Da La Repubblica: "Entro quest’anno la popolazione mondiale raggiungerà la fatidica cifra di sette miliardi di abitanti. Nel 2045 nove miliardi di persone calpesteranno un pianeta sempre più affollato e sfruttato. Quali saranno le conseguenze e quali le strategie da adottare? Il primo reportage di una serie che National Geographic dedicherà al futuro dell’umanità e del mondo."
Continua la folle corsa della popolazione umana, vera bomba che porterà alla distruzione del pianeta....
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domenica 9 gennaio 2011
sabato 8 gennaio 2011
IL SUICIDIO DEGLI UCCELLI
Brani tratti dai giornali dei giorni scorsi:
"Poco prima della mezzanotte di capodanno, migliaia di merli ad ali rosse e storni cadono dal cielo nel raggio di un miglio sulla città di Beebe, in Arkansas. Nei giorni precedenti si è anche verificata una massiva moria di pesci: più di 100.000 pesci tamburo in secca su un tratto di costa di venti miglia in prossimità della città di Ozark, in Arkansas, a circa 125 miglia da Beebe.
Successivamente, circa 500 merli ad ala rossa, storni, e gracchi bronzati sono caduti morti in un tratto autostradale di un quarto di miglio vicino a Labarre, in Louisiana, che si trova a 360 miglia da Beebe e a 450 da Ozark. Infine, centinaia di quel che sembrano taccole sono cadute a terra su tutta la città di Falköping, in Svezia."
"FAENZA (Ravenna) - Un tappeto di uccelli morti sulla statale di Faenza. Dopo gli Stati Uniti e la Svezia, anche in Italia un inquietante fenomeno che evoca scenari alla Hitchcock: quasi quattrocento tortore, specie molto diffusa nel Faentino, sono morte per motivi ancora misteriosi..."
Gli uccelli si ribellano, gli uccelli impazziscono, gli uccelli muoiono suicidi andando a sbattere contro muri e fili della corrente elettrica, oppure precipitandosi a terra per farla finita. Non c'è nessuna fantascienza in tutto questo, nessun mistero esoterico. Il linguaggio degli uccelli è semplice e chiaro. Gli uccelli ci parlano, si appellano a noi uomini con la manifestazione della loro morte.L'uomo sta distruggendo il pianeta. Non è tanto la tecnica, la produzione industriale di tossici e scorie che avvelena il mondo. Ciò che sta distruggendo la vita degli animali e la natura è il nostro pensiero, il nostro modo di pensare il mondo. Un pensiero antropocentrico che ha al centro l'egoismo umano, la sua sete di possesso che trasforma la natura in risorse da sfruttare, bruciare, trasformare, consumare, scaricare, gettare. Un pensiero che si appropria delle cose senza rispettarle. Un pensiero malato che chiamiamo scienza, tecnica, industria, modernità. Un pensiero che ha un unico prodotto: un pianeta sovrappopolato di umani e desertificato di tutto il resto. Un mondo che perde ogni giorno la bellezza, in cui il significato stesso di ciò che è bello non viene più compreso. Il cielo stesso ha perso ogni valore e l'aria è irrespirabile piena com'è di miasmi prodotta dagli scarichi umani. Gli uccelli ci gridano la verità, morendo loro ci ammoniscono per la nostra follia. Uccidendo il mondo uccidiamo noi stessi, il nostro essere parte della natura. L'arroganza di crederci capaci di creare un mondo artificiale, migliore in quanto artificiale, è la tragedia dell'uomo moderno. Ascoltiamo gli uccelli.
"Poco prima della mezzanotte di capodanno, migliaia di merli ad ali rosse e storni cadono dal cielo nel raggio di un miglio sulla città di Beebe, in Arkansas. Nei giorni precedenti si è anche verificata una massiva moria di pesci: più di 100.000 pesci tamburo in secca su un tratto di costa di venti miglia in prossimità della città di Ozark, in Arkansas, a circa 125 miglia da Beebe.
Successivamente, circa 500 merli ad ala rossa, storni, e gracchi bronzati sono caduti morti in un tratto autostradale di un quarto di miglio vicino a Labarre, in Louisiana, che si trova a 360 miglia da Beebe e a 450 da Ozark. Infine, centinaia di quel che sembrano taccole sono cadute a terra su tutta la città di Falköping, in Svezia."
