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venerdì 7 dicembre 2018

L'ideologia natalista

Si avvicina il natale, festeggiamento del dominio dell'uomo sul pianeta attraverso la simbologia del neonato e della madre che partorisce. Ovviamente, come sottolinea Nietchsze nel suo "anticristo" dove nasce il bambinello? Nella mangiatoia delle bestie e coperto dal tetto della stalla. La messa in scena evangelica e' fondamentale ai fini della ideologia che sottende da duemila anni la rappresentazione: le nascite debbono riguardare in primo luogo i poveri, gli strati popolari. La stella cometa e prima ancora la narrazione simbolica della annunciazione (non a caso ripresa continuamente nella iconografia e nell'arte medioevale e rinascimentale di ispirazione cattolica) esprimono la protezione divina e l'indirizzo che sottende il tutto: la specie umana come specie privilegiata destinata al dominio su tutta la natura.L'annuncio dell'angelo e' un annuncio di dominio e di impossessamento antropico.Il natale e' il compimento di questo annuncio. L'operazione pronatalista oggi ha cambiato profondamente di significato, in un mondo dove il messaggio religioso ha perso valore e dove la civiltà contadina ha lasciato il posto ad una devastante civiltà globale basata sulla produzione e il consumo di massa e sulla proliferazione umana arrivata a quasi otto miliardi.L'ideologia natalista è divenuta ideologia della riproduzione di massa dell'uomo mercificato a oggetto come le altre merci. La propaganda natalista prosegue con tutti i mezzi a disposizione. Veniamo bombardati da messaggi natalizi che vanno dalla politica alla pubblicità' agli articoli di giornale e ad intere trasmissioni televisive dedicate alle mamme e alla gioia della maternità' e dell'arrivo del bimbobello. Ma cosa nasconde in realtà' questa esaltazione spasmodica della natività' umana? Quante distruzioni di altre specie, quante polluzioni di carbonio, quanti tossici, quanti inquinanti, quante discariche, quanti abbattimenti di alberi, quanta nuova cementificazione si nascondono dietro l'innocente sorriso del neonato vezzeggiato e coccolato da schiere di familiari sui social web e sugli schermi tv? Ogni nascita e' un nuovo attentato all'ambiente naturale e alle altre specie viventi. Quell' homo che nasce in realtà' e' un nuovo killer ambientale che si aggiunge ai sette miliardi e mezzo già' in azione. Bisogna spogliare questo atto da tutta la retorica buonista e antropocentrica per far apparire la sostanza: una criminale proliferazione (in particolare se si tratta di un secondo o terzo figlio o addirittura più'...), attuata da incoscienti e irresponsabili (quando non perfettamente coscienti e volontari distruttori) che stanno lavorando per la fine dell'ambiente naturale terrestre e di tutte le altre specie. Per la Terra la proliferazione umana e' peggio delle esplosioni nucleari di Hiroshima e Nagasaki. Quelle hanno fatto un danno limitato e recuperabile, la proliferazione umana e' un danno definitivo e irreversibile fino, almeno, all'autodistruzione del distruttore.
Preti, industriali, terzomondisti, ex marxisti, islamisti e i vari movimenti nazionalisti del globo lottano tutti per l'aumento delle nascite. L'apologia del bimbobello e' diffusa in tutte le culture antropiche. Queste esaltazioni mediatiche e propagandistiche delle nascite nascondono spesso loschi interessi. Preti e islamisti non solo per puro antropocentrismo religioso, spesso dietro ci sono volontà' di potere, proselitismo, (a volte interessi ancor più meschini...). Finanzieri e multinazionali hanno fortissimi interessi nell'aumento esplosivo della popolazione.I mercati non tollerano la diminuzione di popolazione. La culla vuota è la bara del capitalista. Ogni decremento demografico è un decremento di mercato, di produzione e di vendite. La simbologia della nascita di Homo è divenuto il marchio dello sviluppo capitalistico del mercato. L'ammirazione popolare intorno al bambinello nella mangiatoia di Betlemme aveva un epicentro religioso, e così è stato fino all'età moderna. L'interesse di finanzieri e multinazionali ai festeggiamenti natalizi di oggi ha un interesse economico. Il bimbo che ride nella culla non e' altri per loro che un nuovo consumatore. L'aspetto umanitario non e' che un freddo paravento dietro cui ci sono potere, espansione dei consumi, affari, lavoro a basso presso, produzione di merci e maggiori scambi commerciali. Più' nascite, più' spese, più acquisti, più vendite, più' case,più infrastrutture, più auto, più energia consumata, più profitti. Un nuovo lavoratore a basso costo si aggiunge inoltre alla catena della produzione. In ogni parte del mondo le nascite sono legate al reddito atteso. In europa, dove le nascite sono un costo, per motivi di economia familiare si nasce di meno contribuendo così alla crisi dei consumi. Per questo finanza e industria spingono spasmodicamente sulle nascite. Tutta la retorica delle culle vuote e' legata alla preoccupazione di una riduzione dei consumi e sofferenza dei mercati. L'immigrazione è solo un rimedio parziale e la crisi sociale e politica che ha innescato ne limita la potenzialità. Attraverso l'esaltazione della natalità, finanza mercato e produzione possono tornare a crescere anche in occidente. In Africa la natalità porta direttamente reddito e le nascite sono oggi una risorsa economica perché' producono emigrazione e rientri di denaro dall'estero. Quelli che rimangono sono mano d'opera abbondante per l'agricoltura e l'industria nascente (tra cui edilizia e infrastrutture, industrie estrattive, con poderosa deforestazione)e riescono a compensare almeno in parte la fame, la scarsità di risorse e le guerre che la sovrappopolazione innesca in tante aree sottosviluppate. Sviluppo e nascite vanno di pari passo e nella cultura di questi popoli si identificano. La redistribuzione di denaro e produzione dal vecchio mondo all' Africa ed all'Asia avviene con le culle piene. La produzione di nascite e' divenuta la principale industria del pianeta e l'uomo e' sempre più merce tra le altre merci.
Tutta questa retorica sulle nascite di Homo nascondono la tragica realtà: l'assassinio di animali e la distruzione ambientale,la scomparsa continua di specie viventi, l'oltraggio alla natura sopravvissuta all'antropocene. Mentre nell'aria staziona una coltre di gas e particolato che avvelena l'atmosfera, mentre negli oceani galleggiano nuovi continenti di plastica e sulla terra avanza la grigia superfice di cemento e asfalto, il triste rito della festa dell'avvento di colui che ha causato tutto questo va avanti come nulla fosse, tra vetrine addobbate, spese inutili, cenoni e il sorriso ebete di nonni e bambini.

