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mercoledì 9 marzo 2016

Il boicottaggio degli scienziati americani

I malthusiani americani hanno una lunga storia che ha contribuito alla formazione di un vasto movimento ecologista soprattutto a partire dagli anni ‘60. Le pubblicazioni di Stephanie Mills contenenti le prime denuncie del problema sovrappopolazione risalgono agli inizi degli anni 60. The Population Bomb di Paul Ehrlich è del 1968. Ehrlich poneva in risalto in modo chiaro nel suo libro che la sovrappopolazione non era solo un problema di discrepanza tra numero di umani e disponibilità di cibo –come i più ritenevano allora- ma sul fatto che la sovrappopolazione era all’origine del degrado ambientale e del collasso degli ecosistemi, e che sarebbe stata la causa di problemi epocali che avrebbero comportato la morte di milioni di persone e la povertà di intere popolazioni di vaste zone del pianeta. In maniera preveggente sia Ehrlich che Mills allertavano contro il rischio che un mancato controllo delle nascite avrebbe portato ad alterazioni irreversibili ambientali e climatiche e alla migrazione di vaste masse di popolazioni alla ricerca di sostentamento e di migliori condizioni di vita. Agli inizi il movimento ebbe l’appoggio della politica e della opinione pubblica. Il Presidente Lyndon Johnson nel suo discorso sullo Stato dell’Unione del 1965 allertò sul fatto che “ la crescita esplosiva della popolazione mondiale” avrebbe portato all’esaurimento di molte risorse e sarebbe stata all’origine di problemi mondiali mai visti prima. Nel luglio del 1968 un editoriale del New York Time parlava di “ una esplosiva crescita della popolazione mondiale che minacciava di spingere gran parte del mondo in una povertà senza speranza e nel caos politico ed economico”. Nel 1969 il Presidente Richard Nixon dichiarava al Congresso: “ Population growth is one of most serious challenges to human destiny in the last third of this century”.
Negli anni successivi la situazione è cambiata profondamente, il movimento maltusiano è stato silenziato politicamente e culturalmente, sia per l’influenza dei movimenti religiosi di destra che del pensiero politicamente corretto della sinistra liberal che vedeva nel movimento contro la sovrappopolazione un potenziale endorsement a chiusure reazionarie e xenofobe. Soprattutto ha contato però la discesa in campo dei grandi interessi finanziari e del commercio globale i quali vedevano nell’aumento della popolazione sia americana che planetaria l’occasione per diminuire i costi del lavoro e per assicurare l’aumento costante del Pil, dei consumi, degli scambi commerciali e degli affari internazionali. Oggi il problema è silenziato sia nei media che nelle istituzioni, nelle università e nelle scuole di ogni grado. I partiti politici si guardano bene di affrontare il tema demografico. Siamo giunti addirittura al boicottaggio diretto. Parlare di sovrappopolazione è praticamente vietato nel paese di Mills e di Ehrlich che ha originato la rinascita del movimento ambientalista su basi malthusiane. Sebbene le previsioni del movimento si siano realizzate con il disastro ambientale che abbiamo sotto gli occhi, il riscaldamento climatico, la distruzione delle foreste, le migrazioni epocali, le guerre e la crisi economica globale, il boicottaggio contro coloro che parlano di sovrappopolazione prosegue sempre più forte. Negli ultimi quattro anni tre diverse ONG americane incentrate sul problema della esplosione demografica hanno cercato di avere stand degli espositori alle riunioni della the American Association for Advancement of Science –AAAS- (Società che edita la prestigiosa rivista “Science”). Tutte sono state rifiutate. Sulla rivista di punta della Associazione sono stati regolarmente rifiutati contributi da parte di ONG come I “Californiani per la stabilizzazione della popolazione” o come “Population Institute of Canada” sul tema della crescita eccessiva della popolazione mondiale come primo problema ambientale e di sostenibilità ecologica. Se questo fosse accaduto per qualsiasi altra associazione su qualsiasi altro argomento, da parte degli scienziati si sarebbe urlato a squarciagola contro l’attentato alla libertà di pensiero e alla conoscenza. Le battaglie di questi anni contro l’esplosione demografica e i boicottaggi subiti hanno condotto tuttavia, per reazione, alla formazione di nuove associazioni sensibili al problema tra cui l’importante organizzazione SEPS (Scientists and Environmentalists for population Stabilization). SEPS si batte denunciando non solo le