"Se la Terra si surriscalda colpa del Sole: l’uomo non c’entra"
di Stefano Lorenzetto
Come smascherare la più colossale bufala del secondo millennio (anche del terzo) e vivere tutti felici e contenti. L’Ipcc, Intergovernmental panel on climate change, il foro intergovernativo sul mutamento climatico istituito dalle Nazioni Unite allo scopo di studiare il riscaldamento globale del pianeta, non avrebbe capito nulla. E pensare che nel 2007 gli hanno pure conferito il premio Nobel... I rapporti di valutazione periodicamente diffusi dall’Ipcc, che sono alla base di accordi internazionali come la Convenzione dell’Onu sui cambiamenti climatici e il mitico Protocollo di Kyoto, sarebbero carta straccia, più o meno.
L’Ipcc ritiene che il riscaldamento globale della Terra vada attribuito per il 92,5% ai gas serra prodotti dall’uomo, in primis all’anidride carbonica, e per il 7,5% al Sole. Tutto sbagliato. Semmai sembrerebbe vero il contrario: è il Sole che modifica il clima e surriscalda il pianeta, non l’anidride carbonica e le schifezze emesse dai veicoli e dalle industrie, che incidono sull’innalzamento delle temperature in misura marginale. Quindi la pretesa del Protocollo di Kyoto di abbassare del 5% entro il 2012 i valori di anidride carbonica rispetto alle emissioni che si registravano nel 1990, con la speranza che le colonnine di mercurio dei termometri si comportino di conseguenza, non è soltanto ardua: è soprattutto inutile. Perché il Sole se ne impipa altamente delle umane decisioni.
A dirlo è il professor Nicola Scafetta, uno scienziato di 39 anni originario di Gaeta, che nel 1998, dopo essersi laureato in fisica a Pisa, se n’è andato a continuare i suoi studi in un’università del Texas e poi s’è trasferito a far ricerca e a insegnare al Free-electron laser laboratory della Duke University, uno dei più prestigiosi atenei degli Stati Uniti, fondato nel 1838 a Durham, nella Carolina del Nord. Scafetta è membro dell’Acrim (Active cavity radiometer irradiance monitor), centro mondiale di studio dell’irradianza solare associato alla Nasa, l’ente spaziale americano. Insomma, è uno di quelli che da noi vengono definiti «cervelli fuggiti all’estero», anche se non gli piace essere chiamato così: «Non mi sento per niente un fuggitivo. Espatriare allo scopo di confrontarsi a livello internazionale è quasi un dovere per chiunque voglia fare scienza in modo serio».
Alcuni osservatori ritengono che Scafetta possa legittimamente aspirare a diventare premio Nobel per la fisica nel 2035. Per capire il motivo del lusinghiero pronostico, basta leggere la presentazione del suo lavoro fatta dall’Us Environmental protection agency: lo scienziato italiano è l’unico al mondo ad aver elaborato una previsione scientifica sull’evolversi delle temperature planetarie da qui al 2100. Se le temperature seguiranno la sua previsione, continueranno a diminuire fino al 2030 per poi aumentare di nuovo fino al 2060. Ma già dal 2035 si potrà dire se si saranno comportate o no «alla Scafetta». E, in caso affermativo, sarà stato il nostro connazionale ad aver indicato a tutti come affrontare un problema altrimenti inintellegibile. Finora gli studiosi mondiali si sono accontentati di presentarci in proposito soltanto «scenari», che stanno alla scienza quanto i «se» stanno alla storia. Ma, come la storia non si fa con i «se», così la scienza non si fa con gli «scenari».
In parole semplici, di cosa s’è occupato?
«Ho simulato sistemi fisiologici per la diagnosi di ipossia e iperossia in pazienti a rischio».
Che c’entrano la diminuita e l’aumentata concentrazione di ossigeno nei tessuti del corpo umano? Pensavo che lei s’occupasse di clima.
«Anche. In realtà mi occupo di applicare modelli statistici a sistemi complessi non lineari, come quello che ho appena detto o come, appunto, le influenze del Sole, più precisamente dell’intero sistema solare, sul clima terrestre».
Oggi il «politicamente corretto» afferma che è l’uomo, con le sue emissioni di gas serra, a governare, anzi a sgovernare, il clima. Lei invece sostiene che è l’intero sistema solare, ho afferrato bene?
«A teorizzare che l’uomo governa il clima, e a essere stato insignito del premio Nobel per tale teoria, è l’Intergovernmental panel on climate change. Ma si ricordi che fu, quello dato all’Ipcc, un Nobel per la pace, non per la scienza. Secondo questi signori, il nostro pianeta rischia di raggiungere un punto di non ritorno se non s’interrompono al più presto le emissioni di CO2».
Cioè di anidride carbonica. E invece lei non crede a questo rischio?
«La Terra in passato, nel periodo cosiddetto Cambriano, 500 milioni d’anni fa, ha avuto già occasione di raggiungere questo presunto punto di non ritorno, quando la concentrazione di CO2 fu non 1,2 volte superiore ai livelli pre-industriali, com’è oggi, bensì 20 volte, diconsi 20, più elevata. Purtroppo l’umanità non misura gli eventi col metro della storia, in questo caso preistoria, ma con quello della cronaca. Senza rendersi conto che un secolo o due secoli sono niente, sul calendario del tempo. E gli eventi climatici seguono il calendario del tempo».
Com’è che all’Ipcc sono giunti alle loro conclusioni, a suo avviso avventate per non dire totalmente sballate?
«Fondandosi su modelli climatici chiamati General circulation models, che sono stati poi usati per fare proiezioni nel corso del XXI secolo, assumendo diversi scenari possibili. Questi modelli furono sviluppati prima del 2004, quando si credeva che la temperatura del pianeta fosse rimasta quasi costante nei mille anni precedenti all’era industriale. La credenza ebbe origine da un’analisi statistica effettuata nel 1998 da uno studioso, Michael Mann. Oggi sappiamo che è completamente errata. Inoltre, i cambiamenti climatici sono fortemente condizionati dalle nuvole, dal vapore acqueo, che è in assoluto il principale gas serra, e dalle correnti oceaniche, e i modelli attuali non tengono correttamente conto di questi contributi. I modelli hanno predetto un riscaldamento continuo della Terra in concomitanza con una continua crescita di CO2 durante gli ultimi dieci anni, ma questo riscaldamento non s’è avuto né negli anni dal 1940 al 1975, cioè in pieno boom industriale, né negli ultimi otto anni: in entrambi i periodi s’è osservato un raffreddamento del clima, non un riscaldamento. Inspiegabile, non trova?».
Trovo.
«E se si usano i modelli all’incontrario, cioè per “predire” il passato, essi non riproducono il forte riscaldamento occorso negli anni dal 1910 al 1940. Infine, i modelli che ho citato predicono un riscaldamento piuttosto vistoso nella media e alta troposfera, a circa 10 chilometri sopra l’equatore, ove invece le misurazioni satellitari degli ultimi trent’anni registrano un rinfrescamento».
Ha dell’altro da dire contro questi modelli?
«Be’, sì. Numerosi dettagli suggeriscono che essi non riproducono le oscillazioni viste per decenni nei dati della temperatura. E sistematicamente sottostimano gli effetti dei cicli solari sul clima».
Siamo giunti al cuore della questione: il Sole. Don Ferrante nei Promessi sposi incolpa le stelle dell’epidemia di peste. Lei invece attribuisce alla stella più vicina alla Terra il surriscaldamento del pianeta.
«Già. La domanda che una persona sensata dovrebbe porsi è: che cosa ha causato il riscaldamento della Terra nel trentennio 1910-1940, quando le emissioni di gas serra provocate dall’uomo erano pressoché irrilevanti? E scoprirebbe così che quello fu un periodo di forte crescita dell’attività solare, al pari del ciclo di circa tre secoli noto ai geologi come “periodo caldo medievale”. Mentre un periodo di scarsa attività solare, chiamato dagli astronomi “minimo di Maunder”, fu quello dei tre secoli attorno al 1600, noto ai geologi come “piccola era glaciale”».
Lei s’è posto la domanda.
«Sì. Ma ho seguito un approccio completamente diverso dall’Ipcc per rispondermi».
Mi spieghi questo approccio.
«Ci provo. Vede, i modelli dell’Ipcc, nel tentativo di contemplare la massima quantità di informazioni possibili, hanno incluso un numero enorme di parametri. Ma con un numero enorme di parametri liberi si può ottenere qualunque risultato. Il grande matematico John von Neumann usava dire: “Datemi 4 parametri e vi simulo al calcolatore un elefante; datemene 5 e gli faccio muovere la proboscide”. I modelli climatici, sebbene contengano centinaia di parametri, o forse proprio per questo, simulano malissimo la realtà. Io ho usato un criterio che chiamerei fenomenologico. Sono partito direttamente dai dati reali sul clima disponibili sin dal 1850 e ne ho fatto una dettagliata analisi statistica».
L’esito dell’analisi qual è stato?
«Ho potuto notare la presenza di cicli: i più importanti sono un ciclo di 60 anni e uno di 20. Quindi mi sono domandato quale fosse la loro origine, e credo di aver trovato la risposta. I cicli di 60 e 20 anni sono due cicli naturali, che influenzano tutto il sistema solare: il periodo sinodico di Giove e Saturno, precisamente 20 anni, e il periodo dell’orbita combinata di Giove e Saturno, precisamente 60 anni. Giove e Saturno col loro movimento intorno al Sole producono onde gravitazionali e magnetiche, che investono tutto il sistema solare e fanno letteralmente “ballare” anche il Sole e la Terra: i due maggiori periodi di queste onde sono proprio 20 e 60 anni. Ma forse un paragone tra il mio approccio e quello dei grossi modelli adottati dall’Ipcc può farle meglio capire lo spirito dell’analisi che ho condotto».
Sentiamo.
«Immagini che io voglia prevedere i suoi movimenti quotidiani per i prossimi giorni. Potrei cercare di costruire un modello che contenga decine di parametri liberi: lo stato di salute suo e dei suoi familiari, il traffico, le condizioni meteorologiche, i suoi interessi, il suo lavoro, eccetera, e usare quindi il modello per prevedere i suoi movimenti futuri in rapporto al variare dei parametri, cioè al variare degli scenari. Oppure potrei fare diversamente: studiare i suoi effettivi movimenti degli ultimi 100 giorni, analizzarli statisticamente in modo da enucleare gli elementi di ripetibilità che mi consentano di “prevedere” i suoi movimenti degli ultimi 1.000 giorni. Poi, se la “previsione” eseguita sul passato riproduce accuratamente questo stesso passato, ecco che allora posso usare il modello per avanzare una previsione vera sul futuro. Io ho fatto appunto così. Un mio modello si basa unicamente sul Sole: utilizza due informazioni statistiche presenti nella temperatura degli ultimi 30 anni e degli ultimi 150 anni, e ricostruisce più di 400 anni di clima. Un altro mio modello si basa sui pianeti: usa le informazioni degli ultimi 75 anni e riproduce i precedenti 75 anni».
Risultato?
«In entrambi i casi l’accuratezza delle “previsioni” sul passato è sbalorditiva. Ho quindi usato i miei modelli per fare previsioni da qui al 2100. Il punto centrale è che l’analisi da me fatta evidenzia che almeno il 60% del riscaldamento del clima terrestre osservato sin dal 1975 è causato dalle attività del Sole e degli altri pianeti. E, se così è, dovremmo attenderci un raffreddamento fino agli anni Trenta di questo secolo. Bisognerebbe pubblicare sul Giornale il grafico che ho disegnato al riguardo».
