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venerdì 9 dicembre 2011

IL DISASTRO DEL PIANETA E' KANTIANO?




Le prime pepatissime critiche all'Illuminismo le avevano fatte, subito dopo la Rivoluzione Francese, due big del conservatorismo come De Maistre e Burke. Ma dopo la catastrofe delle due guerre mondiali anche la Sinistra, quella con la S maiuscola, aveva cominciato ad esprimere dubbi sull'Illuminismo. I due massimi rappresentanti della scuola di Francoforte, il guppo di filosofi del marxismo critico, Horkheimer e Adorno pubblicarono nel 1947 un libro destinato a fare epoca: "Dialettica dell'Illuminismo". In questo libro i due analizzano gli sviluppi storici dell'Illuminismo, le sue basi teoriche, e la piega non tanto positiva presa dal mondo dopo la sua affermazione in Europa e in America. Senza tante remore, l'accusato principale era Kant. Quali erano i mali dell'Illuminismo evidenziati dalla scuola di Francoforte? Ecco un breve elenco: la razionalità eletta a totem, il delirio misurante del razionalismo scientifico, la trascendenza del soggetto che ne faceva l'ennesimo idolo mentre il resto della realtà veniva reificato a semplice oggetto.Infine una uniformizzazione del mondo, appiattito sotto il dominio assoluto del pensiero tecnico. Oggi diremmo un pensiero antropocentrico portato all'estremo. Lo stesso termine "trascendentale" usato da Kant ad indicare le condizioni "a priori" della conoscenza proprie solo dell'uomo, è possibile leggerlo come termine di un antropocentrismo assoluto. E' nota la tesi di Kant sull'uomo come unico fine, mentre la natura sarebbe un semplice mezzo per realizzare i desideri dell'uomo.

"L'omogeneità dell'universale e del particolare è garantita, secondo Kant, dallo schematismo dell'intelletto puro. L'intelletto imprime alla cosa, come qualità oggettiva, prima ancora che essa entri nell'Io, quell'intelligibilità che il giudizio soggettivo riscontrerà in essa. Instaurare questa unità è il compito consapevole della scienza. Tutte le leggi empiriche -dice Kant- sono solo determinazioni particolari delle pure leggi dell'intelletto. Questa concordanza della natura con la nostra facoltà conoscitiva è presupposta a priori dal giudizio. Le difficoltà nel concetto di ragione nella Critica della Ragion Pura vengono alla luce nell'ambiguo rapporto tra l'io trascendentale ed io empirico e nelle altre contraddizioni irrisolte. La ragione, come io trascendentale superindividuale, implica l'idea di una libera convivenza degli gli uomini, in cui essi si costituiscano a soggetto universale, che è poi l'idea della vera universalità, l'utopia. Ma insieme la ragione rappresenta l' istanza del pensiero calcolante, che organizza il mondo ai fini della autoconservazione e non conosce altra funzione che non sia quella della preparazione dell'oggetto, da mero contenuto sensibile, a materiale di sfruttamento...L'illuminismo identifica il pensiero con la matematica. Nella matematizzazione galileiana della natura, la natura stessa viene idealizzata. Il procedimento matematico trasforma il pensiero in cosa, strumento. Ma con questa mimesi, in cui il pensiero si livella al mondo..il dominio della natura traccia il cerchio in cui la critica della ragion pura ha relegato il pensiero". (da Max Horhkheimer, Theodor W. Adorno: "Dialettica dell'Illuminismo" Einaudi 1997, pag. 88 e seg.).

Queste tesi di Kant hanno portato ad un Illuminismo fondato su un rapporto di dominio dell'uomo sulla natura, che produce il capovolgimento della ragione in mito e della civiltà in barbarie. La ragione finisce con l'assumere una pura valenza strumentale con cui l'uomo uniformizza il mondo e riduce tutto, natura e cose, a prodotto. In Minima Moralia, Adorno riprende la critica, e mostra come la società di massa generata dalla razionalità strumentale non possa che fondarsi su ideologie, anche in maniera inconsapevole, e che tutte le visioni moderne del mondo sono basate sul dominio e sulla finale sopraffazione dell' uomo sulla natura. Karl Otto Apel porta ancora oltre la critica a Kant individuando nella assolutizzazione della relazione soggetto-oggetto il paradigma della filosofia moderna cui le posizioni prima di Descartes, poi di Kant stesso hanno dato luogo, portando ad uno squilibrio tra uomo, depositario di tutti i diritti, e natura vista solo come oggetto strumentale, compresi gli animali superiori privi di qualunque diritto.
La spaventosa riduzione del mondo a officina del soggetto assoluto (uomo) ha condotto all'attuale catastrofe antropocentrica di un pianeta sovrappopolato dalla specie Homo e una natura ridotta a magazzino e discarica dei suoi prodotti.