"FAENZA (Ravenna) - Un tappeto di uccelli morti sulla statale di Faenza. Dopo gli Stati Uniti e la Svezia, anche in Italia un inquietante fenomeno che evoca scenari alla Hitchcock: quasi quattrocento tortore, specie molto diffusa nel Faentino, sono morte per motivi ancora misteriosi..."
Gli uccelli si ribellano, gli uccelli impazziscono, gli uccelli muoiono suicidi andando a sbattere contro muri e fili della corrente elettrica, oppure precipitandosi a terra per farla finita. Non c'è nessuna fantascienza in tutto questo, nessun mistero esoterico. Il linguaggio degli uccelli è semplice e chiaro. Gli uccelli ci parlano, si appellano a noi uomini con la manifestazione della loro morte.L'uomo sta distruggendo il pianeta. Non è tanto la tecnica, la produzione industriale di tossici e scorie che avvelena il mondo. Ciò che sta distruggendo la vita degli animali e la natura è il nostro pensiero, il nostro modo di pensare il mondo. Un pensiero antropocentrico che ha al centro l'egoismo umano, la sua sete di possesso che trasforma la natura in risorse da sfruttare, bruciare, trasformare, consumare, scaricare, gettare. Un pensiero che si appropria delle cose senza rispettarle. Un pensiero malato che chiamiamo scienza, tecnica, industria, modernità. Un pensiero che ha un unico prodotto: un pianeta sovrappopolato di umani e desertificato di tutto il resto. Un mondo che perde ogni giorno la bellezza, in cui il significato stesso di ciò che è bello non viene più compreso. Il cielo stesso ha perso ogni valore e l'aria è irrespirabile piena com'è di miasmi prodotta dagli scarichi umani. Gli uccelli ci gridano la verità, morendo loro ci ammoniscono per la nostra follia. Uccidendo il mondo uccidiamo noi stessi, il nostro essere parte della natura. L'arroganza di crederci capaci di creare un mondo artificiale, migliore in quanto artificiale, è la tragedia dell'uomo moderno. Ascoltiamo gli uccelli.
mercoledì 29 dicembre 2010
Un'altra strage di animali dovuta all'arroganza umana
Dal Corriere della Sera:
La strage (del mare) di Natale
Due chilometri di spiaggia piena di pesci, arselle e granchi morti in un tratto della costa a due passi dall’area industriale
SCARLINO (GROSSETO) - Una strage di pesci, arselle e granchi: è questo lo scenario che ha presentato la spiaggia di Scarlino lunedì mattina. I resti degli animali, alcuni ancora agonizzanti, erano distesi in due file parallele lunghe quasi due chilometri, in un tratto della costa a due passi dall’area industriale del comune, dove sono presenti industrie chimiche e l’inceneritore. Un fatto che ha fatto gridare gli ambientalisti al «disastro ecologico». I rilevamenti e le analisi da parte delle autorità sono iniziati immediatamente. Arpat e polizia provinciale hanno effettuato prelievi di campioni di acqua e hanno raccolto vongole, crostacei e muggini, alcuni morti altri agonizzanti, per farli analizzare all’Istituto zooprofilattico di Pisa e accertarne le cause della moria.
Stando alle prime ricostruzioni, tanti di questi molluschi sono morti a Santo Stefano insieme a molti pesci, soprattutto muggini. Le arselle (l’animale più colpito da questa moria) invece si sono arenate lunedì mattina, insieme a granchi e sogliole. A nulla sono serviti i tentativi di soccorso da parte di alcuni uomini di mare presenti sul posto. «Ho visto che respiravano ancora e le ho rigettate in mare. – racconta Franco Gaggioli, custode di una struttura marina presente in quel tratto – Ma il mio tentativo è stato vano, dato che le arselle tornavano sulla spiaggia. Sembravano rifiutare il mare».
Su quanto avvenuto è esploso il dibattito politico, con gli ambientalisti da una parte e il sindaco Maurizio Bizzarri dall’altra. Il primo cittadino non ha accettato le accuse di chi ha gridato al disastro e dice che prenderà provvedimenti, o in un senso o nell’altro: «Saranno effettuate indagini accurate per l’individuazione delle cause e se saranno individuate cause antropiche, emetterò i provvedimenti; se invece le cause saranno altre o naturali, saranno comunque denunciati tutti quei soggetti che hanno procurato allarme, calunniato o altro, senza neanche il rispetto dei tempi e delle risposte delle indagini e delle analisi».