Manca lo spazio. Al massimo può esibirlo al fotografo che deve farle il ritratto, così lo vedranno anche i lettori.
«Il grafico mostra un tracciato rosso indicante la temperatura globale registrata dal 1850 in poi e le previsioni da qui al 2100 basate sul mio modello planetario. Per il futuro sono indicate con curve nere due diverse ipotesi: quella in cui la temperatura mantenga l’attuale fase di crescita e quella in cui la componente secolare dell’attività solare dovesse per qualche ragione ridursi, come peraltro altre considerazioni fanno presumere. Il futuro previsto da me appare ben diverso dalle proiezioni catastrofiche dell’Ipcc, rappresentate dalla curva tratteggiata in azzurro».
C’è nella comunità scientifica qualche altro studioso convinto che non siano le attività umane a governare il clima?
«Ne esistono moltissimi. Faccio parte di un comitato non governativo, l’Nipcc, Nongovernmental international panel on climate change, che ha prodotto quest’anno un corposo rapporto, il Climate change reconsidered, il quale è giunto alla conclusione che è la natura, e non l’uomo, a governare il clima. Questa conclusione è stata fatta propria da oltre 31.000 scienziati americani».
Insomma, dobbiamo ridurre le emissioni di anidride carbonica sì o no?
«La CO2, pur non essendo inquinante, è un gas serra e quindi influenza il clima. Ma attenzione: anche pochi centesimi di euro sono denaro e influenzano la nostra ricchezza. Il punto è che la CO2 antropogenica, cioè prodotta dall’uomo, non ha sul clima quell’influenza squassante e conclamata che ci vorrebbe far credere l’Ipcc. La CO2 è una molecola indispensabile per la fotosintesi clorofilliana che fa vivere tutte le piante. Maggiore CO2 significa quindi più vegetazione rigogliosa, più raccolti, più cibo per uomini e animali. Meglio cercare di adattarsi ai cambiamenti climatici piuttosto che tentare di governarli. Il clima è veramente un gigante di proporzioni impensabili. Fa quello che vuole, ci schiaccia quando vuole e come vuole».
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domenica 25 ottobre 2009
mercoledì 14 ottobre 2009
Cresce la fame nel mondo?
La crisi economica fa crescere anche la fame nel modo. Per effetto della tempesta finanziaria che non ha risparmiato nessun mercato, gli affamati nel modo sono cresciuti del 9% nell’anno in corso, arrivando alla vetta di 1,02 miliardi, il livello più alto dal 1970. A lanciare l'allarme a livello mondiale è stato il rapporto pubblicato oggi dalla Fao (l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’agricoltura e l’alimentazione) e dal Pam (il Programma alimentare mondiale).
I cali causati dalla crisi Molti Paesi, a causa della crisi globale, hanno subito cali generalizzati nei propri flussi finanziari e commerciali, ed hanno assistito ad una caduta verticale delle entrate da esportazioni, degli investimenti esteri, degli aiuti allo sviluppo e delle rimesse in denaro. Il rapporto fa notare come, ad esempio, le 17 economie più importanti dell’America Latina nel 2007 hanno ricevuto 184 miliardi di dollari in entrate finanziarie, cifra che si è circa dimezzata nel 2008 con 89 miliardi di dollari e si prevede diminuirà ulteriormente nel 2009 con 44 miliardi di dollari. Questo significa che si deve ridurre il consumo alimentare, e per alcuni paesi a basso reddito con deficit alimentare questo aggiustamento del consumo può tradursi nella diminuzione delle tanto necessarie importazioni alimentari e di altri beni importanti come medicine ed attrezzature mediche. La sottonutrizione è una realtà estesa in Asia e nel Pacifico - spiega il rapporto- dove si stima che gli affamati siano 642 milioni ma non risparmia neanche i Paesi sviluppati dove sono 15 milioni a soffrire la fame; nell’Africa sub-sahariana sono 265 milioni, in America Latina e Caraibi 53 milioni, nel Vicino Oriente e Nord Africa 42 milioni.
Chi muore di fame Nel corso dell’ultimo decennio , anche prima dell’attuale crisi, il numero delle persone sottonutrite era aumentato in modo lento ma costante. Proprio questo aumento, sia nei periodi di prosperità economica che recessione, mostra, secondo la Fao, l’estrema debolezza del sistema mondiale di governance della sicurezza alimentare. "I leader mondiali hanno reagito con determinazione alla crisi economica e finanziaria e sono stati in grado di mobilitare miliardi di dollari in un lasso di tempo molto breve. La stessa azione decisa è adesso necessaria per combattere fame e povertà", afferma il direttore generale della Fao Jacques Diouf. Secondo Diouf, è anche "essenziale investire nel settore agricolo dei Paesi in via di sviluppo, non solo per sconfiggere fame e povertà, ma anche per assicurare una generalizzata crescita economica, e dunque pace e stabilità nel mondo".
Raggiunto il picco storico Nel momento il numero delle persone che soffrono la fame ha raggiunto un picco storico, vi è il più basso livello di aiuti alimentari mai registrato - ha dichiarato Josette Sheeran, direttrice esecutiva del Programma alimentare mondiale dell’Onu. "Sappiamo quello che occorre per coprire le necessità urgenti - conclude Sheeran - quello che serve sono le risorse e l’impegno internazionale per farlo".
MA SI VUOL CAPIRE O NO CHE IL PROBLEMA NON è LA FAME MA AL CONTRARIO L'ECCESSO DELLA POPOLAZIONE IN RAPPORTO ALLE RISORSE DEL PIANETA? NON C'è PEGGIOR CIECO DI CHI NON VUOL VEDERE. IL MESSAGGIO CHE L'ONU VUOL MANDARE è CHE LA COLPA DELLA FAME è DEL CAPITALISMO E DELLE SUE CRISI. LA VERITà è CHE SENZA IL CAPITALISMO LA FAME SAREBBE SU TUTTO IL PIANETA E NON SOLO IN CERTE AREE. COME DIMOSTRA LA RECENTE STORIA DI ALCUNE AREE DELL'ORIENTE, DOVE ARRIVA LO SVILUPPO CAPITALISTICO E IL MERCATO, FINISCE LA FAME. IL PROBLEMA è LA SOVRAPPOPOLAZIONE UMANA DI VASTE AREE DEL PIANETA, CHE IMPEDISCE DI INDIRIZZARE LE RISORSE VERSO LO SVILUPPO ECONOMICO E AL MIGLIORAMENTO DELLA QUALITà DELLA VITA. RIDURRE L'ECCESSO DI POPOLAZIONE UMANA è OGGI SEMPRE PIù IMPORTANTE E CENTRALE PER ASSICURARE SVILUPPO E AL TEMPO STESSO SALVAGUARDARE L'AMBIENTE NATURALE.
I cali causati dalla crisi Molti Paesi, a causa della crisi globale, hanno subito cali generalizzati nei propri flussi finanziari e commerciali, ed hanno assistito ad una caduta verticale delle entrate da esportazioni, degli investimenti esteri, degli aiuti allo sviluppo e delle rimesse in denaro. Il rapporto fa notare come, ad esempio, le 17 economie più importanti dell’America Latina nel 2007 hanno ricevuto 184 miliardi di dollari in entrate finanziarie, cifra che si è circa dimezzata nel 2008 con 89 miliardi di dollari e si prevede diminuirà ulteriormente nel 2009 con 44 miliardi di dollari. Questo significa che si deve ridurre il consumo alimentare, e per alcuni paesi a basso reddito con deficit alimentare questo aggiustamento del consumo può tradursi nella diminuzione delle tanto necessarie importazioni alimentari e di altri beni importanti come medicine ed attrezzature mediche. La sottonutrizione è una realtà estesa in Asia e nel Pacifico - spiega il rapporto- dove si stima che gli affamati siano 642 milioni ma non risparmia neanche i Paesi sviluppati dove sono 15 milioni a soffrire la fame; nell’Africa sub-sahariana sono 265 milioni, in America Latina e Caraibi 53 milioni, nel Vicino Oriente e Nord Africa 42 milioni.
Chi muore di fame Nel corso dell’ultimo decennio , anche prima dell’attuale crisi, il numero delle persone sottonutrite era aumentato in modo lento ma costante. Proprio questo aumento, sia nei periodi di prosperità economica che recessione, mostra, secondo la Fao, l’estrema debolezza del sistema mondiale di governance della sicurezza alimentare. "I leader mondiali hanno reagito con determinazione alla crisi economica e finanziaria e sono stati in grado di mobilitare miliardi di dollari in un lasso di tempo molto breve. La stessa azione decisa è adesso necessaria per combattere fame e povertà", afferma il direttore generale della Fao Jacques Diouf. Secondo Diouf, è anche "essenziale investire nel settore agricolo dei Paesi in via di sviluppo, non solo per sconfiggere fame e povertà, ma anche per assicurare una generalizzata crescita economica, e dunque pace e stabilità nel mondo".
Raggiunto il picco storico Nel momento il numero delle persone che soffrono la fame ha raggiunto un picco storico, vi è il più basso livello di aiuti alimentari mai registrato - ha dichiarato Josette Sheeran, direttrice esecutiva del Programma alimentare mondiale dell’Onu. "Sappiamo quello che occorre per coprire le necessità urgenti - conclude Sheeran - quello che serve sono le risorse e l’impegno internazionale per farlo".
MA SI VUOL CAPIRE O NO CHE IL PROBLEMA NON è LA FAME MA AL CONTRARIO L'ECCESSO DELLA POPOLAZIONE IN RAPPORTO ALLE RISORSE DEL PIANETA? NON C'è PEGGIOR CIECO DI CHI NON VUOL VEDERE. IL MESSAGGIO CHE L'ONU VUOL MANDARE è CHE LA COLPA DELLA FAME è DEL CAPITALISMO E DELLE SUE CRISI. LA VERITà è CHE SENZA IL CAPITALISMO LA FAME SAREBBE SU TUTTO IL PIANETA E NON SOLO IN CERTE AREE. COME DIMOSTRA LA RECENTE STORIA DI ALCUNE AREE DELL'ORIENTE, DOVE ARRIVA LO SVILUPPO CAPITALISTICO E IL MERCATO, FINISCE LA FAME. IL PROBLEMA è LA SOVRAPPOPOLAZIONE UMANA DI VASTE AREE DEL PIANETA, CHE IMPEDISCE DI INDIRIZZARE LE RISORSE VERSO LO SVILUPPO ECONOMICO E AL MIGLIORAMENTO DELLA QUALITà DELLA VITA. RIDURRE L'ECCESSO DI POPOLAZIONE UMANA è OGGI SEMPRE PIù IMPORTANTE E CENTRALE PER ASSICURARE SVILUPPO E AL TEMPO STESSO SALVAGUARDARE L'AMBIENTE NATURALE.
giovedì 6 agosto 2009
sovrappopolazione e cementificazione
In 15 anni il cemento ha ricoperto
un'area grande come Lazio e Abruzzo
Dal 1990 al 2005 consumata dall'urbanizzazione una superficie agricola che equivale alla superficie del Veneto
NOTIZIE CORRELATE
Il testo integrale del dossier: 2009 anno
del cemento
Italia da salvare -
Al ragazzo della via Gluck, quello di Celentano che nella Milano degli anni '60 si immalinconiva perché "là dove c'era l'erba ora c'è una città", oggi verrebbe un infarto: dal 1956 al 2001 la superficie urbanizzata del nostro paese è aumentata del 500%. Si tratta di un'impresa di distruzione di territori boschivi e agricoli unica nel suo genere, in particolare se si tiene conto che l'Italia è un paese montuoso, che vede presenti anche significative superfici occupate da laghi, fiumi e zone umide. Nell’ultimo quindicennio il consumo di suolo, e quindi di paesaggio, ha viaggiato in Italia al ritmo di 244mila ettari all’anno. Secondo i censimenti dell’Istituto Centrale di Statistica, dal 1990 al 2005 abbiamo consumato 3 milioni e 663 mila ettari di superficie libera, cioè un'area più grande del Lazio e dell’Abruzzo messi assieme. Fra questi ci sono 2 milioni di terreno agricolo fertile che oggi è stato coperto da capannoni, case, strade: una superficie paragonabile al territorio di tutto il Veneto. E' quindi a pieno titolo che l'Italia vanta il primato di essere il primo produttore e consumatore di cemento in Europa: buona parte è stato e continua ad essere riversato sulle aree più importanti per la biodiversità (coste, fiumi, aree agricole). Questi dati, e le osservazioni relative, sono contenuti in un nuovo dossier intitolato "2009, l'anno del Cemento", curato dal Wwf in collaborazione con un gruppo di ricercatori della Facoltà di Ingegneria Ambiente e Territorio e Scienze Ambientali dell'Università dell'Aquila, coordinati dal prof. Bernardino Romano. Sono dati gravi, basti pensare che sono già almeno 100 i Comuni sono riusciti a urbanizzare oltre il 50% delle aree di loro appartenenza.