giovedì 8 dicembre 2011

E' uscito il quarto numero della rivista Overshoot

E' uscito il quarto numero della rivista Overshoot sulla sovrappopolazione. E' possibile scaricarlo a questo indirizzo:http://issuu.com/andrico/docs/overshoot_4

sabato 3 dicembre 2011

MARTIN HEIDEGGER: DARE UN SENSO AL MONDO





L’essenza della tecnica risiede nella im-posizione. Il suo dominio fa parte del destino. Poiché questo mette di volta in volta l’uomo su una certa via del disvelamento, l’uomo, in questo cammino, procede continuamente sull’orlo della possibilità di perseguire e coltivare soltanto ciò che si disvela nell’impiegare, prendendo da questo tutte le sue misure. In tal modo si preclude all’uomo l’altra possibilità, quella di orientarsi piuttosto, in misura maggiore e in modo sempre più originario, verso l’esenza del disvelato e della sua disvelatezza, esperendo la adoperata-salvaguardata ( gebrauchte) appartenenza al disvelamento come la propria essenza.
Posto fra queste possibilità, l’uomo è esposto a un pericolo da parte del destino. Il destino del disvelamento è, in quanto tale, in ognuno dei suoi modi e perciò necessariamente, pericolo. In qualunque modo si dispieghi e domini il destino del disvelamento, la disvelatezza, in cui tutto ciò che è di volta in volta si mostra, nasconde il pericolo che l’uomo si sbagli a proposito del disvelato e lo interpreti erroneamente…La disvelatezza conformemente alla quale la natura si rappresenta come una calcolabile concatenazione causale di forze, può bensì permettere constatazioni esatte, ma proprio a causa di questi successi può rimanere il pericolo che in tutta questa esattezza il vero si sottragga. Il destino del disvelamento è in se stesso non un pericolo qualunque, ma il pericolo. Se però il destino domina nel modo dell’im-posizione, questa è il pericolo supremo. Questo pericolo ci si mostra sotto due punti di vista. Quando il disvelato non si presenta all’uomo neanche più come oggetto, ma lo concerne esclusivamente come “fondo”, e l’uomo, nell’assenza di oggetti, è solo colui che impiega il “fondo” – allora l’uomo cammina sull’orlo estremo del precipizio, cioè là dove egli stesso può essere preso solo più come “fondo”. E tuttavia proprio quando è sotto questa minaccia l’uomo si veste orgogliosamente della figura di signore della terra. Così si viene diffondendo l’apparenza che tutto ciò che si incontra sussista solo in quanto è un prodotto dell’uomo. Questa apparenza fa maturare un’ulteriore ingannevole illusione. E’ l’illusione per la quale sembra che l’uomo, dovunque, non incontri più altri che se stesso. Con piena ragione Heisenberg ha fatto notare che all’uomo di oggi il reale non può che presentarsi in questo modo. In realtà, tuttavia, proprio se stesso l’uomo di oggi non incontra più in alcun luogo; non incontra più, cioè, la propria essenza. L’uomo si conforma in modo così decisivo alla pro-vocazione che non la percepisce come un appello, non si accorge di essere lui stesso l’appellato e quindi si lascia sfuggire tutti i modi secondo i quali egli e-siste nell’ambito di un appellare, per cui non può mai incontrare soltanto se stesso.
L’im-posizione, tuttavia, non mette in pericolo l’uomo solo nel suo rapporto con se stesso e con tutto ciò che è. In quanto destino, essa rimanda al disvelamento nella forma dell’impiegare. Dove quest’ultimo regna, scaccia via ogni altra possibilità del disvelare. Soprattutto, l’im-posizione nasconde quel disvelamento che, nel senso della “poièsis”, fa av-venire nell’apparire ciò che è presente. In confronto a questo, l’impiego pro-vocante spinge nel rapporto inverso e opposto verso ciò che è. Là dove si dispiega e domina l’im-posizione, ogni disvelamento è improntato nel segno della direzione e della assicurazione di “fondo”.
Così, dunque, l’im-posizione pro-vocante non si limita a nascondere un modo precedente del disvelamento, cioè la pro-duzione, ma nasconde il disvelare come tale e con esso ciò in cui la disvelatezza, cioè la verità, accade. L’im-posizione maschera il risplendere e il vigere della verità. Il destino che ci invia nel modo del Bestellen, dell’impiego, è così il pericolo estremo. Il pericolo non è la tecnica. Non c’è nulla di demoniaco nella tecnica; c’è bensì il mistero della sua essenza. L’essenza della tecnica, in quanto è un destino del disvelamento, è il pericolo. La minaccia per l’uomo non viene anzitutto dalle macchine e dagli apparati tecnici, che possono avere anche effetti mortali.La minaccia vera ha già raggiunto l’uomo nella sua essenza. Il dominio dell’im-posizione minaccia fondando la possibilità che all’uomo possa essere negato di raccogliersi ritornando in un disvelamento più originario e di esperire così l’appello di una verità più principale… Ciò che concede, quello che invia nel disvelamento in questo o quel modo, è come tale ciò che salva. Questo infatti fa sì che l’uomo guardi alla dignità suprema della sua essenza e vi ritorni. Questa dignità consiste nel custodire la disvelatezza e con essa sempre anzitutto l’esser-nascosto (Verborgenheit) di ogni essenza su questa terra. Proprio nell’im-posizione, che minaccia di travolgere l’uomo nell’attività dell’impiegare (in das Bestellen) spacciata come l’unico modo del disvelamento e che quindi spinge l’uomo nel pericolo di rinunciare alla propria libera essenza, proprio in questo pericolo estremo si manifesta l’intima, indistruttibile appartenenza dell’uomo a ciò che concede; tutto questo a patto che da parte nostra cominciamo a prestare attenzione all’essenza della tecnica. Ciò che costituisce l’essere della tecnica minaccia il disvelamento, fa sovrastare la possibilità che ogni disvelamento si risolva nell’impiegare e che tutto si presenti nella disvelatezza del “fondo”. L’attività dell’uomo non può mai immediatamente ovviare a questo pericolo…
(Martin Heidegger: saggi e discorsi, pag. 19-26, Mursia , 1976).