Afredo Faetti
28 dicembre 2010
La strage (del mare) di Natale
Due chilometri di spiaggia piena di pesci, arselle e granchi morti in un tratto della costa a due passi dall’area industriale
SCARLINO (GROSSETO) - Una strage di pesci, arselle e granchi: è questo lo scenario che ha presentato la spiaggia di Scarlino lunedì mattina. I resti degli animali, alcuni ancora agonizzanti, erano distesi in due file parallele lunghe quasi due chilometri, in un tratto della costa a due passi dall’area industriale del comune, dove sono presenti industrie chimiche e l’inceneritore. Un fatto che ha fatto gridare gli ambientalisti al «disastro ecologico». I rilevamenti e le analisi da parte delle autorità sono iniziati immediatamente. Arpat e polizia provinciale hanno effettuato prelievi di campioni di acqua e hanno raccolto vongole, crostacei e muggini, alcuni morti altri agonizzanti, per farli analizzare all’Istituto zooprofilattico di Pisa e accertarne le cause della moria.
Stando alle prime ricostruzioni, tanti di questi molluschi sono morti a Santo Stefano insieme a molti pesci, soprattutto muggini. Le arselle (l’animale più colpito da questa moria) invece si sono arenate lunedì mattina, insieme a granchi e sogliole. A nulla sono serviti i tentativi di soccorso da parte di alcuni uomini di mare presenti sul posto. «Ho visto che respiravano ancora e le ho rigettate in mare. – racconta Franco Gaggioli, custode di una struttura marina presente in quel tratto – Ma il mio tentativo è stato vano, dato che le arselle tornavano sulla spiaggia. Sembravano rifiutare il mare».
Su quanto avvenuto è esploso il dibattito politico, con gli ambientalisti da una parte e il sindaco Maurizio Bizzarri dall’altra. Il primo cittadino non ha accettato le accuse di chi ha gridato al disastro e dice che prenderà provvedimenti, o in un senso o nell’altro: «Saranno effettuate indagini accurate per l’individuazione delle cause e se saranno individuate cause antropiche, emetterò i provvedimenti; se invece le cause saranno altre o naturali, saranno comunque denunciati tutti quei soggetti che hanno procurato allarme, calunniato o altro, senza neanche il rispetto dei tempi e delle risposte delle indagini e delle analisi».
Afredo Faetti
28 dicembre 2010
sabato 25 dicembre 2010
NO AL NATALE DEL DIO ANTROPOMORFO
Tenetevi gli auguri di buon natale. Auguri difficili da sopportare perché formali, imposti dalla routine del calendario, assolutamente ipocriti, da respingere al mittente come indesiderati. Auguri per un fatto di cui nessuno si interessa, volto com'è a consumare e seppellire di sterco e spazzatura un mondo sempre più piccolo sotto il peso della massa umana. Qual'è il fatto di cui tutti si fottono sprofondandosi in disgustosi auguri?
E' tutto qua: circa duemila anni fa nacque in mezzo allo sterco (questa volta di vacca) di una grotta di una valle della Galilea un piccolo dio antropomorfo. Un futuro predicatore, un profeta dei destini dell'uomo. Il figlio di un dio unico. Il fondatore di una religione monoteista fonte di ogni disgrazia per il mondo e per l'uomo. Questo dio unico ha tolto, in quanto unico e simile all'uomo, la sacralità dalla natura, dagli animali, dalle piante, dai luoghi. Ha posto l'uomo al centro di tutto l'universo eleggendolo a fruitore assoluto di tutte le cose viventi e non viventi che (Sic!) sarebbero state create per lui, solo per lui. Questo dio antropomorfo e monolitico ha tolto il sacro dai boschi, dalle sorgenti, dai fiumi, dalle spiagge, ha tolto la residenza degli dei dalla cima dei monti. Ha consegnato il mondo alla distruttività umana. Questo figlio di dio è salito lui sulla montagna lasciata deserta dagli dei e si è messo a predicare agli uomini invitandoli a procreare come conigli, a occupare ogni spazio della Terra, a consumare ogni risorsa che, ha gridato, era stata creata per lui! L'universo sarebbe stato creato per lui! Tutta quella roba per soddisfare le voglie di una scimmietta arrogante. Questo predicatore autoproclamatosi figlio di dio ha esasperato un'antropocentrismo che già aveva la tendenza a fare del mondo la propria discarica. Ma almeno l'uomo greco aveva il senso del divino nella natura, ogni aspetto della quale secondo i greci era pervasa di sacro. Non solo nel politeismo greco ma anche nei primi filosofi presocratici e nel poema di Parmenide il mondo era visto come una manifestazione del divino.L'antico uomo greco sentiva il divino del mondo e leggeva poeticamente le cose. Il cristianesimo e l'Islam hanno distrutto questa sensibilità originaria relegando il mondo a sfondo per l'arrogante agire dell'uomo. Un agire che tende a impossessarsi della natura, dei luoghi, dell'ambiente e a stravolgerlo secondo i propri sconfinati desideri. L'odierno mondo dei diritti (umani, solo umani) è il prodotto di questa visione essendo i diritti null'altro che i desideri senza limiti degli uomini.