domenica 25 novembre 2018

Verità e falsità sul clima - seconda parte

Emblematico di tutto quel che e' avvenuto dietro il discorso sul clima e' la vicenda di El Nino, cavalcata sul finire degli anni novanta da Al Gore e dai verdi nostrani.L'aumento della forza degli alisei e delle piogge in Ecuador e Peru' fu attribuita al riscaldamento atmosferico, di cui si imputavano gli Usa e le altre economie industriali con le loro emissioni. Poi pero' studi indipendenti dimostrarono che il fenomeno denominato El Nino era sempre esistito con andamento ciclico negli ultimi 5000 anni, fino che gli esperti dell'IPCC decretarono ai primi del nuovo millennio che non ci erano prove scientifiche di variazioni di intensità' del fenomeno negli ultimi decenni. Finalmente il Nino cadde nel dimenticatoio insieme alle battaglie di Al Gore e dei verdi che predicavano l'abbandono del modello industriale di produzione. Si trattava di pura speculazione politica. Ma il massimo della commedia, anzi della tragicommedia che ha riguardato la storia sul cambiamento climatico e i protagonisti (movimenti ambientalisti, esperti Onu dell'IPCC, ecc.) che hanno gestito il tema, si e' raggiunto con il convegno di Kyoto del dicembre 1997 in cui fu stabilito il famoso protocollo. Questo, ignorando gli studi di importanti istituzioni di ricerca -tra cui quelli dell'Office of Technology Assessment e del Worldwatch Institute che indicavano nella spropositata crescita della popolazione la causa prima del cambiamento climatico- utilizzava per la prima volta l'argomento clima come mezzo di una battaglia politica volta a colpire le economie sviluppate. Il protocollo stabiliva che nel periodo 2008-2012 i paesi elencati nell'Allegato I (in sostanza i paesi industrializzati ed in particolare Usa ed Europa) avrebbero dovuto ridurre le emissioni complessive di anidride carbonica fino a raggiungere un livello del 5,2 % (sic!) inferiore a quello del 1990. Ma contestualmente veniva azzerato il beneficio (tutto teorico) che ne sarebbe dovuto derivare in quanto l'accordo non imponeva alcun limite alle emissioni dei paesi in via di sviluppo e concedeva dilazioni (ad esempio sull'uso del carbone) a Cina ed India che -visto l'impetuoso sviluppo in atto- avrebbero aggravato il problema anziché ridurlo. Calcoli effettuati da numerosi istituti di ricerca (WEC, Perry, Nordhaus ecc.)hanno dimostrato che in seguito alle misure stabilite a Kyoto, nel caso del tutto improbabile che fossero rigorosamente rispettate, l'aumento della temperatura entro il 2100 sarà' di 0,15 gradi celsius in meno rispetto ad una situazione in cui non si fosse intervenuti affatto. L'intento di coloro che si erano riuniti a Kyoto era in realtà' di colpire le economie sviluppate per pura opposizione politica e ideologica e ciò' senza alcun vero riguardo in favore delle economie dei paesi arretrati, che anziché giovarsene sarebbero anche essi stati colpiti dal rallentamento delle economie avanzate. La riduzione complessiva delle economie avrebbe comportato enormi costi in termini di minore ricchezza prodotta stimata in 107 mila miliardi di dollari a fronte di danni ambientali risparmiati dovuti ai cambiamenti climatici di circa 5000 miliardi di dollari (stime dell'IPCC). Ma la cosa che interessava i delegati a Kyoto era accentuare la necessita' di andare politicamente verso una società' più' egualitaria, decentralizzata, meno commercializzata e meno orientata alla produzione. Di fronte a questi obiettivi era del tutto secondario l'obiettivo iniziale della riduzione del consumo energetico di idrocarburi. Kyoto stabili' definitivamente che la lotta al cambiamento climatico era solo una bandiera senza alcun effetto reale sul clima del pianeta, una bandiera dietro cui combattere una battaglia politica terzomondista contro le economie sviluppate e il mercato.
In realtà sul riscaldamento climatico è in gioco un aspetto di fondo del futuro della Terra. Tutte le diatribe sul riscaldamento riguardano, alla fine, due scelte opposte, un bivio di civiltà. Ci sono due risposte strategiche: una è rappresentata dal discorso sulla redistribuzione delle risorse verso i paesi arretrati e la decrescita delle economie sviluppate, come teorizzato dal filosofo Latouche, l'altra esemplificata dagli sforzi di numerose nazioni del pianeta nella spianata di Cadarache nel sud della Francia. La prima, quella prescelta dalla maggioranza degli esperti che si radunano nelle varie conferenze Cop sponsorizzate dall'Onu, punta su una riduzione dei consumi (che in questa fase dovrebbe essere a carico delle nazioni industriali sviluppate), e su tattiche di riduzione del consumo di idrocarburi in favore di rinnovabili meno efficienti e più costose ma più compatibili con basse emissioni. La seconda si basa su una sfida incentrata su ricerca e innovazione: lo sviluppo della tecnologia come risposta ai problemi del cambiamento climatico. Mentre la prima risposta trova numerose forze politiche di opposizione(principalmente i movimenti verdi e associati) che la condividono e portano avanti, la seconda vede molti scienziati e governi di nazioni importanti impegnati nella sua realizzazione. Vediamo meglio le due strategie. Quella portata avanti dai movimenti verdi e ambientalisti si basa su una decrescita economica assistita, realizzata cioè riducendo le produzioni e le risorse inquinanti e prediligendo il ritorno ad una agricoltura senza chimica e una produzione basata sul riciclo e sul basso impatto ambientale. Sul lato della energia la strategia della decrescita si fonda sull'uso sempre più esclusivo delle energie rinnovabili. Dal punto di vista economico la decrescita dovrebbe basarsi su una riconversione di tutta l'industria nel senso dell'utilizzo di manodopera umana, su un uso limitato di tecnologia, su una ricerca centrata sull'ambiente e sulla sua salvaguardia. Politicamente su un forte intervento dello Stato e di istituzioni sopra-statali e una serie di divieti e limitazioni riguardanti gli stili di vita, la produzione e il mercato. Ciò dovrebbe consentire una economia a basso impatto con una industria centrata sul riutilizzo e su prodotti compatibili con l'ambiente, e una agricoltura biologica che veda l'utilizzo di mano d'opera e una tecnologia non inquinante. Gli aspetti negativi di questa strategia -a parte gli aspetti politici e le sue ricadute sulla libertà' individuale- sono la riduzione programmata del Pil e di conseguenza una minore disponibilità di risorse per ricerca ed investimenti, con un impatto diretto sulla ricerca tecnologica che subirebbe un rallentamento e forse uno stop. La minor competizione tra imprese in concorrenza -come avviene nel libero mercato- che invece verrebbe contrastata nella economia dirigista della decrescita, comporterebbe una minor spinta alla innovazione dei prodotti e alla ricercca su nuove energie e nuovi materiali. L'esclusione del discorso sul contenimento demografico, esplicitamente rigettato da Latouche, dai verdi e da tutti i fautori della decrescita economica, comporterebbe inoltre un