Tenetevi gli auguri di buon natale. Auguri difficili da sopportare perché formali, imposti dalla routine del calendario, assolutamente ipocriti, da respingere al mittente come indesiderati. Auguri per un fatto di cui nessuno si interessa, volto com'è a consumare e seppellire di sterco e spazzatura un mondo sempre più piccolo sotto il peso della massa umana. Qual'è il fatto di cui tutti si fottono sprofondandosi in disgustosi auguri?
E' tutto qua: circa duemila anni fa nacque in mezzo allo sterco (questa volta di vacca) di una grotta di una valle della Galilea un piccolo dio antropomorfo. Un futuro predicatore, un profeta dei destini dell'uomo. Il figlio di un dio unico. Il fondatore di una religione monoteista fonte di ogni disgrazia per il mondo e per l'uomo. Questo dio unico ha tolto, in quanto unico e simile all'uomo, la sacralità dalla natura, dagli animali, dalle piante, dai luoghi. Ha posto l'uomo al centro di tutto l'universo eleggendolo a fruitore assoluto di tutte le cose viventi e non viventi che (Sic!) sarebbero state create per lui, solo per lui. Questo dio antropomorfo e monolitico ha tolto il sacro dai boschi, dalle sorgenti, dai fiumi, dalle spiagge, ha tolto la residenza degli dei dalla cima dei monti. Ha consegnato il mondo alla distruttività umana. Questo figlio di dio è salito lui sulla montagna lasciata deserta dagli dei e si è messo a predicare agli uomini invitandoli a procreare come conigli, a occupare ogni spazio della Terra, a consumare ogni risorsa che, ha gridato, era stata creata per lui! L'universo sarebbe stato creato per lui! Tutta quella roba per soddisfare le voglie di una scimmietta arrogante. Questo predicatore autoproclamatosi figlio di dio ha esasperato un'antropocentrismo che già aveva la tendenza a fare del mondo la propria discarica. Ma almeno l'uomo greco aveva il senso del divino nella natura, ogni aspetto della quale secondo i greci era pervasa di sacro. Non solo nel politeismo greco ma anche nei primi filosofi presocratici e nel poema di Parmenide il mondo era visto come una manifestazione del divino.L'antico uomo greco sentiva il divino del mondo e leggeva poeticamente le cose. Il cristianesimo e l'Islam hanno distrutto questa sensibilità originaria relegando il mondo a sfondo per l'arrogante agire dell'uomo. Un agire che tende a impossessarsi della natura, dei luoghi, dell'ambiente e a stravolgerlo secondo i propri sconfinati desideri. L'odierno mondo dei diritti (umani, solo umani) è il prodotto di questa visione essendo i diritti null'altro che i desideri senza limiti degli uomini.
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sabato 25 dicembre 2010
domenica 19 dicembre 2010
La popolazione cresce in maniera inarrestabile
Siamo ormai vicini a sette miliardi di umani, mentre gli animali regrediscono sia in numero che in varietà e si ritirano in aree sempre più ristrette della Terra. Le città, come un cancro pieno di metastasi, si estendono sempre più nei territori circostanti, divorando ogni giorno ettari su ettari di boschi, campi, prati, colline, sponde di fiumi. La natura regredisce lasciando il campo ad una grigia struttura di cemento che si somiglia in ogni angolo della Terra. L'occhio dell'uomo, che una volta poteva rivolgersi a distese sconfinate di verde, di alberi, di natura, oggi non può guardare da nessuna parte senza incappare in orribili manufatti umani composti di asfalto e cemento. Le città sono non solo un cancro ma portano al cancro: inquinanti di ogni genere riempiono le strade cittadine, i locali delle nostre case. Le gallerie delle metropolitane, le strade, i muri delle case sono imbrattati e pervasi di polveri di amianto, potente cancerogeno di cui sono composte le strutture delle nostre case. Le campagne, le sponde dei fiumi, le acque dei ruscelli, il mare lungo le sue rive sono pervasi da tossici come arsenico, piombo, alluminio, pesticidi, veleni chimici che ormai invadono il nostro corpo e compongono in maniera irreparabile la struttura stessa delle nostre ossa. Di fronte a tutto questo, alcuni imbecilli ancora si lamentano del basso tasso di natalità, propongono politiche per favorire la proliferazione umana, politiche volte a "salvaguardare la famiglia" (Sic!). Preti e iman (pedofili o meno) predicano la natalità in nome di un dio che non ha altro nome di quello di Caos o Distruzione, Nichilismo puro. Impediscono in tutto il mondo l'uso dei contraccettivi, sorridono felici in mezzo a nuguli di bambini in posti dove la fame è il segno che la natura rifiuta l'arroganza umana della proliferazione. Questi predicatori di necrofilia sorridono ebeti di fronte alla morte del mondo, storditi dalla droga della figliolanza. Gli africani stessi oggi ci chiedono di fermarci, di smetterla di inviare aiuti in cibo e materiali (per lo più di scarto) perché gli aiuti stanno uccidendo l'Africa. Popolazioni di zombie vivono in mezzo al deserto della natura, accovacciati tra sacchi di cibo e farina, incapaci di reagire, circondati dall'unico prodotto che sono in grado ancora di fare: figli e fango. Nessuno insegna loro come si lavora la terra, come ci si rimbocca le maniche, come badare a se stessi e migliorare la propria esistenza, come si deve costruire un rapporto con i luoghi, e non come offenderli con altri figli.