Il decisivo non è che l’uomo si è emancipato dai ceppi precedenti, ma che l’essenza stessa dell’uomo subisce una trasformazione col costituirsi dell’uomo a soggetto. Dobbiamo senz’altro vedere in questa parola subjectum la traduzione del greco hypokèimenon. La parola indica ciò che sta-prima, ciò che raccoglie tutto in sé come fondamento. Questo significato metafisico del concetto di soggetto non ha originariamente alcun particolare riferimento all’uomo, e meno ancora all’io. Il costituirsi dell’uomo a primo e autentico subjectum porta con se quanto segue: l’uomo diviene quell’ente in cui ogni ente si fonda nel modo del suo essere e della sua verità. L’uomo diviene il centro di riferimento dell’ente come tale... Nell’imperialismo planetario dell’uomo organizzato tecnicamente il soggettivismo dell’uomo raggiunge il suo culmine più elevato. Da qui egli però si abbasserà sul piano della uniformità organizzata, per trovarvi la propria sistemazione.
(M. Heidegger, Sentieri Interrotti, La Nuova Italia, 1968, pag. 85 e pag. 97).

Martin Heidegger è un filosofo che usa un linguaggio particolare, fatto di neologismi e paralogismi. Molti per questo lo hanno considerato oscuro. Eppure è chiarissimo, in queste pagine è chiarissimo: sono la più lucida definizione della scienza e della tecnica moderna, la più essenziale e obiettiva descrizione della realtà del mondo contemporaneo, di quello che sta avvenendo all’uomo e al suo pianeta. Non c’è bisogno di interpretare i termini, tutti coloro che hanno orecchi per intendere possono intendere. C’è la visione di un mondo illimitatamente disponibile di beni da produrre e da consumare. C’è il compimento del destino della metafisica nel dominio dispiegato della scienza e della tecnica, è la messa a punto speculativa di un mondo di oggetti, nel quale l’uomo si ritrova come soggetto, nella misura in cui può incontrare la natura come deposito di oggetti da utilizzare, fino a ritrovarsi lui stesso come oggetto tra gli oggetti. Infatti il rovescio impensato di questa elevazione dell’uomo al rango del soggetto (antropocentrismo) è la conversione del soggetto stesso nell’oggetto della produzione illimitata, la quale non trova altra ragione che la propria infinita assicurazione. L’uomo diviene produttore, ma anche prodotto. La produzione risponde solo illusoriamente ai bisogni dell’uomo, in realtà li modella, reprimendo ogni altro bisogno la cui soddisfazione non rientri nell’ordine stabilito dal controllo produttivo. L’orizzonte dei suoi pensieri non è più la terra che egli abita tra nascita e morte, perché la terra è stata inghioittita dalla logica della produzione e del consumo e ridotta, come l’uomo stresso, a materiale di impiego immediato, qui ed ora. Questa è la più chiaroveggente e limpida denuncia della malattia dell’uomo moderno. Da qui, e non da mere considerazioni matematiche o scientifiche, dovrebbe partire ogni denuncia veramente ambientalista e preoccupata delle sorti del pianeta. Molti, anche tra gli ambientalisti, affermano che l'eccesso demografico è un falso problema, perché la Terra può contenere molti più abitanti. Ad esempio con una energia più disponibile e a basso costo, con l'evoluzione tecnologica che potrebbe permettere di estrarre acqua dolce dal mare e purificare l'aria, l'uomo potrebbe crescere ancora in numero di abitanti. La Terra potrebbe contenere fino a dieci volte il numero attuale di umani, ed anche di più. Molti ripetono questa affermazione, non solo le varie Chiese purtroppo, come un mantra. Certo, si tratterebbe di edificare a tappeto le terre emerse, abbattendo tutte le foreste del pianeta e cementificando e asfaltando gran parte delle aree verdi. Sparirebbero gran parte delle specie viventi, le grandi monocolture sostituirebbero le varietà vegetali. L'inquinamento chimico sarebbe gigantesco, ma -chissà- attraverso nuove invenzioni potrebbe essere controllato. Non contesto tutte queste affermazioni, anzi concordo sul fatto che tutto ciò sia possibile. Ma quello che colpisce è che non si colga la follia di questo discorso. E' una vera e propria "Hybris" antropica che, nel concepire tutto in funzione dell'uomo, porta l'uomo a perdersi e a perdere di significato. Il troppo umano acceca, fino a non vedere l'estrema violenza che si fa alla natura. La questione della sovrappopolazione non è solo questione di numeri e di spazio disponibile, come non mi stanco mai di ricordare in questo blog. Il problema di fondo è che un mondo così non avrebbe senso. Non si può ridurre il pianeta ad una macchina per replicare umani. Quale inferno, anzi quale incubo sarebbe un pianeta di decine di miliardi di umani? Non è, allora, importante fare un passo indietro dal nostro forsennato antropocentrismo? Quello che è necessario è una comprensione della questione che vada alla radice, e quindi un meditare più approfondito, un pensiero più adeguato per avvicinarci ad una concezione del mondo che smetta di considerarlo come puro sfondo alla nostra insaziabile voglia di produzione e consumo, e che restituisca ad esso un senso che non sia il mero desiderio dell’uomo. Vorrei sottolineare che il secondo brano di Heidegger riportato sopra, quello che riguarda il soggetto e la sua metafisica, è la definizione più esatta, meditata e profonda dell'antropocentrismo, che io conosca. agobit