micidiale coktail : una crescita demografica incontrastata si combinerebbe con un basso livello di tecnologia disponibile, portando a conseguenze incalcolabili sulla società dei prossimi decenni, anche verso l'ambiente. L'altra strategia, per dirla con un termine in voga, l'altro paradigma, è quello della risposta tecnologica alla crisi climatica. Nonostante tutte le critiche alla società' industriale moderna, non si puo' dimenticare che grazie all'economia di sviluppo, al libero mercato e alla tecnologia abbiamo più' tempo libero, maggiore sicurezza e meno incidenti, più' istruzione, più' comodita', redditi più' alti, meno sofferenza per fame, più' cibo a disposizione e vite più' sane e lunghe. Certamente permangono disuguaglianze e ingiustizie, ma tutti i discorsi sulla redistribuzione si debbono basare su un livello adeguato di produzione di risorse. La tecnica, frutto dello sviluppo economico, della produzione e della ricerca, ha aumentato l'uso di risorse naturali e l'inquinamento ambientale ma ha d'altra parte aperto numerose opportunità' e migliorato infiniti aspetti della vita quotidiana.Soprattutto l'economia e la ricerca tra imprese in competizione sul mercato sono all'origine della innovazione tecnologica e lo sviluppo di nuovi mezzi nel campo della medicina, dell'energia, della robotica o della IA.
Dunque il problema di fondo innescato dalla questione del clima è se il nostro futuro, il futuro della presenza umana sul pianeta terra, debba essere a bassa o ad alto tasso di tecnologia.In ultima sintesi il problema e' questo: uscire dal carbonio con i divieti, le sanzioni e la burocrazia (vedi protocollo di Kyoto e seguenti) o uscire dal carbonio con la tecnologia? E' ovvio che una decrescita (ma anche una bassa crescita della produzione e dei consumi) è incompatibile con uno sviluppo tecnologico che permetta di affrontare la questione climatica. Questa sarebbe affidata ad una mera riduzione delle immissioni di carbonio in atmosfera fondata su divieti e sanzioni. Un'alta tecnologia richiede al contrario una crescita economica e di produzione. Un'alta tecnologia non è compatibile con una società a bassa produzione e, peggio ancora, sovrappopolata rispetto alle risorse disponibili. Chi crede nella risposta tecnologica alla crisi climatica non può non essere per la crescita della produzione e delle disponibilità economiche da investire in tecnologia e ricerca. La corsa contro il tempo, e di tempo a disposizione nonostante quello che ne dicano i catastrofisti, i dati dicono che ce ne è ancora molto - non è meramente teorica. La scelta tra i due paradigmi non avvera' nelle sessioni COP o nelle assemblee dell'Onu. E neanche nelle conferenze degli scienziati o peggio, dei politici. La scelta del nuovo paradigma avverrà' sul campo: catastrofi ecologiche potranno indirizzare alla bassa crescita. Successi della tecnica come l'innesco della fusione a Cadarache potranno indirizzare il mondo verso lo sviluppo e la tecnologia. Su questo secondo fronte si attendono gli sviluppi della intelligenza artificiale e della robotica che dovrebbero contribuire all'abbattimento delle emissioni e rendere possibili lo sviluppo di società con demografia stabile e crescita economica allo stesso tempo. Su tutto incombe, causa prima di ogni altra crisi ambientale compresa quella climatica, la catastrofe demografica: la spaventosa crescita della popolazione umana tuttora inarrestabile e in accelerazione. Le tasse più alte sugli idrocarburi e i divieti rischiano di avere un effetto paradosso: rallentare la crescita economica e quindi il finanziamento su ricerca e innovazione con l'effetto che il mondo avrà' meno tecnologia. Se a ciò si aggiunge la completa mancanza di lotta al boom demografico da parte dei movimenti ambientalisti , l'effetto finale combinato sarà' più' popolazione, più' necessita energetiche e meno tecnologia disponibile per ridurre le emissioni. Un effetto catastrofico delle buone intenzioni degli esperti Onu e dei movimenti politici verdi . La lotta ai cambiamenti climatici non puo' avere come scopo la riduzione degli investimenti sulla ricerca e le innovazioni tecnologiche, altrimenti non farà' che accelerare gli effetti negativi delle tecnologie obsolete e di una economia in recessione combinate ad una crescita demografica inarrestabile.
Lo scontro tra queste due visioni non e' teorico ma già' in atto. Siamo di fronte alla necessita' di un cambiamento di paradigma che riguarda la presenza umana sulla terra imposto dal cambiamento climatico. I tempi molto lenti di questo cambiamento climatico rendono molto improbabile un cambio di paradigma in seguito ad eventi catastrofici nei prossimi anni. Abbiamo più' tempo a disposizione di quanto previsto (e in parte auspicato) nelle varie conferenze Cop. Se vediamo quello che e' accaduto in passato possiamo intravedere possibili scenari. Con il crollo dell'Impero romano in seguito alle massicce invasioni di popoli dall'oriente europeo ci fu un profondo cambiamento della società' precedente: l'incastellamento e la nascita della civiltà' feudale e l'affermarsi di una nuova religiosità'. Così' alla fine del secondo conflitto mondiale non fu un evento catastrofico a determinare il cambiamento ma una novita' tecnologica: la bomba atomica. Hiroshima segno' la fine del vecchio mondo dei conflitti tra stati. Inizio'allora la divisione del mondo in zone di influenza, il nuovo paradigma politico-economico, tra mondo libero e comunismo (in realtà' tra i possessori della bomba e le rispettive visioni del mondo). Il successivo cambio epocale fu determinato dallo sviluppo del mercato globale (un cambiamento economico e politico sostenuto in gran parte dal rinnovamento tecnologico: telecomunicazioni, web, trasporti ecc.). In base a quanto avvenuto in passato il nuovo paradigma che verra' determinato dal cambiamento climatico non sarà'dunque deciso dalle conferenze dell'Onu, ma sarà' la conseguenza o di eventi catastrofici o di innovazioni tecnologiche. Se arriveranno prima gli eventi climatici e ambientali violenti ci sarà' un forzoso adeguamento dell'economia e un ricorso alle energie rinnovabili disponibili imposta dalle circostanze. La decrescita non sarà' guidata dai teorici alla Larouche ma dalla crisi economica conseguente alle nuove condizioni del pianeta. Se invece arriverà' prima l'Iter in costruzione a Cadarache e l'innesco della fusione, il cambiamento di paradigma assumerà' il significato di una svolta energetica con l'abbandono dei combustibili fossili e l'utilizzo di nuova energia da fusione senza emissioni. La nuova economia carbon-free ma con crescita economica guiderà' il riassetto politico del pianeta cui seguiranno cambiamenti culturali e il rapporto tra uomo e ambiente. Proprio in questi giorni la Cina ha comunicato il raggiungimento dei cento milioni di gradi del plasma di protoni nel suo reattore sperimentale, una temperatura vicina a permettere l'innesco della fusione. La sfida continua e non saranno certo gli esperti dell'Onu ha decidere modi e tempi del cambiamento.