domenica 7 novembre 2010
In Italia nel 2010 è nata una nuova città
Dall'inizio dell'anno sono arrivati in Italia 320.000 nuovi immigrati (entro la fine dell'anno saranno probabilmente 400.000). E' come se nel 2010 fosse nata in Italia una nuova città, grande come Firenze o come Bologna. In un paese già sovrappopolato e cementificato, con una pressione antropica tra le più alte al mondo, lo stabilirsi di una popolazione di una intera grande città (tra l'altro in maniera illegale) non può che portare ad ulteriore degrado e cementificazione. Tutto questo in presenza di una lotta alla immigrazione clandestina accentuatasi con le politiche degli ultimi anni, figurarsi se non ci fosse stata. Purtroppo il processo epocale della trasmigrazione di intere popolazioni verso l'Europa e l'Italia continua in maniera inarrestabile in seguito alla bomba demografica che dagli anni '50 del secolo scorso sta travolgendo gran parte del mondo, in particolare l'Asia e l'Africa. I tentativi di controllo demografico attuati in alcuni paesi asiatici sono stati palliativi. Gran parte del medio oriente tra l'altro non solo non ha attuato politiche di controllo, ma ha addirittura incoraggiato l'alta prolificità. Il medio-evo di sovrappopolazione e declino, lungi dall'avviarsi alla conclusione, è destinato a durare ancora a lungo.
mercoledì 3 novembre 2010
Le megalopoli come "destino" della società tecnologica. Un nuovo pensiero per un nuovo mondo.
L'aspetto più caratteristico di un mondo sovrappopolato è la megalopoli. La società basata sulla scienza e sullo strapotere della tecnologia promuove lo sviluppo delle grandi città che si tramutano in megalopoli, cioè in un gigantesco sistema artificiale autonomo che aumenta continuamente e sempre più velocemente le dimensioni e richiama ulteriore concentrazione e crescita demografica. La crescita di queste entità caratterizza sempre più la nostra epoca, l'epoca della tecnica. Il pensiero tecnico scientifico porta infatti ad una sempre maggiore organizzazione demografica funzionale ad una produzione materiale e immateriale che consenta la gestione di grandi masse umane, assicurando al contempo l'alimentazione, la vita culturale, il soddisfacimento dei bisogni materiali e sociali di un mondo sempre più sovrappopolato. Le stesse migrazioni attualmente in atto tra aree con alti tassi di crescita demografica verso zone più ricche ed organizzate è inquadrabile in questo destino di un mondo di megalopoli cui il pianeta si avvia. L'ambiente terrestre viene modificato da questo fenomeno su vasta scala, basta osservare le foto satellitari riguardanti le aree occupate dalle maggiori megalopoli che si espandono come una densa cortina grigia sulle aree prima occupate dal verde dei campi, da corsi d'acqua, da colline boscose. Al tempo stesso le polluzioni di queste aree "tecnicizzate" avvelenano l'ambiente circostante e l'atmosfera dei continenti e delle grandi isole che ospitano le megalopoli. Il concetto di campagna sta sparendo, in quanto le aree verdi rimaste acquistano sempre più il significato di aree di connessione tra le vaste megalopoli. Le aree ancora adibite ad agricoltura si riducono in ampiezza e si marginalizzano dal punto di vista spaziale e da quello culturale. La terra non produce cibo, non è più abitata dalla dea Cibele. E' solo uno spazio in attesa di una futura cementificazione. La megalopoli è metafora di ciò che è diventato il mondo: puro "sfondo" alla crescita umana.