questioni demografiche ma anche il problema della censura dei movimenti malthusiani da parte di alcune associazioni scientifiche. Anche per la riunione di Washington del 2016 la AAAS ha rifiutato lo stand della SEPS con pretesti in malafede e sconcertanti. Il CEO della AAAS Rush Holt ha affermato che gli stand sono stati rifiutati per “divergenze sulla missione, obiettivi e azioni” della propria organizzazione con quelli della SEPS. Cosa sta dunque causando tutto questo timore da parte della AAAS che porta a censurare le iniziative della SEPS? Vediamo quale è la missione della SEPS riportata nel suo statuto: “La nostra missione è quella di migliorare la comprensione all’interno delle comunità scientifiche, educative ed ambientali degli Stati Uniti, della realtà della sovrappopolazione e le sue conseguenze sociali, economiche e ambientali sia a livello nazionale che globale. Noi sosteniamo la stabilizzazione della popolazione degli Stati Uniti, seguita dalla sua progressiva riduzione ad un livello sostenibile per le risorse ambientali ed umane, senza mezzi coercitivi”.
I temi portati avanti della SEPS sono incentrati sugli Stati Uniti in quanto: “le nostre politiche demografiche sono così poco efficienti e poco seguite che non abbiamo titolo per consigliare strategie o interferire nella politica demografica di altre nazioni”. Per gli Stati Uniti, SEPS sostiene un ritorno a livelli moderati di immigrazione (come hanno fatto molte altre organizzazioni non governative, commissioni nazionali del passato, politici e scienziati ambientali), incentivi fiscali per le piccole famiglie (non più di due figli), e libero accesso ai servizi di consulenza e di pianificazione familiare. Vengono sostenute anche politiche economiche americane e globali basate sulla attenzione alla ecologia, ad una prosperità che non dipenda più dall’aumento continuo generazione dopo generazione del Pil e del numero di lavoratori-consumatori e di contribuenti. Questi temi, essendo boicottati dai media e dalla stampa mainstream, vengono portati avanti ricorrendo alla informazione diretta con convegni mirati e con stand organizzati presso le principali riunioni delle società scientifiche e culturali americane. Gli stand che propone la società sono semplici, con display grafici, libri sul tema, monitor che riproducono pochi importanti articoli, opuscoli che chiariscono il problema sovrappopolazione. Si organizzano inoltre dibattiti su libri ambientalisti in uscita, e discussioni sul tema sovrappopolazione tra studenti, professori, ricercatori ed altri.
Che cos’è dunque che fa tanta paura da far boicottare questa e le altre associazioni che denunciano il problema demografico? Eppure i giovani sono interessati, tra coloro che si avvicinano agli stand molti dicono di essere consci del problema, ma di non averne mai sentito parlare. Quasi tutti coloro che sono iscritti a corsi di laurea o master in ecologia riferiscono che “Questi argomenti non sono trattati nel mio corso” e non sono mai stati trattati sia in maniera ufficiale che non ufficiale in altri corsi o altri tipi di scuole. Molti ex studenti e professionisti dichiarano di essere contenti che finalmente si affronti il tema e domandano: “Ma dove siete stati in questi ultimi trent’anni? Grazie per mettere questi temi sul tavolo”. Ciò nonostante alle riunioni dell’AAAS, la più importante associazione degli scienziati americani, il tema è tabù, le bocche sono cucite, e appena si accenna al tema si cambia argomento e si fa finta di niente. Semplicemente il tema non esiste. La sovrappopolazione non è un problema secondo gli scienziati americani, né per gli Stati Uniti né per il mondo. La pressione antropica non esiste. Tutto si riduce ad un problema di consumi, a spostare sulle rinnovabili le fonti energetiche e a fottersene se la popolazione mondiale raggiungerà in pochi anni gli undici o i quindici miliardi. Secondo la più importante associazione degli scienziati americani questo fatto non avrà nessun impatto ambientale sul pianeta. Le organizzazioni per la stabilizzazione della popolazione hanno chiesto un consiglio indipendente di inchiesta che faccia luce sulle ragioni del boicottaggio e sui motivi reconditi di questo comportamento dell’AAAS. Altre associazioni scientifiche hanno assicurato appoggio agli ambientalisti che si occupano di sovrappopolazione, ma sono ancora minoranza. La lotta per la coscienza e la conoscenza del problema demografico prosegue. (Fonte: il sito della Associazione "Californians for Population Stabilization"- riportato da Prof. Stuart Hurlbert).

