Nel mondo della tecnica privo di ogni senso del "divino" è considerato normale morire in un centro di Rianimazione o attaccato a tubi e sondini in un letto monitorizzato. Chi muore in queste condizioni muore disperatamente solo. Non ci sono né coniuge né figli a tenere le mani, o a sollevare pietosamente la testa del morente; i parenti sono visti come un ostacolo alla potenza tecnologica e tenuti in stanze separate o addirittura a casa ad attendere una telefonata. Se ne è concessa la presenza, è una presenza priva di pudore, aperta al pubblico o separata da una tendina in un ambiente freddo e distaccato. Non ci sono i muri della propria stanza, le cose care intorno dove l'affetto della famiglia è vivo e sentito. Questo è il prezzo che la morte paga alla modernità. Certo la tecnica ha permesso di protrarre il nostro tempo, di prolungare la vita anche se malati e a volte con un certo sollievo dal dolore. Ma è legittimo chiedersi se non era più felice l'uomo che moriva in casa propria, nel calore della propria famiglia riunita intorno al suo capezzale, spesso confortato dal medico di casa e, se credente, dal prete. Non è più sereno il morire di quest'uomo pre-tecnologico, piuttosto che quello del moderno paziente intubato e monitorizzato in un letto fornito di ogni presidio elettronico? Esperito tutto ciò che la scienza medica ragionevolmente prevede, si deve riconsegnare il paziente agli affetti della famiglia e alle mura della casa in cui ha vissuto e in cui è giusto che muoia.
Quando la vita umana ha compiuto il suo corso, l'accanimento non ha un senso e non ridona senso alla vita. Rimane solo l'ostinato ed arrogante uso della tecnologia. Siamo le cavie sacrificate all'altare della tecnica, la quale ha un solo obiettivo: esplicarsi in tutta la sua potenza per affermare sulla terra i suoi effetti illimitati. Ma la moltiplicazione numerica della popolazione e della quantità di vita di ciascuno toglie allo stesso tempo ogni significato alla vita vera, sempre più vuota di affetti e di scopo.
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domenica 27 febbraio 2011
domenica 13 febbraio 2011
La sovrappopolazione non è un problema di numeri
Avere coscienza del problema sovrappopolazione non significa solo credere che vi siano troppi umani. Questo è forse l'aspetto minore. Molto più importante è prendere coscienza che serve un nuovo modo di pensare il mondo, uscendo da quel pensiero antropocentrico che ci fa vedere solo l'uomo e considerare la natura come semplice contenitore delle sconfinate ambizioni degli umani. E' necessario un passo indietro che ci riporti ad un punto di vista meno antropizzato e ci faccia vedere il mondo non come sfondo ma come un valore in sé. Possibile che il mondo non ha alcun senso se non quello di contenitore materiale di masse umane? Possibile che la commozione che ci prende quando guardiamo un tramonto sul mare non è altro che vuota sensazione, un sentimentalismo senza senso di fronte ad un mondo tecnico dominato dalle leggi della fisica? Avere coscienza del problema sovrappopolazione significa innanzi tutto questo: capire la necessità di un modo diverso di vedere e interpretare il mondo.
domenica 6 febbraio 2011
Sovrappopolazione e chimica
Un mondo sovrappopolato è un mondo basato sulla manipolazione chimica della natura. Un pianeta sovrappopolato è un sistema artificiale che è possibile mantenere in equilibrio solo con mezzi artificiali.La sussistenza di sette miliardi di individui richiede la continua produzione e l'uso illimitato di miliardi di tonnellate di sostanze chimiche. Per produrre il cibo necessario è infatti inevitabile un uso senza limiti di fertilizzanti, pesticidi, conservanti, carburanti per i macchinari, plastiche per gli involucri, antibiotici, disinfettanti, disinfestanti, farmaci per gli animali, farmaci per gli umani, metalli per scatole, tubi, condutture, caldaie, silos, gas refrigeranti, antimuffe. Miliardi di animali da carne sono uccisi in serie in modo osceno con macchine automatiche, dopo essere stati cresciuti in batterie, legati, concentrati, immobilizzati. Solo per assicurare la lotta ai parassiti per l'allevamento di salmoni, tonnellate di antiparassitari sono riversati nei fiumi e nei mari del nord. Polli, vacche, maiali e altre bestie vengono artificialmente impinzati, imbottiti di sostanze chimiche, nutriti da mangimi confezionati con il sacrificio di altri animali in una catena degna del