Che cosa ha portato a questo destino il mondo? La risposta è semplice: la civiltà tecnico scientifica e la metafisica occidentale che ci porta a pensare in modo "illuministico", cioè ad appropriarci delle cose, ad utilizzarle, a consumarle e a vedere l'ambiente che ci circonda soltanto come "sfondo" di questa appropriazione. In una parola si tratta di un pensiero antropocentrico basato sulla oggittivazione e sulla presenza. Cosa significa che il pensiero antropocentrico considera il mondo e le cose come presenza, ed in particolare come presenza dell'oggetto?
Il pensiero occidentale è pensiero della presenza, prende in considerazione solo ciò che mi sta davanti, qui-davanti-in-questo-luogo, e che mi sta davanti ora, al momento presente in cui io sono qui e sono in relazione con l'oggetto. Questa visione porta a configurare l'oggetto come qualcosa da utilizzare e, in quanto da utilizzare, qualcosa di cui appropriarsi. Preliminare della utilizzazione dell'oggetto è la sua appropriazione da parte del soggetto. Preliminare della appropriazione è l'oggettivazione della cosa, il suo divenire oggetto mediante il pensiero calcolante che assume la cosa misurandola, classificandola, categorizzandola, inserendola nella "serie" degli oggetti da utilizzare. Serializzata la cosa, essa è merce, oggetto da trasformare ai fini della utilizzazione da parte del soggetto-uomo. Le cose del mondo così si antropizzano, divengono funzionali e al servizio della soddisfazione incondizionata dei bisogni dell'uomo. Per cambiare questo stato di cose non basta la politica. Finché l'uomo vedrà il mondo come campo della sua attività per soddisfare i suoi bisogni non ci sarà alcun regime politico che ci salvi dal destino di un mondo tecnologico e sovrappopolato. Per questo mondo la vita umana non avrà alcuno scopo se non quello di riprodursi all'infinito per fornire materia biologica atta al funzionamento del meccanismo tecnologico che occupa ogni angolo della terra. La terra non avrà più poesia, ma sarà il freddo sfondo dell'appropriazione antropica. Solo un nuovo modo di pensare può farci cambiare prospettiva, può farci tornare a vedere il mondo colorato dal sentimento poetico. E' necessario un passo indietro del pensiero che ci permetta di vedere meglio le cose del mondo senza farne oggetti da misurare e trasformare. Le cose vanno viste non come semplice presenza di oggetti, ma come manifestazione all'interno di un orizzonte di un qualcosa che, solo per il fatto di non essere nulla, ha uno spessore nel tempo e un significato da guardare con rispetto, cioè a distanza e senza alcuna appropriazione. Si tratta di guardare con occhi puri la meraviglia del mondo nel suo darsi originario. Sentire la meraviglia di un paesaggio, percepire il sacro che è in un bosco, guardare l'animale come co-appartenente ad un comune destino. Ciò significa dare un mondo, restituire un senso all'esistenza di cose della natura, agli animali, al cielo che ci sta sopra, al suolo che calpestiamo, all'acqua, alle sorgenti, ai fiumi, al mare, all'aria, alla luce che riempie l'orizzonte, all'orizzonte di quella coappartenenza di tutto ciò che è -solo perché è- insieme a noi stessi che lo comprendiamo con la mente. La presenza delle cose va allora vista non solo come pura presenza, come disponibilità alla fruizione qui e ora. Va sentita la storicità di ogni cosa con cui ci rapportiamo, il suo appartenere al passato, al presente, al futuro. Le cose, la natura, un ambiente, persino una pietra inanimata hanno una storia che parla un linguaggio che noi, prima di agire sul reale trasformandolo, dobbiamo fermarci ad ascoltare. Solo nella loro storicità le cose del mondo hanno un senso. L'uomo non può distruggere tutto nel nichilismo tecnologico, occupando ogni sito con i suoi manufatti, stravolgendo i luoghi, riempiendo di suoi simili ogni angolo del pianeta in un appiattente globalismo antropico. Ri-pensare le cose, tornare alla rammemorazione, rivalutare il tempo con la sospensione, la pausa, l'ascolto, il dialogo poetante che ci riporta, noi e il mondo, all'originaria coappartenenza.