LA SCOMPARSA DEI LUOGHI ISOLATI - La controprova di questa effetto blob del cemento nel paese è dato da un esame sui luoghi rimasti isolati. Il prof. Romano ha ricercato siti dai quali le costruzioni più vicine distassero almeno 5 km, in grado quindi di produrre un cerchio con un diametro di 10 km senza niente all’interno. Il risultato è chiaro: ormai solamente il 14% del nostro territorio risponde a questa caratteristica. Questa diffusione a macchia del cemento, in parte determinata dall’incapacità di programmare lo sviluppo edilizio - ad oltre 8.000 Comuni corrispondono oltre 8.000 piani regolatori - porta con sé la necessità di connettere questi immobili attraverso strutture viarie. E’ così che, stando ai dati Istat, la nostra rete stradale si sviluppa per oltre 200mila km, producendo una pesante segmentazione del territorio ed interrompendo ovunque quella continuità che, in modo molto più esteso, è facilmente visibile in molti altri Paesi, anche europei.
CASE SU CASE - In passato la crescita delle città era unicamente collegata all'aumento della popolazione urbana. Al contrario, oggi, in tutta Europa, dove la crescita demografica è molto ridotto o addirittura assente, l'urbanizzazione è un fattore totalmente fuori controllo, guidato dalla ricerca di un "benessere" che si misura sulle seconde case, sugli investimenti immobiliari e su una componente speculativa e finanziaria che ha fatto impazzire il meccanismo, facendo scempio del territorio e della qualità della vita di chi abita spazi dove non si sono più "vuoti" ma soltanto "pieni". Dal 1950 a oggi in Europa le città hanno subito una crescita del 78% contro un aumento della popolazione che raggiunge a malapena il 33%. La sola città di Palermo, per fare un esempio, di fronte a un aumento della popolazione del 50% è corrisposto un aumento dell'urbanizzazione del 200%. Allo stesso tempo in molte regioni italiane ad un decremento della popolazione corrisponde un increscioso aumento del territorio urbanizzato. Un aspetto interessante inoltre è come la crescita straordinaria dell’edilizia privata (+21%) vada a braccetto con un crollo dell’edilizia pubblica e sociale. Case quindi per profitto e investimento e non certo per le nuove coppie, per i poveri o per chi richiede un alloggio in cui vivere. Secondo i dati diffusi dall’Ance, cioè l’associazione dei costruttori, risulta che dal 1999 al 2007 l’intero comparto delle costruzioni è cresciuto del 27,1%. Se si considera che nello stesso periodo il nostro prodotto interno lordo è cresciuto del + 13,5% ci si rende conto che lo sviluppo di settore è stato percentualmente il doppio rispetto a quello complessivo del Paese.
CONDONI E PIANI CASA - In questo contesto, secondo l'analisi contenuta nel dossier del Wwf, si inserisce una consistente quota di edilizia selvaggia, che ha fatto scempio di zone particolarmente preziose del nostro paese: ad esempio tra il 1990 e il 2000 la tendenza di urbanizzazione costiera è proceduta del 30% più velocemente dell’urbanizzazione dell’entroterra. E hanno quindi un suono particolarmente sinistro le tre leggi emanate su condoni che hanno prodotto un numero imprecisato (nessuno lo sa con esattezza) di abusi sanati e centinaia di migliaia di pratiche ancora giacenti (molte di queste da oltre 20 anni) presso i Comuni di tutt’Italia, in particolare del centro e del sud. E quindi i nuovi piani casa arrivano in una situazione indefinita ed aggiungono volumetria in un contesto dove non c’è certezza di quanto è legale o illegale, di quanto è sanabile, di quanto dev’essere necessariamente respinto e abbattuto.
La maggior parte delle forme di consumo del suolo sono irreversibili, ovvero non esistono forme di recupero: una volta fatto il danno, che siano case o capannoni, ce lo si tiene. E il dossier denuncia che l’attività edilizia (non solamente quella abitativa) e quella legata alle opere pubbliche, arricchisce di solito chi già possiede finanze da investire e distrugge irreversibilmente quel “capitale” pubblico collettivo costituito dalla natura e dalla biodiversità, unica concreta assicurazione per il nostro futuro. C'è di che meditare su quella massima secondo la quale «se non si costruisce, non c’è progresso economico».
Stefano Rodi
un'area grande come Lazio e Abruzzo
Dal 1990 al 2005 consumata dall'urbanizzazione una superficie agricola che equivale alla superficie del Veneto
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Il testo integrale del dossier: 2009 anno
del cemento
Italia da salvare -
Al ragazzo della via Gluck, quello di Celentano che nella Milano degli anni '60 si immalinconiva perché "là dove c'era l'erba ora c'è una città", oggi verrebbe un infarto: dal 1956 al 2001 la superficie urbanizzata del nostro paese è aumentata del 500%. Si tratta di un'impresa di distruzione di territori boschivi e agricoli unica nel suo genere, in particolare se si tiene conto che l'Italia è un paese montuoso, che vede presenti anche significative superfici occupate da laghi, fiumi e zone umide. Nell’ultimo quindicennio il consumo di suolo, e quindi di paesaggio, ha viaggiato in Italia al ritmo di 244mila ettari all’anno. Secondo i censimenti dell’Istituto Centrale di Statistica, dal 1990 al 2005 abbiamo consumato 3 milioni e 663 mila ettari di superficie libera, cioè un'area più grande del Lazio e dell’Abruzzo messi assieme. Fra questi ci sono 2 milioni di terreno agricolo fertile che oggi è stato coperto da capannoni, case, strade: una superficie paragonabile al territorio di tutto il Veneto. E' quindi a pieno titolo che l'Italia vanta il primato di essere il primo produttore e consumatore di cemento in Europa: buona parte è stato e continua ad essere riversato sulle aree più importanti per la biodiversità (coste, fiumi, aree agricole). Questi dati, e le osservazioni relative, sono contenuti in un nuovo dossier intitolato "2009, l'anno del Cemento", curato dal Wwf in collaborazione con un gruppo di ricercatori della Facoltà di Ingegneria Ambiente e Territorio e Scienze Ambientali dell'Università dell'Aquila, coordinati dal prof. Bernardino Romano. Sono dati gravi, basti pensare che sono già almeno 100 i Comuni sono riusciti a urbanizzare oltre il 50% delle aree di loro appartenenza.
LA SCOMPARSA DEI LUOGHI ISOLATI - La controprova di questa effetto blob del cemento nel paese è dato da un esame sui luoghi rimasti isolati. Il prof. Romano ha ricercato siti dai quali le costruzioni più vicine distassero almeno 5 km, in grado quindi di produrre un cerchio con un diametro di 10 km senza niente all’interno. Il risultato è chiaro: ormai solamente il 14% del nostro territorio risponde a questa caratteristica. Questa diffusione a macchia del cemento, in parte determinata dall’incapacità di programmare lo sviluppo edilizio - ad oltre 8.000 Comuni corrispondono oltre 8.000 piani regolatori - porta con sé la necessità di connettere questi immobili attraverso strutture viarie. E’ così che, stando ai dati Istat, la nostra rete stradale si sviluppa per oltre 200mila km, producendo una pesante segmentazione del territorio ed interrompendo ovunque quella continuità che, in modo molto più esteso, è facilmente visibile in molti altri Paesi, anche europei.
CASE SU CASE - In passato la crescita delle città era unicamente collegata all'aumento della popolazione urbana. Al contrario, oggi, in tutta Europa, dove la crescita demografica è molto ridotto o addirittura assente, l'urbanizzazione è un fattore totalmente fuori controllo, guidato dalla ricerca di un "benessere" che si misura sulle seconde case, sugli investimenti immobiliari e su una componente speculativa e finanziaria che ha fatto impazzire il meccanismo, facendo scempio del territorio e della qualità della vita di chi abita spazi dove non si sono più "vuoti" ma soltanto "pieni". Dal 1950 a oggi in Europa le città hanno subito una crescita del 78% contro un aumento della popolazione che raggiunge a malapena il 33%. La sola città di Palermo, per fare un esempio, di fronte a un aumento della popolazione del 50% è corrisposto un aumento dell'urbanizzazione del 200%. Allo stesso tempo in molte regioni italiane ad un decremento della popolazione corrisponde un increscioso aumento del territorio urbanizzato. Un aspetto interessante inoltre è come la crescita straordinaria dell’edilizia privata (+21%) vada a braccetto con un crollo dell’edilizia pubblica e sociale. Case quindi per profitto e investimento e non certo per le nuove coppie, per i poveri o per chi richiede un alloggio in cui vivere. Secondo i dati diffusi dall’Ance, cioè l’associazione dei costruttori, risulta che dal 1999 al 2007 l’intero comparto delle costruzioni è cresciuto del 27,1%. Se si considera che nello stesso periodo il nostro prodotto interno lordo è cresciuto del + 13,5% ci si rende conto che lo sviluppo di settore è stato percentualmente il doppio rispetto a quello complessivo del Paese.
CONDONI E PIANI CASA - In questo contesto, secondo l'analisi contenuta nel dossier del Wwf, si inserisce una consistente quota di edilizia selvaggia, che ha fatto scempio di zone particolarmente preziose del nostro paese: ad esempio tra il 1990 e il 2000 la tendenza di urbanizzazione costiera è proceduta del 30% più velocemente dell’urbanizzazione dell’entroterra. E hanno quindi un suono particolarmente sinistro le tre leggi emanate su condoni che hanno prodotto un numero imprecisato (nessuno lo sa con esattezza) di abusi sanati e centinaia di migliaia di pratiche ancora giacenti (molte di queste da oltre 20 anni) presso i Comuni di tutt’Italia, in particolare del centro e del sud. E quindi i nuovi piani casa arrivano in una situazione indefinita ed aggiungono volumetria in un contesto dove non c’è certezza di quanto è legale o illegale, di quanto è sanabile, di quanto dev’essere necessariamente respinto e abbattuto.
