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martedì 28 aprile 2020

L'attacco

Dice Lorenz nel suo piccolo grande libro "Gli otto peccati capitali della civiltà" che "Devastando in maniera cieca e vandalica la natura che la circonda e da cui trae nutrimento, l’umanità civilizzata attira su di sé la minaccia della rovina ecologica. Forse riconoscerà i propri errori. quando comincerà a sentirne le conseguenze sul piano economico, ma allora, molto probabilmente sarà troppo tardi. Ciò che in questo barbaro processo l’uomo avverte di meno è tuttavia il danno che esso arreca alla sua anima. L’alienazione generale, e sempre più diffusa, dalla natura vivente è in larga misura responsabile dell’abbrutimento estetico e morale dell’uomo civilizzato" (Konrad Lorenz : gli otto peccati capitali della civiltà" Adelphi, 1973).
Tornano alla mente le sue parole quando leggiamo notizie come quella che riferisce della uccisione di 13 ranger (eroi che per pochi soldi rischiano la pelle per difendere i gorilla) e cinque civili nel parco Virunga in Congo da parte, sembra , di milizie Huti. Gli scopi degli assassini? E' presto detto: prendere il controllo del parco, uccidere tutti gli animali, tra cui gli ormai rari gorilla della montagna, che sono la principale attrattiva per i turisti che visitano il parco. Lo scopo finale del massacro è poter permettere così agli speculatori, che finanziano le milizie, di appropriarsi del territorio per poterlo sfruttare nelle sue ricchezze: petrolio e oro, e fare per quel che ne resta terra bruciata. I guerriglieri che in passato operavano nel vicino Rwanda hanno spostato il loro campo d’azione nell’est del Congo-K, dove da anni commettono atrocità indescrivibili contro la popolazione civile. Sono accusati di reclutare con la forza bambini-soldato, di saccheggiare i villaggi e di finanziare le loro attività criminali grazie al traffico illecito di oro e legno pregiato. Fanno gola agli speculatori non solo il petrolio e l'oro ma le terre vergini da dedicare all' agricoltura e agli allevamenti e la cementificazione, per creare le strutture necessarie ad una popolazione di Homo in forte crescita. Vicina al parco è la città di Butembo che con i centri vicini ha una popolazione complessiva di due milioni di abitanti in rapida crescita ed espansione e le cui necessità non possono che indirizzarsi verso le vergini terre del parco.
La strage del parco di Virunga è solo uno dei tanti episodi che mostrano il degrado in cui è giunta l'anima dell'uomo, che stenta a trovare un senso alla sua presenza sul pianeta terra. Nelle foreste del Borneo e di Sumatra prosegue il genocidio degli Orango, sempre più ristretti in aree limitate, privati del loro ambiente, mentre le foreste vengono abbattute e sostituite da quelle strutture artificiali ed estranee che sono la caratteristica dell'azione di Homo ovunque si insedi.Colture di specie vegetali esotiche, come la palma da olio e le altre coltivazioni commerciali, o lo sfruttamento di minerali, della gomma e delle risorse idriche hanno ben più valore dei pochi oranghi rimasti, per una popolazione di umani passata nel Borneo da 280 mila a 22 milioni in appena 60 anni. Per Sumatra va anche peggio. In tutto il pianeta le ultime aree silvestri sono aggredite. Nell'Amazzonia prosegue l'attacco di Homo con l'incessante opera di deforestazione allo scopo di insediare allevamenti ed aumentare la produzione di minerali e legname, con una perdita di specie che è stimata di migliaia al giorno.
Neanche il segnale del Covid 19 e del riscaldamento globale smuovono Homo dalla sua azione cancerogena sulla biosfera. Da quando il virus ha cominciato la sua diffusione globale sul pianeta la popolazione mondiale, in poco più di tre mesi, è cresciuta di ben 24 milioni di esemplari Homo. Le attività di replicazione degli umani non hanno sosta, indifferenti ad ogni epidemia. E questo è avvenuto dopo un inverno che non c'è stato, essendo stato caratterizzato da temperature quasi ovunque molto al di sopra della norma per effetto del riscaldamento dovuto alle emissioni della specie infestante. Il temporaneo miglioramento dovuto alle sospensioni delle attività umane per la presenza della pandemia, con minori immissioni di CO2 e di particolati nell'atmosfera e di veleni e plastiche nelle acque, sta per terminare, tra poco tutto tornerà su livelli uguali, anzi superiori al passato per il noto effetto rebound. Le specie animali e vegetali continueranno così a morire, le foreste a sparire e gli umani a crescere. Una umanità senza più anima, come giustamente denunciato da Lorenz. L'attacco di Homo al pianeta continua...