Che cosa ha portato a questo destino il mondo? La risposta è semplice: la civiltà tecnico scientifica e la metafisica occidentale che ci porta a pensare in modo "illuministico", cioè ad appropriarci delle cose, ad utilizzarle, a consumarle e a vedere l'ambiente che ci circonda soltanto come "sfondo" di questa appropriazione. In una parola si tratta di un pensiero antropocentrico basato sulla oggittivazione e sulla presenza. Cosa significa che il pensiero antropocentrico considera il mondo e le cose come presenza, ed in particolare come presenza dell'oggetto?
Il pensiero occidentale è pensiero della presenza, prende in considerazione solo ciò che mi sta davanti, qui-davanti-in-questo-luogo, e che mi sta davanti ora, al momento presente in cui io sono qui e sono in relazione con l'oggetto. Questa visione porta a configurare l'oggetto come qualcosa da utilizzare e, in quanto da utilizzare, qualcosa di cui appropriarsi. Preliminare della utilizzazione dell'oggetto è la sua appropriazione da parte del soggetto. Preliminare della appropriazione è l'oggettivazione della cosa, il suo divenire oggetto mediante il pensiero calcolante che assume la cosa misurandola, classificandola, categorizzandola, inserendola nella "serie" degli oggetti da utilizzare. Serializzata la cosa, essa è merce, oggetto da trasformare ai fini della utilizzazione da parte del soggetto-uomo. Le cose del mondo così si antropizzano, divengono funzionali e al servizio della soddisfazione incondizionata dei bisogni dell'uomo. Per cambiare questo stato di cose non basta la politica. Finché l'uomo vedrà il mondo come campo della sua attività per soddisfare i suoi bisogni non ci sarà alcun regime politico che ci salvi dal destino di un mondo tecnologico e sovrappopolato. Per questo mondo la vita umana non avrà alcuno scopo se non quello di riprodursi all'infinito per fornire materia biologica atta al funzionamento del meccanismo tecnologico che occupa ogni angolo della terra. La terra non avrà più poesia, ma sarà il freddo sfondo dell'appropriazione antropica. Solo un nuovo modo di pensare può farci cambiare prospettiva, può farci tornare a vedere il mondo colorato dal sentimento poetico. E' necessario un passo indietro del pensiero che ci permetta di vedere meglio le cose del mondo senza farne oggetti da misurare e trasformare. Le cose vanno viste non come semplice presenza di oggetti, ma come manifestazione all'interno di un orizzonte di un qualcosa che, solo per il fatto di non essere nulla, ha uno spessore nel tempo e un significato da guardare con rispetto, cioè a distanza e senza alcuna appropriazione. Si tratta di guardare con occhi puri la meraviglia del mondo nel suo darsi originario. Sentire la meraviglia di un paesaggio, percepire il sacro che è in un bosco, guardare l'animale come co-appartenente ad un comune destino. Ciò significa dare un mondo, restituire un senso all'esistenza di cose della natura, agli animali, al cielo che ci sta sopra, al suolo che calpestiamo, all'acqua, alle sorgenti, ai fiumi, al mare, all'aria, alla luce che riempie l'orizzonte, all'orizzonte di quella coappartenenza di tutto ciò che è -solo perché è- insieme a noi stessi che lo comprendiamo con la mente. La presenza delle cose va allora vista non solo come pura presenza, come disponibilità alla fruizione qui e ora. Va sentita la storicità di ogni cosa con cui ci rapportiamo, il suo appartenere al passato, al presente, al futuro. Le cose, la natura, un ambiente, persino una pietra inanimata hanno una storia che parla un linguaggio che noi, prima di agire sul reale trasformandolo, dobbiamo fermarci ad ascoltare. Solo nella loro storicità le cose del mondo hanno un senso. L'uomo non può distruggere tutto nel nichilismo tecnologico, occupando ogni sito con i suoi manufatti, stravolgendo i luoghi, riempiendo di suoi simili ogni angolo del pianeta in un appiattente globalismo antropico. Ri-pensare le cose, tornare alla rammemorazione, rivalutare il tempo con la sospensione, la pausa, l'ascolto, il dialogo poetante che ci riporta, noi e il mondo, all'originaria coappartenenza.