venerdì 19 ottobre 2018

L'Europa e la Bomba africana

Ora il dato e' ufficiale, certificato nel Rapporto sullo stato della popolazione nel mondo 2018 di UNFPA (Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione): nei prossimi trenta anni la popolazione mondiale crescerà' di ulteriori 2,5 miliardi, così' da raggiungere nel 2050 l'incredibile numero di 10 miliardi. E pensare che le precedenti stime parlavano di 9 miliardi a fine secolo nel 2100. Una ulteriore impennata nella crescita, nonostante che il numero medio di figli per donna sia tendenzialmente diminuito in mezzo secolo da 5 a 2,5. Ma essendo aumentata la base numerica (da due a sette miliardi e mezzo) il moltiplicatore porta ad un aumento netto mai visto nella popolazione, in così' pochi anni (per la demografia 30 anni sono una inezia). Mai prima d’ora, nella storia dell’umanità, ci sono state tra i paesi differenze di crescita demografica come oggi. Mentre nei paesi sviluppati e in certe aree dell'oriente (come Taiwan) i tassi sono addirittura inferiori ai tassi di sostituzione, in altre aree il numero di figli per donna e' ancora alto e tende ad aumentare ulteriormente. Una di queste è l’Africa subsahariana che contribuirà per più della metà alla crescita della popolazione mondiale prevista da oggi fino al 2050, un dato che deve far riflettere l’Italia e L’Unione Europea alle prese con le spinte delle forze di estrema destra, convinte di poter contrastare un fenomeno che dal punto di vista numerico appare invece incontenibile. Si stima che la sola area subsahariana porterà' nei pressimi 30 anni a 1,3 miliardi di nuova popolazione sul totale dei 2,5 miliardi che si aggiungeranno ai 7,6 attuali (stime UNFPA). E' appena il caso di notare che queste centinaia di milioni di nuovi nati non avranno, anche nelle migliori delle ipotesi su un rapido sviluppo africano -di cui ad oggi non vi e' traccia- le risorse alimentari, di acqua, di lavoro, scolastiche, sanitarie e ambientali necessarie per un sostentamento in loco. Si tratta quindi nella maggioranza dei casi di futuri migranti, le cui vie di migrazione, basta consultare una carta geografica, conducono sulla sponda nordafricana e di li' alla penisola italiana o spagnola, protese nel mediterraneo. Nei Paesi in Via di Sviluppo ci sono centinaia di milioni di donne che sono a rischio di iniziare una gravidanza non desiderata per l’impossibilità di accedere a servizi sanitari, a metodi moderni di contraccezione, o per fenomeni quali matrimoni e gravidanze precoci, anche per le condizioni di sottomissione e di mancanza di scolarità' delle donne.
Secondo Mariarosa Cutillo, direttrice dell’ufficio partnership strategiche dell’Unfpa: «Il potere di scegliere è un diritto fondamentale delle donne che deve essere garantito. Decidere se, quando e con chi fare figli è importante per il reale e effettivo sviluppo sostenibile del pianeta. La responsabilità di realizzare gli obiettivi di sviluppo non è solo dei governi ma anche del settore privato e della fondamentale società civile.Le disuguaglianze di genere attraversano tutto il pianeta, e a ciò' contribuiscono le tradizioni locali, la situazione economica, le gerarchie religiose con la discriminazione femminile e la demonizzazione dei metodi contraccettivi. Ma in anni recenti anche la politica e gli interessi della criminalità' contribuisce al fenomeno, essendo la crescita demografica e le connesse migrazioni, divenute il principale metodo di business di intere aree specie in Africa. Interessi che portano infatti risorse dalle rimesse, favoriscono le organizzazioni che speculano sui commerci legali e illegali, e alimentano soprattutto i trafficanti di persone con i grandi affari che ricavano. alla crescita della popolazione sono interessati anche i trafficanti di armi e droga, così' come i produttori e i commercianti dei paesi sviluppati che vi vedono occasioni di nuovi commerci e mercati. Né sono da trascurare gli aspetti sociali e conflittuali che innescano crescite così esplosive della popolazione. In queste dinamiche la composizione sociale delle popolazioni è costituita da moltissimi giovani ed adolescenti che cercano mezzi di sussistenza e di affermazione. Sono masse giovanili pronte per estremizzarsi e propense alla violenza non essendo limitati da strutture scolastiche o educative adeguate, in presenza di tradizioni ataviche che stanno scomparendo lasciando il posto alla ricerca del denaro e alle organizzazioni più efficienti che trovano in loco: quelle criminali o quelle dell'estremismo religioso. In questi ultimi decenni, masse enormi di africani si sono spostate (prima ancora di tentare l'analoga avventura verso l'Europa che attualmente abbiamo sotto gli occhi tutti) e masse enorme di africani sono uscite dai villaggi sperduti nelle savane e nelle foreste, per approdare nelle megalopoli che sono cresciute a dismisura, oltre che disordinatamente come, ad esempio, Lagos, in Nigeria, che ha più di 20 milioni di abitanti (pari quindi a un terzo dell'intera popolazione italiana) e che, per due terzi, dispone di abitazioni che sono rappresentate da bidonville. Tutto questo rappresenta un pericolo per l'Africa e un pericolo per il mondo. Insieme alla devastazione sociale c'è l'aspetto della devastazione dell'ambiente: la scomparsa delle foreste, delle savane e la loro trasformazione in distese per la coltivaziione di cibo, di mangimi o di colture per i biocarburanti -sotto la spinta di organizzazioni multinazionali. La scomparsa degli animali selvaggi avviene sotto i nostri occhi senza la speranza di poter fare qualcosa per la salvezza di specie in via di estinzione. La crescita della cementificazione e delle infrastrutture va di pari passo alla distruzione di suolo di enorme valore naturalistico e alla avanzata intorno alle megalopoli di gigantesche discariche e all'inquinamento dei suoli e delle acque. Rossastre nubi di smog e gas (tra cui il cancerogeno biossido di azoto) sovrastano le grandi megalopoli africane in ulteriore rapida crescita.
A pochi distanza dalle nostre coste si prepara quindi quella che sarà' la nuova guerra del secolo, che sarà' combattuta con altri mezzi oltre alle armi, e che riguarderà' tutto il riassetto planetario modificando profondamente l'economia, la cultura, la religione, la composizione etnica e le densità' demografiche (con le conseguenze ambientali) soprattutto del continente europeo e di tutta l'africa del nord. Sarà la fine dell'Europa come noi la conosciamo. E' appena il caso di ricordare che l'esplosione demografica che porterà' in meno di un secolo ai 900 milioni della Nigeria, si aggiungera' quella altrettanto impressionante dell'Egitto. Una vera bomba alle porte di casa.
Dall’Africa subsahariana più della metà dei nuovi nati nel mondo fino al 2050 (dati UNFPA).