venerdì 2 dicembre 2011

BASTA AL CONSUMO DI TERRITORIO E PAESAGGIO


L'Italia, come mai forse prima d'ora, è a un punto di non ritorno. E' ancora uno dei luoghi più belli del mondo. Ma il legame con questa terra non deve farci tacere la realtà, anzi, ci impone di denunciarla: la colata di cemento che sta per riversarsi sul paese rischia di rovinarlo per sempre. Se tacessimo di fronte allo scempio ne saremmo complici, come popolo e come singoli individui.
E' il momento di dire no, adesso o mai più, perché presto, nel giro di una manciata di anni, sarà davvero troppo tardi. Il danno sarà definitivo, irreversibile. E non riguarderà soltanto il patrimonio naturale. Perché, lo abbiamo toccato con mano nel nostro viaggio, il degrado ambientale si accompagna sempre a quello umano. Difficile dire quale sia la causa e quale la conseguenza. Il cemento non devasta soltanto le città, non si mangia soltanto coste incontaminate e boschi secolari. E' il catalizzatore di tante passioni e desideri, proprio come scriveva Italo Calvino ne La speculazione edilizia. Non siamo più di fronta alla fame di case che diede impulso alla devastazione del dopoguerra. Oggi il cemento ingrossa le tasche di pochi e impoverisce tutti noi. Ci illude con il miraggio dell'occupazione, tacendo però che si tratta di posti di lavoro poco qualificati e di breve durata. Ci inganna con la promessa dello sviluppo turistico, fingendo di ignorare che un' Italia guastata dal cemento non potrà reggere il confronto con altri paesi ben più attenti a conservare il loro patrimonio. Ma il cementoè anche il perno intorno a cui ruota l'alleanza malsana tra imprenditori spregiudicati e politici pronti a tradire la loro fondamentale missione di rappresentanti dei cittadini. Troppi, davvero troppi governanti e amministratori di centrosinistra e centrodestra si dimostrano disponibili a svendere la nostra Italia, ignorando le conseguenze -parliamo di vite umane- che il degrado del territorio porta con sé. (Da l'introduzione a "La Colata" -Chiarelettere- 2010).