La maggior parte delle forme di consumo del suolo sono irreversibili, ovvero non esistono forme di recupero: una volta fatto il danno, che siano case o capannoni, ce lo si tiene. E il dossier denuncia che l’attività edilizia (non solamente quella abitativa) e quella legata alle opere pubbliche, arricchisce di solito chi già possiede finanze da investire e distrugge irreversibilmente quel “capitale” pubblico collettivo costituito dalla natura e dalla biodiversità, unica concreta assicurazione per il nostro futuro. C'è di che meditare su quella massima secondo la quale «se non si costruisce, non c’è progresso economico».
Stefano Rodi
mercoledì 8 luglio 2009
La Chiesa e la sovrappopolazione
Nella sua ultima enciclica il papa Benedetto XVI condanna le politiche di controllo delle nascite che, dice tra l'altro, ritardano lo sviluppo economico. Inoltre auspica che la politica rimetta al centro l'uomo (e non il pianeta, la natura e l'ambiente). Così, con parole che si richiamano alla vita e ai valori dell'uomo, la Chiesa cattolica continua una politica di morte, di fame, di malattie e di arretratezza economica per le persone, e contribuisce alla catastrofe ambientale verso cui il pianeta è avviato.
mercoledì 1 luglio 2009
OTTIMISMO E SOVRAPPOPOLAZIONE
di Virginia Abernethy
traduzione di Carpanix
Ebbene, sì, l’Occidente deve fare attenzione ai problemi relativi alla popolazione del Terzo Mondo. Ma che tipo di attenzione? La saggezza convenzionale sostiene che lo sviluppo economico — e quindi l’aiuto economico da parte dell’Occidente — sia la chiave per frenare la crescita della popolazione nelle nazioni povere. Non è vero, dice l’autore…
Introduzione
Progresso e popolazione
Il messaggio della penuria
Pensare localmente
Introduzione
La sovrappopolazione affligge la maggior parte delle nazioni, ma rimane primariamente un problema locale — un’idea che questo articolo cercherà di spiegare. Anche il controllo della riproduzione (la soluzione) è primariamente locale; esso nasce dalla sensazione che le risorse si stiano riducendo. In queste circostanze gli individui e le coppie spesso vedono la limitazione delle dimensioni della famiglia come il più probabile percorso verso il successo.
Molti studiosi, antichi e moderni, hanno sempre saputo che le reali dimensioni della famiglia sono connesse molto strettamente al numero di figli che la gente desidera. Paul Demeny, del Population Council, è eccezionalmente chiaro a questo proposito, e l’economista della Banca Mondiale Lant Pritchett asserisce che l’85-90% dei tassi di fecondità reali possono essere spiegati dai desideri dei genitori — non dalla mera disponibilità di contraccettivi. Pritchett scrive che “l’imponente declino della fertilità osservato nel mondo contemporaneo è dovuto quasi interamente all’altrettanto imponente declino del desiderio di fecondità.” Dell’opinione di Paul Kennedy, espressa nel suo libro Preparandosi al XXI secolo, secondo la quale “l’unico mezzo pratico per assicurare un calo nei tassi di fecondità, e quindi nella crescita della popolazione, è l’introduzione di forme di controllo delle nascite economiche ed affidabili”, Pritchett dice: “Non avremmo potuto inventare una affermazione più chiara e articolata del punto di vista che sosteniamo essere sbagliato”.
Progresso e Popolazione
Dati interculturali e storici suggeriscono che la gente ha solitamente limitato le proprie famiglie ad una dimensione coerente con la possibilità di vivere comodamente in comunità stabili. Se lasciate indisturbate, le società tradizionali sopravvivono per lunghi periodi in equilibrio con le risorse locali. Una società dura in parte perché si mantiene entro le capacità di carico del suo ambiente.
Ad ogni modo, la percezione dei limiti che derivano dall’ambiente locale è facilmente neutralizzata da segnali che promettono prosperità. Citando l’ultimo Georg Borgstrom, un riconosciuto scienziato alimentarista e un pluridecorato specialista in economie del Terzo Mondo che morì nel 1989, una pubblicazione del Population Reference Bureau del 1971, spiega:
Una quantità di civiltà, incluse quelle dell’India e dell’Indonesia, “avevano una chiara idea dei limiti dei loro villaggi o comunità” prima che l’intervento straniero corrompesse gli schemi tradizionali. I programmi di aiuto tecnologico… “li indussero a credere che l’adozione di certi avanzamenti tecnologici stava per liberarli da questi vincoli e dalla dipendenza da queste restrizioni”.
L’espansione economica, specialmente se introdotta dall’esterno della società e su larga scala, incoraggia la convinzione che i limiti precedentemente riconosciuti come validi possano essere tenuti in poco conto, che ognuno possa guardare avanti alla prosperità e, come in casi recenti, che si possa contare sull’Occidente come fornitore di assistenza, recupero e come valvola di sfogo per la popolazione in eccesso.
La percezione di nuove opportunità, se dovuta ad avanzamento tecnologico, espansione dei mercati, cambiamenti politici, aiuti esterni, emigrazione verso una terra più ricca o scomparsa di competitori (che se ne vanno o muoiono), incoraggia maggiori dimensioni della famiglia. Le famiglie riempiono avidamente ogni nicchia apparentemente più grande, e le nascite extra e la conseguente crescita della popolazione spesso vanno oltre le reali opportunità.
Crescere oltre il numero sostenibile è una minaccia onnipresente, poiché gli esseri umani prendono spunto dalle opportunità che risultano apparenti nell’immediato, e sono facilmente ingannati dai cambiamenti. Contando su ciò che è prossimo nello spazio o nel tempo, calcoliamo con difficoltà la crescita a lungo termine della popolazione, i limiti all’avanzamento tecnologico futuro e la inesorabile progressione dell’impoverimento delle risorse.
L’apparenza (e la concretezza sul breve periodo) di opportunità in espansione assume varie forme. Negli anni ‘50, la redistribuzione dei terreni in Turchia condusse i contadini precedentemente senza terra ad incrementare significativamente le dimensioni delle loro famiglie. Tra i pastori del Sahel Africano, i pozzi profondi per la captazione dell’acqua trivellati dai Paesi donatori negli anni ‘50 e ‘60 permisero l’allevamento di più grandi mandrie di bovini e greggi di capre, matrimoni più precoci (poiché i prezzi delle spose sono pagati in animali e il numero di capi richiesto divenne più facile da accumulare), e più elevata fecondità. Allo stesso modo, la diffusione della coltivazione della patata in Irlanda nei primi anni del XVIII secolo incrementò la produzione agricola e incoraggiò i contadini a suddividere parte delle proprie fattorie in appezzamenti per i propri figli, i quali per parte loro promossero matrimoni precoci e un incremento esplosivo delle nascite. Ancor prima, tra il VI e il IX secolo, l’introduzione in Europa della staffa, dei finimenti a collare rigido e della ferratura dei cavalli potenziò grandemente la produzione agricola delle pianure settentrionali dell’Europa. Una migliore alimentazione aiutò a condurre l’Europa fuori dal Medio Evo verso la ripresa economica e quindi, tra il 1050 e il 1350 circa, a triplicare la popolazione in Paesi quali l’Inghilterra e la Francia.
L’India offre un altro esempio. La sua popolazione fu quasi stabile dal 400 a.C. a circa il 1600 d.C.. Dopo la fine delle invasioni Mongole, e con l’avvento di nuove opportunità commerciali, la popolazione cominciò a crescere (con un tasso di circa la metà rispetto all’Europa). Più tardi, il commercio Europeo offrì all’India ulteriori opportunità, e la crescita della popolazione accelerò. Decollò letteralmente poco dopo che la nazione si liberò della sua condizione coloniale, nel 1947; l’assistenza da parte dell’URSS, della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale potenziarono la percezione di un futuro prospero, e il tasso di crescita della popolazione continuò ad accelerare fino al 1980 circa.
Movimenti indipendentisti di successo e golpe populisti sono preminenti tra i tipi di cambiamento che portano il messaggio che i tempi sono buoni e stanno migliorando. La Cina cominciò il suo interludio euforico con l’espulsione dei Nazionalisti, nel 1949. Il Comunismo trionfò, e la sua filosofia sosteneva che una nazione grande richiedeva più gente (qualcuno tra i lettori riesce a ricordare uno dei principali motti del nostro Fascismo? Iniziava con “Condizione imprescindibile del primato è il numero…”; ancora una volta, gli estremi coincidono - N.d.T.). Il tasso di fecondità e la dimensione della popolazione partirono a razzo verso l’alto. Una popolazione del territorio principale della Cina che era stimata essere 559.000.000 nel 1949 crebbe fino a 654.000.000 nel 1959, laddove nei precedenti 100 anni di agitazione politica e guerra il tasso medio di crescita della popolazione cinese era stato appena dello 0,3% all’anno. Sia la minore mortalità, sia la accresciuta fecondità contribuirono all’incremento. Judith Banister scrive in La popolazione cinese che cambia: “La fecondità cominciò a crescere verso la fine degli anni ‘40 e era prossima o superiore alle 6 nascite per donna durante gli anni 1952-57, una fecondità maggiore di quella che era stata abituale” nei precedenti decenni. Banister attribuisce l’esplosione demografica cinese alla fine della guerra e alla politica del governo: “La riforma fondiaria del 1950-51 redistribuì la terra ai contadini che ne erano privi e ai fittavoli”.
Cuba ebbe una esplosione demografica quando Fidel Castro spodestò Fulgencio Batista, nel 1959. Castro promise esplicitamente una redistribuzione delle ricchezze e, secondo i demografi S. D’az-Briquets e L. PZ rez, come risposta la fecondità crebbe. D’az-Briquets e L. PZ rez scrivono: “Il fattore principale fu l’incremento delle entrate reali tra i gruppi più svantaggiati portato dalle misure di redistribuzione del governo rivoluzionario. La crescita della fecondità nell’ambito di quasi ogni fascia d’età suggerisce che le coppie videro il futuro come più promettente e sentirono che ora si sarebbero potuti permettere più figli”.
Le popolazioni dell’Algeria, dello Zimbabwe e del Ruanda crebbero rapidamente intorno all’epoca in cui le potenze coloniali partirono. L’Algeria, per esempio, ottenne l’indipendenza nel 1962, e trent’anni dopo il 70% della sua popolazione aveva meno di 30 anni d’età. Lo Zimbabwe ottenne l’indipendenza nel 1980, e subito raggiunse uno dei maggiori tassi di crescita della popolazione del mondo; la crescita venne incoraggiata dal Ministro della Salute, che attaccò la pianificazione familiare come una “congiura del colonialismo bianco” per limitare il potere nero.
A causa dei loro effetti sulle dimensioni della famiglia, i programmi di sviluppo implicanti grandi trasferimenti di tecnologia e di fondi verso il Terzo Mondo sono stati particolarmente dannosi. Questo tipo di aiuto è inappropriato poiché invia il segnale che la ricchezza e le opportunità possono aumentare senza sforzo e senza limiti. Che ne consegua una rapida crescita della popolazione non dovrebbe stupire nessuno. L’Africa, che negli ultimi decenni ha ricevuto tre volte più aiuti dall’estero pro-capite di qualsiasi altro continente, ha ora anche i più alti tassi di fecondità. Durante gli anni ‘50 e ‘60 la fecondità in Africa crebbe — fino a quasi sette bambini per donna — nello stesso momento in cui veniva ridotta la mortalità infantile, cresceva la disponibilità di cure, si diffondeva l’istruzione maschile e femminile e l’ottimismo economico pervadeva sempre più ampi settori della società. Tassi di crescita della popolazione straordinariamente elevati erano nuovi per l’Africa; durante gli anni ‘50 i tassi di crescita della popolazione in America Latina erano stati più alti.