domenica 12 aprile 2020

Il nuovo modello

Il significato di questa pandemia è chiaro: otto miliardi di homo sono troppi su un pianeta limitato. Se non si cambia il modello basato sulla crescita continua della popolazione, della produzione e dei consumi non ci sarà futuro sul pianeta Terra. Cambiare il modello. Ma come? Bisogna tornare indietro da due imbuti logici: Primo imbuto logico: La megalopoli come polis contemporanea. Secondo imbuto logico: consumi come misura di tutte le cose. L'idea alla base della catastrofe: l'uomo al centro dell'universo padrone della natura. Il nuovo imperativo categorico kantiano: arrestare la crescita demografica di Homo. Se si arresta la crescita demografica c'è soluzione alle aporie degli imbuti logici. Se non si arresta la crescita demografica rimane il modello unico della crescita: megalopoli e consumi.
Lo strano effetto della pandemia e l'insegnamento che dobbiamo trarne.
Dalla chiusura delle attività industriali e commerciali sta nascendo un modello che potrebbe esserci utile nella costruzione di una società ecologica più rispettosa del pianeta. La sospensione delle attività di piccole, medie e grandi imprese e degli esercizi commerciali, il divieto di uscita dalle case, la riduzione notevole del traffico urbano, il blocco dei voli e del traffico navale, la riduzione diffusa delle attività umane ha creato un effetto che sebbene previsto ha sorpreso molti. Dalle foto satellitari risulta per la prima volta da decenni un'aria più pulita e più trasparente sulla valle Padana: la nube di fumi e particolati si è di molto assottigliata. Il mare è ovunque più trasparente, con tante specie di pesci che tornano a vedersi e che sembravano in precedenza sparite. I fiumi e i laghi hanno acque più pulite e tornano a vedersi anatre, cormorani, cicogne, aironi sulle sponde. Le montagne sembrano ovunque ritrovare pace e bellezza, e tornano ad essere un luogo di incontro con il significato più profondo della natura, un posto privilegiato per chi vuol sentirsi parte dell'universo. Finalmente hanno smesso, purtroppo temporaneamente, di essere quella specie di luna park per gente che ci vede solo occasione di svago dozzinale e di interesse commerciale; sembra quasi che speculatori e cementificatori, quelli che avevano riempito coste montane e valli di orribili impianti di risalita e spianato boschi per far posto a strade, palazzi, piste e centri commerciali, siano spariti per sempre. Forse con un po di freddo la montagna avrebbe ritrovato tutta la sua natura, con la neve e i lupi, le aquile, le volpi. Di nuovo le valli montane avrebbero riavuto l'ululato notturno, la musica delle montagne, un vero canto spirituale ad un mondo tornato ad essere mondo. Ma non è così purtroppo.
Le spiagge sembrano essere tornate luogo di incontro con il mare, momento di riflessione ed empatia tra noi e l'ignoto, tra il piccolo e il grande, tra lo stare e il partire, tra l'essere se stessi e il perdersi ("in questa infinità s'annega il pensiero mio e il naufragar..."). Fino a pochi giorni fa si preparavano a ricevere la folla di consumatori, l'osceno scempio della fruizione meccanizzata di massa in cui il mare era divenuto merce come tutto il resto, se non discarica e occasione per squallidi giochi, sport, autostrada per imbarcazioni inquinanti di ogni tipo, e via antropizzando. Dopo molti anni si sono rivisti i delfini vicino alle coste. La campagna, in questi giorni di pandemia, sembra essere tornata... campagna! si rivedono animali di ogni tipo come i tassi, le lepri selvatiche, i cerbiatti, i caprioli che ancora al tempo dei nostri nonni e bisnonni facevano compagnia ad agricoltori e abitanti dei piccoli paesi in collina, in un mondo assai meno popolato dell'attuale. I cinghiali e i gabbiani si riavvicinano ai centri abitati. E' come se la natura tornasse a riappropriarsi, ora che l'uomo sembra indietreggiare, sembra... I piccoli paesi, le cittadine, e persino le periferie di grandi città sembrano tornare ad una dimensione...umana. L'aria non odora più di fumi di scappamento delle auto, il cielo è più terso. Sembra essere tornato azzurro come nell'infanzia, anche in città. La folla ha lasciato il posto nelle nostre strade alle persone, tornano i nomi, il rapporto di conoscenza al posto dell'anonimato. Torna a sentirsi il rintocco delle campane delle chiese, come in una poesia di Pascoli. Manca l'asinello o il cavallo al posto delle rare auto e sembrerebbe tornato il mondo di un secolo fa. Le megalopoli appaiono quasi ferme, come un gigantesco meccanismo inceppato. La gente va in strada con il cane, o è affacciata al balcone. I negozi chiusi, i rumori quasi assenti. Il rombo dei motori sembra scomparso come per magia. Il mondo di otto miliardi di Homo sembra tornato quello di due, tre miliardi. Un mondo più pulito, meno inquinato, dove la natura ha ancora la sua voce forte, profonda, capace di dare un senso alla vita, a tutte le vite. Non ci sono aerei nel cielo, il cielo ha perso le sue macchine volanti ma è tornato ad avere significati, ad ospitare gli dei. E' un cielo con meno uomini ma più umano.
Me è solo un effetto temporaneo delle misure prese dai governi per contrastare l'epidemia.
Presto tutto tornerà in moto, la macchina riprenderà a girare, gli ingranaggi a sferragliare, i fumi a uscire, i rombi torneranno a sentirsi ovunque. Gli aerei ricominceranno a rullare sulle piste, a decollare e solcare il cielo. Le navi torneranno a salpare per i loro viaggi spesso senza senso, senza perché. I cargo pieni di merci e di petrolio riprenderanno la navigazione per alimentare dei consumi senza scopo, un inutile dispendio di energia, una produzione e un commercio fine a se stessi. Le auto torneranno a invadere strade e piazze, le folle a uscire. Gli impianti di risalita torneranno a funzionare per folle festanti di turisti. Le megalopoli torneranno ad essere megalopoli e gli otto miliardi di consumatori a consumare. Di nuovo milioni di tonnellate di plastiche invaderanno terre e mari e le discariche di immondizie a riempirsi. Nel cielo torneranno a versarsi milioni di tonnellate di carbonio, gli idrocarburi ad essere bruciati, la benzina a salire di prezzo. Sarà finita l'epidemia , ma anche il sogno di un mondo più pulito, più naturale, in cui la presenza umana sia in armonia con quella delle altre specie. Un sogno appunto, ma anche un modello. Forse questo virus ci ha lasciato un piccolo modello e ci ha dato un grande insegnamento.