E' tutto qua: circa duemila anni fa nacque in mezzo allo sterco (questa volta di vacca) di una grotta di una valle della Galilea un piccolo dio antropomorfo. Un futuro predicatore, un profeta dei destini dell'uomo. Il figlio di un dio unico. Il fondatore di una religione monoteista fonte di ogni disgrazia per il mondo e per l'uomo. Questo dio unico ha tolto, in quanto unico e simile all'uomo, la sacralità dalla natura, dagli animali, dalle piante, dai luoghi. Ha posto l'uomo al centro di tutto l'universo eleggendolo a fruitore assoluto di tutte le cose viventi e non viventi che (Sic!) sarebbero state create per lui, solo per lui. Questo dio antropomorfo e monolitico ha tolto il sacro dai boschi, dalle sorgenti, dai fiumi, dalle spiagge, ha tolto la residenza degli dei dalla cima dei monti. Ha consegnato il mondo alla distruttività umana. Questo figlio di dio è salito lui sulla montagna lasciata deserta dagli dei e si è messo a predicare agli uomini invitandoli a procreare come conigli, a occupare ogni spazio della Terra, a consumare ogni risorsa che, ha gridato, era stata creata per lui! L'universo sarebbe stato creato per lui! Tutta quella roba per soddisfare le voglie di una scimmietta arrogante. Questo predicatore autoproclamatosi figlio di dio ha esasperato un'antropocentrismo che già aveva la tendenza a fare del mondo la propria discarica. Ma almeno l'uomo greco aveva il senso del divino nella natura, ogni aspetto della quale secondo i greci era pervasa di sacro. Non solo nel politeismo greco ma anche nei primi filosofi presocratici e nel poema di Parmenide il mondo era visto come una manifestazione del divino.L'antico uomo greco sentiva il divino del mondo e leggeva poeticamente le cose. Il cristianesimo e l'Islam hanno distrutto questa sensibilità originaria relegando il mondo a sfondo per l'arrogante agire dell'uomo. Un agire che tende a impossessarsi della natura, dei luoghi, dell'ambiente e a stravolgerlo secondo i propri sconfinati desideri. L'odierno mondo dei diritti (umani, solo umani) è il prodotto di questa visione essendo i diritti null'altro che i desideri senza limiti degli uomini.
domenica 19 dicembre 2010
La popolazione cresce in maniera inarrestabile
Siamo ormai vicini a sette miliardi di umani, mentre gli animali regrediscono sia in numero che in varietà e si ritirano in aree sempre più ristrette della Terra. Le città, come un cancro pieno di metastasi, si estendono sempre più nei territori circostanti, divorando ogni giorno ettari su ettari di boschi, campi, prati, colline, sponde di fiumi. La natura regredisce lasciando il campo ad una grigia struttura di cemento che si somiglia in ogni angolo della Terra. L'occhio dell'uomo, che una volta poteva rivolgersi a distese sconfinate di verde, di alberi, di natura, oggi non può guardare da nessuna parte senza incappare in orribili manufatti umani composti di asfalto e cemento. Le città sono non solo un cancro ma portano al cancro: inquinanti di ogni genere riempiono le strade cittadine, i locali delle nostre case. Le gallerie delle metropolitane, le strade, i muri delle case sono imbrattati e pervasi di polveri di amianto, potente cancerogeno di cui sono composte le strutture delle nostre case. Le campagne, le sponde dei fiumi, le acque dei ruscelli, il mare lungo le sue rive sono pervasi da tossici come arsenico, piombo, alluminio, pesticidi, veleni chimici che ormai invadono il nostro corpo e compongono in maniera irreparabile la struttura stessa delle nostre ossa. Di fronte a tutto questo, alcuni imbecilli ancora si lamentano del basso tasso di natalità, propongono politiche per favorire la proliferazione umana, politiche volte a "salvaguardare la famiglia" (Sic!). Preti e iman (pedofili o meno) predicano la natalità in nome di un dio che non ha altro nome di quello di Caos o Distruzione, Nichilismo puro. Impediscono in tutto il mondo l'uso dei contraccettivi, sorridono felici in mezzo a nuguli di bambini in posti dove la fame è il segno che la natura rifiuta l'arroganza umana della proliferazione. Questi predicatori di necrofilia sorridono ebeti di fronte alla morte del mondo, storditi dalla droga della figliolanza. Gli africani stessi oggi ci chiedono di fermarci, di smetterla di inviare aiuti in cibo e materiali (per lo più di scarto) perché gli aiuti stanno uccidendo l'Africa. Popolazioni di zombie vivono in mezzo al deserto della natura, accovacciati tra sacchi di cibo e farina, incapaci di reagire, circondati dall'unico prodotto che sono in grado ancora di fare: figli e fango. Nessuno insegna loro come si lavora la terra, come ci si rimbocca le maniche, come badare a se stessi e migliorare la propria esistenza, come si deve costruire un rapporto con i luoghi, e non come offenderli con altri figli.