Anche l’immigrazione può influire sulla popolazione mondiale complessiva. Studi relativi all’Inghilterra e al Galles del XIX secolo e alle popolazioni Caraibiche moderne, evidenziano che in comunità già nel pieno di una rapida crescita della popolazione, la fecondità rimane elevata fino a quando esiste la possibilità di emigrare, mentre declina rapidamente nelle comunità prive di questa valvola di sicurezza. E mentre i tassi di fecondità si vanno riducendo nella maggior parte dei Paesi africani, tale tasso resta alto in Ghana (6,2 nascite per donna nel 1993), forse perché una certa emigrazione (l’uno per 1.000 della popolazione) fornisce una valvola di sicurezza per la quantità di popolazione in eccesso. Questo effetto sulla fecondità è coerente con studi indipendenti secondo i quali l’emigrazione accresce le entrate sia tra coloro che emigrano sia tra coloro che rimangono.
In sostanza, è vero, anche se scomodo, che gli sforzi per alleviare la povertà spesso stimolano la crescita della popolazione, così come fa il lasciare aperte le porte all’immigrazione. I sussidi, le ricchezze inattese e la prospettiva di opportunità economiche rimuovono l’immediatezza del bisogno di preservare. I mantra della democrazia, della redistribuzione e dello sviluppo economico innalzano le attese e i tassi di fecondità, incoraggiando la crescita della popolazione e quindi rendendo più ripida una spirale ambientale ed economica discendente.
A dispetto di questo fatto, certi esperti e il pubblico che essi informano, desiderano nonostante tutto credere che i tassi di fecondità siano stati tradizionalmente alti nel mondo intero e si siano ridotti solo nelle nazioni post-industriali o nei Paesi nei quali è disponibile la moderna contraccezione, e che l’esplosione demografica del secondo dopoguerra sia dovuta principalmente alle migliori condizioni di salute e di nutrizione, che portarono a un rapido declino dei tassi di mortalità e ad un leggero, involontario incremento della fecondità. La possibilità che le maggiori dimensioni delle famiglie fossero il risultato del desiderio di avere più figli continua ad essere negato.
Gli esperti in studi sulla popolazione furono i primi ad essere ingannati. Negli anni ‘30 molti demografi predirono un rapido declino della popolazione, poiché la bassa fecondità delle nazioni occidentali industrializzate veniva attribuita allo sviluppo e alla modernizzazione più che al pessimismo endemico dovuto alla Grande Depressione (l’autore sta prendendo a riferimento la storia statunitense - N.d.T.). Continuando a non cogliere il punto, molti non riuscirono a vedere che gli alti tassi di fecondità che si ebbero dopo la Seconda Guerra Mondiale furono la risposta alla percezione di possibilità economiche in espansione. L’esplosione demografica negli Stati Uniti (1947-1961) e la leggermente succcessiva esplosione demografica nell’Europa Occidentale colsero di sorpresa la maggior parte dei demografi.
Il messaggio della penuria
Come succede, gli incontri con la penuria ai quali miliardi di persone sono costretti dai limiti naturali del loro ambiente stanno cominciando a correggere le conseguenze di decenni di percezioni errate. La retorica della modernizzazione, dello sviluppo internazionale e dell’egualitarismo sta perdendo il suo potere di inganno. Man mano che l’Europa si dimostra incapace di alleviare le sofferenze della ex-Iugoslavia, che i Paesi ricchi in generale si dimostrano quasi impotenti nell’aiutare le innumerevoli moltitudini lontane, diviene difficile credere nel recupero. Ora, come è successo molte volte nella storia dell’umanità, la riscoperta dei limiti sta risvegliando le motivazioni a ridurre le dimensioni delle famiglie.
In Irlanda i terreni divennero pochi in relazione alla popolazione in rapida crescita nei primi anni del XIX secolo e, come conseguenza, la fecondità cominciò a ritrarsi verso il basso livello dell’epoca precedente all’introduzione della patata. Nel 1830 i due terzi circa delle donne si sposavano prima dei venticinque anni di età. Nel 1851 solo il 10% di esse si sposava così giovane — un drastico rinvio del matrimonio in risposta alla carestia della patata del 1846-1851. Dopo una breve ripresa, non più del 12% si sposava prima del venticinquesimo anno di età. L’uso di contrarre matrimoni tardivi persistette dal 1890 circa fino alla Seconda Guerra Mondiale. Negli Stati Uniti l’esplosione demografica terminò all’incirca nel momento in cui il mercato del lavoro cominciò ad essere saturo: il tasso di fecondità crollò al di sotto dei livelli di sostituzione dopo lo shock petrolifero del 1973 e molti dei redditi reali degli Americani cessarono di crescere. Nella Cina post-rivoluzionaria l’incremento della popolazione proseguì fino a quando la carestia, non mitigata dagli aiuti degli Occidentali, impose un confronto con i limiti oggettivi. Nel 1979, consapevole delle gravi carenze di beni alimentari, il governo istituì una politica del tipo un-figlio-per-famiglia, portando così a compimento l’evoluzione degli incentivi e dei controlli che riportò la nazione alle restrittive abitudini matrimoniali e riproduttive pre-comuniste. A Cuba l’esplosione demografica ispirata da Castro lasciò il posto a una fecondità al di sotto del tasso di sostituzione quando l’impossibilità del comunismo di fornire la prosperità divenne evidente. Nei Paesi dell’area Orientale, compresa la Russia, la ristrutturazione economica, lo svanire dei sussidi governativi per il consumo e la percezione pubblica di una mortalità infantile in crescita hanno portato a tassi di fecondità minori e hanno creato una tendenza ad evitare la gravidanza.
Nello Zimbabwe, spinto dalla crisi economica dei tardi anni ‘80, il governo cominciò a sostenere la pianificazione familiare. Secondo The Economist, “l’elevato costo del mantenimento di una famiglia numerosa ha aiutato a convincere alcuni uomini dell’importanza del limitarne le dimensioni”. Il tasso di fecondità è in calo tra gli Yoruba in Nigeria, a causa di una combinazione del ritardo nei matrimoni e dell’accettazione della moderna contraccezione. Due terzi delle donne che hanno risposto ad un recente sondaggio hanno detto che “la principale causa alla radice della posposizione del matrimonio e dell’uso della contraccezione per consentirla era l’attuale sitazione economica difficile”.
Anche altrove, la richiesta di una moderna contraccezione è in crescita, e ancora la ragione sembra essere che le coppie percepiscono come economicamente insostenibile un matrimonio precoce e una famiglia numerosa. Nel suo nuovo libro “Masse critiche”, il giornalista George D. Moffett riporta che una madre su due in Messico difese il suo ricorso alla contraccezione davanti al prete di un villaggio spiegando: “Le cose sono difficili, qui. La maggioranza della gente sta attraversando tempi duri. Il lavoro è difficile da trovare”. In modo simile, un lavoratore giornaliero in Tailandia, secondo le parole di Moffett, “avrebbe piacere di avere un figlio in più, ma è consapevole che andrebbe al di là dei propri mezzi”.
Senza la motivazione a limitare le dimensioni della famiglia, la contraccezione moderna è pressoché irrilevante. Per sei anni, negli anni ‘50, un progetto condotto dal ricercatore inglese John Wyon fornì a diversi villaggi dell’India Settentrionale istruzione riguardo alla pianificazione familiare, accesso alla contraccezione e cure mediche. Gli abitanti dei villaggi erano ben disposti nei confronti di chi forniva le cure mediche e della pianificazione familiare, e la mortalità infantile si ridusse notevolmente. Ma il tasso di fecondità rimase altrettanto alto.
Il gruppo di Wyon capì il motivo: gli abitanti dei villaggi apprezzavano le famiglie numerose. Essi erano entusiasti del fatto che ora, con una minore mortalità infantile, potevano avere i sei figli che avevano sempre desiderato. Il ben finanziato progetto di Wyon potrebbe anche avere rinforzato la predilezione per le famiglie numerose, avendo contribuito a rendere possibili i figli in più.
Pensare localmente
L’errore nell’individuazione della causa dell’esplosione demografica ha portato a strategie di nessun peso e a volte addirittura controproducenti nell’aiuto fornito al Terzo Mondo per portare ad un equilibrio le dimensioni della sua popolazione e le risorse disponibili. Nei tardi anni ‘40 e negli impetuosi decenni successivi, il commercio, i movimenti indipendentisti, le rivoluzioni populiste, gli aiuti stranieri e le nuove tecnologie portarono la gente di ogni dove a credere nell’abbondanza e nella fine dei limiti naturali imposti dagli ambienti coi quali essi avevano famigliarità.
Ora è un passo avanti per le nazioni industrializzate, essendo la loro ricchezza diminuita di molto, il ricalibrare e indirizzare gli aiuti con maggiore ristrettezza. La loro ricchezza residua non deve essere sprecata nell’armare fazioni opposte, in una assistenza estera avventata, o nel sostegno alle migrazioni internazionali che impoveriscono e alla fine incattiviscono — fino alla violenza e ad una possibile guerra civile — le popolazioni residenti. Questa necessità di ricalibrazione rattrista molti, ma la precedente liberalità ha fornito un disservizio a ogni Paese individuato come obiettivo per l’indirizzamento verso lo sviluppo.
Con una nuova, informata comprensione delle risposte umane, certi tipi di aiuto rimangono appropriati: micro-prestiti che rafforzano l’imprenditoria di base, dove il successo è sostanzialmente in relazione allo sforzo; e l’assistenza con servizi di pianificazione familiare, non perché la contraccezione sia una soluzione di per sé ma perché la moderna contraccezione è un modo umano per ottenere una famiglia di ridotte dimensioni quando c’è il desiderio di una famiglia di ridotte dimensioni. Questa modesta lista di cose da fare è ancora nelle possibilità dei Paesi industrializzati anche nel momento in cui essi prestano attenzione alle necessità dei sempre più numerosi ranghi dei propri stessi poveri. E non inganna né danneggia involontariamente coloro che sono stati individuati come beneficiari.
L’idea che lo sviluppo economico sia la chiave per mettere un freno alla crescita della popolazione si basa su presupposti e affermazioni che hanno influenzato la politica degli aiuti internazionali per qualcosa come cinquant’anni. Ad ogni modo, questi presupposti non stanno in piedi di fronte ad una analisi storica o antropologica e le politiche che hanno prodotto hanno contribuito a potenziare la crescita della popolazione.
La capacità umana di avere una risposta di tipo adattivo si è evoluta nell’ambito di interazioni faccia-a-faccia. La forza dell’umanità è una rapida risposta agli stimoli ambientali — una risposta che è più probabilmente appropriata quando l’ambiente che conta è quello ravvicinato e locale. L’orizzonte della mente è qui ed ora. I nostri antenati si sono evoluti e hanno dovuto avere successo in piccoli gruppi che si muovevano su territori relativamente piccoli. Essi dovevano riuscire ad avere successo giorno per giorno — o non sarebbero divenuti gli antenati di nessuno. Quindi non è una sorpresa che i segnali che vengono dall’ambiente locale siano fortemente motivanti.
Mettiamo da parte i globalisti. Le soluzioni basate su un mondo unificato non funzionano. Le soluzioni locali, sì. Ovunque la gente agisce secondo la personale percezione dei propri interessi. Le persone sono portate a interpretare i segnali locali per trovare la prossima mossa da fare. In molti Paesi e comunità di oggi, dove le condizioni sociali, economiche e ambientali stanno indubbiamente peggiorando, la domanda per una moderna contraccezione è in crescita, il matrimonio e l’iniziazione sessuale vengono posticipati e le dimensioni della famiglia si stanno riducendo. Gli individui che reagiscono con una bassa fecondità ai segni del raggiungimento dei limiti sono la soluzione locale. C’è da pregare che i venditori di uno sviluppo inappropriato non mettano sottosopra questa situazione.
