Dietro le nuove parle d'ordine che nascondono un furore ideologico da vecchie illusioni politiche, si viene perpretando così una imponente installazione di strutture cementizie, di sbancamenti di terreni a volte di struggente bellezza, di costruzioni stradali, di edifici di servizio, di imponenti torri che riempiono vallate di rumori fastidiosi soprattutto per volatili e gli altri animali, ma anche per le popolazioni limitrofe. Molti studi dimostrano gli effetti di questi impianti sulla salute umana, tanto che le recenti normative portano la distanza minima dai centri abitati da 200 a 300 metri, ma spesso le norme non sono rispettate. E' nota la riduzione di produzione di latte, uova e prodotti animali negli allevamenti in prossimità degli impianti eolici e fotovoltaici. La copertura cancerosa con migliaia di ettari, di pannelli di acciaio e plastica e cellule fotovoltaiche inaridisce i terreni, spesso fertilissimi, che per secoli hanno dato prodotti pregiati della terra. La sottrazione della luce solare uccide la microflora e la microfauna, senza contare i danni diretti da guasti, incendi, e quelli derivanti dallo smaltimento di prodotti mom degradabili altamente inquinanti. I pannelli sono composti , oltre che da vetro, ceramiche e silicio, anche da elementi pericolosi. Vengono infatti aggiunti nella produzione Boro, oppure Gallio, Cadmio, Fosforo , Arsenico, ecc. Si tratta certamente di elementi chimici anche molto tossici per l’uomo il cui smaltimento va ad inquinare terreni e falde acquifere. L'impianto dei pannelli prevede inoltre l'utilizzo di prodotti diserbanti che eliminino la vegetazione naturale da rinnovare periodicamente, con grave inquinamento dei terreni e danno a numerose specie viventi. Tutto questo a fronte di una resa di energia non adeguata ai danni perpretati, con costi economici altissimi, e danni ambientali difficilmente reversibili. Sulle linee di sviluppo dell'eolico-fotovoltaico si invoca una "transizione energetica" da parte dei verdi mainstream e gran parte delle forze politiche, tanto che sono entrate persino nel programma ufficiale del governo con decine di miliardi di euro di investimenti. Una transizione di questo tipo, al di là dell'aspetto propagandistico e politically correct, comporta l'accelerazione generale della distruzione di suolo verde in Italia, con l'effetto di aumentare i costi e diminuire i rendimenti rispetto alla attuale situazione energetica. Finiti i fondi europei, ci ritroveremmo un paese trasformato, con i paesaggi montani e marini ridotti a file interminabili di rumorose torri eoliche, a valli e pianure ricoperte di pannelli, e con una produzione agricola ridotta: un paese che ha rinunciato al suo patrimonio naturale in favore di cemento, distruzione di suolo e discariche. Il futuro dell'Italia nei programmi dei transizionisti può essere così sintetizzato: torri, pannelli solari, strade, reti di distribuzione elettrica, enormi discariche di smaltimento e megalopoli.

sabato 6 febbraio 2021

Friday For Future without future

Riporto il seguente comunicato di FFF
"Fridays For Future Italia 10 gennaio alle ore 18:10 · ++LA BUFALA DEL SOVRAPPOPOLAMENTO DEL PIANETA++ 👫 Il concetto che il sovrappopolamento sia la principale causa della crisi climatica, è un falso storico. Questa narrativa viene diffusa anche da molti ambientalisti occidentali. In pratica è come affermare che i paesi e i popoli meno ricchi siano i responsabili della crisi climatica. In realtà, questi paesi e questi popoli non solo sono quelli con le minori responsabilità, ma sono nella maggior parte dei casi anche quelli più colpiti. (Sono i cosiddetti "MAPA", acronimo per Most Affected People and Areas, persone e aree più colpite) 🧐 Per questo vogliamo essere chiar*. - Il concetto di sovrappopolamento, che ci siano più persone al mondo di quante il pianeta sia in grado di sostenere, è FALSO ed è profondamente intriso di razzismo ed eugenetica. - Ci sono abbastanza risorse per TUTT*, ma non sono distribuite equamente. - Il problema non è la scarsità, il problema è la scarsità CREATA AD ARTE DALL'ATTUALE SISTEMA ECONOMICO. - Il 50% più povero della popolazione mondiale (3,5 miliardi di persone) è responsabile di solo il 10% delle emissioni globali, di contro il 10% più ricco è responsabile del 50% delle emissioni. 📢 Possiamo risolvere il problema della crisi climatica con un CAMBIO DI SISTEMA. Chiediamo giustizia climatica ora! 👉 Scopri maggiori informazioni sulle infografiche qui sopra e cosa puoi fare TU! (Credits: Fridays For Future International e Youth Strike For Climate MCR) FONTI - Infografiche: https://fffutu.re/mY3W1i APPROFONDIMENTO - Su Giustizia Climatica, Crescita Demografica e Chi sono i MAPA: https://fridaysforfutureitalia.it/giustizia-climatica/ #climatejusticenow #systemchangenotclimatechange #mapa "
Il concetto di sovrappopolamento, dicono i neo-verdini di Fridays for Future, è un FALSO ed è profondamente intriso di razzismo ecc.