sabato 28 marzo 2020

Le megalopoli all'origine della pandemia

C'è una immagine che dovrebbe farci riflettere: quella di una New York deserta. La piazza di Time Square ancora tutta illuminata dalle insegne luminose de dai cartelloni della pubblicità, ma a fronte di queste luci uno spettrale silenzio senza anima viva. Che cosa ci dice questa immagine?
La lezione che dobbiamo trarne è che il modello di crescita basato sulle megalopoli qui mostra un limite. E' il segnale del suo fallimento. Abbiamo sbagliato modello di sviluppo e modo di abitare il pianeta. Le megalopoli stanno invadendo la terra, alimentate dalla crescita esponenziale della popolazione umana e dal modello consumistico. La loro crescita corrisponde all'espansione antropica su tutte le superfici vergini rimaste, con lo sventramento e l'abbattimento delle foreste fluviali e di tutte le zone silvestri. La perdita degli ambienti silvestri equivale alla estinzione rapida di migliaia di specie animali e vegetali, alla riduzione di numero di esemplari, alla sostituzione di specie in bilico per la loro sussistenza, alla forzata coabitazione con specie per migliaia di anni aliene, quando non addirittura alla vendita di specie rare come carne da macello in raffazzonati mercati ai margini delle grandi città.
Molti si chiedono del perché oggi questa convivenza stretta tra Homo e specie silvestri dia origine ad epidemie letali, mentre nel passato questa convivenza, quando ci fu, come per esempio nell'Europa medioevale caratterizzata dai disboscamenti e dalla caccia, non diede origine ad epidemie parimenti letali?
In effetti in passato la domesticazione di alcuni animali, come i Bovini nel caso del morbillo, o come in tempi più recenti l'invasione dei centri urbani medioevali (in primis quelli forniti di porti) da parte di topi provenienti spesso via mare dall'oriente, furono causa di epidemie. Come lo fu l'arrivo e il transito di truppe straniere nel caso della peste di Milano del 1630 o della epidemia spagnola. In tutti i casi si trattava della rottura di un equilibrio e la fine di un isolamento. Ma nelle epidemie del passato notiamo due fenomeni che non si notano nelle epidemie attuali.
Il primo fenomeno è l'autolimitazione. Come fa notare la virologa Ilaria Capua nel passato antico e medioevale o ancora agli albori dell'era moderna, i virus e i batteri trovavano popolazioni limitate in cui espandersi. Nella peste del 1348 i borghi e le città avevano poche migliaia o nei casi di città più grandi qualche decina di migliaia di abitanti. Anche nel caso della peste che aveva una letalità molto alta (circa un quarto degli infettati morivano), i numeri assoluti rimanevano limitati anche se percentualmente rilevanti in rapporto alla popolazione complessiva. Infatti le epidemie trovavano il loro limite quando le zone abitate erano state tutte colpite (sviluppando immunità di gregge) e i patogeni esaurivano il loro potenziale diffusivo trovandosi di fronte zone selvagge, deserte o scarsamente abitate. Il confine tra borghi e foresta era spesso anche il confine delle epidemie che mai divenivano pandemie.
Il secondo fenomeno che caratterizza le epidemie del passato è la lentezza di diffusione rispetto alla velocità delle epidemie attuali. "Pensiamo all'influenza spagnola" - afferma Ilaria Capua- "che un secolo fa ci ha messo ben due anni per diffondersi. Questa volta invece sono bastate un paio di settimane. Un virus che stava in mezzo a una foresta, in Asia, è stato improvvisamente catapultato al centro della scena, passando da un mercato in cui venivano radunati animali provenienti da aree geografiche molto diverse. Siamo noi ad aver creato l'ecosistema perfetto per generare spontaneamente delle armi biologiche naturali". La dottoressa accenna ad ulteriori ipotesi che possano spiegare la rapidità di diffusione: ipotizza ad esempio i tubi e i sistemi di condizionamento degli ambienti nelle città, con l'umidità e la temperatura adatta a mantenere vitali gli agenti infettanti e a diffonderli. Ai mezzi di trasporto rapidi e caratterizzati dall'affollamento di molte persone in spazi ristretti, tipici delle grandi città moderne. All'intrattenimento negli spettacoli o agli affollamenti dei grandi stadi sportivi, tutti aspetti favoriti dalla tecnologia e facenti parte dell'ambiente megapolitano contemporaneo. Queste condizioni, conclude la dottoressa , le abbiamo create noi.
Così come noi siamo responsabili del fattore che più di tutti può spiegare l'accelerazione della diffusione epidemica, l'espansione rapida della pandemia a tutto il globo, la mancanza di autolimitazione che invece avevano le vecchie epidemie, gli elevati numeri assoluti della mortalità. Questo fattore è costituito dalla sovrappopolazione planetaria con otto miliardi di umani raccolti in maggioranza nelle megalopoli e in aree fortemente antropizzate. Le megalopoli sono grandi strutture antropiche che per sopravvivere necessitano di scambi continui e globali di merci e di persone, e che hanno bisogno di tecnologie che assicurino la convivenza stretta in spazi limitati di milioni di persone in archi temporali ristretti. Tutte condizioni che favoriscono le pandemie veloci e letali come quella attuale.
Gli epidemiologi esprimono la diffusività di un patogeno con R-0 (Erre - zero) o "Basic reprodution Number" o il numero atteso di casi direttamente generato da un caso in una popolazione in cui tutti gli individui sono sensibili alle infezioni. L'R-0 varia con la densità di popolazione in un rapporto diretto e crescente in modo esponenziale. Infatti la densità di popolazione (numero di individui all'interno di un determinato spazio o territorio) determina quante persone si incontrano, per quanto tempo e quanto a lungo, tutti fattori che vanno ad influire sul tasso di diffusività di un patogeno. E' evidente che la megalopoli è il principale moltiplicatore dell'indice di diffusività R-0. Questo fa la differenza tra una epidemia del passato ed una pandemia del XXI secolo. La convivenza di milioni di persone in spazi affollati all'estremo, come avviene nei grattacieli e nei centri commerciali, negli stadi e nelle strade delle megalopoli, a cui concorrono gli eventi, i consumi, lo svago e le fitte relazioni tra milioni di persone, possono spiegare la attuale dinamica delle pandemie con la diffisività rapida e globale e l'alto numero assoluto di contagiati e di vittime. Si può ben capire come le ultime epidemie come la Sars, l'H1N1, la Mers, la suina ecc. nascano nelle grandi megalopoli cinesi, o come l'Ebola o l'AIDS si siano sviluppate in Africa, in cui gli agenti virali usciti dalle zone silvestri si sono rapidamente diffusi nelle città e aree densamente popolate. Proprio la recente antropizzazione delle zone silvestri invase dalla massa umana, può spiegare la localizzazione dei focolai iniziali appena generati dallo "spillover" di specie.