sabato 27 febbraio 2016

La versione di Magdi

Ho ascoltato alcuni giorni fa una conferenza del giornalista italo-egiziano Magdi Allam per la presentazione del suo nuovo libro "Islam siamo in guerra". Allam parla di una terza guerra mondiale in cui il terrorismo islamico sta portando una minaccia mortale alla civiltà occidentale minata già nei suoi valori da una crisi economica devastante, da una perdita di valori in atto ormai da decine di anni e da una crisi demografica che potenzialmente potrebbe spopolare l'Europa (se non ci fosse il fenomeno immigratorio). Dice il giornalista parlando del nostro paese:
"Sul fronte demografico l'Istat ci informa che la differenza tra nascite e morti ha fatto registrare nel 2014 un saldo negativo di quasi 100.000 unità, che segna un picco mai raggiunto nel nostro paese dal biennio 1917-1918, negli anni della Prima guerra mondiale: E' come se fossimo usciti dalla Grande Guerra. Con la popolazione a crescita zero, il calo demografico è compensato solo dal flusso migratorio. L'invecchiamento della popolazione ha fatto salire l'età media a 44,4 anni. L'Italia corre ai ripari allargando le maglie della cittadinanza, concedendola a 130.000 stranieri nel 2013. Ma è del tutto ovvio che di questo passo la popolazione autoctona declinerà sempre di più, mentre aumenteranno gli immigrati che sono in prevalenza musulmani."
Magdi, da ex musulmano, vede nello stanziarsi di grandi masse musulmane in europa un pericolo grave per il futuro della nostra civiltà. La religione musulmana, afferma, è intrinsecamente violenta e sopraffattrice. Il loro Profeta Maometto era un predone che ricorreva alle armi e alle uccisioni per convertire e conquistare; "partecipò personalmente alla decapitazione di più di 600 ebrei della tribù Quraiza catturati a Medina" secondo quanto riferiscono i loro stessi testi sacri sulla biografia di Maometto (Sura). I musulmani utilizzano le democrazie occidentali ed in particolare Europee per infiltrarsi liberamente nelle nostre società e quindi prenderne il potere anche in virtù della forte immigrazione e dei tassi di natalità. Per la differenza demografica tra le nostre società e le nazioni musulmane abbiamo oggi in Europa (un continente di quasi 500 milioni di abitanti) solo 80 milioni di giovani, mentre nelle coste del nord africa e nei territori del medio oriente si affollano 350 milioni di giovani (solo l'Egitto ha 60 milioni di giovani). Mentre i nostri giovani, inoltre, sono demotivati, senza valori in cui credere, privi di entusiasmo, assolutamente alieni da idee di lotta e di conquista, abbiamo invece da parte dei giovani di religione musulmana forti motivazioni, un credo assoluto che li rende compatti al di la delle differenze nazionali di provenienza, fortemente combattivi e volenterosi di una rivalsa verso coloro che considerano ex conquistatori e responsabili della loro arretratezza. Sono inoltre cementati da un forte odio religioso inculcato nelle moschee. Attenzione, avverte Allam, questo non riguarda, come dicono molti in occidente, solo i terroristi, ma è una ideologia diffusa tra milioni e milioni di giovani arabi e musulmani. Ad esempio il movimento dei fratelli musulmani, considerato un interlocutore moderato da molti governi in Europa, avverte il giornalista, è invece un movimento che è ideologicamente orientato alla sopraffazione e alla conquista dell'occidente democratico con l'obiettivo della conquista del potere in Europa e poi nel mondo intero.La condanna dell'IS da parte di molte autorità religiose islamiche è più apparente, per dissimulazione, che reale; le voci di denuncia delle violenze sono deboli e la cultura religiosa diffusa vede invece con simpatia e favore l'espansione delle milizie jhadiste. Corollario di questa visione di Allam è la sua conclusione: l'Occidente deve tornare a crescere demograficamente favorendo la famiglia tradizionale, e tornare a credere nei valori del laicismo e della democrazia basati su leggi forti che escludano la tolleranza verso chi vuole affermare il proprio credo e la propria cultura con la violenza. Magdi se la prende con Papa Francesco che considera in preda ad un relativismo di valori che lo porta a favorire l'immigrazione massiccia e la costruzione nel nostro paese di sempre nuove moschee. A conferma della subalternità della Chiesa Cattolica all'Islam il giornalista ha ricordato che Papa Benedetto XVI è stato