Copyright © 1994 di Virginia Abernethy. Tutti i diritti sono riservati.
Originariamente pubblicato su The Atlantic Monthly,
Dicembre 1994. Volume 274, n. 6 (pagine 84 - 91).
Traduzione di Carpanix
traduzione di Carpanix
Ebbene, sì, l’Occidente deve fare attenzione ai problemi relativi alla popolazione del Terzo Mondo. Ma che tipo di attenzione? La saggezza convenzionale sostiene che lo sviluppo economico — e quindi l’aiuto economico da parte dell’Occidente — sia la chiave per frenare la crescita della popolazione nelle nazioni povere. Non è vero, dice l’autore…
Introduzione
Progresso e popolazione
Il messaggio della penuria
Pensare localmente
Introduzione
La sovrappopolazione affligge la maggior parte delle nazioni, ma rimane primariamente un problema locale — un’idea che questo articolo cercherà di spiegare. Anche il controllo della riproduzione (la soluzione) è primariamente locale; esso nasce dalla sensazione che le risorse si stiano riducendo. In queste circostanze gli individui e le coppie spesso vedono la limitazione delle dimensioni della famiglia come il più probabile percorso verso il successo.
Molti studiosi, antichi e moderni, hanno sempre saputo che le reali dimensioni della famiglia sono connesse molto strettamente al numero di figli che la gente desidera. Paul Demeny, del Population Council, è eccezionalmente chiaro a questo proposito, e l’economista della Banca Mondiale Lant Pritchett asserisce che l’85-90% dei tassi di fecondità reali possono essere spiegati dai desideri dei genitori — non dalla mera disponibilità di contraccettivi. Pritchett scrive che “l’imponente declino della fertilità osservato nel mondo contemporaneo è dovuto quasi interamente all’altrettanto imponente declino del desiderio di fecondità.” Dell’opinione di Paul Kennedy, espressa nel suo libro Preparandosi al XXI secolo, secondo la quale “l’unico mezzo pratico per assicurare un calo nei tassi di fecondità, e quindi nella crescita della popolazione, è l’introduzione di forme di controllo delle nascite economiche ed affidabili”, Pritchett dice: “Non avremmo potuto inventare una affermazione più chiara e articolata del punto di vista che sosteniamo essere sbagliato”.
Progresso e Popolazione
Dati interculturali e storici suggeriscono che la gente ha solitamente limitato le proprie famiglie ad una dimensione coerente con la possibilità di vivere comodamente in comunità stabili. Se lasciate indisturbate, le società tradizionali sopravvivono per lunghi periodi in equilibrio con le risorse locali. Una società dura in parte perché si mantiene entro le capacità di carico del suo ambiente.
Ad ogni modo, la percezione dei limiti che derivano dall’ambiente locale è facilmente neutralizzata da segnali che promettono prosperità. Citando l’ultimo Georg Borgstrom, un riconosciuto scienziato alimentarista e un pluridecorato specialista in economie del Terzo Mondo che morì nel 1989, una pubblicazione del Population Reference Bureau del 1971, spiega:
Una quantità di civiltà, incluse quelle dell’India e dell’Indonesia, “avevano una chiara idea dei limiti dei loro villaggi o comunità” prima che l’intervento straniero corrompesse gli schemi tradizionali. I programmi di aiuto tecnologico… “li indussero a credere che l’adozione di certi avanzamenti tecnologici stava per liberarli da questi vincoli e dalla dipendenza da queste restrizioni”.
L’espansione economica, specialmente se introdotta dall’esterno della società e su larga scala, incoraggia la convinzione che i limiti precedentemente riconosciuti come validi possano essere tenuti in poco conto, che ognuno possa guardare avanti alla prosperità e, come in casi recenti, che si possa contare sull’Occidente come fornitore di assistenza, recupero e come valvola di sfogo per la popolazione in eccesso.
La percezione di nuove opportunità, se dovuta ad avanzamento tecnologico, espansione dei mercati, cambiamenti politici, aiuti esterni, emigrazione verso una terra più ricca o scomparsa di competitori (che se ne vanno o muoiono), incoraggia maggiori dimensioni della famiglia. Le famiglie riempiono avidamente ogni nicchia apparentemente più grande, e le nascite extra e la conseguente crescita della popolazione spesso vanno oltre le reali opportunità.
Crescere oltre il numero sostenibile è una minaccia onnipresente, poiché gli esseri umani prendono spunto dalle opportunità che risultano apparenti nell’immediato, e sono facilmente ingannati dai cambiamenti. Contando su ciò che è prossimo nello spazio o nel tempo, calcoliamo con difficoltà la crescita a lungo termine della popolazione, i limiti all’avanzamento tecnologico futuro e la inesorabile progressione dell’impoverimento delle risorse.
L’apparenza (e la concretezza sul breve periodo) di opportunità in espansione assume varie forme. Negli anni ‘50, la redistribuzione dei terreni in Turchia condusse i contadini precedentemente senza terra ad incrementare significativamente le dimensioni delle loro famiglie. Tra i pastori del Sahel Africano, i pozzi profondi per la captazione dell’acqua trivellati dai Paesi donatori negli anni ‘50 e ‘60 permisero l’allevamento di più grandi mandrie di bovini e greggi di capre, matrimoni più precoci (poiché i prezzi delle spose sono pagati in animali e il numero di capi richiesto divenne più facile da accumulare), e più elevata fecondità. Allo stesso modo, la diffusione della coltivazione della patata in Irlanda nei primi anni del XVIII secolo incrementò la produzione agricola e incoraggiò i contadini a suddividere parte delle proprie fattorie in appezzamenti per i propri figli, i quali per parte loro promossero matrimoni precoci e un incremento esplosivo delle nascite. Ancor prima, tra il VI e il IX secolo, l’introduzione in Europa della staffa, dei finimenti a collare rigido e della ferratura dei cavalli potenziò grandemente la produzione agricola delle pianure settentrionali dell’Europa. Una migliore alimentazione aiutò a condurre l’Europa fuori dal Medio Evo verso la ripresa economica e quindi, tra il 1050 e il 1350 circa, a triplicare la popolazione in Paesi quali l’Inghilterra e la Francia.
L’India offre un altro esempio. La sua popolazione fu quasi stabile dal 400 a.C. a circa il 1600 d.C.. Dopo la fine delle invasioni Mongole, e con l’avvento di nuove opportunità commerciali, la popolazione cominciò a crescere (con un tasso di circa la metà rispetto all’Europa). Più tardi, il commercio Europeo offrì all’India ulteriori opportunità, e la crescita della popolazione accelerò. Decollò letteralmente poco dopo che la nazione si liberò della sua condizione coloniale, nel 1947; l’assistenza da parte dell’URSS, della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale potenziarono la percezione di un futuro prospero, e il tasso di crescita della popolazione continuò ad accelerare fino al 1980 circa.
Movimenti indipendentisti di successo e golpe populisti sono preminenti tra i tipi di cambiamento che portano il messaggio che i tempi sono buoni e stanno migliorando. La Cina cominciò il suo interludio euforico con l’espulsione dei Nazionalisti, nel 1949. Il Comunismo trionfò, e la sua filosofia sosteneva che una nazione grande richiedeva più gente (qualcuno tra i lettori riesce a ricordare uno dei principali motti del nostro Fascismo? Iniziava con “Condizione imprescindibile del primato è il numero…”; ancora una volta, gli estremi coincidono - N.d.T.). Il tasso di fecondità e la dimensione della popolazione partirono a razzo verso l’alto. Una popolazione del territorio principale della Cina che era stimata essere 559.000.000 nel 1949 crebbe fino a 654.000.000 nel 1959, laddove nei precedenti 100 anni di agitazione politica e guerra il tasso medio di crescita della popolazione cinese era stato appena dello 0,3% all’anno. Sia la minore mortalità, sia la accresciuta fecondità contribuirono all’incremento. Judith Banister scrive in La popolazione cinese che cambia: “La fecondità cominciò a crescere verso la fine degli anni ‘40 e era prossima o superiore alle 6 nascite per donna durante gli anni 1952-57, una fecondità maggiore di quella che era stata abituale” nei precedenti decenni. Banister attribuisce l’esplosione demografica cinese alla fine della guerra e alla politica del governo: “La riforma fondiaria del 1950-51 redistribuì la terra ai contadini che ne erano privi e ai fittavoli”.
Cuba ebbe una esplosione demografica quando Fidel Castro spodestò Fulgencio Batista, nel 1959. Castro promise esplicitamente una redistribuzione delle ricchezze e, secondo i demografi S. D’az-Briquets e L. PZ rez, come risposta la fecondità crebbe. D’az-Briquets e L. PZ rez scrivono: “Il fattore principale fu l’incremento delle entrate reali tra i gruppi più svantaggiati portato dalle misure di redistribuzione del governo rivoluzionario. La crescita della fecondità nell’ambito di quasi ogni fascia d’età suggerisce che le coppie videro il futuro come più promettente e sentirono che ora si sarebbero potuti permettere più figli”.
Le popolazioni dell’Algeria, dello Zimbabwe e del Ruanda crebbero rapidamente intorno all’epoca in cui le potenze coloniali partirono. L’Algeria, per esempio, ottenne l’indipendenza nel 1962, e trent’anni dopo il 70% della sua popolazione aveva meno di 30 anni d’età. Lo Zimbabwe ottenne l’indipendenza nel 1980, e subito raggiunse uno dei maggiori tassi di crescita della popolazione del mondo; la crescita venne incoraggiata dal Ministro della Salute, che attaccò la pianificazione familiare come una “congiura del colonialismo bianco” per limitare il potere nero.
A causa dei loro effetti sulle dimensioni della famiglia, i programmi di sviluppo implicanti grandi trasferimenti di tecnologia e di fondi verso il Terzo Mondo sono stati particolarmente dannosi. Questo tipo di aiuto è inappropriato poiché invia il segnale che la ricchezza e le opportunità possono aumentare senza sforzo e senza limiti. Che ne consegua una rapida crescita della popolazione non dovrebbe stupire nessuno. L’Africa, che negli ultimi decenni ha ricevuto tre volte più aiuti dall’estero pro-capite di qualsiasi altro continente, ha ora anche i più alti tassi di fecondità. Durante gli anni ‘50 e ‘60 la fecondità in Africa crebbe — fino a quasi sette bambini per donna — nello stesso momento in cui veniva ridotta la mortalità infantile, cresceva la disponibilità di cure, si diffondeva l’istruzione maschile e femminile e l’ottimismo economico pervadeva sempre più ampi settori della società. Tassi di crescita della popolazione straordinariamente elevati erano nuovi per l’Africa; durante gli anni ‘50 i tassi di crescita della popolazione in America Latina erano stati più alti.
Anche l’immigrazione può influire sulla popolazione mondiale complessiva. Studi relativi all’Inghilterra e al Galles del XIX secolo e alle popolazioni Caraibiche moderne, evidenziano che in comunità già nel pieno di una rapida crescita della popolazione, la fecondità rimane elevata fino a quando esiste la possibilità di emigrare, mentre declina rapidamente nelle comunità prive di questa valvola di sicurezza. E mentre i tassi di fecondità si vanno riducendo nella maggior parte dei Paesi africani, tale tasso resta alto in Ghana (6,2 nascite per donna nel 1993), forse perché una certa emigrazione (l’uno per 1.000 della popolazione) fornisce una valvola di sicurezza per la quantità di popolazione in eccesso. Questo effetto sulla fecondità è coerente con studi indipendenti secondo i quali l’emigrazione accresce le entrate sia tra coloro che emigrano sia tra coloro che rimangono.