sabato 14 marzo 2020

Epidemie e popolazione

Le popolazioni umane, come tutte le popolazioni animali, sono controllate dal rischio della crescita eccessiva rispetto all'ambiente che le ospita, mediante la fame (disponibilità di cibo), le malattie, la guerra (controllo intraspecifico) o la predazione (controllo interspecifico). La competizione per le risorse in un determinato territorio è stato da sempre l' aspetto di fondo. Questo e' cio' che per decine di migliaia di anni ha riguardato anche Homo sapiens. La tecnica contemporanea, che è alla base dell'economia e della cultura attuale, ha rotto gli argini di Homo: ciò ha determinato una crescita della popolazione senza limiti e la globalizzazione delle merci e delle persone, con l'abolizione di tutti i confini. Il tutto espresso a livello economico e politico con l'ideologia antropocentrica basata sulla crescita continua del Pil, un mantra di tutte le culture del pianeta. Ma, sebbene ideologicamente aboliti, i limiti continuano ad esistere nella realtà della natura e con essi la carenza di cibo, le guerre e le malattie. Quando Homo cerca di negarne l'esistenza con l'ideologia del globalismo, i limiti tornano comunque a presentarsi in modo più' o meno imprevisto: le ondate migratorie con i conflitti sociali e culturali che comportano, la lotta per le risorse come l'acqua o il petrolio, le guerre per il controllo delle terre o dei mari, la fame e le carestie, i disordini climatici, le malattie. La storia del coronavirus e' l'ennesima conferma della rottura di un equilibrio ecologico da parte della crescita eccessiva di Homo.
La nuova epidemia è grande campanello che suona l'allarme, l'ennesimo, per un pianeta in cui una sola specie, Homo, ha rotto tutti i limiti e sta distruggendo tutte le altre specie e l'ambiente che la ospita.
Come fa notare la nota infettivologa Ilaria Capua in una sua intervista al Corriere: "In un pianeta globalizzato, interconnesso ed interdipendente, è chiaro che i fenomeni epidemici possono sfuggire di mano. Abbiamo già avuto delle avvisaglie, dalla Sars ad Ebola fino alla pandemia influenzale del 2009 H1N1 «suina», quest’ultima forse la più vicina a quello che stiamo osservando oggi. Il precedente più interessante ed emblematico riguarda il virus del morbillo, che deriva dal virus della peste bovina, il quale si è avvicinato all’uomo quando Homo sapiens ha addomesticato il bovino". A differenza del Morbillo, che con la mobilità limitata e scarsa di tempi remoti ha richiesto migliaia di anni per diffondersi nelle popolazioni umane provocando epidemie ed endemie che durano tutt'ora, l'attuale epidemia da Covid-19 è divenuta pandemica nel giro di qualche mese. Covid-19 si è presentato in un mondo sovrappopolato in cui gli spostamenti da un punto all'altro del pianeta richiedono poche ore ed in cui le le megalopoli si espandono giornalmente distruggendo territorio ed ecosistemi, minacciando migliaia di specie animali e vegetali. Nel caso di Covid19 l'origine dell'epidemia è stata individuata in un mercato di animali di Wuhan. Prelevare animali selvatici dal loro ambiente naturale e indurre artificialmente un’elevata concentrazione di individui di diverse specie esotiche in uno spazio limitato crea le condizioni ideali per la trasmissione di zoonosi. "La differenza con i virus del passato, conosciuti o sconosciuti (quelli che circolavano nell’era pre-microbiologica) è la velocità della diffusione del contagio" dice la dottoressa Capua. In conclusione la virologa ci fa notare l'aspetto essenziale della nuova malattia epidemica: la rottura di un equilibrio tra zone silvestri e zone residenziali umane. "Stiamo assistendo a un fenomeno epocale, la fuoriuscita di un virus potenzialmente pandemico dal suo habitat silvestre (pipistrelli) e la sua diffusione globale che diventa un’onda inarrestabile, invade le nostre vite, le nostre case e i nostri affetti". L'equilibrio si è rotto per l'eccessiva crescita delle megalopoli e l'antropizzazione di tutti i territori e la conseguente distruzione delle zone silvestri abitate da popolazioni di animali fino a pochi anni fa rimaste indisturbate (o quasi) per migliaia o milioni di anni. La stessa cosa afferma Giovanni Maga, direttore dell’Istituto di Genetica molecolare del CNR-IGM di Pavia, per spiegare la maggior frequenza delle epidemie negli ultimi decenni «I fattori coinvolti sono molteplici: cambiamenti climatici che modificano l’habitat dei vettori animali di questi virus, l’intrusione umana in un numero di ecosistemi vergini sempre maggiore, la sovrappopolazione, la frequenza e rapidità di spostamenti delle persone» L'abbattimento delle foreste fluviali, la rottura dell'isolamento di interi ambienti ed ecosistemi con strade aeroporti, sbancamenti di alture e colline, miniere, sventramenti di ambienti incontaminati anche a scopo di agricoltura e pascolo , ferrovie, insediamenti abitativi, commerciali e produttivi, pozzi di estrazione, discariche, la modificazione dell'ambiente e del modo di vivere degli animali dovuta all'espansione della popolazione umana e delle strutture a questa connesse, l'inquinamento delle falde acquifere, dell'aria e dei terreni, l'introduzione di specie estranee o animali domestici, lo spostamento forzoso di intere popolazioni animali, la modifica dell'alimentazione e tutti gli altri fenomeni indotti dall'espansione delle megalopoli e delle popolazioni di Homo, hanno rotto argini che da millenni separavano specie silvestri dalle altre specie animali e dalle popolazioni umane, favorendo salti di specie.
Un altro aspetto è la densità delle popolazioni in cui il virus può replicarsi: gli allevamenti intensivi e la trasformazione in cibo o la coabitazione stretta con specie allogene costituisce uno dei meccanismi essenziali con cui i virus attivano la loro contagiosità ed aumentano la virulenza. E' dimostrato che nuove opportunità di replicazione in gruppi di popolazione sempre più numerosi favorisce mutazioni nel genoma che amplificano la virulenza e il potenziale patogeno. Le stesse popolazioni umane in forte crescita con convivenze in spazi limitati di milioni di individui hanno innescato la bomba epidemica favorendo il facile diffondersi di specie virali e batteriche particolarmente patogene e virulente. La natura da milioni di anni utilizza virus e batteri per conservare l'equilibrio degli ecosistemi viventi. La rottura di questo equilibrio da parte di Homo si paga a caro prezzo. Le stesse terapie mediche, in queste condizioni, hanno facilitato l'apparire di specie particolarmente diffusive e resistenti a farmaci antibiotici e antivirali. La resistenza sempre maggiore alle terapie della Tbc, dei ceppi batterici, della malaria e dei nuovi virus è un esempio degli effetti delle popolazioni numerose ed in continua mobilità e delle modifiche ambientali da noi prodotte.
L’uomo rischia ora di tramutarsi in un virus che fa ammalare la sua stessa casa. Se non addirittura se stesso. L’aumento delle epidemie è un effetto della sovrappopolazione e del nostro impatto sulla biodiversità.