Dobbiamo fermare, il più presto possibile, dobbiamo fermare la devastante colata di cemento che investe sempre di più il nostro paese facendolo assomigliare ad una immensa megalopoli, mal edificata, inquinata, fatta di edifici degradati, fuori da ogni criterio di risparmio energetico, brutti, simbolo di un paese e del suo popolo. Il territorio, il prezioso patrimonio paesaggistico dell'Italia è indifeso, nudo nelle mani di arraffatori d'ogni risma, speculatori, faccendieri, mafiosi. La mafia gestisce ormai gran parte dell'edilizia del paese, le strade e autostrade della padania sono costruite su sostrati fatti di rifiuti tossici fatti sparire illegalmente in Campania e altre regioni meridionali. Interi quartieri sono edificati nella illegalità, nell'abusivismo. Nessuno controlla, nessuno sanziona, tutti intascano le mazzette della corruzione. Nassun politico parla di ambiente, di difesa del paesaggio, del territorio. Tutti parlano con linguaggio antropocentrico: costruire case, far crescere le famiglie, accogliere gli immigrati, costruire strade, autostrade, ponti, tunnell, viadotti, sottopassi. Uomo, uomo, uomo, esiste solo l'uomo, costruire, edificare, fare colate, cementificare, trasporti, mobilità. Tutto uomo, solo uomo. Il resto, il paesaggio, la natura, la bellezza...ecchissenefrega! Tutti vogliono i soldi subito, investire subito, guadagno, usare il territorio, il prezioso poco territorio italiano rimasto, come sfondo, base, discarica per la propria ingordigia di soldi, guadagno. E' vergognosa l'indifferenza dei politici. Indicibile la loro stupidità: rovinando il territorio, rovinano il loro futuro, quello dei loro figli, dei nostri figli. Ma la loro scatola cranica è più o meno ampia quanto il loro portafoglio: bada solo alla moneta e all'oggi, al guadagno immediato. Ogni prospettiva, ogni calcolo sul futuro è troppo per menti tanto anguste. La stupidità della classe dirigente e della gente di oggi è spaventosamente grande rispetto ai nostri predecessori dei tempi passati su questo pianeta. Un abisso di sensibilità ci separa da loro. Ecco un esempio. Ciò che ha reso celebre la Toscana attraverso le foto ed i mass-media -i suoi bei paesaggi, le dolci colline, le piccole città a misura d'uomo- non è stato il frutto della casualità naturale, ma di una scelta economica e produttiva compiuta in Toscana fra la fine del Settecento e gli inizi del secolo successivo dalla borghesia agraria di allora. Il punto di vista di questa classe dirigente era espresso in materia dall'Accademia dei Georgofili (amici dell'agricoltura) nella quale si raccoglievano studiosi ed esponenti del settore agrario toscano per dibattere i problemi dell'agricoltura e cercare le soluzioni più idonee allo sviluppo e all'ambiente (quelli si che erano ambientalisti!). La borghesia toscana ottocentesca rifiutò, come noto, la scelta "industriale", orientandosi verso lo sfruttamento agricolo della terra, fu estesa la conduzione mezzadrile andando contro ai modelli classici del capitalismo agrario. Questa scelta "conservatrice" compiuta dai proprietari terrieri dell'epoca fu, in un certo senso, la fortuna del paesaggio, che poté mantenersi con certe caratteristiche fino alla seconda guerra mondiale.La suddivisione del territorio agricolo in fattorie e in unità poderali contribuiva a mantenere un rapporto tra presenza umana e paesaggio, a mantenere la campagna ben alberata, ben coltivata, senza tuttavia alterare gli elementi tradizionali del territorio. L'Accademia dei Gerogofili, sostenuta dal Granduca e da lui ascoltata, era in pratica una specie di Authority del territorio ante-litteram. Oggi è grazie a quell'Accademia se ci possiamo permettere -ancora per poco- di ammirare i paesaggi toscani rimasti dopo la recente edificazione, godendone la bellezza. Molti altri territori italiani non hanno avuto quella fortuna e sono diventati distese di cemento. Oggi servirebbe in Italia una Authority per la salvaguardia del territorio, con ampi poteri, che possa intervenire e fermare lo scempio subito, ora. Un'Authority che possa autorizzare in deroga, quando strettamente necessario, l'edificazione qualificata e sostenibile, fatta secondo criteri di rispetto del territorio e del paesaggio. Le costruzioni su territorio vergine dovrebbero essere vietate sempre, salvo quelle autorizzate dall'Agenzia del territorio per motivi di estrema necessità. Ma nel paese delle mafie e degli speculatori, nel paese dei politici corrotti, dei potenti costruttori, dei finanzieri che usano il pubblico per i loro interessi, tutto ciò è possibile? Potrebbe sopravvivere un'Authority del territorio che agisse solo per l'interesse dell'Italia, del paesaggio italiano, di noi e dei nostri figli? agobit

martedì 29 novembre 2011

ZAPRUDER, CHI ERA COSTUI?




Non ho mai creduto al complotto. JFK fu assassinato da un nullafacente, un nessuno: Oswald. Un nessuno, ma bravo a tirare con il fucile, il suo fucile italiano vecchiotto ma efficiente: il Mannlicher-Carcano, comprato per posta. Continuando con la banalità che irrompe nella storia c'è la vicenda del sarto Zapruter, un normalissimo sarto di Dallas che il 22 novembre del 1963, un venerdì, era andato con la moglie a vedere il corteo del presidente con la sua 8 millimetri. Zapruter diventerà famoso per il suo film che riprende e documenta momento per momento l'assassinio. Oswald sarà ucciso due giorni dopo da un gestore di night club: Jack Ruby.
La morte di Kennedy determinò un forte shock in tutto il mondo. Erano gli anni della guerra fredda, Usa e Urss si fronteggiavano con migliaia di testate atomiche. La grande illusione del dopoguerra, di un progresso generale verso il benessere trainato dalla spinta americana, dal sogno della nuova frontiera, terminava con quel filmato, era immortalato dalla cinepresa di Zapruter. Sarebbe seguito il Vietnam, la fine del sogno, la perdita della fede nel progresso, la monetarizzazione di tutti i valori, il consumismo fine a se stesso. Forse con l'assassinio di Kennedy finiva qualcosa di molto più importante, crollava tutta una visione del mondo. Non che ci fosse una relazione di causa ed effetto, si trattava di semplice coincidenza, ma era un segno che indicava altro. Quel filmato ci mostra ancora l'america degli anni cinquanta, fatta di vestiti e cappellini colorati, di macchine lunghissime con le code, delle buone casalinghe, della provincia felix. Ma quel giorno tutto questo finiva lì, insieme alla vita del giovane presidente, al sorriso della sua bella moglie. Si apriva la nuova questione del rapporto tra uomo e pianeta. Qualche anno dopo Paul Ehrlich avrebbe scritto The Population Bomb; il progresso e la tecnologia sarebbero apparsi non la salvezza, ma la causa della distruzione del pianeta. La competizione per il dominio tra le grandi potenze avrebbe lasciato il posto alla preoccupazione per il futuro, per la sopravvivenza di tutti.