Il vero FALSO è la spiegazione che danno del concetto di sovrappopolazione: "che ci siano più persone al mondo di quante il pianeta sia in grado di sostenere". E' un concetto sbagliato basato sulla vecchia visione malthusiana e che non nulla a che fare con il concetto attuale di eccessiva pressione demografica sull'ambiente, elaborato soprattutto a partire dai testi importanti sul tema pubblicati da P. Ehrlich (1968) e poi da Lester Brown (1974). La sovrappopolazione non consiste nell'eccesso di gente rispetto alle risorse disponibili, e non ha nulla a che vedere con la dualità di contenente e contenitore. Concordo infatti con FFF quando affermano che sul pianeta ci possono entrare benissimo altri miliardi di umani e le risorse si potrebbero trovare, magari riconducendo lo stile di vita a quello degli antenati.
La sovrappopolazione è una crescita eccessiva di una specie tale da alterare il sistema complesso della biosfera. Non è solo un concetto quantitativo, ma soprattutto qualitativo in quanto va a modificare in modo strutturale numerosi equilibri in un sistema complesso. Non si tratta, nel caso di homo, di una crescita "riempitiva", cioè del numero di esemplari in un dato spazio e con date risorse, ma di una crescita "trasformativa" di cui risentono sia l'ambiente naturale che tutte le altre specie viventi. La sovrappopolazione è quindi un cambiamento strutturale della biosfera del pianeta terra e del suo ambiente naturale; una volta dato origine alla crescita i meccanismi si autopotenziano e tornare indietro non è facile e forse impossibile. Quella odierna è l'età dell'uomo e della tecnica (Antropocene), che è l'unico modo con cui l'uomo moderno si pone di fronte alle cose naturali. La natura e l'ambiente (sottosuolo, suolo, atmosfera, acque ecc.) vengono artificiosamente impiegati, sfruttati, aggrediti, incasellati, stravolti, distorti, trasformati, estratti, trasportati, insomma resi "fondo utilizzabile" ad esclusivo interesse di una sola specie la quale, così facendo, si comporta come un cancro che distrugge e annienta la natura e le altre specie viventi. L'idea di cancro rende bene l'aspetto di crescita oltre ogni limite che va ad intaccare, penetrare, trasformare il tessuto naturale delle altre strutture biologiche che quella crescita tende a distruggere. Come nel caso della malattia neoplastica le cellule della crescita mostruosa tendono a sdifferenziarsi, cioè a perdere ogni specificità di funzione e di aspetto a seconda del tessuto di origine. Tutte le cellule acquistano un aspetto simile senza più differenze, e conservano una sola caratteristica: la replicazione, l'aggressione all'ambiente circostante e il consumo di ossigeno e nutrienti. Allo stesso modo la spaventosa crescita umana tende a far perdere ogni storia, ogni appartenenza, e l'unica funzione che rimane agli individui è il consumo di merce e la replicazione distruttiva.
Il concetto di sovrappopolazione è inscindibile da quello di produzione. La produzione della merce diviene seriale e finisce per coinvolgere la stessa presenza umana in quanto si assiste ad una trasformazione del significato dell'uomo che diviene massa, cioè un componente della produzione totale e totalizzante della merce, merce esso stesso. Il moltiplicarsi degli umani non è che l'aspetto più devastante di questa perdita di senso della presenza dell'uomo. La trasformazione del mondo in merce e la distruzione del resto delle creature viventi è il suo corollario.
La sovrappopolazione ha un aspetto strutturale che la rende non semplificabile ad un puro significato quantitativo. FFF non comprende che l'eccesso di crescita di Homo non è, puramente, un fatto di numeri: ciò che cambia è la struttura del mondo. Non solo il sostentamento di tanta popolazione richiede un cambiamento della produzione in senso industriale e di mercato globale. Tutti i processi debbono essere automatizzati e costantemente implementati. Le funzioni e i servizi resi omogenei alla produzione e ottimizzati. La stessa presenza umana richiede un nuovo modello di aggregato sociale e strutturale che chiamiamo megalopoli. La popolazione umana in espansione non resta a coltivare la terra e non va a vivere di artigianato nei borghi, come una narrazione naif dei falsi verdi propaganda. La crescita demografica determina l'inurbamento delle nuove masse di consumatori nelle megalopoli, le quali crescono consumando suolo, cementificando, collegandosi con strade, ponti, areoporti e porti. Si creano le periferie industriali, crescite di architetture intensive (grattacieli, palazzi, quartieri ad alta densità abitativa), periferie degradate e bidonville. La produzione di rifiuti, le discariche, le difficoltà di smaltimento e l'inquinamento dei terreni,dell'aria, delle acque di falda, dei fiumi e dei mari è l'aspetto devastante delle nuove realtà megapolitane ormai diffuse in ogni parte del globo. Tutti questi aspetti della antropizzazione terrestre, aspetti irreversibi in presenza di una crescita demografica costante, sono trascurati e occultati dalla menti semplici di FFF. Il loro pensiero è ancora fondato sulla intangibilità di antropos, sulla collocazione dell'uomo e dei suoi diritti al centro dell'universo, per cui ogni discorso che va contro questi diritti di homo a fare ciò che vuole della terra e delle specie viventi, è razzismo, nazismo, eugenetica e via farneticando. Non hanno, tra l'altro, ancora compreso cosa sia lo specismo e l'annientamento meccanizzato delle specie viventi, e quanto la difesa esclusiva dei diritti di Homo porti alla distruzione dell'uomo stesso. La perdita di senso della persona umana rispetto alla sua tresformazione in massa di consumatori non è che il preludio ad una autodistruzione cui tutti noi stiamo assistendo.