sabato 8 febbraio 2020

L'orrore neo-malthusiano

C'e' un fantasma che s'aggira in Europa, un incubo alla pari della shoah e del nazismo, un abominio assoluto. Si tratta del neo-malthusianesimo equiparato all'antropofagia e ai forni crematori. Lo dice il sindaco di cremona che si scusa perché' lui quel depliant non lo aveva proprio letto, anche se pubblicato dal suo comune. Che cosa contiene di tanto scandaloso e violento il depliant? Semplicemente accenna che per salvare il mondo dal riscaldamento climatico e' forse il caso di limitare il numero dei figli. Scandalo ! Orrore! Vergogna! Abominio e Assassinio! Tutta la stampa e' insorta unanime, le forze politiche di destra e di sinistra hanno denunciato ed esecrato il crimine ideologico, l'attentato ai diritti di Homo. I quali, secondo loro, sarebbero infiniti: infiniti in un pianeta finito! Solo per avere un'idea approssimativa del tenore medio delle reazioni all'infame depliant riporto qui di seguito un articolo del sussidiario-net giornale on line di orientamento cattolico e "de sinistra" (ma le reazioni di Lega e di Fratelli d'Italia sono perfettamente sovrapponibili):
MENO FIGLI PER AIUTARE IL CLIMA?/ Dopo c’è solo il cannibalismo del prof. Söderlund Pubblicazione: 08.02.2020
A Cremona un dépliant, subito ritirato, consigliava le quattro azioni individuali più efficaci contro il climate change, tra cui “fare meno figli” “No auto, no aereo, meno carne rossa, meno figli”: queste sarebbero “le quattro azioni individuali più efficaci per mitigare i cambiamenti climatici”, secondo un dépliant distribuito nel punto informativo Spazio Comune di Cremona e realizzato dall’associazione Filiera Corta Solidale, in collaborazione con l’amministrazione municipale (amministrazione di sinistra, Pd più liste civiche), con finanziamento della Fondazione Cariplo.
Un consigliere comunale dell’opposizione lo legge, e subito si scatena una tempesta di commenti e di scontri tra partiti al calor bianco, anche a livello nazionale. A livello locale la reazione è rapida e appropriata: il sindaco, Gianluca Galimberti, dichiara: “Non avevo visto il libretto prima della notizia. Quello che è stato scritto è profondamente sbagliato e stupido, grave e non condivisibile. Gli assessori hanno spiegato che è un contenuto estrapolato malissimo da un contesto più generale di uno studio. Verrà ritirato!”. La stessa Fondazione Cariplo, pur difendendo il progetto nel suo complesso, si chiama fuori, e conferma che “…la pubblicazione dell’opuscolo con questo tipo di contenuti mostra una grande superficialità nel trattare l’argomento demografico e chiediamo di ritirare la pubblicazione, così come ha già fatto il sindaco di Cremona, che ha anticipato la nostra richiesta. Riteniamo che la complessità degli impatti del cambiamento climatico debba essere comunicata diversamente e confidiamo nel fatto che si sia trattato di una grave svista”.
Certo, la contraddizione balza agli occhi, per un’area politica che oggi a livello nazionale riconosce l’emergenza natalità come priorità del Paese, e che sta proponendo l’assegno unico per i figli, un Family Act e la revisione delle politiche fiscali per sostenere la natalità (con tanto di sostegno – promesso – alle famiglie numerose!), e che invece a livello locale suggerisce di fare meno figli per proteggere l’ambiente.
L’errore di contrapporre natalità e tutela dell’ambiente purtroppo caratterizza troppa cultura ambientalista, ideologicamente legata a modelli di analisi socio-economica e ambientale ormai obsoleti, come le teorie neo-malthusiane, o le profezie del Club di Roma, degli anni Settanta, che prevedevano il totale collasso del pianeta in caso di popolazione mondiale superiore ai 3 miliardi di abitanti (sic!). Forse i primi a dover rileggere la Laudato Si’ sono proprio questi ecologisti estremi, per riscoprire che uomo e ambiente si salvano “l’uno con l’altro”, e non “uno contro l’altro”…
In fondo, anche il dépliant di Cremona è l’ennesimo esempio di cattivo uso della scienza, quando viene piegata a pregiudizi ideologici: i quattro punti del dépliant derivano infatti da uno studio dell’Università di Lund (Svezia), pubblicato nel 2017 sulla rivista Environmental Research Letters, in cui si misurava (con modelli teorici) l’impatto di diversi comportamenti tra cui anche l’impatto ecologico di “un nuovo essere umano”. Quasi un “gioco di simulazione”, che però diventava subito, nelle conclusioni dei ricercatori, un’indicazione di comportamenti virtuosi da proporre a tutti, compresa la geniale idea di “non fare figli, così non inquineranno”.
Dati discutibili, e soprattutto indicazioni operative totalmente arbitrarie, che sono state assunte acriticamente da chi ha redatto il volantino di Cremona, convinto che fossero “verità scientifiche”. E il rigore dello studio sta – al massimo – nei dati utilizzati, e non nelle conclusioni, che corrispondono a scelte valoriali dei ricercatori, e non possono essere rivendute come “le ricette scientifiche” per risolvere il problema. Questo è un uso “magico” della scienza, senza alcun discernimento. Altrimenti dovremmo dar retta anche a quel professore svedese alla Stockholm School of Economics, Magnus Söderlund, che nel settembre 2019 ha affermato, durante un programma televisivo, che il consumo di carne umana (!) al posto di quella animale potrebbe rappresentare una proposta sostenibile per limitare il riscaldamento globale. Ogni commento è superfluo (o no?). Il futuro dell’umanità e dell’ambiente sono indissolubilmente legati, e ciascuno di noi ha un compito sempre più grande di custodia del creato. Ma proprio per questo ogni persona è preziosa, e la soluzione non sarà certo il suicidio demografico, soprattutto in Europa, soprattutto nel nostro Paese.
Secondo l'articolista politicamente corretto, auspicare un controllo demografico ai fini di salvaguardare l'ambiente e salvare il pianeta dal riscaldamento climatico, sarebbe un "cattivo uso della scienza" piegata a fini ideologici! E' proprio vero che si usa affibbiare agli altri le colpe di cui si e' responsabili. Insomma secondo questi campioni del pensiero "non ideologico" (sic!) per custodire il creato ci vogliono più' esemplari di Homo. Otto miliardi non bastano. Tra l'altro, secondo costoro e secondo il linguaggio oggi comunemente usato, quando si parla di Homo si deve associare sempre il concetto di diritti, i quali sarebbero infiniti in un pianeta finito.I diritti, secondo questi pensatori non ideologici, riguardano solo la specie Homo dimenticando tutto il resto tra cui le specie animali e vegetali che convivono con noi (non si sa per quanto ancora) sul pianeta. Non c'e' pietà' per i koala australiani, gli elefanti e i rinoceronti africani, gli oranghi del Borneo, tutti esseri viventi con quasi il nostro stesso codice genetico destinati, con la crescita di Homo, allo sterminio e all'estinzione. Questi massacri non fanno orrore, fanno orrore invece l'uso dei preservativi o delle pillole anticoncezionali, l'educazione demografica, il rispetto per tutte le specie viventi; un rispetto che dovrebbe essere negato di fonte ai diritti del re dell'universo: Homo. Qui non siamo più' all'antropocentrico ma all'antropo-idiotismo: questa visione -ideologica?- degli antropoidioti auspica un numero di umani senza fine, anzi più' e' alto il numero di umani e più' il "creato" e' custodito e la natura salva. La cosa che stupisce e' che anche per la maggioranza dei cosiddetti ambientalisti quanto afferma il sussidiario-net, la chiesa, gli intellettuali, molti uomini di scienza, tutti i media e le forze politiche di destra e di sinistra, e' giusto e vero. I Verdi infatti, specie quelli europei, non vogliono sentir parlare di controllo demografico per salvare il pianeta. Conseguenza di questa posizione e' che secondo i verdi più' si figlia e più' il pianeta e' salvo. C'e' da spiegarsi, a rigor di logica, di come sarebbe possibile coniugare la decrescita dei consumi, mantra continuamente ripetuto da tali difensori dell'ambiente, con il fatto che agli attuali tassi di natalità' ogni dieci anni si aggiungono sulla superficie del pianeta un miliardo di consumatori in più'. Misteri della fede