domenica 14 ottobre 2018

Verita' e falsita' sul clima - Prima parte

Allarme Onu sul clima dodici anni per fermarsi poi la Terra andrà in tilt Siccità, Artico liquido, morte dei coralli: scenari da incubo per mezzo grado di temperatura globale in più dopo il 2030 di Sara Gandolfi (Dal Corriere della Sera del 10 ottobre 2018)
Agli albori del nuovo millennio il principale tema ambientalista era divenuto il riscaldamento globale.Nel 2000 il Worldwatch Insitute scriveva che : la stabilizzazione del clima e il controllo della crescita demografica sono le due sfide prioritarie che la civiltà' globale si prepara ad affrontare. Sempre il Worldwatch Institute pensando alle soluzioni asseriva che " la sola economia possibile e' quella che trae l'energia che le serve dal Sole e dall'idrogeno". Greenpeace proponeva un indirizzo energetico completamente nuovo, basato sulle fonti rinnovabili e pulite, come l'energia eolica e solare. Gli scienziati alla svolta del millennio allertavano le opinioni pubbliche asserendo che il riscaldamento globale possa comportare la distruzione degli ecosistemi, carestie diffuse, cicloni e uragani di potenza sempre maggiore; che le calotte polari si scioglieranno e gli oceani sommergeranno la Maldive, il Bangladesh ed altre regioni pianeggianti in riva al mare. Negli anni 90 del secolo scorso si erano avanzate ipotesi di innalzamento delle temperature di ben sei gradi entro la fine del secolo XXI (dati IPCC) e il presidente Clinton prevedeva:" le calotte polari si scioglieranno, il livello dei mari salira', le zone umide come le Everglades della Florida e i campi di canna da zucchero della Louisiana rischieranno di essere sommersi, intere nazioni potrebbero finire sott'acqua. Il clima degli Stati Uniti potrebbe cambiare completamente e aumenterebbero le inondazioni, ondate di caldo, uragani ed eventi estremi. Ci saranno conseguenze per la salute. Per esempio si puo' vedere che in Africa la malaria si e' diffusa ad altitudini sempre maggiori. Subiranno un mutamento i modelli di produzione agricola...".
Nell'effetto serra numerose specie di gas possono intrappolare il calore, fra essi il vapore acqueo, l'anidride carbonica (CO2), il metano (CH4), il biossido di azoto (NO2), i clorofluorocarburi e l'ozono. Nell'insieme questi sono conosciuti come gas ad effetto serra. L'anidride carbonica costituisce il 60 % dell'eccedenza dei gas che intrappolano il calore. L'effetto serra in se' e' un fenomeno positivo: se l'atmosfera non possedesse questi gas, la temperatura media del pianeta sarebbe inferiore di circa 33 gradi Celsius ed e' probabile che la vita come la conosciamo non esisterebbe. Dunque e' l'aumento eccessivo che determina l'effetto dannoso. Circa l'80% del CO2 in eccesso deriva dalla combustione di petrolio, carbone e gas, mentre il rimanente 20% e' provocato dalla deforestazione, dagli allevamenti e dai cambiamenti nella destinazione d'uso dei terreni vergini specialmente nelle zone tropicali. Tutti cambiamenti determinati dalla crescita della popolazione umana e dalle richieste antropiche di cibo e infrastrutture. Circa il 55 % dell'anidride carbonica rilasciata viene riassorbita dagli oceani, dalla ricrescita delle foreste nell'emisfero boreale, e, in generale, dalla crescita delle piante che la utilizzano come fertilizzante, mentre il resto va in atmosfera, tanto che la sua concentrazione nell'aria e' aumentata del 31 % dall'epoca preindustriale ad oggi. All'aumento dell'nidride contribuiscono anche cause naturali, ma quello derivante dalle attività' umane e' oggi ritenuto la causa principale dell'effetto serra e del riscaldamento atmosferico dalla maggioranza degli scienziati. Il clima e' tuttavia una variabile complessa che risponde a molteplici fattori. Esistono, documentate nei carotaggi dei ghiacci al polo e dagli strati dei tronchi nelle foreste e da altri indicatori, dei cicli naturali di variazioni climatiche. Si ritiene ad esempio che nell'ultimo milione di anni si e' verificata una serie di otto fasi glaciali e interglaciali determinate da variazioni dell'orbita terrestre.L'ultimo periodo interglaciale, l'Olocene,che continua tutt'ora, ha avuto inizio circa 10.000 anni fa. Lo scioglimento dei ghiacci ha provocato un innalzamento del livello dei mari di circa 120 metri. I dati disponibili sembrano confermare notevoli oscillazioni termiche su scala millenaria e taluni indicatori testimoniano di variazioni anche di 5-8 gradi celsius nell'arco di 1500 anni.
Tutte le previsioni sul riscaldamento da gas serra elaborate dagli esperti Onu mediante i supercomputer con gli algoritmi standard si sono rilevate inesatte per eccesso di riscaldamento stimato. Secondo alcuni esperti dell'IPCC dell'Onu negli anni 90 del secolo scorso si erano calcolati aumenti di temperature catastrofiche addirittura di circa 6 gradi entro il 2100, poi smentite dall'andamento delle curve di crescita osservate. L'aumento c'e' stato ma molto inferiore, di poco piu'di mezzo grado entro il 2010. I modelli infatti non tenevano conto dell'incidenza di molteplici altri fattori, tra cui la presenza di particelle di solfato nello smog sopra le aree densamente popolate e poi disperse su vaste aree. L'effetto serra inoltre risente di particolari concentrazioni in certe aree e in minor presenza di gas in altre come nel caso del diossido di azoto che forma enormi nubi di gas rossastro mescolato a pulviscolo sulle grandi città'ma è meno presente sopra le distese oceaniche. Il perossido di azoto generato dai motori a combustione, specie diesel, dalle caldaie, dai fumi industriali e' un potente irritante e cancerogeno e contribuisce sia alla broncopatia costruttiva che ai tumori e alle patologie cardiovascolari degli abitanti delle megalopoli e delle campagne circostanti alle grandi città'. L'effetto serra del diossido di azoto e' stato pero sovrastimato, essendo limitato ad aree densamente popolate dei grandi continenti. Anche il particolato pm 2,5 e pm 10 influenza il clima, alcune di queste particelle sono in grado di riflettere l'energia solare ed hanno quindi un effetto raffreddante. Gli aerosol generati dalle attività' antropiche hanno effetti indiretti: provocano infatti una maggiore concentrazione di gocce di acqua in sospensione e una diminuzione delle precipitazioni. Ambedue tenderebbero, secondo le ipotesi prevalenti, a raffreddare. L'IPCC ha dichiarato che "l'effetto dell'aumento della quantità' di aerosol sulla forza riscaldante delle radiazioni solari e' complesso e non ancora noto con precisione".
Un altro elemento che influenza il clima complessivo e' il riscaldamento della troposfera (lo strato di atmosfera che va dal suolo a 13 mila metri circa) rispetto alla superficie terrestre. Questo risente in particolare modo della concentrazione del vapor acqueo. In particolare una maggiore evaporazione dovuta al riscaldamento di superficie dovrebbe portare al raddoppio del riscaldamento previsto in base alla sola concentrazione della CO2. Tutte le misurazioni con i palloni sonda eseguite dal 1958 ad oggi rivelano tuttavia uno scarso riscaldamento della troposfera rispetto alla superficie terrestre. Questo ha determinato la necessita' di rivedere i modelli. Elemento importante che influisce sui modelli sono le nubi. Queste si comportano come l'iride in una pupilla, ad un maggior irraggiamento e riscaldamento della superficie oceanica corrisponde una maggior formazione di nubi con le eventuali piogge che riabbassano la temperatura, assicurando così' una compensazione. Anche il fattore nubi ha contribuito così' a ridurre l'impatto della crescita dell'anidride. Esistono molte teorie che contestano l'influenza determinante dei gas serra. Il libro The Manic Sun di Nigel Carder uscito nel 1997 imputa al ciclo delle macchie solari e alla relativa attività' di irraggiamento solare cambiamenti importanti sul clima della Terra. Studi successivi hanno dimostrato che all'aumento della radianza solare diretta degli ultimi 30 anni e' imputabile circa il 40 % del riscaldamento globale osservato. Altri studiosi ritengono che le variazioni dell'irraggiamento solare sono troppo contenute per determinare effetti rilevanti sul clima, e le discussioni sono ancora in corso.