peggiore degli inferni. Per la produzione di carne necessaria a nutrire gli umani milioni di ettari di boschi, foreste e savane vengono sacrificati ogni anno. Animali senza colpa sono offesi nella loro purezza, nel loro rapporto con la natura, fino a scatenare malattie come la mucca pazza o lo scrapie delle pecore, segno inequivocabile di una ribellione della natura stessa. Per la vita quotidiana di una tale massa di umani sono inoltre necessari fibre sintetiche per il vestiario, la conciatura di milioni di tonnellate di pelli con uso massiccio di acidi e altri prodotti chimici, la produzione di quantità enormi di inquinanti quali saponi, solventi, vernici, coloranti. La convivenza sociale richiede cementi per case, depositi, strutture per usi sociali, materiali vari per l’edilizia tutti altamente inquinanti, asfalto per strade, milioni di chilometri di condutture e fili di rame, apparati di trasmissione, ecc. ecc.Sette miliardi di umani possono vivere innaturalmente concentrati in città sovrappopolate solo al prezzo di una profonda alterazione chimica dell'ambiente, e con un'enorme produzione di immondizia e percolati che devastano chimicamente milioni e milioni di chilometri quadrati intorno alle città. Le cure per mantenere produttivi questi miliardi di umani, gli ospedali, le terapie chimiche e farmacologiche, i materiali radioattivi per la diagnostica e la terapia contribuiscono al degrado ambientale. La produzione di auto, moto, aerei,treni, navi necessari agli spostamenti di una tale massa di persone costituiscono ulteriore contributo al degrado chimico del mondo sovrappopolato sia per i materiali utilizzati, le fabbriche, gli scarichi, le carcasse prodotte, sia per la polluzione di gas e particolati che stanno degradando l'atmosfera e le superfici, i fiumi e i mari del pianeta. Solo questo mondo chimico artificiale può assicurare la sopravvivenza e il mantenimento di sette miliardi di umani.
sabato 22 gennaio 2011
Sovrappopolazione e cultura
I valori dell'uomo crescono al crescere del numero degli uomini? Oppure, più è alto il numero di umani, più la vita si appiattisce e gli individui perdono quella libertà che rende la vita del singolo unica e ineguagliabile? Le leggende cavalleresche, il senso religioso, l'arte delle cattedrali, la pittura dorata di santi e madonne, il magico mondo medievale fatto di individualità preziose nacquero in un'Europa spopolata, fatta di distese verdi e boschi con pochi centri abitati e un numero piccolo di uomini. La nobiltà, prima di essere una disuguaglianza, consisteva in una valorizzazione sociale di singole persone degne di riguardo per le gesta compiute o per il riconoscimento di un'autorità. L'avvento della borghesia e il miglioramento economico portarono alla crescita demografica, al commercio, ad un'agricoltura intensiva, ad una maggior ricchezza. La crescita, anche numerica, era però ancora all'interno di un mondo in rapporto armonico con l'ambiente, in cui lo spirito imprenditoriale era anche lotta per i valori. Ma il declino della borghesia e l'era della tecnica sfrenata hanno avviato il mondo ad un appiattimento sociale e ad una uniformizzazione della vita e dei valori. La contemporaneità ha distrutto la diversità delle culture, ha imposto modelli omogenei, uniformato costumi e modi di vivere. Basta guardare all'architettura urbana: confrontare il centro cittadino, creato dalle elites nobili e borghesi dei secoli a cavallo tra trecento e settecento, e le squallide periferie delle nostre città del 2000. La democrazia intesa non come libera competizione per il merito ma come appiattimento egualitario, ha distrutto la bellezza e creato città brutte e invivibili. Sovraffollate. In cui la vita è routine, sempre uguale, come uguale è il paesaggio. Non c'è più una elite dominante con la sua creatività e sensibilità artistica. Non c'è più una cultura del bello. Un tempo i palazzi dovevano piacere al nobile, al borghese committente. Oggi non debbono piacere a nessuno, perché non esiste più un committente. Impera una ideologia dell'eguaglianza che ha appiattito lo stile dei palazzi, disintegrato le piazze, asfaltato le strade, cementificato i campi, abolito il bello dalle nostre case; come se il bello fosse una colpa: un segno di distinzione, un indizio di elitarismo. Non è il capitalismo ad aver distrutto l'architettura, basta vedere New York: un inno all'imprenditoria umana nella competizione per la ricchezza.