Proprio i Friday for future stanno preparando all'umanità un mondo senza futuro. Cosa ci aspetta infatti se si seguono le idee confuse e illusorie dei FFF? Non combattere la crescita demografica e allo stesso tempo auspicare una semplice redistribuzione delle risorse - tra l'altro sempre più scarse, visto il problema energetico che non si risolve solo tappezzando il pianeta di pannelli solari e pale eoliche- che futuro ci prepara? Le magalopoli continuerebbero a crescere , la richiesta di consumi continuerebbe ad aumentare, così come la produzione di rifiuti, le emissioni, la distruzione di suolo verde. La crescita demografica non contrastata continuerebbe a produrre povertà nei paesi arretrati, odi nazionalistici, epidemie, migrazioni di massa. Le nuove masse reclamano i loro diritti, come quello di vivere in una grande città e di fruire del riscaldamento, dei cibi che gradisce, dei prodotti tecnologici. Pensare che i consumi possano diminuire in costanza di crescita demografica è illusorio. Insieme alla popolazione crescono anche i nuovi illusi, come quelli di Friday for future without future.

martedì 26 gennaio 2021

La società opulenta totalitaria

L' economia mondiale si basa su un modello sviluppato per primi dagli Usa negli anni 50 del secolo scorso: l'economia basata sulla produzione e sul suo costante aumento. Tale economia fu descritta lucidamente in quegli anni da un testo rimasto centrale per comprendere i cambiamenti dell'economia e della societa che avrebbe portato alla globalizzazione dei mercati.
Eravamo da pochi anni nel dopoguerra quando usci il libro di John Kenneth Galbraith su La Societa' opulenta (titolo originale The Affluent Society -1958). Quando nel finire 1954, fa notare Galbraith, i repubblicani dichiararono al Congresso americano, che quello era stato il secondo miglior anno della storia, essi non si riferivano ad un reale cambiamento della qualita della vita o ad un miglioramento spirituale: si riferivano invece alla produzione materiale dei beni, quello era infatti l'anno della seconda piu alta produzione nella storia americana. Il primo anno migliore della storia era stato il 1953 con un pil di 364 miliardi di dollari, il 1954 il secondo, con un pil di 360 miliardi. Sull'importanza della produzione industriale non c'erano divergenze tra democratici e repubblicani, di destra e di sinistra, bianchi o di colore, cattolici e protestanti.La produzione diveniva cosi il paradigma, la regola aurea del progresso della societa moderna intorno a cui tutto il resto gira, compresa la cultura e i valori etici.
Un concetto centrale introdotto dall'autore è quello di mentalità convenzionale. La mentalita' convenzionale da' piu' importanza alla produzione di beni di consumo (industria privata) e meno importanza ai servizi: strade, pubblica sicurezza, sanita', istruzione, difesa, ecc. Attraverso la mentalità convenzionale si crea uno degli elementi che assicurano l'implementazione costante della produzione: la produzione crea bisogni attivamente attraverso la pubblicita', e passivamente attraverso l'emulazione. Non e' possibile affermare che un piu' elevato livello di produzione assicuri il benessere meglio di quanto possa fare un livello di produzione piu' modesto: l'effetto della dipendenza e' il rapporto intercorrente fra i bisogni ed il processo di produzione destinato a soddisfarli. I bisogni, secondo Keynes, possono essere assoluti o relativi: i primi sono bisogni di sopravvivenza, possono essere soddisfatti e per essi il problema economico puo' essere risolto; i secondi, invece, sono insaziabili: piu' elevato e' il livello generale, piu' essi sono intensi. Ne deriva che i bisogni dell'uomo non cessano di essere urgenti; la capacita' di produzione dipende dalla capacita' di persuasione. L'istruzione e' un'arma a doppio taglio; la stimolazione della domanda con la pubblicita' e l'emulazione e' decrescente al crescere dell'istruzione, mentre e' crescente la stimolazione di desideri piu' esoterici: musica, arti figurative, interessi scientifici e letterari, in parte anche i viaggi.La manipolazione delle coscienze ai fini del mercato e la creazione della mentalità convenzionale non deve essere coercitiva secondo i vecchi canoni repressivi, in quanto la coercizione non può coesistere con la libertà di mercato. La manipolazione deve essere formativa, permeante, in questo senso la società opulenta deve controllare la scuola e i mezzi di informazione, il tempo libero, gli spettacoli, e, oggi, la rete.
Di fronte al nuovo totem della produzione, e al nuovo mito della merce come misura della società umana, finiscono tutti gli ismi della storia, le grandi idee sul progresso, la costruzione di nuove realtà spirituali o l'idea che una società di eguali avrebbe assicurato la pace e la prosperità. Banalmente il futuro sarebbe stato l'epoca in cui la produzione avrebbe toccato vette più elevate.