Un ruolo centrale sul riscaldamento e sulle variabili sin qui esaminate, lo hanno due fattori chiave che agiscono prevalentemente attraverso l'aumento delle immissioni di carbonio e altri gas in atmosfera: lo scenario demografico e lo sviluppo economico. Ambedue gli aspetti hanno un ruolo fondamentale ma con molte complessità' ed interazioni dovuti a molteplici variabili alcune individuate, altre ipotizzabili altre ancora completamente sconosciute. Per fare degli esempi un mondo densamente popolato e povero genererà' gas serra e inquinanti in quantità' e modi molto diversi rispetto ad un mondo meno popolato e più ricco. E così' un mondo densamente popolato e ricco sarà' diverso in quantità di emissioni da un mondo con minor popolazione e povero. Ogni aspetto della questione ne influenza altri: ad esempio una crescita della popolazione avrà' come conseguenza una minor quantità' di aree forestali per aumento della deforestazione dovuta ai bisogni insediativi, strutturali e alimentari antropici. E una minor superficie di foreste significa minor assorbimento di anidride e quindi maggior concentrazione di carbonio e più riscaldamento. Bisognerà' vedere inoltre quanto lo sviluppo economico puo' incidere sulla superficie di foreste e quanto di questo fenomeno potrà dipendere dalla tecnologia disponibile. Abbiamo sotto gli occhi esempi di come lo sviluppo economico di certe aree geografico porti alla perdita di foreste pluviali e aree arboricole per fare posto a colture e pascoli o peggio infrastrutture e abitazioni. Tutte variabili che fanno intendere come siano complessi i modelli e le previsioni da realizzare, spesso impossibili da prevedere con decenni di anticipo.I due fattori cruciali indicati, popolazione e sviluppo, ci portano a vari possibili evoluzioni riguardanti le risorse energetiche, nella loro qualità' e quantità'. gli scenari ipotizzati dall'IPCC mostrano generalmente un consumo di energia molto più' elevato; secondo i principali studi esso sarà' più' che quintuplicato alla fine del XXI secolo. Solo alcuni ottimisti si augurano una riduzione delle necessita' energetiche a partire dalla meta' del secolo, con un consumo totale finale che risulta pari ai livelli attuali (pari, si noti, non inferiore). Ma questi sono gli ottimisti. Le emissioni di anidride carbonica nel XXI secolo dipenderanno da due fattori: 1) il consumo totale di energia e 2) la percentuale di energia derivata dai combustibili fossili.Il primo di questi fattori dipende da vari elementi (popolazione, consumi, sviluppo ecc.) ma un elemento essenziale e' l'efficienza energetica, cioè' quanta energia si e' in grado di risparmiare per un dato lavoro. Nella migliore delle ipotesi si prevede un raddoppio ogni 30-35 anni. Sul secondo fattore fondamentali saranno i prezzi di carbone, gas e petrolio e la loro disponibilità'. Il passaggio dai combustibili fossili alle fonti rinnovabili e' legato alla tecnologia disponibile e ad una reale diminuzione dei prezzi dell'energia rinnovabile in modo da renderla più' conveniente del più' economico dei combustibili fossili. In realta' almeno finora il problema dei costi e' centrale. Gli esperti dell'IPCC hanno calcolato in maniera del tutto teorica che il prezzo ad esempio dell'energia solare diminuisca in media di un 30% a decennio (e al contempo è probabile crescano i prezzi dei fossili). Se ciò' accadesse, anche grazie a delle "spintarelle fiscali" come forme di carbon tax, l'energia rinnovabile sarà' competitiva prima della meta' di questo secolo. Questi scenari prevedono una crescita limitata delle temperature atmosferiche (meno di 2 gradi nel 2100) ma il modello degli esperti Onu appare rigido e privo di vari elementi. Si basa su un progresso tecnologico limitato alle fonti rinnovabili (e perché' no al nucleare pulito o ancor meglio alla fusione dell'idrogeno?) , progresso che tuttavia e' dato per scontato, ed un aumento dei prezzi dei fossili altrettanto scontato ma non dimostrato (le riserve di carbone ad esempio sono ancora enormi e paesi come la Cina le utilizzano e le utilizzeranno in prospettiva per decenni). Se la curva di espansione della popolazione di consumatori continuerà' ad impennarsi, la richiesta di energia continuerà' a salire. Il protocollo di Kyoto e' un tentativo politico di limitare le emissioni per mezzo di tasse, quote e divieti. E sulle stesse linee gli ulteriori accordi come quello di Parigi. Se applicati, in assenza di reali risparmi energetici e progressi tecnologici innovativi, questi accordi comportano un pesante prezzo in termini di rallentamento della crescita economica (dell'ordine di 1-2 punti di Pil) e non sono politicamente sostenibili, come dimostrano l'elezione di Trump negli Stati Uniti, l'introduzione dei dazi, politiche economiche sempre più' autonome da controlli su emissioni come quelle di Cina, Russia ed India, e in definitiva dal fallimento di questi accordi riguardo alla loro effettiva applicazione. Si consideri inoltre il punto cruciale della questione: per essere realmente credibili queste politiche necessitano di una rapida diminuzione di costi delle energie rinnovabili (frutto di ingenti investimenti nella ricerca). Questi investimenti, se vediamo ad esempio gli Stati Uniti anche prima di Trump, si sono limitati ad alcune centinaia di milioni di dollari, del tutto insufficienti. La scarsa capacita' di ridurre i prezzi delle rinnovabili si ripercuote su prezzi ancora alti, ma complessivamente ancora convenienti, per i combustibili fossili e sulle ingenti spese per limitare le emissioni o smaltirne gli effetti. Una reale speranza per il XXI secolo di abbattere le emissioni di carbonio risiede nella energia da fusione (in Francia e' a buon punto la costruzione di Iter, il reattore prototipo) ma allo stato attuale nessuna delle organizzazioni di controllo ambientale e tantomeno gli esperti dell'IPCC ipotizzano scenari futuri in cui abbia un ruolo la fusione nucleare. La crescita demografica non da segni di rallentamento ed anzi si aprono prospettive drammatiche con previsioni che arrivano fino a 15 miliardi di persone verso la fine del secolo: questo solo dato può rendere tutti i protocolli e gli studi di previsione effettuati dagli esperti equivalenti a carta straccia e la situazione del pianeta diventerà' esplosiva. Ma le crisi che si prospettano possono variare molto in base a diversi aspetti fondamentali. Quello del clima è tra i più considerati ma potrebbe non essere il solo, basti solo citare l'esaurimento delle risorse come l'acqua, la disponibilità di cibo, i conflitti ecc. Anche perché il clima, come detto, ha finora mostrato cambiamenti più lenti del previsto.
Sulle conseguenze reali del riscaldamento atmosferico i dati degli esperti IPCC sono infatti del tutto irrealistici per eccesso di semplificazione. In agricoltura ad esempio e' vero che il riscaldamento climatico porta all'estendersi di aree di siccità' e desertificazione, ma poiché' il processo e' lento e richiede decenni se non qualche secolo, bisogna considerare la possibilita' per i paesi in via di sviluppo di ricorrere a tecnologie che riportino la fertilità' nei terreni, alla messa a punto di nuove varietà' di piante in grado di sfruttare le maggiori temperature e la maggior presenza di anidride (per le piante e' un fertilizzante), e insomma a contrastare con politiche di sviluppo e di progresso tecnologico i cambiamenti ipotizzati. Non si possono calcolare prospettive di decenni come se i mezzi e le tecnologie rimanessero quelle di oggi. Preoccupante rimane il consumo dei suoli o la loro trasformazione per la crescita demografica e la massiccia crescita dell'inurbamento di nuove masse umane in città' sempre più' grandi e sempre più' inquinate, come sta avvenendo in Africa e in India, o nella tecnologicamente sviluppata Cina. Manca da parte dell'Onu uno studio adeguato in prospettiva dell'inurbamento e dei suoi effetti globali. Oggi più della metà della popolazione umana vive in grandi città e il problema dei rifiuti e del loro smaltimento complica le soluzioni, già molto complesse, del problema del cambiamento climatico. Sull'innalzamento dei mari, spauracchio di molti ambientalisti pro-rinnovabili che ne avevano fatto un mezzo di pressione nell'opinione pubblica, anche gli esperti Onu si son dovuti ridimensionare. Oggi le previsioni parlano di un innalzamento stimato di 40 cm per il 2100 in seguito alla crescita delle temperature medie (il massimo dei modelli attuali) di 2 gradi celsius. Risultano improbabili e ingiustificati le precedenti stime di 100 cm, inoltre e' ovvio che in presenza di uno sviluppo economico dei paesi interessati sono possibili strategie di protezione delle coste e interventi tecnologici in grado di controllare adeguatamente questo innalzamento, come già avvenuto in altre aree con una situazione economia tale da consentire gli investimenti necessari. Lo stesso discorso si puo' considerare per la diffusione di malattie legate al caldo, come temuto per alcune malattie infettive tra cui la malaria. Lo sviluppo economico dei paesi esposti e un adeguato sistema sanitario, il miglioramento delle infrastrutture, l'eliminazione e la bonifica di aree malariche, permette sia la riduzione dei fattori ambientali che la lotta diretta ai vettori e la disponibilità di terapie adeguate per contenere e limitare il fenomeno. (Segue nella seconda parte)