domenica 7 novembre 2010
In Italia nel 2010 è nata una nuova città
Dall'inizio dell'anno sono arrivati in Italia 320.000 nuovi immigrati (entro la fine dell'anno saranno probabilmente 400.000). E' come se nel 2010 fosse nata in Italia una nuova città, grande come Firenze o come Bologna. In un paese già sovrappopolato e cementificato, con una pressione antropica tra le più alte al mondo, lo stabilirsi di una popolazione di una intera grande città (tra l'altro in maniera illegale) non può che portare ad ulteriore degrado e cementificazione. Tutto questo in presenza di una lotta alla immigrazione clandestina accentuatasi con le politiche degli ultimi anni, figurarsi se non ci fosse stata. Purtroppo il processo epocale della trasmigrazione di intere popolazioni verso l'Europa e l'Italia continua in maniera inarrestabile in seguito alla bomba demografica che dagli anni '50 del secolo scorso sta travolgendo gran parte del mondo, in particolare l'Asia e l'Africa. I tentativi di controllo demografico attuati in alcuni paesi asiatici sono stati palliativi. Gran parte del medio oriente tra l'altro non solo non ha attuato politiche di controllo, ma ha addirittura incoraggiato l'alta prolificità. Il medio-evo di sovrappopolazione e declino, lungi dall'avviarsi alla conclusione, è destinato a durare ancora a lungo.
mercoledì 3 novembre 2010
Le megalopoli come "destino" della società tecnologica. Un nuovo pensiero per un nuovo mondo.
L'aspetto più caratteristico di un mondo sovrappopolato è la megalopoli. La società basata sulla scienza e sullo strapotere della tecnologia promuove lo sviluppo delle grandi città che si tramutano in megalopoli, cioè in un gigantesco sistema artificiale autonomo che aumenta continuamente e sempre più velocemente le dimensioni e richiama ulteriore concentrazione e crescita demografica. La crescita di queste entità caratterizza sempre più la nostra epoca, l'epoca della tecnica. Il pensiero tecnico scientifico porta infatti ad una sempre maggiore organizzazione demografica funzionale ad una produzione materiale e immateriale che consenta la gestione di grandi masse umane, assicurando al contempo l'alimentazione, la vita culturale, il soddisfacimento dei bisogni materiali e sociali di un mondo sempre più sovrappopolato. Le stesse migrazioni attualmente in atto tra aree con alti tassi di crescita demografica verso zone più ricche ed organizzate è inquadrabile in questo destino di un mondo di megalopoli cui il pianeta si avvia. L'ambiente terrestre viene modificato da questo fenomeno su vasta scala, basta osservare le foto satellitari riguardanti le aree occupate dalle maggiori megalopoli che si espandono come una densa cortina grigia sulle aree prima occupate dal verde dei campi, da corsi d'acqua, da colline boscose. Al tempo stesso le polluzioni di queste aree "tecnicizzate" avvelenano l'ambiente circostante e l'atmosfera dei continenti e delle grandi isole che ospitano le megalopoli. Il concetto di campagna sta sparendo, in quanto le aree verdi rimaste acquistano sempre più il significato di aree di connessione tra le vaste megalopoli. Le aree ancora adibite ad agricoltura si riducono in ampiezza e si marginalizzano dal punto di vista spaziale e da quello culturale. La terra non produce cibo, non è più abitata dalla dea Cibele. E' solo uno spazio in attesa di una futura cementificazione. La megalopoli è metafora di ciò che è diventato il mondo: puro "sfondo" alla crescita umana.