costretto alle dimissioni dalle violente reazioni del mondo musulmano dopo il suo storico discorso di Ratisbona in cui aveva condannato l'Islam come affetto da espansionismo violento riportando le parole dell'Imperatore Bizantino Manuele II Paleologo. Qualcuno è intervenuto dalla platea affermando che la cosidetta violenza che si trova nel Corano, come ad esempio l'incitamento ad uccidere gli infedeli, deve essere contestualizzata e interpretata non alla lettera ma alla stessa maniera di come alcune scene violente riportate dalla Bibbia sono reinterpretate dal cristianesimo. Il giornalista ha risposto che l'Islam non prevede una interpretazione del testo sacro, in quanto a differenza della Bibbia che riporta racconti ispirati in vari scrittori dalla divinità e quindi passibili di esegesi, il Corano è "parola di Dio" fattasi libro (Incartata, dice Allam, riprendendo l'idea della Incarnazione di Dio in Cristo) e non può essere soggetta ad alcuna interpretazione ma solo rispettata e adorata, pena l'apostasia che secondo tutte le maggiori autorità religiose islamiche continua a comportare la morte giustificata da loro sentenze (Fatwe). Un altro interlocutore, appartenente alla vasta schiera dei politicamente corretti, ha fatto notare che la predicazione di Allam contro l'immigrazione libera contrasta con il nostro essere Italiani, un paese che ha prodotto in passato milioni di migranti soprattutto verso le americhe. Ovviamente e giustamente qui Allam ha avuto gioco facile nel rispondere che mentre la nostra emigrazione era diretta in paesi ad esempio come gli Strati Uniti di giovane formazione e in pieno sviluppo economico, ricchissimi di spazi sconfinati, spopolati e tutti da costruire praticamente dal nulla, l'immigrazione diretta in Italia ed Europa sono movimenti di masse umane gigantesche verso paesi in fase post-industriale, in piena crisi economica, privi di crescita, sovrappopolati, completamente cementificati e urbanizzati, avviati ad un disastro ambientale e con un inquinamento da attività antropiche che ha raggiunto livelli da megalopoli cinesi o indiane.
Sono uscito dalla conferenza un po' preoccupato e un po' perplesso. Preoccupato per l'effettiva crisi generale della nostra civiltà che fino agli anni 60 del novecento ci sembrava in espansione e in continuo progresso. I pericoli di un mondo sovrappopolato, multiculturale e multietnico, pieno di potenziali conflitti, senza più una guida politica e dove gli unici poteri rimasti sono quelli della grande finanza speculativa, sono davanti ai nostri occhi e talmente evidenti che possiamo solo consatarli senza avere i mezzi reali per contrastarli. La mia perplessità riguarda invece le posizioni di Magdi Allam sul problema demografico. Il suo richiamo alla necessità di una maggiore natalità da parte di Italiani ed Europei autoctoni, anziché contrastare la sostituzione delle nostre popolazioni da parte degli immigrati rischia di portarci al collasso generale di una terra che non può tollerare un ulteriore aumento della pressione antropica e della cementificazione. C'è poca differenza se a distruggere il nostro poco suolo residuo saranno gli immigrati e i loro discendenti o noi stessi. Se a finire di inquinare l'aria e le acque e a distruggere le ultime foreste saremo noi o saranno i musulmani immigrati. In questo senso la distruzione della terra non ha differenza di razze né di culture, ma è antropica in senso lato. Mi sembra che Magdi Allam riduca il problema ad uno scontro tra religioni o tra religione e laicismo e non colga la profondità del problema. Non è che l'Occidente -anche quando era potente in piena espansione- avesse portato la Terra ad essere un giardino di delizie, tutt'altro. I principali inquinatori del pianeta fino a pochi anni fa appartenevano alla civiltà occidentale, e solo da pochi anni sono stati superati dalla Cina. Rispondere all'esplosione di natalità araba e africana con un aumento della natalità nostrana ha il sapore del detto biblico "muoia Sansone con tutti i filistei". Magdi si muove ancora all'interno della visione antropocentrica, in cui il conflitto è tra religione e religione, tra laicismo e ideologie. Mentre la verità è che il conflitto riguarda ormai la tracotanza umana e l'appartenenza alla natura: è la presenza umana sul pianeta che si contrappone a tutte le altre specie viventi e altera il significato stesso della vita sulla Terra.