mercoledì 19 gennaio 2011
La filosofia antropocentrica di Kant
La filosofia di Kant ha una impostazione etica che vede l'uomo come centro e padrone del mondo. Quando Kant afferma che bisogna considerare l'uomo sempre come fine e mai come mezzo, sottintende che tutto il resto ed in particolare la natura è semplice mezzo. Ma ci dobbiamo chiedere: se l'uomo è l'unico fine, l'ambiente è un semplice mezzo per i fini e i desideri dell'uomo? Sono un mezzo il paesaggio naturale, gli alberi, gli animali? E' un mezzo l'aria fresca che respiriamo al mattino? E' un mezzo una fonte tra i boschi? E' un mezzo una montagna innevata? E' un mezzo un fiume che scorre placido in una pianura verde, o il mare stesso con la spiaggia che lo delimita? E chi è l'uomo per arrogarsi il diritto di dichiararsi fine, unico fine, in un mondo in cui tutto il resto è mezzo, puro mezzo per i suoi illimitati desideri e le sue sempre crescenti necessità?
domenica 16 gennaio 2011
A colloquio con Martin Heidegger
tit. orig. Antwort. Martin Heidegger im Gespräch, Pfullingen 1988
E’comparsa nell’autunno 1992 una nuova traduzione italiana di Antwort. Martin Heidegger im Gespräch.
Ritroviamo così la famosa intervista del filosofo a «Der Spiegel», che è del 1966 e che fu pubblicata nella rivista il 31 maggio 1976 (XXX, n. 23), restituita nella versione effettivamente da lui autorizzata. Il titolo del colloquio è Nur noch ein Gott kann uns retten, "Ormai solo un dio ci può salvare".
È questo uno dei rari casi in cui Heidegger parla dei compiti della politica e, in particolare, uno dei rari casi in cui ne parla, potendo andare oltre alle domande sulle sue scelte del 1933, dicendo cosa ne pensa in relazione al suo problema decisivo.
La posizione di Heidegger è che il problema oggi decisivo è «come si possa associare un sistema politico - e quale - all’attuale epoca della tecnica» (p. 121).
La democrazia, a parte la genericità di questa espressione, come tutti gli altri sistemi che utilizzano il pensiero metafisico, non gli sembra adeguata.
Come nasce il problema?
La tecnica, per Heidegger, non è uno strumento a disposizione dell’uomo ma, al contrario, è un destino che dispone - esso sì - dell’uomo. «L’uomo è richiesto, reclamato e provocato da una potenza che diviene manifesta nell’essenza della tecnica» (p. 125); insomma, l’uomo non la usa ma ne è usato. Di fronte a ciò la stessa filosofia è alla fine, ormai sostituita dalle scienze, psicologia, logica, politologia, cibernetica.
«Pensare» è diventato quasi impossibile, perché «troppo grande è la grandezza di ciò che è da pensare» (p. 134), e ormai ci si può solo aprire all’attesa, anche se non passivamente, bensì in preparazione: «preparare la disponibilità a tenersi aperti per la venuta o l’assenza del dio» (p. 125). Il che vale a dire che occorre recuperare la natura più radicale del pensiero che è di trovarsi «in dialogo col destino del mondo» (p. 128), destino che è - appunto - la tecnica planetaria.
I nazionalsocialisti a suo tempo sono andati «in quella direzione, ma quella gente era troppo sprovveduta nel pensiero perché raggiungesse un rapporto realmente esplicito con ciò che oggi accade e che è da tre secoli in cammino»; gli Americani, dal canto loro, «sono ancora impigliati in un pensiero che, come pragmatismo, favorisce sì l’operare tecnico e il manipolare ma al tempo stesso sbarra la strada a una meditazione su ciò che è peculiare della tecnica moderna» (p. 129).
Il compito è rimasto tuttavia in mano agli Europei perché il problema è nato nella loro storia e dunque, riappropriandosi a fondo del senso della loro storia e della loro tradizione, sono essi che potranno forse comprendere a quale destino stanno dando luogo: «Il pensiero viene modificato solo dal pensiero che ha la stessa provenienza e la stessa destinazione» (p. 130). Ma questo non accadrà, quando accadrà, per decisione degli uomini. È chiaro che, data l’insufficienza della filosofia che è diventata metafisica e poi scienze fisico-matematiche, il pensiero di cui si parla è «l’altro pensiero» (p. 126), la disponibilità all’apertura, il poetare che è in attesa del dio. A ciò, non servirà l’incontro con l’Oriente e le esperienze orientali («il buddismo Zen», p. 130): l’altro a cui ci si deve preparare non è salto, fuga, rinnegamento delle proprie radici, ma ritorno a casa, e superamento (anche hegelianamente) del fatto che la tecnica ci «sradica e strappa alla terra» (p. 122).