In un passaggio che ai tempi del libro poteva definirsi profetico, Galbraith dice che il nuovo indirizzo economico tende ad aumentare la disponibilita' di lavoro, grazie a natalita' ed immigrazioni. La sovrappopolazione è dunque un elemento essenziale al funzionamento della società moderna basata sulla produzione di beni. Funzionale alla società opulenta è lo sviluppo delle megalopoli come nuova forma di convivenza di grandi masse nel segno del consumo. Secondo la nuova economia nulla sta al di sopra della produzione, neanche la scienza. Gli scienziati godono di un discreto prestigio, dice l'autore di The Affluent society, ma per essere veramente utili noi pretendiamo che essi siano al servizio del miglioramento della produzione.La scienza non deve essere al servizio del progresso umano, ma al servizio della produzione dei beni. Sono gli anni in cui tutto diviene produzione in serie, come Ford aveva insegnato con la produzione nella catene di montaggio delle auto qualche decennio prima. "Ci si oppone con irragionevole avversione a ogni invenzione o principio che si crede interferisca o possa ostacolare una produzione quantitativamente migliore, proprio come la persona religiosa reagisce contro la bestemmia o il guerrafondaio contro il pacifismo". Chi si oppone alla produzione dei beni e al suo corollario: il mercato globale che assicura la crescita costante del prodotto, e' fuori del paradiso terrestre e subisce metaforicamente la condanna al rogo dell'eresia. C'erano le basi del pensiero unico mercatista che si sarebbe definitivamente imposto del XXI secolo, la mentalita' convenzionale come la definisce Galbraith. Gli anni in cui esce il libro sono anche gli anni in cui si comincia a comprendere che l'importanza della produzione supera il vecchio concetto dello stato nazionale: sentiamo continuamente dire che il livello di vita a cui sono giunti gli americani e' la "meraviglia del mondo", e nella mentalita convenzionale questa e' la giustificazione della nostra civilta' e anche della nostra esistenza. Comincia la globalizzazione dei mercati e della produzione.
Ora, fa notare Galbraith, i beni sono abbondanti. Negli stati Uniti sono piu le persone che muoiono per aver troppo cibo di quelle che muoiono per averne troppo poco. Mentre una volta si pensava che la popolazione premesse sulla disponibilita' delle risorse alimentari e di consumo, ora e' l'abbondanza di queste che pesa sulla popolazione. Tutti gli umani del pianeta debbono essere liberi di accedere al prodotto: la produzione non si puo interrompere per nessun motivo, il paradigma ne prevede la crescita costante insieme al numero dei consumatori. le persone stesse divengono così, da soggetti quale erano, oggetti della moltiplicazione produttiva in quanto funzionali all'aumento del prodotto complessivo. Il concetto di produzione perde il rapporto prevalente con quello di necessità. Il prodotto spesso è in se inutile o ha una utilità marginale. Il suo valore non è la sua effettiva utilità a coprire una esigenza. Il valore del prodotto è nel prodotto stesso. Nasce la società dell'opulenza in cui il lusso è uno status sociale. Dice Galbraith: "Nessuno puo' sostenere seriamente che l'acciaio che serve ad allungare di quattro o cinque piedi le carrozzerie delle nostre automobili a scopo esclusivamente estetico o per sfoggio di potenza, sia veramente necessario. Per molte donne e anche per qualche uomo, il vestiario ha cessato di avere una funzione protettiva, ed e' diventato, come il piumaggio di certi uccelli, un mezzo che serve solo ad attrarre persone dell'altro sesso ". Questi prodotti non sono necessari, ma rispondono ad una legge fondamentale: determinano dei bisogni indotti nella popolazione. Con l'aiuto della pubblicita e dei modelli diffusi dai media, si instilla nella popolazione la convinzione che il miglioramento della propria esistenza consista nell'aumento dei consumi e nella moltiplicazione del possesso di merci. Tutto questo contribuisce alla crescita della produzione, la produzione di merci diviene inarrestabile fornendo il benessere generale, che consiste ormai su un solo parametro: il consumo. Sono gli anni in cui nascono le grandi catene di supermercati e le multinazionali della produzione. "Tuttavia il problema della produzione continua ad essere al centro delle nostre preoccupazioni. Non si tende a considerare la produzione come una cosa naturale e scontata, come si fa per il sole e l'acqua: essa continua , invece, a costituire una misura dei pregi e del progresso della nostra civilta'".Il filosofo Umberto Galimberti vede in questa prevalenza del paradigma della produzione uno degli aspetti che sono alla base del nichilismo della societa contemporanea. La produzione in continua crescita presuppone che la merce prodotta sia presto buttata via, in un sistema unidirezionale che prevede l'annientamento della merce passando per il suo consumo. La nullificazione del prodotto e la sua trasformazione in rifiuto e' costitutivo della societa globale dei consumatori. Il riutilizzo del prodotto è una eresia per la società dell'abbondanza.
Lo stato perde i confini e alla vecchia sovranita' nazionale subentrano le nuove sovranita' sovranazionali, le grandi istituzioni finanziarie e le multinazionali della produzione. La produzione, perso ogni rapporto con i luoghi, si sposta come una merce tra le altre: le grandi fabbriche serializzate divengono globali. Gli organismi che regolano i commerci globali acquisiscono rilevanza strategica. Si importa crescita demografica dove manca, ricorrendo ai paesi con alta natalita', affinche il ciclo di produzione e consumo non si stabilizzi ma cresca continuamente, come richiedono gli interessi finanziari globali. Tutte le idee convenzionali sullo Stato e sulla nazionalita' vengono spazzate via dall'idea del consumatore unico. Soros subentra a Marx, Adam Smith e Keynes.