lunedì 28 novembre 2011

DURBAN: UN ALTRO FALLIMENTO

Durban mi ricorda il nome di un vecchio dentrificio: Durbans mi sembra si chiamasse. Durbans serviva per assicurare un bel sorriso. Durban invece ci farà fare grasse risate. Inizia oggi 28 novembre, infatti, a Durban la conferenza Onu sui cambiamenti climatici. Parteciperanno i rappresentanti di circa 200 paesi. Pare che si discuterà ancora di come ridurre le emissioni di anidride carbonica. Il fatto è che il Protocollo di Kyoto, che doveva servire proprio a quello scopo, è miseramente fallito dopo che Usa, Cina e Brasile si sono tirati fuori. Ridurre le emissioni di Co2? Un bel problema. Con l'aria che tira, l'unica tecnologia ad emissione zero di anidride carbonica, cioè l'energia nucleare, sta chiudendo i battenti in alcuni paesi europei. Anche se Usa e Giappone (e la Francia) dicono di voler andare avanti, nonostante Fukushima, magari raffinando la tecnologia. Altri modi per ridurre l'anidride carbonica e l'effetto serra non se ne vedono, e i vari filtri messi alle ciminiere e agli scarichi industriali servono a poco. La Co2 aumenta, con o senza filtro. Il problema è sempre lo stesso: si vuole curare il cancro con l'aspirina. Si è giunti a pensare di tassare i viaggi aerei e le transazioni economiche internazionali per foraggiare i paesi in via di sviluppo e incoraggiarli all'uso delle energie rinnovabili. Si è pensato in particolare ad un “fondo verde”, un meccanismo che dovrebbe permettere ai paesi ricchi di aiutare i più vulnerabili, con l’obiettivo di trasferire 100 miliardi di dollari l’anno a partire dal 2020. Una questione che sarà seguita con attenzione dai paesi africani, i meno attrezzati a proteggersi dagli sconvolgimenti del clima che si preparano (o si preparerebbero...).
Voglio fare il facile profeta. La conferenza di Durban sarà l'ennesimo fallimento. Infatti la causa principale della polluzione di gas serra e dell'inquinamento atmosferico, la sovrappopolazione umana, non compare in nessun documento dei cervelloni dell'Onu che si adunano a Durban. Come per tutte le strutture elefantiasiche della Organizzazione delle Nazioni Unite, i burocrati sono tutti impegnati a salvaguardare le proprie laute prebende, piuttosto che l'atmosfera del pianeta, quindi i veri problemi non vengono affrontati. Troppi interessi impediscono di affrontare alla radice il problema delle eccessive emissioni e della combustione degli idrocarburi. Non ci sono solo gli interessi dei paesi produttori di petrolio. Ci sono le chiese monoteistiche da tenersi buone. Gli interessi di potenza che fanno della natalità un'arma. Le multinazionali che prosperano sulla proliferazione dei consumatori. Ma persone responsabili preoccupate del pianeta, dovrebbero porre il problema della sovrappopolazione, una tragedia che ci sta divorando. I tempi sono sempre più stretti, l'ambiente si sta degradando giorno per giorno. Si potrebbero prendere decisioni importanti, immediate. Perché non legare ad esempio gli aiuti del fondo verde (100 miliardi di dollari annui) ai paesi africani alle politiche demografiche? Ma qui si entrerebbe nei problemi seri, e la serietà non è di casa a Durban, lì c'è solo da ridere.

venerdì 25 novembre 2011

DESMOND MORRIS: IL PIANETA DELLE SCIMMIE





COME E PERCHE' UNA SCIMMIA ARROGANTE STA DISTRUGGENDO IL PIANETA.