sabato 25 gennaio 2020

La città dei porci

Ci sono immagini simbolo di tutta un' epoca e di una intera società : l'immagine simbolo della società' della sovrappopolazione sono i Pigs hotels che stanno nascendo in Cina come funghi dopo la pioggia. Siamo all'orrore e alla farsa coniugati in questo simbolo della produzione di massa nella società del consumo globalizzato. Su amene colline e con affaccio su verdi valli solcate da grigi fiumi pieni di tossici ed esalazioni velenifere sorgono rapidamente edifici e grattacieli che vanno dai sette ai quattordici piani, giganteschi, casermoni immensi di puro cemento e ferraglia, un pugno nell'occhio e allo stesso tempo tecnologia della morte senza precedenti (anche i campi di sterminio nazisti fanno qui misera figura con le loro casupole di legno e la somministrazione artigianale della morte). Annessi ai detti megaedifici sono infatti mattatoi meccanizzati perennemente illuminati al neon che lavorano di giorno e di notte in modo continuativo assicurando l'abbattimento e la macellazione di esseri viventi, mammiferi come noi, e la produzione di carne per migliaia di tonnellate al giorno. Gli animali, ammassati si dice nel numero di mille a piano, vengono nutriti di mangimi artificiali senza la minima possibilità di movimento o di vedere per anche solo un attimo della loro breve esistenza, un frammento di cielo, o un campo d'erba. Solo pareti di cemento, luci al neon, barre d'acciaio, sterco e liquami, questo e' il mondo che Homo sapiens sapiens riserva -per brama di denaro e per assicurare la produzione di massa ai suoi consumatori- ai milioni di maiali cui sono riservati i pigs hotels.
I cosiddetti “Pigs hotel”, hotel dei maiali, sono situati sul Monte Yaji, nella Cina meridionale, ma stanno rapidamente diffondendosi in tutta la Cina. Nella provincia del Fujian, la Shenzhen Jinxinnong Technology Co Ltd, prevede ulteriori investimenti (si parla di 40 milioni di dollari) per la realizzazione di due allevamenti a cinque piani a Nanping. Altre due aziende stanno costruendo megafattorie con grattacieli di numerosi piani per l'allevamento di maiali a Fujian. La produzione non e' solo riservata ai cinesi che hanno la carne di maiale come principale alimento. La produzione e' riservata anche in modo crescente all'esportazione (e' proprio di questi giorni il sequestro di dieci tonnellate di carne di suino avariata in una città del nord Italia, ritrovata nascosta in un doppio fondo di un autotreno). La società agricola privata Guangxi Yangxiang Co Ltd, gestisce sei allevamenti dai sette ai 13 piani. Sono gli edifici più alti del mondo di questo genere. Finora, la società ha speso circa 500 milioni di yuan, 58 milioni di sterline in totale,escludendo il costo dei suini. Anche in Europa sono stati costruiti allevamenti di maiali di massa, ma per ora gli edifici sono limitati a due o tre piani al massimo. In questo tipo di allevamenti il pericolo e' costituito dalle epidemie che possono comportare la perdita massiva dei capi di bestiame in pochi giorni. La convivenza forzosa e innaturale di tanti animali favorisce le epidemie, così' come sta accadendo con gli umani con l'ultima epidemia cinese favorita dalla convivenza di grandi masse umane negli spazi ristretti delle megalopoli cinesi (e la stretta convivenza tra animali, la cui carne spesso viene divorata cruda, con tali masse umane favorisce il passaggio di sempre nuove varianti dei virus all'uomo).
Come afferma Xu Jiajing, direttore dell’allevamento di Yangxiang, questo tipo di allevamenti e' molto conveniente dal punto di vista economico visto l' ottimizzazione dell'allevamento e della macellazione con l'economia in scala che consente il concentramento di tanti animali in spazi ristretti ma organizzati in modo industriale. La richiesta di carne e' del resto fortissima in quanto i centri rurali (dove prima l'allevamento era frazionato in tanti piccoli allevamenti sparsi nelle campagne) stanno sparendo e crescono le megalopoli dove milioni di persone vivono concentrate senza la possibilità' di avere i loro allevamenti o il cibo prodotto in loco. Alle megalopoli degli Homo corrispondono specularmente le città dei porci, destinati alla alimentazione di tanti umani che hanno perso ogni rapporto con la terra. Dice Xue Shiwei, vice chief operations officer di Pipestone Livestock Technology Consultancy, un’unità cinese di un’azienda di gestione agricola statunitense: “ La costruzione di grattacieli per maiali ancora più alti farebbe risparmiare sulla terra ma aumenterebbe la complessità della struttura,come tubature per acqua e liquami, e i costi per il cemento e l’acciaio sono molto più alti”, – ha affermato. Ma concentrare gli animali ottimizzando tempi e strutture potrebbe rendere economicamente vantaggioso anche edifici più' alti e organizzati con trasporti speciali riservati (autostrade e ferrovie apposite) come vere e proprie città. Tutto questo e' una vera parodia della società umana contemporanea, basata sulla sovrappopolazione e la concentrazione di masse di umani consumatori nelle megalopoli. Ma le vittime di queste mostruosità della produzione di massa non sono solo i poveri maiali. Anche le speculari megalopoli umane sono ormai metafora di una perdita fatale del senso della vita che riguarda in primo luogo l'uomo stesso. Ridotto anche lui ad un allevamento intensivo in cui ciò' che mangia è poco diverso dal mangime fetido dei maiali cinesi, e il cui mondo e' circondato da ogni parte dal cemento e in cui il cielo e' velato da fumi e nebbie di particolato, in cui l'aria e' irrespirabile e in cui le valli divengono discariche e i fiumi fogne tossiche. Il carnefice diviene così' sempre più simile alle sue vittime. Il pianeta terra, che Homo crede di dominare e possedere, diviene sempre più' un mondo di città di porci.