sabato 6 febbraio 2016

La traslazione della salma

"I Cristiani sono adoratori di morti e di reliquie" (Giuliano l'Apostata, Imperatore)
Dal giornale La Stampa: "Questa mattina, ha raccontato il cappuccino Francesco Colacelli in video-collegamento con la Filmoteca vaticana, la salma del Santo è stata trasportata con «rito breve e semplice» dalla chiesa inferiore, dove è stata sistemata dal 2010, alla chiesa superiore del santuario nel foggiano. Il corpo di padre Pio è stato sistemato in una urna sul cui basamento è stata iscritta una frase cara al frate: «Con te io sia per il mondo Via, Verità e Vita e per te sacerdote santo, vittima perfetta». Per «evitare danni» che potrebbero essere causati da «vibrazioni e sollecitazioni» durante il trasporto da San Giovanni Rotondo a Roma, ha precisato Colacelli, la reliquia è stata accomodata su «materassini ammortizzanti» e sulla prima teca è stata posta una seconda teca per evitare ogni contatto con l’esterno. La traslazione verso Roma su un «mezzo furgonato», la cui sicurezza viene assicurata anche dalla prefettura di Foggia, inizierà domani mattina, e le spoglie di padre Pio sono attese in giornata nella basilica di San Lorenzo fuori le Mura. Il giovedì 4 febbraio è previsto il suo spostamento nella basilica di San Lorenzo fuori le Mura. Venerdì 5 alle 16, infine, una processione porterà padre Pio alla basilica di San Pietro in Vaticano, dove resterà fino alla mattina dell’11 febbraio, quando farà rientro nel suo santuario pugliese. "
La mia vuol essere una semplice descrizione antropologica di un episodio che getta luce su una umanità concentrata su se stessa, chiusa in "una teca" dove percepisce solo i propri bisogni, che nomina a propria divinità e idolatra un cadavere, che si muove e si emoziona non per le sorti del pianeta che sta distruggendo, ma per le apparenze di una mummia di cui si temono le pericolose "vibrazioni". Lo spettacolo, antropologico dicevo, di migliaia e migliaia di persone provviste di intelletto che si affollano e si sobbarcano immense fatiche per "vedere" la salma o, magari, riuscire a toccare la bara con la sua doppia teca. Un affollamento e una genuflessione dinanzi al nulla, al nichilismo di una salma che rappresenta in maniera plastica il nichilismo di masse di umani il cui destino è giustamente l'autodistruzione insieme ad un pianeta malato. Se qualcuno vuol capire cosa sia l'antropocentrismo non ha che da venire a Roma in questi giorni ed assistere a questo triste spettacolo. Ripeto, qui si sta parlando solo dal punto di vista antropologico. Non voglio discutere del fenomeno "Padre Pio" di cui non mi interessa nulla. Non un ateo, ma un eminente religioso come Agostino Gemelli, ebbe a definire il personaggio un impostore. Ma di questo non voglio discutere, non mi interessa. Quello che mi fa capire come questa umanità sia profondamente malata e avviata alla catastrofe è l'assurdità di questa riverenza e folle adorazione per una mummia incerata e la completa dimenticanza, la assoluta cecità con cui non si vuol vedere quello che accade alla natura, all'ambiente, alle specie viventi, alle foreste, ai paesaggi di questo disgraziato pianeta. Dietro questa apparente retorica della spiritualità, l'episodio della traslazione della salma di questo frate nasconde un'estrema materialità che porta di fatto a idolatrare il corpo come un feticcio, a farne un idolo da sottrarre alla naturale trasformazione della morte che ne consente il rientro nel grande ciclo della natura. Si adora il nulla e si disprezza la vita, le piante, gli animali e i luoghi e tutto ciò che rappresenta il sacro, l'apparire di una trascendenza che da un senso a tutto ciò che esiste. Questa umanità che si aggrappa ad una teca che contiene un proprio esemplare mummificato e poi continua a distruggere tutta la bellezza della natura da cui proviene e da cui trae il senso della propria vita, merita in pieno forse la propria fine.