Esistono centonovantatré specie viventi di scimmie con coda e senza coda; di queste, centonovantadue sono coperte di pelo. L’eccezione è costituita da uno scimmione nudo che si è auto-chiamato Homo sapiens. Questa razza eccezionale ed estremamente capace trascorre molto tempo ad esaminare i propri movimenti più nobili, ed altrettanto ad ignorare accuratamente quelli fondamentali. E’ orgogliosa di possedere il cervello più voluminoso tra tutti i primati, ma cerca di nascondere il fatto di avere anche il pene più grande, preferendo accordare questo onore al possente gorilla. Si tratta di uno scimmione che usa molto i propri mezzi vocali, ha un acuto senso dell’esplorazione ed è rappresentato da molti esemplari…Io sono uno zoologo e lo scimmione nudo è un animale; esso costituisce un argomento facile per la mia penna e mi rifiuto di continuare ad evitarlo solo perché alcune sue forme di comportamento sono piuttosto complesse e sorprendenti. La mia giustificazione è che pur nel diventare tanto erudito, l’Homo sapiens è rimasto uno scimmione nudo e che nell’acquistare nuovi ed elevati moventi, non ha perso nessuno dei vecchi moventi più bassi. Spesso ciò gli provoca un certo imbarazzo, ma i suoi antichi impulsi gli appartengono da milioni di anni, i nuovi solo da qualche millennio, e non vi è alcuna speranza che egli possa scuotere via rapidamente l’eredità genetica che si è accumulata durante tutto il suo passato evolutivo. Sarebbe un animale molto meno preoccupato e più soddisfatto se solo affrontasse questa realtà. Forse è qui che lo zoologo può aiutarlo.
……Negli ultimi anni, l’interesse per la conservazione degli animali si è diffuso in un certo grado nei gruppi di individui di età più giovanile, apparentemente come conseguenza dello sviluppo delle potentissime armi nucleari, il cui enorme potenziale di distruzione ci minaccia tutti con la possibilità di uno sterminio immediato, di modo che noi proviamo un impulso emotivo verso gli animali che possono venire usati come simboli di rarità. Questa osservazione non va interpretata come un’implicazione che questo è il solo motivo della conservazione della vita allo stato selvaggio. Vi sono inoltre motivi perfettamente validi sia scientifici che estetici che ci fanno desiderare di aiutare le razze meno fortunate. Se vogliamo continuare a godere della ricca complessità del mondo animale e a servirci degli animali selvaggi come oggetti di esplorazioni scientifiche ed estetiche , dobbiamo dare loro un aiuto. Se consentiamo che essi spariscano, il nostro ambiente si verrà a semplificare nel modo più sfavorevole. Poiché noi siamo una razza dotata di forte spirito investigativo, non possiamo consentirci di perdere una fonte così preziosa di materiale.
Nel trattare i problemi della conservazione, talvolta vengono menzionati anche motivi economici. E’ stato fatto rilevare che la protezione intelligente e la produzione controllata delle razze allo stato selvaggio possono essere di aiuto in alcune parti del mondo alle popolazioni affamate di proteine. Se ciò è perfettamente vero parlando di un breve periodo di tempo, il quadro delle previsioni a lunga scadenza è più pessimistico. Se continueremo ad aumentare di numero con la spaventosa velocità del giorno d’oggi , alla fine si tratterà di scegliere tra loro e noi.. Per quanto le specie selvaggie possano esserci preziose da un punto di vista simbolico, scientifico ed estetico, i fattori economici della situazione saranno contro di loro. La realtà è che quando la densità della nostra razza raggiunge un determinato livello, non resta spazio per gli altri animali. L’obiezione che essi costituiscano una fonte basilare di cibo, sfortunatamente, non regge ad un attento esame. E’ più efficace mangiare direttamente cibo vegetale, anziché trasformare questo in carne e quindi mangiare gli animali. Con l’ulteriore esigenza dello spazio per vivere, si dovranno prendere misure anche più drastiche, per cui saremo costretti a sintetizzare i nostri cibi e, a meno che non riusciamo a colonizzare gli altri pianeti su vasta scala in modo da dividere il carico, oppure a controllare seriamente in qualche modo l’aumento della popolazione, , saremo obbligati, in un futuro non troppo lontano, ad eliminare dalla terra tutte le altre forme di vita.
Se ciò vi sembra piuttosto melodrammatico, diamo un’occhiata ai dati. Alla fine del diciassettesimo secolo la popolazione mondiale degli scimmiotti nudi era soltanto di mezzo miliardo, mentre adesso è arrivata a tre miliardi (nel 1967 prima edizione di questo libro- oggi purtroppo siamo a ben 7 miliardi! N.d.r.). Ogni ventiquattro ore essa aumenta di 150.000 unità (le autorità competenti per la emigrazione interplanetaria considererebbero questo dato una sfida scoraggiante). Tra 260 anni, se l’aumento si mantiene costante, il che è improbabile, sulla terra si affollerà una massa in fermento di 400 miliardi di scimmioni nudi. Ciò significa che per ogni miglio quadrato della superficie terrestre, vi saranno undicimila individui. Per dirla in altro modo, la densità di popolazione che oggi abbiamo nelle città più grandi esisterebbe in ogni angolo del globo. E’ ovvio quali conseguenze ciò porterebbe alle forme di vita allo stato selvaggio. Ugualmente triste sarebbe l’effetto sulla nostra razza.
Non è necessario fermarci su questo incubo poiché la possibilità che esso si realizzi è molto remota. Nonostante i grandi progressi tecnologici, noi siamo ancora fondamentalmente un semplice fenomeno biologico e, malgrado le nostre idee grandiose e l’alto concetto che abbiamo di noi stessi, siamo ancora degli umili animali, soggetti a tutte le leggi fondamentali del comportamento animale. Molto prima che la nostra popolazione raggiunga i livelli considerati precedentemente, avremo infranto così tante regole che governano la nostra natura biologica, da perdere il nostro predominio come razza. Noi abbiamo la tendenza a compiacerci del fatto che ciò non potrà mai accadere, che in noi vi è qualcosa di speciale e che in un certo senso siamo al di sopra del controllo biologico. Però molte specie sensazionali si sono estinte in passato e noi non costituiamo un’eccezione alla regola. Prima o poi scompariremo per fare posto a qualcos’altro. Se vogliamo che ciò avvenga il più tardi possibile, dobbiamo considerarci in modo attento e spietato come esemplari biologici e renderci conto dei nostri limiti. Questo è il motivo per cui ho scritto questo libro e ho deliberatamente insultato la nostra specie, usando una espressione come “scimmione nudo” invece del nome corrente. Ciò è servito a mantenere il senso delle proporzioni e ci obbliga ad osservare quello che accade appena al di sotto della nostra superficie di esseri superiori. Forse ho esagerato un poco. Avrei potuto tessere molte lodi, descrivendo i nostri straordinari successi, mentre omettendoli, ho dato inevitabilmente una immagine unilaterale. Noi siamo una razza straordinaria ed io non desidero negarlo o minimizzarlo. Ma sono cose che sappiamo benissimo. Mi è sembrato invece più importante mostrare l’altra faccia della medaglia. Sfortunatamente, dato che siamo così potenti ed abbiamo avuto tanti successi rispetto agli altri animali, talvolta troviamo piuttosto sgradevole pensare alle nostre origini, cosicché non mi aspetto di essere ringraziato per ciò che ho fatto. La nostra ascesa verso la cima è stata una storia di arricchimento rapido e, come tutti i “nouveaux riches”, noi siamo molto suscettibili riguardo alla nostra provenienza. Alcuni ottimisti pensano che, poiché abbiamo sviluppato un alto livello di intelligenza ed un potente impulso all’invenzione, saremo in grado di rivolgere qualunque situazione a nostro vantaggio; che siamo tanto plasmabili da poter rimodellare il nostro modo di vivere in maniera che si adatti a tutte le nuove esigenze portate dal continuo aumento della nostra specie; che quando verrà il momento sapremo affrontare il sovraffollamento, lo stress, la perdita del’intimità e l’indipendenza di azione; che rimodelleremo il nostro modo di comportarci e vivremo come formiche giganti; che controlleremo i nostri sentimenti di aggressività e di territorialità, i nostri impulsi sessuali e le nostre tendenze paternalistiche; che se dovremo diventare scimmioni-polli di batteria, sapremo farlo; che la nostra intelligenza è in grado di dominare tutte le nostre fondamentali necessità biologiche.
Io penso che ciò non abbia alcun senso. La nostra primitiva natura animale non vi consentirà mai. E’ vero che siamo plasmabili e che abbiamo un comportamento opportunistico, ma le forme assunte da questo opportunismo sono contenute entro limiti rigidi. Mettendo in rilievo in questo libro i nostri aspetti biologici, ho cercato di presentare la natura di queste restrizioni. Riconoscendole apertamente e sottomettendoci ad esse, avremo maggiori possibilità di sopravvivere. Ciò non implica un ingenuo “ritorno alla natura”, ma vuol dire semplicemente che dovremo adattare i nostri progressi opportunistici intelligenti alle fonfamentali esigenze del nostro comportamento. Dobbiamo in qualche modo migliorare come qualità, invece che come semplice quantità. Potremo così continuare a progredire tecnologicamente in modo sensazionale e sbalorditivo senza negare la nostra eredità evolutiva. In caso contrario, i nostri compressi impulsi biologici si acumuleranno fino a far crollare la diga e tutta la nostra complessa esistenza sarà spazzata via dalla piena.