Robespierre, quando era a capo del tribunale di salute pubblica, aveva detto esplicitamente che bisognava eliminare le teste pensanti che si opponevano ai nuovi ideali morali dei rivoluzionari, basate sui diritti dell'uomo e l'uguaglianza. Era per i diritti degli uomini, diceva il capo dei giacobini, che migliaia di teste venivano mozzate. Oggi quei diritti, distrutte tutte le visioni spirituali dell'uomo, sono i diritti della produzione e dei consumatori. I nuovi giacobini sono i padroni della rete. Chi si oppone alla crescita della produzione e dei consumatori e al mercato glbale va silenziato ed eliminato dalla rete, magari nel nome dei diritti umani. Il nuovo autoritarismo è soft ma pervasivo: negli Stati uniti non e rappresentato tanto dalle grida di Trump e il suo decisionismo naif, che sembrano al contrario una semplice reazione sconclusionata all'imposizione del pensiero unico globale, quanto dall'establishment mediatico del politically correct. In europa ad esempio questo sistema di pensiero unico e' alla base delle istituzioni sovranazionali,dei media e dei social, del potere finanziario e produttivo internazionale. Una decisione a Bruxelles può decidere del futuro e del benessere di intere popolazioni in luoghi distanti. Mentre negli stati nazionali i poteri di controllo delle idee erano rappresentati dal governo locale, nel globalismo i poteri sono piu distanti e mediati. Le grandi istituzioni economiche, le banche centrali, le agenzie di rating e le concentrazioni finaziarie determinano le idee consentite e quelle non consentite favorendo la circolazione delle prime e proibendo le seconde con la demonizzazione mediatica. Chi e fuori del paradigma subisce la dannazione dei media e dei social. Andare contro il pensiero unico comporta l'esclusione da una serie di benefici e facilitazioni che nel mondo globalizzato sono irrinunciabili. L'esprimere idee non adeguate al pensiero unico da parte di dirigenti e governi significa bloccare l'economia di un paese, l'esclusione effettiva dalle decisioni internazionali, la bannerizzazione dai media, la condanna etica dell'apparato che controlla la formazione delle opinioni e la vita sociale. Poiche i vizi vanno sempre ammantati di virtu, al tempo della societa opulenta globalizzata le repressioni delle idee non uniformi vanno giustificate con la necessita di rispettare i diritti umani. Non i diritti del singolo individuo con una storia ed a una terra di origine, ma i diritti di una persona neutra, globale, senza identità: in una parola i diritti del consumatore globale. Al posto della storia individuale, ed in futuro anche del nome e del cognome, c'è un codice a barre, simbolo del consumatore globale.

mercoledì 6 gennaio 2021

Attenborough: L'ecologia degli ottimisti

Nel suo ultimo libro "La vita sul nostro pianeta" (Ed. Piemme) il grande naturalista e divulgatore David Attenborough passa in rassegna i gravi problemi ambientali ed ecologici che mettono in pericolo la vita sul pianeta terra. Sulla causa di tutte le distruzioni, da quella delle foreste pluviali,alla scomparsa della biodiversità e delle specie viventi, non ci possono essere dubbi. La causa è una sola: la presenza e la crescita spropositata di Homo sapiens. A Homo è ormai da tutti gli studiosi attribuita una nuova era planetaria: l'Antropocene, caratterizzata dal progressivo depauperamento delle risorse naturali e inquinamento ambientale, in particolare l'innalzamento del carbonio libero in atmosfera e il conseguente aumento delle temperature. Davanti ai nostri occhi, per lo più indifferenti, si consumano gli spaventosi disastri ambientali e biologici dovuti alla crescita del cancro umano: la scomparsa progressiva delle foreste e degli habitat selvaggi per specie avviate all'estinzione come gli Orango asiatici o i Gorilla Africani, l'abbattimento della vegetazione naturale in favore delle monoculture ad uso commerciale (cereali per umani o soia e altri vegetali per il bestiame da carne e allevamento) o del cemento metropolitano. Attenborough non si nasconde il problema principale: la spaventosa crescita demografica umana dell'ultimo secolo. Riporto parte di uno dei capitoli conclusivi:
"Quando sono nato, c'erano meno di due miliardi di persone sul pianeta: oggi ce ne sono quasi quattro volte di più. La popolazione mondiale continua a crescere, e secondo le attuali proiezioni delle Nazioni Unite, entro il 2100 sulla Terra ci saranno tra 9,4 e 12,7 miliardi di persone. In natura, le popolazioni di animali e piante in ogni habitat rimangono di dimensioni approssimativamente stabili nel tempo, in equilibrio con il resto della comunità. Se sono troppi, ogni individuo farà più fatica a ottenere ciò di cui ha bisogno, per cui alcuni moriranno o si sposteranno altrove. Se sono troppo pochi, le risorse saranno più che sufficienti per tutti.Così si riprodurranno bene e la specie raggiungerà ancora una volta il suo pieno potenziale.Aumentando o diminuendo leggermente, la popolazione di ogni specie oscilla intorno a un numero che l'habitat può sostenere. Questo numero - la capacità che un ambiente ha di sostentare una particolare specie- rappresenta l'essenza stessa dell'equilibrio della natura. Qual è la capacità