La terra che ha inviato il destino, quello che oggi domina e usa il mondo e gli uomini, è l’Occidente ed è qui, nella terra del tramonto, che dobbiamo prepararci al dio che può venire o che può non venire: ma, in questo caso, anche il morire nell’assenza del dio sarà comunque diverso dal grossolano «crepare» (p. 124).
Abitare la terra in senso autentico è l’indicazione del destino la quale risuona nella poesia di Hölderlin e attorno alla quale ruota la domanda su cosa significhi pensare. Dunque, anche e soprattutto la politica non può non essere richiamata a sorgere dal pensiero del destino dell’uomo e a rispondere, per essere adeguata al livello del problema che si pone ormai, a cosa voglia dire la mondializzazione della tecnica e che cosa sia oggi, se le cose stanno così, salvarsi, riappartenendo alla terra.
Il sistema politico da costruire non dovrà essere, dunque, lo stato tecnico, che «sarebbe l’aguzzino più servile e più cieco nei confronti della potenza della tecnica» (p. 124). L’umanità deve ripartire dall’accettazione dei propri limiti e imparare a non credersi padrona del mondo, anche se questo non vuol dire che deve sentirsi caduta «in una sciagura inevitabile e senza scampo», perché il nostro compito oggi è «far sì che l’uomo giunga almeno a un rapporto soddisfacente con l’essenza della tecnica» (p. 129).
Quando ci riusciremo? Può il filosofo dire qualcosa di immediatamente efficace? No, perché nessuna aspirazione meramente umana può «produrre nessuna trasformazione immediata dello stato attuale del mondo» (p. 128). Siamo in una condizione di provvisorietà e bisogna prenderne atto. Del resto, la provvisorietà del pensiero è dovuta al fatto che la strapotenza della tecnica mantiene nel segreto la propria vera essenza e sta appena iniziando ora a dispiegarsi appieno.
Il pensiero dell’età della tecnica è un altro pensiero, che cede il passo a una nuova disposizione ad accogliere ciò che va accolto. Così ci si deve preparare all’esperienza di un richiamo in cui l’ascoltare sia un appartenere (hören - gehören).
A cosa apparteniamo autenticamente? Porsi questa domanda è prepararsi al futuro, perché «solo un dio ormai ci può salvare» (p. 124).
E’comparsa nell’autunno 1992 una nuova traduzione italiana di Antwort. Martin Heidegger im Gespräch.
Ritroviamo così la famosa intervista del filosofo a «Der Spiegel», che è del 1966 e che fu pubblicata nella rivista il 31 maggio 1976 (XXX, n. 23), restituita nella versione effettivamente da lui autorizzata. Il titolo del colloquio è Nur noch ein Gott kann uns retten, "Ormai solo un dio ci può salvare".
È questo uno dei rari casi in cui Heidegger parla dei compiti della politica e, in particolare, uno dei rari casi in cui ne parla, potendo andare oltre alle domande sulle sue scelte del 1933, dicendo cosa ne pensa in relazione al suo problema decisivo.
La posizione di Heidegger è che il problema oggi decisivo è «come si possa associare un sistema politico - e quale - all’attuale epoca della tecnica» (p. 121).
La democrazia, a parte la genericità di questa espressione, come tutti gli altri sistemi che utilizzano il pensiero metafisico, non gli sembra adeguata.
Come nasce il problema?
La tecnica, per Heidegger, non è uno strumento a disposizione dell’uomo ma, al contrario, è un destino che dispone - esso sì - dell’uomo. «L’uomo è richiesto, reclamato e provocato da una potenza che diviene manifesta nell’essenza della tecnica» (p. 125); insomma, l’uomo non la usa ma ne è usato. Di fronte a ciò la stessa filosofia è alla fine, ormai sostituita dalle scienze, psicologia, logica, politologia, cibernetica.
«Pensare» è diventato quasi impossibile, perché «troppo grande è la grandezza di ciò che è da pensare» (p. 134), e ormai ci si può solo aprire all’attesa, anche se non passivamente, bensì in preparazione: «preparare la disponibilità a tenersi aperti per la venuta o l’assenza del dio» (p. 125). Il che vale a dire che occorre recuperare la natura più radicale del pensiero che è di trovarsi «in dialogo col destino del mondo» (p. 128), destino che è - appunto - la tecnica planetaria.