(Desmond Morris: La scimmia nuda-studio zoologico sull’animale uomo. Bompiani 1974 pag. 7-8, 258-262).

La tragedia di questo pianeta è che una specie di scimmia, sprovvista di peli, è diventata arrogante giungendo a riempire il pianeta dei suoi prodotti (in gran parte tossici per se e le altre specie) e di miliardi di suoi simili. Un cancro devastante che sta portando la terra all’annichilimento. Morris ci ricorda una verità di fondo, talmente di fondo che la dimentichiamo continuamente: l’uomo è una specie animale. Come le talpe che scavano gallerie, o le api che costruiscono nidi complessi, noi costruiamo strutture tecnologiche. La nostra tecnologia, vista da un pianeta alieno, infesta la terra come un formicaio infesta un giardino. Certo noi abbiamo la ragione, l’intelletto ecc.ecc. Ma Morris ci invita umilmente a tornare al nostro fondamento, alla nostra natura animale. Quando, intossicati dallo stress e dai fumi della città sentiamo dentro di noi la voglia di andarcene in campagna, in riva al mare o in alta montagna, è quella natura che ci richiama a noi stessi. Quando guardiamo un paesaggio incontaminato, o ci fermiamo estasiati a guardare il sole che sorge all’alba in un cielo rosa e su un mare azzurro, è la nostra natura interiore che ci chiama, anzi ci “ri-chiama” ad essere noi stessi, a rispettare la nostra natura di animali, a tornare a fonderci armoniosamente con il resto della natura e degli esseri viventi. E’un invito a smettere la nostra arroganza. Il libro di Morris fu scritto nel 1967, ma è attualissimo. La stupidità ancora domina la nostra specie. Gli stupidi sono al potere. Il pianeta è ancora in mano alle scimmie arroganti. agobit