domenica 24 ottobre 2010
Un mondo di megalopoli
Nel 2010, per la prima volta dalle origini della civiltà umana, gli abitanti delle zone urbane hanno superato quelli delle zone rurali.I vincoli energetici, l'alto costo dei trasporti, i fenomeni immigratori, l'alto tasso di nascite nel terzo mondo, ma anche fenomeni come l'attrazione dei giovani per i consumi culturali hanno incrementato l'esodo dalle campagne verso le metropoli in tutto il mondo. Presto New York raggiungerà i 20 milioni di abitanti, Tokio i 36 milioni. Londra e Parigi supereranno i 10 milioni. In Cina e in India il binomio sviluppo-urbanizzazione produrrà enormi megalopoli nel giro di pochi decenni. A Mumbai sono previsti 26 milioni di cittadini, Dehli 23 milioni, Calcutta 20 e Madras oltre i 10. Già oggi Pechino sfiora i 20 milioni con sei anelli di raccordo anulare. Chongquing sul fiume Yangzè è già oggi la mega-metropoli numero uno mondiale con 30 milioni. In Africa Kinshasa, Lagos e il Cairo sono tutte ai vertici mondiali, in America Latina San Paolo e Città del Messico sono proiettate oltre la soglia dei 20 milioni.Nel 2050 è previsto che dei 10 miliardi di umani, ben 6,4 miliardi vivranno nelle città. Il balzo più prodigioso lo farà proprio l'Africa con 1,2 miliardi di residenti nelle sue metropoli. Il continente nero concentrerà quasi un quinto di tutta la popolazione urbana del pianeta. Dal punto di vista delle generazioni assisteremo ad un invecchiamento rapido: nei prossimi 40 anni l'età media in Messico e in Iran aumenterà di 15 anni, in India di 14, in Cina di 10 anni. Il Canada avrà una crescita della popolazione sei volte più veloce della Cina a causa della immigrazione, e così anche gli Usa. Nelle società avanzate le mega-metropoli sono la soluzione di gran lunga più efficiente per un uso razionale delle risorse (il consumo pro capite di energia ed acqua è inferiore al modello dei sobborghi rurali). "The World in 2050" invita a non farsi illusioni: "Le fonti rinnovabili come l'energia eolica e solare non basteranno a soddisfare quei bisogni energetici". I poli demografici ed economici delle mega-metropoli saranno i nuovi protagonisti nella competizione mondiale per l'approvigionamento di petrolio, gas, acqua potabile. Un interrogativo politico: " Un mondo dove la popolazione sarà concentrata nelle mega-metropoli vedrà prevalere il modello di Singapore o il modello di Lagos?". Ovvero: simili concentrazioni di abitanti potranno essere governate socialmente solo da sistemi paternalistico-autoritari? O invece prevarrà uno sviluppo caotico, gravido di instabilità politica, come in molte nazioni africane? In un mondo avviato verso quel tipo di migrazioni di massa dalle campagne verso le città, il modello autoritario cinese eserciterà il suo fascino anche su altri continenti. ( Gran parte di quanto riportato fin qui è tratto da un articolo del Corriere della Sera del 25 ottobre 2010).Del resto la concentrazione delle attività produttive, la mancanza di una rete funzionale di trasporti, la marginalizzazione economica delle periferie, lo scoppio dei consumi usa e getta, l'enorme spaventosa crescita dei rifiuti da smaltire, rendono le condizioni di vita degli abitanti sia delle città che delle campagne limitrofe infernali con condizioni ambientali insostenibili. La necessità di assicurare prodotti agricoli alle mega-metropoli porta a coltivazioni intensive con uso di enormi quantità di fertilizzanti chimici, diserbanti e antiparassitari. Veleni che poi diffondono ovunque inquinando terreni, falde acquifere, corsi d'acqua, fiumi e mari. L'uso di materiali tossici e il loro ricircolo una volta in disuso altera profondamente l'ambiente con inquinanti quali polveri d'asbesto, amianto, micropolveri e cancerogeni prodotti dalle combustioni per la produzione di calore ed energia e dagli scappamenti delle auto, scarti di materiali tossici da fabbriche di prodotti chimici, metallici, residui di lavorazioni e di materiali da costruzione, cementi, ecc. Per non parlare dei fumi industriali, gas di scarico, sversamenti in terreni e in corsi d'acqua, smaltimento di rifiuti ospedalieri con farmaci, materiali radioattivi, chemioterapici ormai prodotti e smaltiti in migliaia di tonnellate ogni anno. Di fronte alle nuove realtà sovrappopolate delle mega-metropoli il mondo perde il significato di natura, di ambiente originario e puro, di equilibrio e armonia tra uomo e biosfera, per assumerne uno nuovo in cui l'artificialità, lo stravolgimento del senso stesso della vita raggiunge il suo culmine. E' ancora vita umana storicamente intesa quella delle mega-metropoli? Non è solo un problema di tossicità dell'ambiente. E' il senso stesso delle cose che cambia inesorabilmente. Penso con malinconia al senso della parola "cittadino" durante la Rivoluzione Francese. Un'epoca di grandi speranze, di rinnovamento, di nuova visione dei diritti verso una vita che tutti si aspettavano migliore e felice. Può ancora essere valido un simile significato nel concetto di "cittadino" che riguarda l'abitante delle mega-metropoli odierne e del prossimo futuro?