venerdì 29 gennaio 2016

Il Virus Zika e la sovrappopolazione

IL 26 gennaio 2016 L'Organizzazione Mondiale della Sanità ha diffuso l'allarme: il virus Zika si sta diffondendo in maniera esplosiva. L'epidemia, iniziata nel maggio 2015 riguarda ormai 21 paesi delle Americhe con casi in aumento anche in Europa ed Africa. Si ritiene che il virus sia originario della foresta di Zika, in Uganda, da cui prende il nome e che abbia interessato in origine popolazioni di scimmie. Da allora si sa che ha provocato piccole epidemie sporadiche in alcune regioni africane e del sudest asiatico. Invece in Brasile, per motivi ancora oscuri, subito dopo il suo arrivo avrebbe contagiato un milione e mezzo di persone. Non esiste ancora alcun vaccino. Sembra che il virus, nel caso infetti donne in gravidanza, possa causare microcefalia o morte del feto. In Brasile in quattro mesi ci sono stati ben 3500 casi di microcefalia. I ricercatori hanno trovato il virus nei feti con microcefalia morti in utero o poco dopo la nascita. Il virus che in origine veniva trasmesso solo dalla Aedes Aegypti (che trasmette anche il virus della Dengue e Chikungunya ) viene purtroppo trasmesso ora anche dalla zanzara tigre che è molto più diffusa. Quali sono le cause della diffusione di questo virus che probabilmente per secoli era confinato alle popolazioni di scimmie delle foreste africane? La risposta è semplice, anche se nessuno lo dice: l'esplosione demografica umana che ha portato alla distruzione delle foreste, alla convivenza stretta con le popolazioni di scimmie che albergavano il virus e alla mobilità mondiale delle persone portatrici del virus. E' così accaduto che il virus avesse facile presa su individui completamente privi di difese immunitarie verso una malattia che in precedenza era relegata a foreste inabitate e lontane decine di migliaia di chilometri. Siamo in presenza di un altro effetto epidemico dovuto alla eccessiva crescita della popolazione umana a discapito dell'ambiente naturale e dell'habitat di altre specie. Margaret Chan, la direttrice generale dell'Oms, si è detta preoccupata del fatto che il virus si sia diffuso così velocemente : sono tra i tre e i quattro milioni le persone che potrebbero essere contagiate, secondo gli esperti dell’Oms. La preoccupazione riguarda anche l’imminenza delle Olimpiadi di Rio de Janeiro, in programma nell’estate del 2016. Insieme all'aumento dei casi di Dengue, Chikungunya, Febbre Gialla, Poliomielite, Tbc resistente alla terapia, e la recente epidemia di Ebola, anche il virus Zika fa parte della nuova situazione delle epidemie ed endemie successive alla accelerazione dell'esplosione demografica della specie umana degli ultimi decenni e che già in precedenza si era evidenziata con la diffusione dell'Hiv.