portante della Terra verso noi umani? ...A quanto pare riusciamo sempre a inventare o scoprire nuovi modi di sfruttare l'ambiente e trarne sostentamento, almeno per quel che riguarda l'essenziale - cibo, alloggio, acqua-, per sempre più persone. Anzi, la verità è ancora più impressionante. Ci procuriamo senza sforzo molto più dell'essenziale - scuole, negozi, divertimenti, istituzioni pubbliche-, anche se la nostra popolazione continua a crescere a una velocità straordinaria. Non c'è niente che possa fermarci? La catastrofe che si staverificando intorno a noi suggerisce di si. La perdita di biodiversità, il cambiamento climatico, la pressione sui nove limiti planetari, tutto indica che ci stiamo avvicinando alla soglia...I demografi parlano di transizione demografica che, sul modello del Giappone, si spera possa avvenire anche per il resto del mondo. Tra i primi anni Cinquanta e i primi anni Settanta ci fu in Giappone un boom economico: le città si espansero rapidamente, i redditi aumentarono, l'istruzione migliorò e le aspirazioni crebbero. Tuttavia, durante quel periodo, il tasso di natalità diminuì improvvisamente. Nel 1975 la famiglia media giapponese aveva solo due figli. Molti aspetti della vita erano migliorati, ma erano anche più costosi. C'erano meno spazio, meno soldi e meno tempo per allevare i bambini, e meno incentivi per le famiglie numerose perché la mortalità infantile era calata con i miglioramenti nella dieta e nelle cure sanitarie. Nel 2000 la popolazione del Giappone era di 126 milioni, ed è così ancora oggi. Si è quindi stabilizzata. Il Giappone è nella quarta fase: sia il tasso di natalità sia quello di mortalità sono bassi, il che significa che si annullano a vicenda e la popolazione rimane stazionaria. E' possibile tracciare una simile transizione nella popolazione del mondo intero. Ma quando succederà alla popolazione mondiale ciò che è successo al Giappone? Sarà un momento storico, il giorno che gli studiosi delle popolazioni, i demografi, definiscono picco umano, quando la nostra popolazione smetterà di crescere per la prima volta dall'avvento dell'agricoltura, diecimila anni fa. Ma ci vorrà molto tempo: in primo luogo, la dimensione della famiglia deve scendere abbastanza da consentirci di raggiungere il picco infantile, il punto in cui il numero di bambini sulla Terra smette di aumentare. Dopodiché dovremo aspettare che la generazione di bambini più numerosa di sempre attraversi i venti e i trent'anni -quando avranno dei figli- perché la popolazione cominci a stabilizzarsi. In sostanza, soltanto quando avremo le famiglie meno numerose di sempre, la nostra popolazione smetterà di aumentare...Possiamo in qualche modo incoraggiare la popolazione a raggiungere il picco più in fretta? La Cina pensava di aver trovato la risposta nel 1980, quando mise in atto la politica del figlio unico. A parte le questioni morali, la difficoltà di metterla in pratica e le perturbazioni sociali e culturali a essa associate, ci sono poche prove che tale approccio funzioni più efficacemente dello sviluppo economico. Sembra che il modo migliore per stabilizzare la popolazione sia sostenere le nazioni che cercano di accelerare la loro transizione demografica. Sostenere quelli che vogliono risollevarsi dalla povertà, dotarsi di strutture sanitarie, sistemi educativi, trasporti migliori e sicurezza energetica, diventare attraenti per gli investitori. Tra tutti questi progressi sociali, uno in particolare contribuisce a ridurre in modo significativo le dimensioni medie delle famiglie: l'emancipazione femminile. Ovunque le donne abbiano diritto di voto, accesso ai gradi più alti dell'istruzione, ovunque siano indipendenti e non sottoposte al controllo degli uomini, ovunque possano disporre di una buona assistenza sanitaria e dei mezzi di contraccezione, ovunque siano libere di scegliere il proprio lavoro e di seguire le proprie aspirazioni, il tasso di natalità diminuisce. Il motivo è semplice: l'empowerment porta alla libertà di scelta e , quando la vita offre più opzioni alle donne, la loro scelta è spesso quella di avere meno figli. Le ricerche del Wittengenstein Centre, con sede in Austria, hanno dimostrato che uno sforzo internazionale per innalzare gli standard di istruzione mondiali cambierebbe il corso della crescita della popolazione umana. Politici e industriali sono però preoccupati di un calo delle nascite. L'odierna ossessione per la crescita costante del PIL induce i politici a chiedere più bambini per avere più lavoratori futuri e piu consumatori, o ai pensionati di tornare al lavoro per alleggerire il carico fiscale sulla classe media. Queste preoccupazioni hanno portato alcuni a suggerire, come per il Giappone, che si dovrebbe essere in grado di introdurre robot e intelligenza artificiale per aiutare l'economia. Se ci spostassimo verso una economia mondiale meno dipendente dalla crescita si potrebbe trovare un equilibrio sostenibile , con un minor numero di persone in una società più matura e sicura. L'inevitabile aumento della popolazione umana, che continuerà ancora per molti anni, rende ancora più critiche le decisioni di oggi, prima che sia troppo tardi. " (La vita sul nostro pianeta: pagg. 172-182).