domenica 10 ottobre 2010
La violenza dell'uomo sulla Terra
Una inesauribile violenza dell'uomo sul suo pianeta e oltre, lo porta ad essere una creatura efferata e terrigna, ctonia nel senso più proprio. In questo incessante tentativo di appropriazione e svuotamento l'uomo diviene un essere sotterraneo e scava gallerie, tunnel, condotti, metropolitane, fognature, depositi, cunicoli per fughe e scoli, rifugi. Svuota e trafora montagne, drena laghi, succhia oceani sotterranei di petrolio, aspira vapori, buca, trivella, estrae materiali, marmi, zolfo, minerali, metalli. Scava enormi depositi per veleni e caustici, stiva auto e macchine nel sottosuolo, estrae uranio e sotterra scorie, inscatola terra, smuove terreni, interra rifiuti, scarica liquami. Gli dei ctoni, se sono mai esistiti, hanno prima urlato la propria angoscia al mostro umano, poi hanno abbandonato gli inferi per luoghi meno insicuri. La Terra stessa ferita, si ribella. Comincia a vomitare percolati, sbuffa gas e miasmi, trema, erutta, si smuove, sprofonda o si eleva in cerca di una impossibile requie.Il grido della Terra è sempre più forte, sempre più acuto. Sempre meno uomini sono sordi. Ascoltiamo la Terra ferita che parla.
sabato 2 ottobre 2010
L'Agro Romano distrutto nell'ultimo secolo
Negli ultimi cento anni o poco più si è consumato un disastro ambientale e culturale che ha pochi precedenti nella storia. Uno dei patrimoni ambientali più belli del pianeta, l' agro romano, è stato devastato da una cementificazione a tappeto -peraltro condotta al di fuori delle leggi e dei regolamenti- che ha cancellato un ambiente, un ecosistema, un patrimonio storico unici al mondo. E' così che è sparita una dolce campagna con le sue basse colline, con gli alberi solitari che si stagliano in un cielo unico, con le rovine di acquedotti antichi e di torri medioevali, con le chiesette sperse in contrade agresti, con le strade romane ancora lastricate di blocchi di peperino, con i ruscelli e i fiumicelli che arricchivano di acque verde smeraldo e di una ricca vegetazione un paesaggio sospeso tra la storia e la natura. Al posto di tutto questo nell'ultimo secolo, ma soprattutto nel secondo dopoguerra, sono sorti orrendi caseggiati costruiti in completo abusivismo, senza strade adeguate, senza programmazione, in un caotico sovvertimento di tutte le regole, anche di quelle stesse del caos. Il risultato è un miserabile degrado ambientale e morale in cui gli abitanti sono ridotti a zombie, spaesati e disperati, con anziani soli e giovani tossici o per scelta o per veleni del suolo, dell'acqua, dell'aria. Tutto è stato sacrificato ad un concetto di falsa socialità pervertita in cui hanno giocato un ruolo la mancanza di cultura, di capacità, di governo, di umanità, insieme alla sempre presente corruzione diffusa di politici, costruttori,imprenditori, finanzieri, amministratori, cittadini. Un processo di inurbamento non contrastato, non regolato, non gestito anzi sfruttato ai fini dell'arricchimento personale e in nome di un egoismo illimitato fino a divenire mostruoso, con pochi esempi simili al mondo. L'incommensurabile bellezza dell'Agro Romano -irrimediabilmente perduta- non meritava tutto questo.
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