domenica 7 ottobre 2018

Altro che protocolli: salgono i consumi di idrocarburi

Gli unici a credere ancora ai vari protocolli sulla riduzione del carbonio(di Kyoto, di Parigi ecc.) sono rimasti gli europei. Pensando di sostituire gli idrocarburi con le rinnovabili (ma alcuni paesi hanno il nucleare) gli europei hanno legiferato contro i diesel e contro le emissioni portando gli investimenti delle compagnie petrolifere a ridursi (nel 2014 300 miliardi di dollari rispetto agli 800 precedenti). Ora stanno lentamente risalendo. Il prezzo del barile sta tornando a 100 dollari e non c'e' più Obama a far credere alle favole.
"È  la domanda l’elemento più solido che sostiene i prezzi. In questi giorni viene raggiunta, per la prima volta nella storia, la soglia dei 100 milioni barili al giorno, record impensabile 30 anni fa, quando se ne consumava poco più di 60 milioni. È un picco superiore di ben 8 milioni rispetto ai consumi di inizio 2014, quando i prezzi erano fermi sopra i 110 dollari. Anche nel 2019 la domanda aumenterà di un altro 1,5 milioni barili giorno, in linea con il trend degli ultimi decenni, trainata dal settore trasporti, che dipende da derivati del petrolio per il 97% dei suoi consumi di energia. Mentre l’Europa fissa draconiani obiettivi alle emissioni di CO2 delle sue auto e in Italia si applicano pesanti restrizioni ai diesel, la domanda nel mondo continua la sua crescita, costante e stabile, proprio come un vecchio diesel." (da un articolo del Sole 24 ore)
La salita dei prezzi non deriva dalla scarsità' delle riserve di petrolio. Di petrolio al mondo ce n’è tantissimo, ma sotto terra e per portarlo al mercato occorrono anni e investimenti giganteschi. Il petrolio è una risorsa finita e ogni anno si esauriscono riserve al ritmo di 5 milioni b/g che occorre rimpiazzare, cosa fatta solo in parte perché' molte nazioni hanno investito di meno basandosi sulle aspettative dei vari protocolli contro le emissioni di carbonio. Ma la crescita della domanda generata dalla crescita della richiesta di interi continenti come l'Africa o l'India - richiesta generata anche dalla crescita della popolazione oltre che dallo sviluppo economico- o dai colossi produttivi come la Cina e gli Usa che hanno un Pil in forte espansione, ha portato alla risalita del prezzo del barile e a nuovi investimenti sulle estrazioni con ricerche più' in profondità, sui mari o con il fracking. Negli Usa ad esempio le compagnie si sono fortemente indebitate con le banche per i nuovi investimenti sul fracking. La Cina ha aumentato l'estrazione del carbone fregandosene dei vari limiti scritti sugli accordi internazionali. Conseguenza di tutto questo e' che le emissioni di carbonio in atmosfera continuano a salire,e le speranze di ridurre l'avanzata del riscaldamento climatico svaniscono come i miraggi nel deserto. Le riunioni organizzate dalle nazioni unite sul contenimento dei consumi si rivelano sempre più' inutili e basate sul nulla delle chiacchiere inconcludenti. Le politiche restrittive dell'Europa incidono poco, perché' ormai lo sviluppo economico che interessa miliardi di persone in precedenza condannate alla sussistenza al minimo e' inarrestabile. E di politiche di contenimento demografico e di family planning nei paesi in sviluppo , le uniche in grado di incidere realmente sui consumi e sulle emissioni, nessuno parla. La demagogia di ideologie antropocentriche e distruttive della natura, perché' cieche sul problema demografico, e' ancora dominante, specialmente nelle riunioni degli esperti Onu e nei vari protocolli internazionali contro le emissioni di carbonio. La corsa verso il petrolio, il carbone, il gas e il disastro ambientale continua così' immutata, anzi in progressiva inarrestabile accelerazione.

martedì 25 settembre 2018

In ricordo di un illuminato

Guido Ceronetti, scomparso il 13 settembre scorso, è stato un illuminato. Poeta nel senso di voce del tempo attuale nella sua essenza. Illuminato perché capace di vedere dove i più non vedono. Filosofo che parlando del piccolo ci porta al grande. Un rappresentante di quell'anti-umanismo che denuncia la deriva di massa dell'uomo contemporaneo, ridotto a cifra statistica nel marasma planetario della sovrappopolazione della specie umana. Uno dei pochi lucidi in un mondo di ottusi, che pensano al particulare della propria vita intesa come puro consumo e null'altro. Consumo, ergo sono. L'uomo moderno che non vede l'orizzonte, né lo spazio né il tempo: vede solo il piccolo pezzo di asfalto che ha sotto i piedi e il breve tempo del suo prossimo affare. Null'altro vede. Non vede la natura ma solo il cemento che è in grado di gettare intorno a se. Circondato da macchine terrestri e volanti, uccide piante e animali in una hybris distruttiva che guarda alla propria replicazione in massa come l'arma devastante principale, e l'unico scopo dell'esistenza oltre ai piaceri del consumo fine a se stesso. E difatti Ceronetti era un pessimista. Il suo era un pessimismo assoluto, e non a caso era ammiratore e amico di Cioran, il cui ritratto aveva sul comodino della sua stanza da letto. Quando gli si parlava dell'uomo moderno, dell'umanità attuale, lo sguardo innocente si rabbuiava e diveniva diabolicamente ironico. Aveva denunciato il grande male del pianeta Terra, la sovrappopolazione umana, in pagine memorabili. Le sue invettive contro la marea di spermatozoi fecondanti che sta seppellendo il pianeta con sempre nuove ondate irrefrenabili aprivano mondi di comprensione. La nuova guerra mondiale contro l'essenza dell'uomo non è fatta con i cannoni, diceva, ma con le ondate di miliardi di spermatozoi. La denuncia della perdita del significato dell'uomo in questa polluzione di miliardi di umani, come fossero replicanti, è ovunque nelle sue opere.
"Mi vedo riflesso nella vita idiota degli altri e mi vergogno da non poterne più. E' vergogna vivere in questo modo,mangiare e crepare, guadagnare denaro e spenderlo, e peggio di tutto procreare. Sono felice di non avere avuto figli, li avrei visti sguazzare in una simile miseria di vita."(Per le strade della vergine) "Dunque non c'è scampo. Non siamo in grado di difenderci da noi stessi. Non sono questi che arrivano che spaventano. Non sono quelli che si vedono. E' l'ondata, è il mare in tempesta di un moto esplosivo. E' il futuro che spaventa. E' l'enorme invasione che si attende. Ci parlano di 12 miliardi di umani sul pianeta tra ottanta anni, una inezia storica. Una massa senza fine né limiti. Qualcuno teme per la civiltà, ma questa è già morta da un pezzo.Il nichilismo del '15 è vivo e vegeto non più sui campi di battaglia ma dentro le città, dentro le case. La Grande Guerra non è mai finita, non ha fine nelle date ufficiali. Siamo tuttora nella bisettrice di quel conflitto e questa non è una cosa molto capita. Veramente la Grande Guerra è l'ultima, continua fino alla fine dell'Umanità. Ci sono delle tregue d'armi, ma non si apre uno scenario di bellezza, non si cessa mai di sparare. Cambiano le tecniche ma noi siamo i nipoti e i bisnipoti di quelle mitragliatrici" (intervista al Giorno). Mai una definizione così calzante della modernità, dello strapotere annientante della tecnica di cui la sovrappopolazione umana è un prodotto e allo stesso tempo la causa, il più devastante per la salvezza della Terra.
Nel suo "Viaggio in Italia", forse il suo libro più bello, c'è una denuncia poetica e filosofica allo stesso tempo della devastazione ambientale, cui l'Italia ha dato un contributo particolarmente doloroso visto la bellezza originaria del nostro paese."Finché esisteranno frantumi di bellezza, qualcosa si potrà ancora capire del mondo. Via via che spariscono, la mente perde capacità di afferrare e di dominare. Questo grande rottame naufrago col vecchio nome di Italia è ancora, per la sua bellezza residua, un non pallido aiuto alla pensabilità del mondo" (viaggio in Italia). Ma la denuncia dell'opera devastatrice umana è presente ovunque nei suoi libri, anche negli ultimi. "I parchi zoologici chiudono perchè tutto il mondo è diventato parco zoologico, tutti siamo in cattività, rinchiusi in file di gabbie sterminate e il cielo è una voliera." Alcune sue definizioni sono fulminanti, come lampi improvvisi di verità: "Quello del politico fu sempre un mestiere maledetto. Si potrebbe definire la politica l'Arte di Disboscare...Pace o guerra, il politico è fabbricatore di deserto. Ma noi siamo dalla parte degli alberi recisi: dei vinti, di quelli di cui il Signore dirà passando: Lasciatelo, questo viene con me".
Il suo ecologismo fu anti-umanesimo ontologico. L'oggetto disprezzato l'Homo faber, l'uomo distruttore del pianeta, il cancro della Terra. Cioè un uomo che ha perso la sua essenza, il suo senso. Un uomo che ha tradito la natura da cui viene e in cui, solo, può vivere. Un uomo , quello di oggi di questo mondo consumistico, che non è più uomo. Homo faber disprezzato in primis per la sua replicabilità micidiale, da mitraglia, nella essenza meccanica, quasi autoreplicante senza altro scopo, l'uomo massa e l'uomo macchina che infesta la Terra con i suoi numeri senza senso: otto miliardi in crescita vertiginosa in un mondo ridotto già oggi a discarica tossica. Ceronetti ce l'aveva con gli ambientalisti, i verdi, gli ecologisti che infestano la politica e i salotti parolieri per il loro ciarlare fatto di schemi ideologici ma incapaci di avere occhi, incapaci di vedere il problema di fondo: la crescita umana cancerosa. Il loro irritante parlare delle cose marginali, degli effetti, delle polluzioni, degli scarichi ma non delle cause. Irritante perché nella loro ottusa visione del mondo l'uomo è ancora lì sul trono di padrone e di Re del creato. Non capaci quindi di denunciare il male all'origine, vedere chi materialmente soffoca, chi emette, chi scarica, in una follia collettiva che vede la popolazione mondiale correre verso i 10 miliardi nei prossimi anni.E se l'uomo è ancora al centro dell'universo padrone di tutto...crepino pure e spariscano le specie viventi, gli animali selvaggi, le piante, i paesaggi naturali. Tutti accusano il consumo senza vedere il consumatore, accusano il capitalismo senza vedere il capitalizzatore, accusano la produzione senza vedere il produttore: riportano all'economia e alla politica quello che è invece mostruosità biologica, una monocoltura infestante,e praticano il giardinaggio in mezzo al cemento della sovrappopolazione umana. Questo non vedere è la massima colpa di questi finti ecologisti. Ideologi e non illuminati,anzi obnubilati, carichi di libri di verità metafisiche e incapaci di amore per gli animali e le piante. Profondamente umanisti, nel senso deteriore di seguaci di Homo faber, Homo spermaticus, Homo destruens. Ecologisti assolutamente devastanti per l'ambiente planetario. Significative queste righe di Ceronetti dedicate all'ennesima inutile e dannosa conferenza sul clima:
"La Bancarotta Ecologica. Avvolta legittimamente in una nuvola di anidride carbonica di spudoratezza, è cominciata e cessata, in Sudafrica, in novembre 2011, la conferenza (ovviamente mondiale, nessuno mancava, di quei beccamorti) sul riscaldamento del pianeta. Protocolli detti di "Kyoto" su alcune blande misure di controllo dei fumi, ormai morti e sepolti...E i terricidi di Stato, in specie i più intraprendenti nel dipingere di faccia di morto questa Terra esausta, chissà con quanto sollievo avranno dichiarato il loro collasso di bancarottieri impuniti! La FAO, quando si riunisce, del resto, non va molto più in là...Qualche "se non facciamo..." e poi tutti a cena! Ad una conferenza sul cibo avevo partecipato: i dati erano agghiaccianti, l'avvenire è di fame, le terre fertili spariscono e non si recuperano, l'antropizzazione demografica è una condanna a morte anticipata per i nascituri, ma dai bruciamo più che si può le fonti nutritive, cemento e asfalto, asfalto e cemento, discariche di camorra, scorie nucleari Nacht und Nebel che attraversano mezzi continenti...Si era mai visto i cereali fare funzione di idrocarburi, o dati in pasto agli erbivori, le pollastre incollate a centinaia, in gabbie dove non è mai notte? Nell'occasione di questo miserabile fallimento di un pallido resipiscere di potenze disonorate dalle loro simulate adesioni a patti che non costa nulla (così gli impegni ecologici) scordarsi subito, ho udito il rintocco di questa sentenza: "La terra dei viventi è eticamente morta". A stimoli morali non si reagisce più. Guardando in su qualcuno li vede:...inimicaque Troiae-numina magna Deum."
Un Illuminato della Sovrappopolazione umana ci ha lasciato e della Terra non si vede nessuna salvezza, nessuna luce...