In sostanza, è vero, anche se scomodo, che gli sforzi per alleviare la povertà spesso stimolano la crescita della popolazione, così come fa il lasciare aperte le porte all’immigrazione. I sussidi, le ricchezze inattese e la prospettiva di opportunità economiche rimuovono l’immediatezza del bisogno di preservare. I mantra della democrazia, della redistribuzione e dello sviluppo economico innalzano le attese e i tassi di fecondità, incoraggiando la crescita della popolazione e quindi rendendo più ripida una spirale ambientale ed economica discendente.
A dispetto di questo fatto, certi esperti e il pubblico che essi informano, desiderano nonostante tutto credere che i tassi di fecondità siano stati tradizionalmente alti nel mondo intero e si siano ridotti solo nelle nazioni post-industriali o nei Paesi nei quali è disponibile la moderna contraccezione, e che l’esplosione demografica del secondo dopoguerra sia dovuta principalmente alle migliori condizioni di salute e di nutrizione, che portarono a un rapido declino dei tassi di mortalità e ad un leggero, involontario incremento della fecondità. La possibilità che le maggiori dimensioni delle famiglie fossero il risultato del desiderio di avere più figli continua ad essere negato.
Gli esperti in studi sulla popolazione furono i primi ad essere ingannati. Negli anni ‘30 molti demografi predirono un rapido declino della popolazione, poiché la bassa fecondità delle nazioni occidentali industrializzate veniva attribuita allo sviluppo e alla modernizzazione più che al pessimismo endemico dovuto alla Grande Depressione (l’autore sta prendendo a riferimento la storia statunitense - N.d.T.). Continuando a non cogliere il punto, molti non riuscirono a vedere che gli alti tassi di fecondità che si ebbero dopo la Seconda Guerra Mondiale furono la risposta alla percezione di possibilità economiche in espansione. L’esplosione demografica negli Stati Uniti (1947-1961) e la leggermente succcessiva esplosione demografica nell’Europa Occidentale colsero di sorpresa la maggior parte dei demografi.
Il messaggio della penuria
Come succede, gli incontri con la penuria ai quali miliardi di persone sono costretti dai limiti naturali del loro ambiente stanno cominciando a correggere le conseguenze di decenni di percezioni errate. La retorica della modernizzazione, dello sviluppo internazionale e dell’egualitarismo sta perdendo il suo potere di inganno. Man mano che l’Europa si dimostra incapace di alleviare le sofferenze della ex-Iugoslavia, che i Paesi ricchi in generale si dimostrano quasi impotenti nell’aiutare le innumerevoli moltitudini lontane, diviene difficile credere nel recupero. Ora, come è successo molte volte nella storia dell’umanità, la riscoperta dei limiti sta risvegliando le motivazioni a ridurre le dimensioni delle famiglie.
In Irlanda i terreni divennero pochi in relazione alla popolazione in rapida crescita nei primi anni del XIX secolo e, come conseguenza, la fecondità cominciò a ritrarsi verso il basso livello dell’epoca precedente all’introduzione della patata. Nel 1830 i due terzi circa delle donne si sposavano prima dei venticinque anni di età. Nel 1851 solo il 10% di esse si sposava così giovane — un drastico rinvio del matrimonio in risposta alla carestia della patata del 1846-1851. Dopo una breve ripresa, non più del 12% si sposava prima del venticinquesimo anno di età. L’uso di contrarre matrimoni tardivi persistette dal 1890 circa fino alla Seconda Guerra Mondiale. Negli Stati Uniti l’esplosione demografica terminò all’incirca nel momento in cui il mercato del lavoro cominciò ad essere saturo: il tasso di fecondità crollò al di sotto dei livelli di sostituzione dopo lo shock petrolifero del 1973 e molti dei redditi reali degli Americani cessarono di crescere. Nella Cina post-rivoluzionaria l’incremento della popolazione proseguì fino a quando la carestia, non mitigata dagli aiuti degli Occidentali, impose un confronto con i limiti oggettivi. Nel 1979, consapevole delle gravi carenze di beni alimentari, il governo istituì una politica del tipo un-figlio-per-famiglia, portando così a compimento l’evoluzione degli incentivi e dei controlli che riportò la nazione alle restrittive abitudini matrimoniali e riproduttive pre-comuniste. A Cuba l’esplosione demografica ispirata da Castro lasciò il posto a una fecondità al di sotto del tasso di sostituzione quando l’impossibilità del comunismo di fornire la prosperità divenne evidente. Nei Paesi dell’area Orientale, compresa la Russia, la ristrutturazione economica, lo svanire dei sussidi governativi per il consumo e la percezione pubblica di una mortalità infantile in crescita hanno portato a tassi di fecondità minori e hanno creato una tendenza ad evitare la gravidanza.
Nello Zimbabwe, spinto dalla crisi economica dei tardi anni ‘80, il governo cominciò a sostenere la pianificazione familiare. Secondo The Economist, “l’elevato costo del mantenimento di una famiglia numerosa ha aiutato a convincere alcuni uomini dell’importanza del limitarne le dimensioni”. Il tasso di fecondità è in calo tra gli Yoruba in Nigeria, a causa di una combinazione del ritardo nei matrimoni e dell’accettazione della moderna contraccezione. Due terzi delle donne che hanno risposto ad un recente sondaggio hanno detto che “la principale causa alla radice della posposizione del matrimonio e dell’uso della contraccezione per consentirla era l’attuale sitazione economica difficile”.
Anche altrove, la richiesta di una moderna contraccezione è in crescita, e ancora la ragione sembra essere che le coppie percepiscono come economicamente insostenibile un matrimonio precoce e una famiglia numerosa. Nel suo nuovo libro “Masse critiche”, il giornalista George D. Moffett riporta che una madre su due in Messico difese il suo ricorso alla contraccezione davanti al prete di un villaggio spiegando: “Le cose sono difficili, qui. La maggioranza della gente sta attraversando tempi duri. Il lavoro è difficile da trovare”. In modo simile, un lavoratore giornaliero in Tailandia, secondo le parole di Moffett, “avrebbe piacere di avere un figlio in più, ma è consapevole che andrebbe al di là dei propri mezzi”.
Senza la motivazione a limitare le dimensioni della famiglia, la contraccezione moderna è pressoché irrilevante. Per sei anni, negli anni ‘50, un progetto condotto dal ricercatore inglese John Wyon fornì a diversi villaggi dell’India Settentrionale istruzione riguardo alla pianificazione familiare, accesso alla contraccezione e cure mediche. Gli abitanti dei villaggi erano ben disposti nei confronti di chi forniva le cure mediche e della pianificazione familiare, e la mortalità infantile si ridusse notevolmente. Ma il tasso di fecondità rimase altrettanto alto.
Il gruppo di Wyon capì il motivo: gli abitanti dei villaggi apprezzavano le famiglie numerose. Essi erano entusiasti del fatto che ora, con una minore mortalità infantile, potevano avere i sei figli che avevano sempre desiderato. Il ben finanziato progetto di Wyon potrebbe anche avere rinforzato la predilezione per le famiglie numerose, avendo contribuito a rendere possibili i figli in più.
Pensare localmente
L’errore nell’individuazione della causa dell’esplosione demografica ha portato a strategie di nessun peso e a volte addirittura controproducenti nell’aiuto fornito al Terzo Mondo per portare ad un equilibrio le dimensioni della sua popolazione e le risorse disponibili. Nei tardi anni ‘40 e negli impetuosi decenni successivi, il commercio, i movimenti indipendentisti, le rivoluzioni populiste, gli aiuti stranieri e le nuove tecnologie portarono la gente di ogni dove a credere nell’abbondanza e nella fine dei limiti naturali imposti dagli ambienti coi quali essi avevano famigliarità.
Ora è un passo avanti per le nazioni industrializzate, essendo la loro ricchezza diminuita di molto, il ricalibrare e indirizzare gli aiuti con maggiore ristrettezza. La loro ricchezza residua non deve essere sprecata nell’armare fazioni opposte, in una assistenza estera avventata, o nel sostegno alle migrazioni internazionali che impoveriscono e alla fine incattiviscono — fino alla violenza e ad una possibile guerra civile — le popolazioni residenti. Questa necessità di ricalibrazione rattrista molti, ma la precedente liberalità ha fornito un disservizio a ogni Paese individuato come obiettivo per l’indirizzamento verso lo sviluppo.
Con una nuova, informata comprensione delle risposte umane, certi tipi di aiuto rimangono appropriati: micro-prestiti che rafforzano l’imprenditoria di base, dove il successo è sostanzialmente in relazione allo sforzo; e l’assistenza con servizi di pianificazione familiare, non perché la contraccezione sia una soluzione di per sé ma perché la moderna contraccezione è un modo umano per ottenere una famiglia di ridotte dimensioni quando c’è il desiderio di una famiglia di ridotte dimensioni. Questa modesta lista di cose da fare è ancora nelle possibilità dei Paesi industrializzati anche nel momento in cui essi prestano attenzione alle necessità dei sempre più numerosi ranghi dei propri stessi poveri. E non inganna né danneggia involontariamente coloro che sono stati individuati come beneficiari.
L’idea che lo sviluppo economico sia la chiave per mettere un freno alla crescita della popolazione si basa su presupposti e affermazioni che hanno influenzato la politica degli aiuti internazionali per qualcosa come cinquant’anni. Ad ogni modo, questi presupposti non stanno in piedi di fronte ad una analisi storica o antropologica e le politiche che hanno prodotto hanno contribuito a potenziare la crescita della popolazione.
La capacità umana di avere una risposta di tipo adattivo si è evoluta nell’ambito di interazioni faccia-a-faccia. La forza dell’umanità è una rapida risposta agli stimoli ambientali — una risposta che è più probabilmente appropriata quando l’ambiente che conta è quello ravvicinato e locale. L’orizzonte della mente è qui ed ora. I nostri antenati si sono evoluti e hanno dovuto avere successo in piccoli gruppi che si muovevano su territori relativamente piccoli. Essi dovevano riuscire ad avere successo giorno per giorno — o non sarebbero divenuti gli antenati di nessuno. Quindi non è una sorpresa che i segnali che vengono dall’ambiente locale siano fortemente motivanti.
Mettiamo da parte i globalisti. Le soluzioni basate su un mondo unificato non funzionano. Le soluzioni locali, sì. Ovunque la gente agisce secondo la personale percezione dei propri interessi. Le persone sono portate a interpretare i segnali locali per trovare la prossima mossa da fare. In molti Paesi e comunità di oggi, dove le condizioni sociali, economiche e ambientali stanno indubbiamente peggiorando, la domanda per una moderna contraccezione è in crescita, il matrimonio e l’iniziazione sessuale vengono posticipati e le dimensioni della famiglia si stanno riducendo. Gli individui che reagiscono con una bassa fecondità ai segni del raggiungimento dei limiti sono la soluzione locale. C’è da pregare che i venditori di uno sviluppo inappropriato non mettano sottosopra questa situazione.
Copyright © 1994 di Virginia Abernethy. Tutti i diritti sono riservati.
Originariamente pubblicato su The Atlantic Monthly,
Dicembre 1994. Volume 274, n. 6 (pagine 84 - 91).