Che cosa ha portato a questo destino il mondo? La risposta è semplice: la civiltà tecnico scientifica e la metafisica occidentale che ci porta a pensare in modo "illuministico", cioè ad appropriarci delle cose, ad utilizzarle, a consumarle e a vedere l'ambiente che ci circonda soltanto come "sfondo" di questa appropriazione. In una parola si tratta di un pensiero antropocentrico basato sulla oggittivazione e sulla presenza. Cosa significa che il pensiero antropocentrico considera il mondo e le cose come presenza, ed in particolare come presenza dell'oggetto?
Il pensiero occidentale è pensiero della presenza, prende in considerazione solo ciò che mi sta davanti, qui-davanti-in-questo-luogo, e che mi sta davanti ora, al momento presente in cui io sono qui e sono in relazione con l'oggetto. Questa visione porta a configurare l'oggetto come qualcosa da utilizzare e, in quanto da utilizzare, qualcosa di cui appropriarsi. Preliminare della utilizzazione dell'oggetto è la sua appropriazione da parte del soggetto. Preliminare della appropriazione è l'oggettivazione della cosa, il suo divenire oggetto mediante il pensiero calcolante che assume la cosa misurandola, classificandola, categorizzandola, inserendola nella "serie" degli oggetti da utilizzare. Serializzata la cosa, essa è merce, oggetto da trasformare ai fini della utilizzazione da parte del soggetto-uomo. Le cose del mondo così si antropizzano, divengono funzionali e al servizio della soddisfazione incondizionata dei bisogni dell'uomo. Per cambiare questo stato di cose non basta la politica. Finché l'uomo vedrà il mondo come campo della sua attività per soddisfare i suoi bisogni non ci sarà alcun regime politico che ci salvi dal destino di un mondo tecnologico e sovrappopolato. Per questo mondo la vita umana non avrà alcuno scopo se non quello di riprodursi all'infinito per fornire materia biologica atta al funzionamento del meccanismo tecnologico che occupa ogni angolo della terra. La terra non avrà più poesia, ma sarà il freddo sfondo dell'appropriazione antropica. Solo un nuovo modo di pensare può farci cambiare prospettiva, può farci tornare a vedere il mondo colorato dal sentimento poetico. E' necessario un passo indietro del pensiero che ci permetta di vedere meglio le cose del mondo senza farne oggetti da misurare e trasformare. Le cose vanno viste non come semplice presenza di oggetti, ma come manifestazione all'interno di un orizzonte di un qualcosa che, solo per il fatto di non essere nulla, ha uno spessore nel tempo e un significato da guardare con rispetto, cioè a distanza e senza alcuna appropriazione. Si tratta di guardare con occhi puri la meraviglia del mondo nel suo darsi originario. Sentire la meraviglia di un paesaggio, percepire il sacro che è in un bosco, guardare l'animale come co-appartenente ad un comune destino. Ciò significa dare un mondo, restituire un senso all'esistenza di cose della natura, agli animali, al cielo che ci sta sopra, al suolo che calpestiamo, all'acqua, alle sorgenti, ai fiumi, al mare, all'aria, alla luce che riempie l'orizzonte, all'orizzonte di quella coappartenenza di tutto ciò che è -solo perché è- insieme a noi stessi che lo comprendiamo con la mente. La presenza delle cose va allora vista non solo come pura presenza, come disponibilità alla fruizione qui e ora. Va sentita la storicità di ogni cosa con cui ci rapportiamo, il suo appartenere al passato, al presente, al futuro. Le cose, la natura, un ambiente, persino una pietra inanimata hanno una storia che parla un linguaggio che noi, prima di agire sul reale trasformandolo, dobbiamo fermarci ad ascoltare. Solo nella loro storicità le cose del mondo hanno un senso. L'uomo non può distruggere tutto nel nichilismo tecnologico, occupando ogni sito con i suoi manufatti, stravolgendo i luoghi, riempiendo di suoi simili ogni angolo del pianeta in un appiattente globalismo antropico. Ri-pensare le cose, tornare alla rammemorazione, rivalutare il tempo con la sospensione, la pausa, l'ascolto, il dialogo poetante che ci riporta, noi e il mondo, all'originaria coappartenenza.