Per quanto siano apprezzabili e condivisibili le denunce di Attenborough in questo suo ultimo libro , mi sembra che difettino di alcune analisi sul modello esplosivo assunto dalla crescita umana nell'ultimo secolo. Da ciò deriva un certo ottimismo, per cui se lasciamo andare le cose come stanno andando, magari correggendo un po' la disuguaglianza di ricchezza e puntando su una energia basata sempre di più sulle rinnovabili, la situazione si aggiusterà da sola. La crescita economica e sociale delle aree più sviluppate comporta in effetti una riduzione della natalità, ma il fenomeno rimane circoscritto a poche aree e il sistema antropico complessivo non sembra tornare indietro da una crescita numerica che ogni anno aggiunge circa 90 milioni di umani alla popolazione planetaria. Ancora vaste aree del pianeta sono soggette ad una crescita demografica eccessiva che innesca fenomeni di devastazione ambientale locale, deforestazione, cementificazione, inquinamento e, con l'emigrazione, aumento di popolazione in aree già sviluppate e cementificate in modo estremo.Il fallimento ormai pluridecennale delle varie conferenze internazionali di porre un freno all'aumento del carbonio atmosferico è una conferma che per ora ogni ottimismo è ingiustificato. Le megalopoli, che Attenborough considera utili per ottimizzare la convivenza di milioni di persone in spazi ristretti con economie di scala, sono anche megastrutture antropiche che tendono ad aumentare i consumi, ad espandersi con la cementificazione nel territorio circostante, ad inquinare con rifiuti e prodotti chimici. Fungono inoltre da attrattori consentendo alle aree meno sviluppate, che di per sé non avrebbero risorse, di sostenere alti tassi di natalità con la prospettiva dell'inurbamento con la migrazione verso megalopoli che sono anche poli di produzione e consumo. La redistribuzione solidale inoltre perde molto delle sue capacità di migliorare istruzione e sanità se viene impiegata per i bisogni primari dovuti ad alti tassi di crescita demografica, come fanno molti paesi cosiddetti arretrati che sperperano risorse in nazionalismi, guerre, crescita demografica e necessità elementari (oltre che in corruzione). Non basta dunque sedersi ed aspettare i magnifici effetti dello sviluppo come sottintendono gli ecologisti dell'ottimismo. Senza politiche attive mirate al calo della natalità, non ci saranno prospettive né del picco demografico di Homo, né di decrescite dei consumi, né di riduzione del riscaldamento planetario da carbonio. Incombe inoltre un conflitto irresolvibile con questi tassi di crescita di popolazione: le crescenti richieste di energia di una popolazione in forte espansione non si conciliano con la dinamica assai lenta e costosa della produzione energetica da rinnovabili. La sostenibilità dei due termini conflittuali è tutta da dimostrare.

lunedì 7 dicembre 2020

Uno spettro s'aggira per l'Europa

Uno spettro s'aggira per l'Europa: e' il fantasma dello spopolamento. Sui giornali, da parte dei governi, nei media, dagli scienziati ai demografi è tutto un gridare al grave pericolo del deserto europeo. Capofila dello spopolamento planetario, complice il Covid e il suo aumento della mortalità, è l'Italia. "Covid e crisi demografica: popolazione italiana presto sotto quota 60 milioni" sbatte il titolo in prima pagina il Messaggero. "Il calo delle nascite mette in pericolo il diritto alla maternità" grida su La Stampa Laura Sabbadini. A riferire il punto di vista delle istituzioni è Giancarlo Bangiardo, presidente dell’Istat: «Siamo di fronte ad un vero e proprio calo numerico di cui si ha memoria nella storia d’Italia solo risalendo al lontano biennio 1917-1918, un secolo fa, un’epoca segnata dalla Grande Guerra e dai successivi drammatici effetti dell’epidemia di `spagnola». Il Foglio lancia l'allarme: entro il 2050 l'Italia si trasformerà in un "ospizio a cielo aperto". L'Istat addirittura si spinge fino alla previsione di un dato che, a opinione generale, sarebbe drammatico, catastrofico: in Italia 53,8 milioni di abitanti al 2065. Come sarà possibile, frignano tutti, sostenere un così tragico dato demografico per il nostro povero paese? Non più 60 ma solo 54 milioni di abitanti in Italia tra mezzo secolo! Tutti siamo depressi e preoccupati dal dato drammatico e inaspettato. Che ne sarà del nostro povero paese, delle sue bellezze naturali private di cemento, discariche, edifici e capannoni, che ne sarà delle coste private di quel magnifico tappeto grigio-cemento di abitazioni costruite sulla spiaggia, che ne sarà dei laghi e dei fiumi senza più barche, senza scarichi miasmatici, e con i ponti e moli deserti. Che ne sarà dei monti innevati deprivati dei milioni di sciatori, degli impianti di risalita arrugginiti, dei tunnel montani derelitti, dei casermoni per turisti sulle cime e al posto degli squallidi boschi. Che ci stanno a fare, in fondo, quelle inutili valli verdi? Dei bei condomini per famiglie numerose ad alta -come si dice- densità abitativa è il loro destino ottimale. E che dire delle città ridotte a ricoveri per vecchi? Quelle periferie, una volta, magnificamente sovrappopolate da umani accatastati in alveari, grigi palazzi di cemento o squallide casupole da bidonville? Ambienti perfetti per l'opera di preti e cooperatori solidali da centri sociali. Con la decrescita demografica potrebbero perdere il loro allure umanoide da allevamento di polli.