martedì 31 dicembre 2019

Considerazioni sul fallimento della Cop25

Cosa ci dice il fallimento della conferenza internazionale Cop25 sul clima? La grande mistificazione del cosiddetto protocollo di Kyoto e dell'accordo di Parigi, con la conferenza di Madrid sembra essere arrivata al capolinea. La maschera delle buone intenzioni green e' miseramente caduta mostrando il re nudo: i paesi ricchi e poveri hanno fatto, fanno e faranno quello che a loro conviene economicamente e politicamente e del riscaldamento globale se ne fregano e se ne fregheranno ampiamente, alla salute del pianeta, questo in sintesi il risultato della ennesima Cop. Alla conferenza – durata inutilmente una decina di giorni, a Madrid – hanno partecipato i rappresentanti di più di 190 paesi del mondo, che tra le altre cose si erano dati l’obiettivo di trovare una soluzione su uno dei punti più importanti e discussi dell’Accordo di Parigi sul clima: il meccanismo previsto dall’articolo 6, che dovrebbe permettere ai paesi che inquinano meno di “cedere” la loro quota rimanente di gas serra a paesi che inquinano di più, per permettere loro una transizione più facile senza compromettere il raggiungimento degli obiettivi generali. Oltre a non avere concordato nulla sull’articolo 6, la COP25 non ha prodotto niente di vincolante sull’obbligo per i singoli paesi di presentare piani per ridurre ulteriormente le proprie emissioni di gas serra, necessari per raggiungere gli obiettivi fissati dall’Accordo di Parigi nel 2015. I motivi del fallimento sono sia contingenti che dovuti a cause di fondo. Quelli contingenti sono essenzialmente due: la contrarieta' di alcuni paesi come Usa, Australia, Brasile, i quali si sono opposti apertamente in quanto reputano le misure proposte troppo costose per le loro economie, e il disinteresse di molti altri paesi che non trovano conveniente intraprendere sacrifici in mancanza di certezze su risultati concreti. Infatti Cina, India e paesi asiatici hanno da sempre predicato bene (si dicono favorevoli agli obiettivi) ma di fatto razzolato male essendo tra i principali emettitori di carbonio al mondo per l'uso massiccio e continuamente in crescita di carbone. La Cina, ad esempio, pur essendo tra i maggiori produttori di tecnologie rinnovabili per la produzione di energia (eolico e solare), ritiene piu conveniente il ricorso al carbone, e sta costruendo ulteriori decine di centrali. In conclusione le emissioni di carbonio sono tornate a crescere (+ 1,6 %)nonostante tutte le dichiarate buone intenzioni, come certificato dall'IPCC (gli scienziati che per conto dell'Onu studiano i cambiamenti climatici e i livelli di carbonio). Le cause di fondo del fallimento sono invece da ricondurre, secondo me, a tre questioni che le Cop da Kyoto a Parigi per arrivare a Madrid non hanno mai affrontato, anzi hanno colpevolmente silenziato. Le riassumo brevemente:
1) La questione demografica
2) L'insufficienza delle rinnovabili a sostituire gli idrocarburi
3) Il tipo di crescita strutturale delle megalopoli
(i tre aspetti, come diro' in seguito, sono collegati tra loro).
E' chiaro che se non si affrontano questi problemi di fondo, nessuna riconversione energetica carbon free avrà' la possibilità' di avere successo e le varie conferenze sul clima saranno una inutile successione di fallimenti. Infatti come dimostrano i dati le emissioni continuano ad aumentare. Vi sono poi aspetti , ad esempio dell'accordo di Parigi, che hanno soltanto valenza ideologica e nessun impatto reale. Mi riferisco al famigerato articolo 6 dell'accordo di Parigi che non e' mai decollato ed e' un esempio di pura demagogia: prevede trasferimenti di denaro ai paesi poveri in cambio di maggiori emissioni dei paesi ricchi. Si tratta di semplici trasferimenti di denaro che danneggiano i paesi sviluppati togliendo risorse alla ricerca e alla tecnologia e non avvantaggiano lo sviluppo dei paesi arretrati essendo risorse non vincolate a progetti specifici.Questi trasferimenti di risorse inoltre non inducono a cambiamenti in grado di influire sulle emissioni: consentono ai paesi sviluppati di emettere carbonio più' di prima e ai paesi arretrati di non fare nulla sul fronte del controllo demografico. I trasferimenti di risorse dai paesi ricchi ai paesi svantaggiati possono essere utili, ma per contribuire realmente alla lotta al cambiamento climatico debbono essere legati alla lotta agli alti tassi di natalità' da parte dei governi e delle classi dirigenti locali. Gli stessi paesi in via di sviluppo considerano questo mercato del carbonio insufficiente in quanto hanno bisogno per le loro popolazioni in forte crescita di industrie ed energia e i costi di quella da rinnovabili sono per loro insostenibili.
Veniamo alle singole questioni di fondo.
LA QUESTIONE DEMOGRAFICA
Come fa notare il rapporto WEO (World Energy Outlook) del 2018 ogni anno, in seguito alla crescita demografica mondiale, si aggiungono 90 milioni di potenziali consumatori agli oltre 7 miliardi e mezzo di emettitori di gas serra. Inoltre, poiché' tra i principali obiettivi delle Cop vi sono (articolo 2 dell'accordo di Parigi)"gli sforzi tesi a sradicare la povertà' su una base di equita' e nel contesto dello sviluppo sostenibile", fino a prova contraria sradicare la povertà significa aumentare i consumi e con essi l’uso di energia. A meno che gli esperti dell'Onu abbiano qualche bacchetta magica come la fata Turchina che consenta di aumentare il benessere senza aumentare i consumi. Si legge, nel medesimo rapporto WEO un paragrafo dal titolo: “Il fabbisogno energetico mondiale continua a crescere, ma milioni di persone non hanno ancora accesso all’energia” (secondo alcune statistiche più' della meta' della popolazione africana -ad esempio- non ha accesso, o ha solo un accesso parziale, all'energia elettrica). In tale paragrafo si precisa che nel 2016 a 1,2 miliardi di persone non arrivava l’elettricità e che tale numero si auspica possa scendere a 500 milioni nel 2040 grazie a massicci interventi di aumento della produzione di energia. Si stima, nel rapporto, che le popolazioni africane in seguito allo sviluppo dell'agricoltura e dell'industria aumenteranno di molto le richieste e che solo per combattere il caldo necessiteranno di milioni di condizionatori. La crescita attesa della popolazione nelle regioni più calde dell’Africa implica che, "entro il 2040, quasi mezzo miliardo di persone in più potrebbe aver bisogno di sistemi di condizionamento dell’aria o di altri servizi per il raffreddamento degli ambienti.” Ma non solo l'Africa: " Al 2040 la domanda di elettricità per l’utilizzo di condizionatori in Cina superera' l’attuale consumo elettrico del Giappone”. In seguito alla continua inarrestabile crescita della popolazione (basti pensare anche all'India) ci sarà' bisogno di molta energia a basso prezzo. La diffusione mondiale dell'agricoltura intensiva necessitera' di forti approvvigionamenti di energia e l'uso estensivo della chimica.Le industrie nascenti in molti paesi africani o asiatici avranno bisogno di materiali, tecnologie ed energia facilmente disponibile e a prezzi bassi. Purtroppo l'energia più' economica, nonostante tutte le precedenti stime ottimistiche, continueranno ad essere i combustibili fossili: “Con gli Stati Uniti che rappresentano l’80% dell’aumento della produzione petrolifera mondiale da qui al 2025 e che mantengono una pressione al ribasso sui prezzi nel breve termine, il mondo non è ancora pronto per dire addio all’era del petrolio.” (rapporto WEO 2018). Gli USA con l’invenzione del fracking hanno trovato il modo di succhiare al pianeta anche le più recondite riserve di petrolio e di gas, in modo da protrarre il più a lungo possibile l’agonia della biosfera. Ma finche' ci saranno paesi in sviluppo con tassi di natalità' elevati ci sarà' sempre bisogno di energia a basso costo (le rinnovabili hanno tuttora una produzione di energia a costi insostenibili per i paesi emergenti con alta crescita demografica). L’Outlook del 2017 ci informa inoltre che “il parco automobili mondiale raddoppia da qui al 2040, raggiungendo i 2 miliardi di veicoli”, e le popolazioni dei paesi in sviluppo chiedono sempre più' auto per la propria mobilita'. Faccio presente che l'auto elettrica non e' una risposta al problema visto che, secondo statistiche ufficiali, l'80% dell'energia elettrica viene tuttora prodotta da centrali a carbone. Conclude il rapporto WEO: “i redditi crescenti e l’incremento della popolazione mondiale di 1,7 miliardi di persone, le quali si insedieranno principalmente nelle aree urbane delle economie in via di sviluppo, determinano un aumento della domanda energetica mondiale di oltre un quarto da qui al 2040.” Un epitaffio sulla lapide delle speranze degli ecologisti della decrescita felice, che credono che basti bloccare lo sviluppo industriale e la produzione in occidente per arrestare l'aumento della polluzione di carbonio e il global warming.
L'INSUFFICIENZA DELLE RINNOVABILI