mercoledì 25 luglio 2018

La privacy: un mondo di automi

La grande maggioranza degli otto miliardi di umani vive già nelle megalopoli. Questi mostruosi agglomerati umani rendono la vita dell'uomo simile a quella di un automa. Le incombenze giornaliere sono standardizzate, le occupazioni ripetitive, il tempo già organizzato per gran parte del futuro che resta da vivere a questi uomini-macchina. Questi mostri di cemento, le moderne megalopoli, non sono che agglomerati di consumatori. L'uomo nella megalopoli raggiunge il massimo della sua massificazione: l'individuo perde la sua individualità per divenire consumatore medio, un prodotto della tecnicizzazione del mondo in cui ogni momento della vita è organizzato da un gigantesco meccanismo che si basa su due requisiti. Il primo è la densità demografica, cioè per reggersi il meccanismo ha bisogno di un numero gigantesco di consumatori concentrati in aree che consentano al meccanismo produzione-consumi di dare il massimo rendimento. Il secondo requisito è una ideologia massificante che renda totalitaria l'organizzazione politica mantenendo l'apparenza della libertà. Questa ideologia ha un nome preciso: la privacy, che è il fondamento del mercato in quanto il consumatore non deve avere identità ed essere completamente manipolabile.Il consumatore medio per essere manipolabile deve essere una monade, una singolarità chiusa nella sua cella virtuale fatta di consumi indotti e rapporti virtuali (ad esempio i social di internet). A questo scopo è necessario togliere la storia personale e consegnare l'individuo, privato dei suoi dati identitari, al potere senza limiti del mercato. La privacy viene presentata al cittadino come un diritto. Nella società massificata si parla di altisonanti diritti dell'uomo, diritti inalienabili ecc. Banalmente si tratta di diritti del consumatore medio che in realtà sono i diritti dei grandi produttori e gestori dei consumi.
L'azzeramento della storia personale e la creazione del consumatore medio è funzionale ad una produzione dei grandi numeri e a consumi standardizzati gestiti dalle grandi organizzazioni del mercato. In questo contesto lo Stato diviene un ente banalmente neutro, di pura regolazione del flusso dei consumi e deve perdere ogni carattere di nazionalità o di sovranismo localizzato. Appartenenza ad un determinato territorio e confini perdono di significato. La storia rielaborata dai media scade a cronaca, cronaca dei consumi e dei gusti. Nella privacy ogni individuo è uguale all'altro, e nello stesso tempo isolato nel suo mondo virtuale di bisogni indotti. Lo Stato è sempre più una tecnocrazia mentre il potere vero, dove si dettano le regole politiche generali, è sovranazionale e globalizzato. La libertà personale è tollerata se relegata al privato e mantenuta fuori dal circuito mediatico tramite la privacy.Si tratta di un'apparenza di libertà in quanto il privato è anch'esso massificato dal gigantesco meccanismo della produzione-consumo. L'interesse per l'arte e la musica sono definiti hobby e divengono mercificati nei grandi eventi, dove migliaia di cittadini consumatori fruiscono del bene culturale divenuto anche esso una merce come le altre (un simile modello vale anche per gli eventi sportivi). L'individuo consumatore crede così di vivere una sua storia culturale fatta di gusti e approfondimenti personali che nella realtà gli sono stati preconfezionati e somministrati dall'industria culturale e del tempo libero. I social del web che rappresentano un mezzo per indirizzare i gusti del "pubblico" sono discretamente ma rigidamente eterodiretti. Con la privacy la morte e la malattia divengono eventi neutri da nominare con giri di parole e circonlocuzioni. La morte e le malattie deprimono gli acquisti, ed è necessaria una gestione asettica del problema per non incidere sul mercato. Nella privacy persino il nome diviene segreto e sconveniente. Nelle strutture pubbliche e private di servizi si danno disposizioni per non chiamare più le persone con il loro nome: si designano con un numero o con l'orario di accesso.Formalmente per proteggere la riservatezza del cittadino (la via dell'inferno è lastricata di buone intenzioni), in realtà per togliere alla persona il potere evocativo del nome rispetto alla propria storia e libertà individuale. Chiamando qualcuno con il suo nome si rischia di ridare una identità all'individuo-massa. L'automa delle megalopoli rischierebbe di ricordarsi di essere potenzialmente un uomo libero.