6 milioni di abitanti in meno tra 50 anni è un dato da gettare nello sconforto...i produttori di auto, i costruttori, i cementificatori, e da spingere al suicidio i padroni delle fabbriche di pannolini e biberon. A chi venderemo i barattoli Nestlè? E poi il diritto alla maternità! Come faranno le povere mamme senza pargoli attaccati al seno, o i papà e i nonni privi delle compagnia di bimbi paffuti e ben nutriti da latti in polvere ed omogeneizzati? Non è etico uno spreco di tanti futuri consumatori e inquinatori. In quale mondo orribile e denatalizzato vivremo? E i parchi giochi con i cavallini di legno abbandonati? E poi, su tutto, il rischio che aumentino animali selvatici e bestie nei luoghi derelitti dall'uomo: imperverseranno cinghiali e orsi, daini e gazzelle e altre simili belve in territori restituiti al verde e alle cristalline acque di ruscelli privati di tossici e prodotti chimici non più scaricati da fabbriche ahimé senza produzione: un disastro inenarrabile! E le bronchiti croniche? Che fine faranno le bronchiti croniche? Senza più i fumi di particolato P 2,5 e P 10, inesorabilmente ridotto per tanta diminuzione di popolazione e di consumi? Già abbiamo visto gli effetti drammatici del Covid sull'aria delle città e delle campagne. Perfino in Val Padana l'aria è divenuta respirabile, per lo stop al traffico e alle produzioni industriali. E il minor traffico aereo con le tonnellate di cherosene non bruciato? Così la gente, nonostante il covid, tossisce di meno e forse alla lunga potrebbe diminuire la morbilità e la mortalità. Le case farmaceutiche sono comprensibilmente preoccupate.
La preoccupazione sconfina poi nella disperazione quando si pensa agli immigrati. Da Repubblica al Corriere, dai politici buonisti ai dirigenti delle cooperative di accoglienza, dai trafficanti alle Ong, è tutto un gridare allarmi, un avvertire del pericolo di desertificazione per mancanza di immigrati. "Si sta esaurendo anche l’effetto positivo determinato in questi anni dall'arrivo in massa dagli stranieri" scrive costernata La Stampa. Anche duecentomila arrivi all'anno sembrano pochi. "Il numero di cittadini stranieri che arrivano nel nostro Paese è in calo (-8,6%)" si lamenta il Sole 24 ore. Neanche più il richiamo degli appelli del Papa bastano a smuovere i pigri africani e gli asiatici. Gli arrivi diminuiscono! disperano i preti per mancanza di futuri fedeli e industriali, burocrati europei e Lagarde in persona a nome delle istituzioni finanziarie per il livello dei consumi che potrebbe scendere. Ma c'è un altro problema, un altro disastro dietro l'indebolirsi della immigrazione massiva: "gli immigrati, una volta che diventino avvezzi alle nostre consuetudini, riducono anch’essi la natalità", scrive costernato il Corriere come fosse l'annuncio di una nuova Sars. Se così stanno le cose, come faranno le degradate periferie delle grandi città italiane, a trasformarsi nelle nuove Brazzaville o Kinshasa? Il disegno di avere pezzi d'Africa o di Bangla Desh alla periferia di Roma e di Milano sembra compromesso. Potrà quel che resta della campagna romana (assai poco in verità...) sopportare la mancata trasformazione in bidonville? La più grande discarica d'Europa, quella di Malagrotta, rischia di perdere milioni di tonnellate di rifiuti riversate ogni anno da una così vasta e variegata popolazione. I miasmi da essa prodotti, un misto di sterco e acido solforico, che appestano l'aria di interi quartieri di Roma, potrebbero ridursi insieme all'avanzare del deserto.
Il coro degli asini è univoco. Tra tanti ragli non una sola voce si è alzata per affermare che forse la lenta,troppo lenta, lentissima diminuzione della popolazione e della pressione antropica sul territorio e sulla natura del nostro paese, potrebbe essere un fatto positivo per l'ambiente, per il suolo verde, per gli animali, e persino per la popolazione degli Homo restituiti ad un senso. Prevale ancora il conformismo dell'uomo al centro dell'universo e del crescete e moltiplicatevi. Le teste bianche degli anziani fanno paura. Gli anziani comprano poche merci, consumano meno, cambiano meno l'auto, hanno meno esigenze di spesa rispetto ad una popolazione in crescita. E poi non lavorano. Richiedono meno energia, producono meno inquinanti. Sono troppo saggi, hanno troppo buon senso. I vecchi spesso amano gli animali, si accompagnano ad un cane. Magari si dilettano ad ammirare un paesaggio, a passeggiare in montagna. E non a costruirci un condominio di 12 piani.