Traduzione di Carpanix
lunedì 29 giugno 2009
I Verdi e la devastazione del territorio italiano
L' orizzonte mentale dei Verdi in fondo non è diverso da quello del distruttore dell'ambiente, l'uomo occidentale antropocentrico. Essi non amano la campagna, il sacro che è racchiuso in essa, non amano gli olivi per quello che sono. Non hanno occhi nuovi per la natura. Amano gli uomini, le loro esigenze, i loro egoismi di specie.Non dicono nulla sull'eccesso di popolazione umana divoratrice di mondi, guardano a questa immane distruzione del pianeta con gli occhi gelidi della ragione umana, non vedono che l'uomo, non c'è un sentimento nuovo per gli alberi, per gli ulivi, per le antiche tradizioni, per un reale connubio tra quanto di naturale è nell'uomo e quanto di naturale è nel mondo.
domenica 28 giugno 2009
L'assurda fabbrica di figli
Da "La Stampa" dell'8/6/2007
L'assurda fabbrica di figli
di Guido Ceronetti
Quando si tratta di cifre-uomo bisogna squarciare il velo statistico astratto e ficcare lo sguardo nel formicaio, l'uomo è là.
La Cina e l'India, da sole, fanno - già oggi - poco meno di due miliardi e mezzo di esseri umani, attivi e per lo più all'oscuro di tutto come animali ingabbiati. Con Giappone, Indonesia, Vietnam, Taiwan e Pakistan credo che i tre miliardi siano, se non già raggiunti o superati, a un passo. Le religioni in quel crogiuolo sono quasi incalcolabili, ma l'idolatria biologica della famiglia numerosa è comune: il raddoppio, senza che passino molti decenni, è possibile. Il regime cinese, in tutto spietato, ha frenato per un certo tempo le nascite imponendo il massimo di due figli e reprimendo crudelmente il prevalere, che è fenomeno planetario, delle femmine, e tuttavia i disciplinati cinesi hanno aggiunto al loro miliardo altri trecento milioni. L'India, per democrazia, ha fatto grandi sforzi non coercitivi (ci sono, o c'erano, addirittura associazioni di sterilizzati volontari, ai quali probabilmente si danno premi di Stato).
Resta che, da quelle regioni del povero mondo materiale lo Spermatozoo sempre più dilagherà come un immenso incandescente magma di vita produttrice quasi esclusivamente di consumazione e di distruzione. Guardarsi dal lodare scioccamente la loro industrializzazione: è ben più disumana di quella, terribile, dell'Inghilterra vittoriana, che produceva come nocciolini stracci d'uomini malati a morte, e il loro grado d'inquinamento è una minaccia per la vita di tutti. O cercare di pensare - o rischiare d'impazzire.
Intervistato a New York da «La Stampa» Giovanni Sartori, che con Alberto Ronchey è, credo, il quasi unico politologo in Italia che batte il chiodo dell'eccesso di popolazione con autentica percezione della gravità primaria del problema demografico, accennava a possibili misure coercitive su larga scala come soluzione - anche in Africa, in Sudamerica... Ma, da perfetto razionalista, Sartori si rifiuta di ammettere che qui Malthus suona la resa e che l'esplosione demografica non ha soluzione razionale. Le più dure misure di coercizione non hanno fermato la crescita cinese: avendo scoperto l'invecchiamento, la Cina deve rassegnarsi e presto cercherà, tragicamente, il suo lebensraum in terre africane decimabili ulteriormente da siccità e carestie (più la guerra permanente). E a dire tragico evochiamo l'estremo, tra il fisico e le ombre ctonie, del pensare umano: nel tragico l'insolubilità è cittadina sempre, la razionalità risolutrice no. Gli stessi Stati Uniti perdono sempre più spazio per la follia della loro famiglia-tipo di almeno quattro figli, e per il tranquillo, serafico coniglismo dei coloured e dei portoricani, mentre dal Rio Grande che cosa gli arriva? Malthus in carrozza?
Mi dicevano di una prostituta nera che, in una farmacia di Torino, chiedeva «medigina ber non fare gente»: lei sola, forse, povera bambina, a preoccuparsi del problema in tutto il suo continente, per igiene propria, però. Nella Cina antica, in regioni dove l'aut-aut era tra nascite di troppo o epidemie di fame, le levatrici praticavano il pestaggio a morte dei pancini gonfi: il rimedio della «Modesta proposta» di Swift per i neonati irlandesi in eccesso è addirittura un po' meno raccapricciante. Emanuele Severino, ragionando su questo, osservava che l'Occidente, una volta che la nube migratoria da Oriente e da Sud gli oscurasse il cielo, risolverebbe la cosa con l'atomica. Fortunatamente né Sartori né io vedremo sorgere la glooming peace di un simile giorno del crimine umano.
Noi qui non riusciamo a immaginare noi stessi così pigiati (solo cartoline dai viaggi: «Ah le folle, sapessi... dormono ammucchiati per strada... autobus che scoppiano... miasmi...») eppure abbiamo i ghetti etnici e i rifugi dei clandestini che prefigurano la densità futura e dove nessuno pone limiti allo spermatozoo di bandiera. E vediamo le immagini di città del mondo inaccessibili ad ogni pensare di plausibile esistere umano, deliranti di brutto, che bisogna, pensando, non dissociare dall'ipertrofia delle nostre, dal deteriorarsi di tutto nei maggiori concentramenti urbani, perché il troppo pieno, negli spazi d'Italia più abitati, è presente già, e da tempo gli architetti urbanisti ammoniscono e fanno piani.
Nell'Italia sconquassata del 1945 (abitanti 39 milioni e mezzo: un censimento ideale da non superare) l'esplosione dei rifiuti a Napoli e la penosità dell'alloggiare sarebbero stati impensabili. Oggi siamo quasi venti di più (censiti) e l'Insolubile urbano è Hannibal ad portas.
E poiché il mare tutto quanto cambia per una pietra, e se non vogliamo aggiungere lavoro all'impazienza dell'angelo sterminatore, prima d'introdurre anche un solo essere tra i sette miliardi raggiunti e inarrestabili, in qualunque luogo siamo, e pur distantissimi dai duecento milioni che brulicano lungo il Gange meridionale, la cui onda sacra è ormai un sorso di peste pura, chi abbia un'intelligenza e un'etica deve rifletterci. La mia personale politica della famiglia è molto lontana dal coro.
L'assurda fabbrica di figli
di Guido Ceronetti
Quando si tratta di cifre-uomo bisogna squarciare il velo statistico astratto e ficcare lo sguardo nel formicaio, l'uomo è là.
La Cina e l'India, da sole, fanno - già oggi - poco meno di due miliardi e mezzo di esseri umani, attivi e per lo più all'oscuro di tutto come animali ingabbiati. Con Giappone, Indonesia, Vietnam, Taiwan e Pakistan credo che i tre miliardi siano, se non già raggiunti o superati, a un passo. Le religioni in quel crogiuolo sono quasi incalcolabili, ma l'idolatria biologica della famiglia numerosa è comune: il raddoppio, senza che passino molti decenni, è possibile. Il regime cinese, in tutto spietato, ha frenato per un certo tempo le nascite imponendo il massimo di due figli e reprimendo crudelmente il prevalere, che è fenomeno planetario, delle femmine, e tuttavia i disciplinati cinesi hanno aggiunto al loro miliardo altri trecento milioni. L'India, per democrazia, ha fatto grandi sforzi non coercitivi (ci sono, o c'erano, addirittura associazioni di sterilizzati volontari, ai quali probabilmente si danno premi di Stato).
Resta che, da quelle regioni del povero mondo materiale lo Spermatozoo sempre più dilagherà come un immenso incandescente magma di vita produttrice quasi esclusivamente di consumazione e di distruzione. Guardarsi dal lodare scioccamente la loro industrializzazione: è ben più disumana di quella, terribile, dell'Inghilterra vittoriana, che produceva come nocciolini stracci d'uomini malati a morte, e il loro grado d'inquinamento è una minaccia per la vita di tutti. O cercare di pensare - o rischiare d'impazzire.
Intervistato a New York da «La Stampa» Giovanni Sartori, che con Alberto Ronchey è, credo, il quasi unico politologo in Italia che batte il chiodo dell'eccesso di popolazione con autentica percezione della gravità primaria del problema demografico, accennava a possibili misure coercitive su larga scala come soluzione - anche in Africa, in Sudamerica... Ma, da perfetto razionalista, Sartori si rifiuta di ammettere che qui Malthus suona la resa e che l'esplosione demografica non ha soluzione razionale. Le più dure misure di coercizione non hanno fermato la crescita cinese: avendo scoperto l'invecchiamento, la Cina deve rassegnarsi e presto cercherà, tragicamente, il suo lebensraum in terre africane decimabili ulteriormente da siccità e carestie (più la guerra permanente). E a dire tragico evochiamo l'estremo, tra il fisico e le ombre ctonie, del pensare umano: nel tragico l'insolubilità è cittadina sempre, la razionalità risolutrice no. Gli stessi Stati Uniti perdono sempre più spazio per la follia della loro famiglia-tipo di almeno quattro figli, e per il tranquillo, serafico coniglismo dei coloured e dei portoricani, mentre dal Rio Grande che cosa gli arriva? Malthus in carrozza?
Mi dicevano di una prostituta nera che, in una farmacia di Torino, chiedeva «medigina ber non fare gente»: lei sola, forse, povera bambina, a preoccuparsi del problema in tutto il suo continente, per igiene propria, però. Nella Cina antica, in regioni dove l'aut-aut era tra nascite di troppo o epidemie di fame, le levatrici praticavano il pestaggio a morte dei pancini gonfi: il rimedio della «Modesta proposta» di Swift per i neonati irlandesi in eccesso è addirittura un po' meno raccapricciante. Emanuele Severino, ragionando su questo, osservava che l'Occidente, una volta che la nube migratoria da Oriente e da Sud gli oscurasse il cielo, risolverebbe la cosa con l'atomica. Fortunatamente né Sartori né io vedremo sorgere la glooming peace di un simile giorno del crimine umano.
Noi qui non riusciamo a immaginare noi stessi così pigiati (solo cartoline dai viaggi: «Ah le folle, sapessi... dormono ammucchiati per strada... autobus che scoppiano... miasmi...») eppure abbiamo i ghetti etnici e i rifugi dei clandestini che prefigurano la densità futura e dove nessuno pone limiti allo spermatozoo di bandiera. E vediamo le immagini di città del mondo inaccessibili ad ogni pensare di plausibile esistere umano, deliranti di brutto, che bisogna, pensando, non dissociare dall'ipertrofia delle nostre, dal deteriorarsi di tutto nei maggiori concentramenti urbani, perché il troppo pieno, negli spazi d'Italia più abitati, è presente già, e da tempo gli architetti urbanisti ammoniscono e fanno piani.
Nell'Italia sconquassata del 1945 (abitanti 39 milioni e mezzo: un censimento ideale da non superare) l'esplosione dei rifiuti a Napoli e la penosità dell'alloggiare sarebbero stati impensabili. Oggi siamo quasi venti di più (censiti) e l'Insolubile urbano è Hannibal ad portas.
E poiché il mare tutto quanto cambia per una pietra, e se non vogliamo aggiungere lavoro all'impazienza dell'angelo sterminatore, prima d'introdurre anche un solo essere tra i sette miliardi raggiunti e inarrestabili, in qualunque luogo siamo, e pur distantissimi dai duecento milioni che brulicano lungo il Gange meridionale, la cui onda sacra è ormai un sorso di peste pura, chi abbia un'intelligenza e un'etica deve rifletterci. La mia personale politica della famiglia è molto lontana dal coro.
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