I nazionalsocialisti a suo tempo sono andati «in quella direzione, ma quella gente era troppo sprovveduta nel pensiero perché raggiungesse un rapporto realmente esplicito con ciò che oggi accade e che è da tre secoli in cammino»; gli Americani, dal canto loro, «sono ancora impigliati in un pensiero che, come pragmatismo, favorisce sì l’operare tecnico e il manipolare ma al tempo stesso sbarra la strada a una meditazione su ciò che è peculiare della tecnica moderna» (p. 129).
Il compito è rimasto tuttavia in mano agli Europei perché il problema è nato nella loro storia e dunque, riappropriandosi a fondo del senso della loro storia e della loro tradizione, sono essi che potranno forse comprendere a quale destino stanno dando luogo: «Il pensiero viene modificato solo dal pensiero che ha la stessa provenienza e la stessa destinazione» (p. 130). Ma questo non accadrà, quando accadrà, per decisione degli uomini. È chiaro che, data l’insufficienza della filosofia che è diventata metafisica e poi scienze fisico-matematiche, il pensiero di cui si parla è «l’altro pensiero» (p. 126), la disponibilità all’apertura, il poetare che è in attesa del dio. A ciò, non servirà l’incontro con l’Oriente e le esperienze orientali («il buddismo Zen», p. 130): l’altro a cui ci si deve preparare non è salto, fuga, rinnegamento delle proprie radici, ma ritorno a casa, e superamento (anche hegelianamente) del fatto che la tecnica ci «sradica e strappa alla terra» (p. 122).
La terra che ha inviato il destino, quello che oggi domina e usa il mondo e gli uomini, è l’Occidente ed è qui, nella terra del tramonto, che dobbiamo prepararci al dio che può venire o che può non venire: ma, in questo caso, anche il morire nell’assenza del dio sarà comunque diverso dal grossolano «crepare» (p. 124).
Abitare la terra in senso autentico è l’indicazione del destino la quale risuona nella poesia di Hölderlin e attorno alla quale ruota la domanda su cosa significhi pensare. Dunque, anche e soprattutto la politica non può non essere richiamata a sorgere dal pensiero del destino dell’uomo e a rispondere, per essere adeguata al livello del problema che si pone ormai, a cosa voglia dire la mondializzazione della tecnica e che cosa sia oggi, se le cose stanno così, salvarsi, riappartenendo alla terra.
Il sistema politico da costruire non dovrà essere, dunque, lo stato tecnico, che «sarebbe l’aguzzino più servile e più cieco nei confronti della potenza della tecnica» (p. 124). L’umanità deve ripartire dall’accettazione dei propri limiti e imparare a non credersi padrona del mondo, anche se questo non vuol dire che deve sentirsi caduta «in una sciagura inevitabile e senza scampo», perché il nostro compito oggi è «far sì che l’uomo giunga almeno a un rapporto soddisfacente con l’essenza della tecnica» (p. 129).
Quando ci riusciremo? Può il filosofo dire qualcosa di immediatamente efficace? No, perché nessuna aspirazione meramente umana può «produrre nessuna trasformazione immediata dello stato attuale del mondo» (p. 128). Siamo in una condizione di provvisorietà e bisogna prenderne atto. Del resto, la provvisorietà del pensiero è dovuta al fatto che la strapotenza della tecnica mantiene nel segreto la propria vera essenza e sta appena iniziando ora a dispiegarsi appieno.
Il pensiero dell’età della tecnica è un altro pensiero, che cede il passo a una nuova disposizione ad accogliere ciò che va accolto. Così ci si deve preparare all’esperienza di un richiamo in cui l’ascoltare sia un appartenere (hören - gehören).
A cosa apparteniamo autenticamente? Porsi questa domanda è prepararsi al futuro, perché «solo un dio ormai ci può salvare» (p. 124).
domenica 9 gennaio 2011
7 MILIARDI
Da La Repubblica: "Entro quest’anno la popolazione mondiale raggiungerà la fatidica cifra di sette miliardi di abitanti. Nel 2045 nove miliardi di persone calpesteranno un pianeta sempre più affollato e sfruttato. Quali saranno le conseguenze e quali le strategie da adottare? Il primo reportage di una serie che National Geographic dedicherà al futuro dell’umanità e del mondo."
Continua la folle corsa della popolazione umana, vera bomba che porterà alla distruzione del pianeta....
Continua la folle corsa della popolazione umana, vera bomba che porterà alla distruzione del pianeta....
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