mercoledì 13 gennaio 2016

Allarme dei demografi: in Italia culle vuote

Dal sito di Repubblica:
"E' solo una soglia psicologica, ma averla superata in negativo rappresenta comunque l'ennesima spia dei problemi demografici italiani. Nel 2015, stando alle stime sui dati Istat, nel nostro Paese saranno nati per la prima volta meno di 500mila bambini. Si tratta di un nuovo record negativo, non si era mai arrivati così in basso. Salvo incrementi inaspettati e difficilmente ipotizzati negli ultimi mesi dell'anno scorso, per i quali i dati non sono ancora disponibili, le nascite dovrebbero fermarsi sotto le 490mila, contro le 509mila dell'anno precedente. Dopo l'impennata delle morti rispetto al 2014, ecco un altro dato dell'istituto di statistica che fa preoccupare gli esperti. Nei primi otto mesi dell'anno appena concluso, in Italia sono nati 319mila bambini, stando ai dati preliminari pubblicati sul suo sito dall'Istat, e la proiezione racconta di un nuovo calo, ormai il settimo consecutivo per il nostro Paese. Il dato avrà "conseguenze nefaste sull'invecchiamento della popolazione e sull'economia. Un paese con pochi giovani ha una domanda debole e un'economia stagnante e rischia di precipitare nella spirale senza uscita della "stagnazione secolare"", afferma sul sito specializzato Neodemos il demografo Marcantonio Caltabiano, dell'Università di Messina. Mancano ancora dati più dettagliati, ma dalle prime stime pare essere confermata la frenata della spinta alla natalità da parte degli immigrati. Il mese nel quale è stato registrato il maggiore calo tra il 2015 e il 2014 è gennaio. I nati sono passati da 44.969 a 41.862. Se si considera che nello stesso mese c'è stato un picco anche di decessi (65.301 contro 59.171 del 2014), si è avuto un cosiddetto "saldo naturale" di -23.439, superiore di circa 10mila unità rispetto al già negativo anno precedente. Il tutto in 30 giorni. I numeri sul calo delle nascite che continuano a scendere preoccupano i demografi. Dalla Regioni intanto arrivano conferme ai dati preliminari dell'Istat. Andando ad osservare le schede di dimissione ospedaliera, Emilia Romagna e Toscana, ad esempio, hanno osservato un calo delle nascite compreso tra il 3 e il 5%, quindi in linea con il dato nazionale. Riguardo alle cause, ci sono più fattori. Intanto lo stesso invecchiamento della popolazione ha ridotto il numero di donne giovani, tra quelle in età fertile, rendendo le gravidanze più difficili. E' un dato sociale ormai acclarato, inoltre, quello secondo cui le coppie aspettano a fare i figli per vari motivi, legati tra l'altro anche all'instabilità economica e quindi alla crisi, ma non soltanto."
Dunque l'Italia va verso lo spopolamento: dai 509.000 nati nel 2014 si scende ai 490.000 del 2015. Subito si alzano le grida di preti, demografi ufficiali e soprattutto degli economisti e degli industriali - tra cui i costruttori e i cementificatori- (oltre che delle banche e dei poteri finanziari). Dove andremo a finire? In un anno sono scesi di 19.000 i futuri consumatori che, moltiplicato per venti anni (il tempo di una generazione) fanno quasi 400.000 consumatori di meno. Si venderanno meno auto, meno litri di benzina, meno abiti, meno carne, insomma ci sarà una minor richiesta di beni commerciali. Si costruiranno meno case, meno strade, meno scuole, meno capannoni, meno discariche. Addirittura potrebbero perdere di valore le proprietà immobiliari. Ci saranno