Che cosa ha portato a questo destino il mondo? La risposta è semplice: la civiltà tecnico scientifica e la metafisica occidentale che ci porta a pensare in modo "illuministico", cioè ad appropriarci delle cose, ad utilizzarle, a consumarle e a vedere l'ambiente che ci circonda soltanto come "sfondo" di questa appropriazione. In una parola si tratta di un pensiero antropocentrico basato sulla oggittivazione e sulla presenza. Cosa significa che il pensiero antropocentrico considera il mondo e le cose come presenza, ed in particolare come presenza dell'oggetto?
Il pensiero occidentale è pensiero della presenza, prende in considerazione solo ciò che mi sta davanti, qui-davanti-in-questo-luogo, e che mi sta davanti ora, al momento presente in cui io sono qui e sono in relazione con l'oggetto. Questa visione porta a configurare l'oggetto come qualcosa da utilizzare e, in quanto da utilizzare, qualcosa di cui appropriarsi. Preliminare della utilizzazione dell'oggetto è la sua appropriazione da parte del soggetto. Preliminare della appropriazione è l'oggettivazione della cosa, il suo divenire oggetto mediante il pensiero calcolante che assume la cosa misurandola, classificandola, categorizzandola, inserendola nella "serie" degli oggetti da utilizzare. Serializzata la cosa, essa è merce, oggetto da trasformare ai fini della utilizzazione da parte del soggetto-uomo. Le cose del mondo così si antropizzano, divengono funzionali e al servizio della soddisfazione incondizionata dei bisogni dell'uomo. Per cambiare questo stato di cose non basta la politica. Finché l'uomo vedrà il mondo come campo della sua attività per soddisfare i suoi bisogni non ci sarà alcun regime politico che ci salvi dal destino di un mondo tecnologico e sovrappopolato. Per questo mondo la vita umana non avrà alcuno scopo se non quello di riprodursi all'infinito per fornire materia biologica atta al funzionamento del meccanismo tecnologico che occupa ogni angolo della terra. La terra non avrà più poesia, ma sarà il freddo sfondo dell'appropriazione antropica. Solo un nuovo modo di pensare può farci cambiare prospettiva, può farci tornare a vedere il mondo colorato dal sentimento poetico. E' necessario un passo indietro del pensiero che ci permetta di vedere meglio le cose del mondo senza farne oggetti da misurare e trasformare. Le cose vanno viste non come semplice presenza di oggetti, ma come manifestazione all'interno di un orizzonte di un qualcosa che, solo per il fatto di non essere nulla, ha uno spessore nel tempo e un significato da guardare con rispetto, cioè a distanza e senza alcuna appropriazione. Si tratta di guardare con occhi puri la meraviglia del mondo nel suo darsi originario. Sentire la meraviglia di un paesaggio, percepire il sacro che è in un bosco, guardare l'animale come co-appartenente ad un comune destino. Ciò significa dare un mondo, restituire un senso all'esistenza di cose della natura, agli animali, al cielo che ci sta sopra, al suolo che calpestiamo, all'acqua, alle sorgenti, ai fiumi, al mare, all'aria, alla luce che riempie l'orizzonte, all'orizzonte di quella coappartenenza di tutto ciò che è -solo perché è- insieme a noi stessi che lo comprendiamo con la mente. La presenza delle cose va allora vista non solo come pura presenza, come disponibilità alla fruizione qui e ora. Va sentita la storicità di ogni cosa con cui ci rapportiamo, il suo appartenere al passato, al presente, al futuro. Le cose, la natura, un ambiente, persino una pietra inanimata hanno una storia che parla un linguaggio che noi, prima di agire sul reale trasformandolo, dobbiamo fermarci ad ascoltare. Solo nella loro storicità le cose del mondo hanno un senso. L'uomo non può distruggere tutto nel nichilismo tecnologico, occupando ogni sito con i suoi manufatti, stravolgendo i luoghi, riempiendo di suoi simili ogni angolo del pianeta in un appiattente globalismo antropico. Ri-pensare le cose, tornare alla rammemorazione, rivalutare il tempo con la sospensione, la pausa, l'ascolto, il dialogo poetante che ci riporta, noi e il mondo, all'originaria coappartenenza.
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