Come dimostrano le scelte energetiche di Cina ed India basate su carbone, gas e petrolio -oltre al nucleare- le rinnovabili non riescono ancora a produrre energia nella quantità' necessaria e a costi convenienti. Il fatto che la Cina sia il massimo produttore mondiale di pannelli solari ed eolico, non ha indotto il gigante asiatico ad adottare su larga scala le rinnovabili (in gran parte destinate all'esportazione). Affidabilità', quantità' tuttora bassa della produzione energetica e costi elevati sono le cause delle scelte del governo cinese. Riguardo alla svolta green della Germania il rapporto del WEO e' molto chiaro: “L’eolico e il solare tedesco costano il triplo del nucleare francese e dureranno la metà del tempo". Anche qui l'impostazione ideologica pro-rinnovabili dei principali movimenti verdi non fa vedere la realtà'. La produzione di energia da fonti rinnovabili non e' sufficiente e a costi compatibili ad assicurare lo sviluppo e la sussistenza delle nuove economie dei paesi che stanno uscendo dall'arretratezza e dalla poverta', in presenza di una popolazione in continua crescita e con richieste di consumi e benessere crescenti. La transizione energetica da fonti fossili a fonti rinnovabili non potrà' che essere lenta e supportata da una vigorosa politica (e qui stiamo tutti a vedere quello che faranno i sapientoni dell'Onu...) di controllo delle nascite e di rientro demografico, senza il quale nessuna svolta carbon free sarà' possibile. Cruciale sarà', a mio modo di vedere, un supporto transitorio del nucleare sicuro, fino alla disponibilità' delle centrali a fusione, di cui pero' allo stato non e' possibile prevedere i tempi di realizzazione e la fattibilità'. Che le rinnovabili non servano attualmente a rimpiazzare l'energia necessaria ce lo indicano i prezzi del petrolio ancora sostenuti (110 dollari a barile) e stabili ed anzi in lenta crescita. La produzione infatti ha raggiunto da qualche anno un plateau nonostante il fracking, e i prezzi ne risentono. Le compagnie sono alla continua frenetica ricerca di nuovi giacimenti. La richiesta mondiale e' in continua e forte crescita e alcuni politologi parlano di future guerre per le risorse. L'attivismo militare della Turchia di questi giorni volto ad avere il controllo delle piattaforme del mediterraneo orientale e dei giacimenti libici, oppure i movimenti delle flotte iraniana, americana e russa nel golfo persico per assicurarsi il controllo delle rotte del petrolio sono un esempio e un preoccupante preludio di quello che ci aspetta. Il ruolo delle rinnovabili, e' evidente, non sembra incidere significativamente sulla richiesta e sui consumi sempre crescenti di petrolio e gas.
LE MEGALOPOLI
La crescita della popolazione si e' strutturata ormai da alcuni decenni sulle megalopoli. La crescita di queste enormi concentrazioni umane e' strutturale, basata su motivi economici e di ottimizzazione tecnologica, ed e' divenuta funzionalmente autonoma. La megalopoli e' un organismo che alimenta se stesso,con la continua espansione delle infrastrutture, del tessuto industriale, dei centri commerciali, dei servizi, delle funzionalita' volte ad assicurare e implementare la convivenza in spazi controllati di milioni di persone. Insieme ad una vita accettabile, regolamentata secondo ritmi stabiliti e facilitata da strutture tecnologiche di servizio per grandi masse concentrate, la megalopoli organizzata su modelli ormai uniformi su scala planetaria produce, anche in presenza di aspetti caotici e sregolati come le periferie degradate e le bidonville, i suoi modelli volti ad ottimizzare la produzione e il consumo di massa globalizzato. La pubblicità', le mode e le realtà' virtuali sono tutti aspetti finalizzati ad un forte aumento di consumi , di cui la produzione e lo scarto costituiscono fattori accessori. Non e' un caso che la produzione può essere indifferentemente spostata in luoghi diversi del pianeta rispetto al luogo di fruizione. E neppure è un caso che l'aspetto più evidente delle megalopoli moderne è l'enorme massa di rifiuti la cui collocazione e rimane un problema di difficile soluzione in molte realtà' megapolitane. Queste tecnostrutture umane finiscono così con il crescere circondate dalle proprie deiezioni. La megalopoli, per offerte economiche, di lavoro, e disponibilità' di servizi funziona come un attrattore sulla crescita umana, ed e' alla base delle migrazioni interne ed internazionali. Così masse di individui si spostano verso le opportunità offerte dalla grande città e l'organismo megapolitano cresce in maniera inarrestabile consumando territorio, cementificando, emanando tossici, inquinando con polluzioni chimiche aria, acque e suoli. Con il concetto di megalopoli si allude non solo alle grandi città', ma anche a quei concentrati urbani che vedono di fatto l'unione di città' medie disposte a distanze brevi, come avviene in Italia o in Germania. La stessa campagna con molte costruzioni e ad alta densità'antropica puo' rientrare in questo tessuto megapolitano. Il mostro cresce con propaggini tentacolari annientando paesaggi, verde , distruggendo boschi, fonti, ruscelli, tutto ricoprendo con la patina grigia del cemento. La megalopoli diviene un attrattore anche per motivi culturali: la vita nelle grandi città' moderne e' un modo di vivere, anzi "il modo di vivere", l'unico concepibile per miliardi di persone, con una straordinaria potenza uniformante sui costumi, sulla cultura, sui consumi, sulla occupazione del tempo, sull'immaginario collettivo. E' il modello che assicura la massimizzazione di produzione e consumi, il mercato e la produzione di massa, la globalizzazione dell'economia, delle imprese e dei poteri finanziari. C'e' un legame strutturale tra imprese multinazionali, la finanza internazionale e il mercato globale con le megalopoli del pianeta. Non c'e' globalizzazione senza megalopoli. Questi organismi di cui le persone divengono strumenti, sono intrinsecamente conformati per crescere e somigliano ad enormi buchi neri che assorbono energia e la richiedono in modo continuo e crescente. La concentrazione delle strutture edilizie, commerciali, produttive, di mobilita', assorbe energia con voracità'e con la propria espansione espande la richiesta. Accenno soltanto in questa sede al tema di quanto la civiltà' delle megalopoli e la conseguente produzione di massa influiscano sull'aspetto politico contemporaneo della crisi delle democrazie liberali e l'estendersi del modello dello Stato autoritario. Pensiamo ad esempio a quanto la brutale repressione di Hong Kong e' passata senza che l'Occidente abbia accennato ad una reazione ma nel silenzio quasi assoluto, tanto e' il timore che le imprese europee ed americane con i loro milioni di occupati perdano l'accesso al mercato cinese. La dimensione stessa delle economie ne fanno, al tempo delle megalopoli, armi geopolitiche, attribuendo allo Stato un ruolo interventista su settori strategici della produzione e a favore di uno sfacciato protezionismo. Si richiedono quindi governi forti che impongono protezionismi e mantengano il controllo delle tecnologie e delle loro trasformazioni e guidino i processi che influenzano i mercati. Non solo la Cina, ma persino gli Stati Uniti, con la vittoria di Trump (o il Brasile di Bolsonaro o, per certi aspetti l'India) sono esempi di questa deriva autoritaria. Sperare in un depotenziamento delle megalopoli nello strutturare la crescita umana, tornando a modelli pre-industriali o peggio tipici di società' a bassi consumi come quella contadina-agreste e a basse richieste energetiche (per cui siano sufficienti le produzioni da rinnovabili), e' una pia illusione cui solo cappuccetto-rosso Greta o i verdi delle fate turchine possono indursi a credere. Il mondo non e' naif come pensano Latouche e gli ecologisti della decrescita, tutt'altro, e forse un viaggio in Cina -dove vive un quinto della popolazione mondiale- o nella Russia di Putin alla continua ricerca di nuovi giacimenti , o anche nelle bidonville africane in piena crescita demografica, potrebbe chiarire loro le idee sul tipo di mondo che si avvia al cambiamento climatico nonostante le riunioni infruttuose e inutili delle Cop. Quando vedo personaggi di cultura come scienziati o politici di un certo livello ipotizzare soluzioni che richiamano al passato preindustriale o presuppongono un mondo arcadico che funzioni con i pannelli solari, e allo stesso tempo tacere sul problema demografico come fosse un tabù' impronunciabile, perdo ogni speranza che si possa fare ancora qualcosa per la salvezza di questo pianeta.
Le conferenze sul clima, gestite dall'Onu, e da ambientalisti che non hanno affrontato il tema centrale alla base del collasso ambientale, quello della eccessiva crescita della popolazione umana sulla terra, e interessati solo alla affermazione ideologica di un antioccidentalismo di moda, non hanno portato così' a soluzioni concrete e sono miseramente fallite. Senza una lotta a fondo contro la eccessiva natalità' della specie Homo non ci sarà' alcuna possibilità' di fermare il riscaldamento climatico e le polluzioni di carbonio, ne' sarà' possibile ridurre l'inquinamento ambientale.