meno viaggiatori, meno autocarri che viaggiano, meno viaggi aerei, meno treni, meno navi che portano passeggeri, merci o petrolio. E...orrore...si consumerà meno carbone, meno petrolio, meno elettricità, meno gas, meno plastica, meno fertilizzanti, meno chimica, meno acidi, meno alcali, meno pesticidi, meno ortofosforici, meno alcool, meno solventi, meno medicinali, meno liquami, meno percolati, meno diossine ecc. Un vero disastro. Ci saranno meno fumi, meno emissioni di gas tossici, meno particolati PM10 e PM 2,5, meno immissione di CO2 in atmosfera. Potrebbe persino arrestarsi il surriscaldamento dell'atmosfera terrestre se il calo delle nascite fosse esteso ad altri paesi! Bisogna intervenire, bisogna riportare i bebè a crescere di numero, le culle a riempirsi, le mamme a figliare e rientrare in famiglia invece di dedicarsi al lavoro o allo studio. Come dicono Renzi e Casini, la destra e la sinistra (Grillo compreso) bisogna dare incentivi a fare figli. Più figli per tutti. Eppure l'Italia non decresce demograficamente, nessuno se ne accorge di questo calo di nascite. L'Istat dice che la popolazione assomma nel 2015 a 61 milioni di abitanti e che negli ultimi venti anni è in costante ascesa. Nell'anno scorso saranno pure diminuiti di 19.000 le nascite ma sono arrivati ufficialmente 180.000 stranieri extracomunitari censiti ( che in realtà sono almeno il doppio) più quelli comunitari dall'est europa. Dunque la popolazione continua a salire e i pianti dei demografi sono più delle scenografie da commedia all'italiana che reali preoccupazioni basate su fatti concreti. Evidentemente si punta agli incentivi alle nascite per stimolare ulteriore domanda di consumi e si spera nell'arrivo di altre centinaia di migliaia di consumatori. Tutto questa attività in favore di un aumento della popolazione italiana viene portata aventi fregandosene ampiamente del fatto che il territorio italiano è già saturo di popolazione (201 abitanti per kmq- più alta della media europea),che è cementificato per una percentuale tra le più alte del pianeta, con tassi di inquinamento ai primi posti nel mondo, con una urbanizzazione che sta erodendo giorno per giorno suolo all'agricoltura e alla vegetazione naturale con una forte deforestazione. Il territorio italiano è tra i più antropizzati al mondo con la scomparsa pressoché completa di territorio vergine. Per non parlare delle coste italiane che hanno un tasso di edificazione tra i più alti per di più con una qualità edilizia tra le più scadenti rispetto ad altri paesi europei. Il problema è che a livello politico e amministrativo non esistono voci in dissenso rispetto a questa follia pro-natalista. A parlare rimangono solo loro: preti, finanzieri, industriali e costruttori. Tutti a cospargersi il capo di cenere per le culle vuote ma in realtà a preoccuparsi per ben altri vuoti: quelli delle chiese e dei portafogli.

mercoledì 6 gennaio 2016

La rivincita di Marx: l'ecosocialismo

L'economista Daniel Tanuro, autore del volume "L’impossibile capitalismo verde. Il riscaldamento climatico e le ragioni dell’eco-socialismo" (Alegre, Roma 2011, pp. 224, € 16,00) prova a rivalutare il marxismo in chiave ecologista. L'autore critica Latouche e l'economia della decrescita che demonizzano lo sviluppo tecnologico e propugnano un puro ritorno ad una economia agricola e a fonti di energia esclusivamente rinnovabili. La critica ai consumi da parte dei fautori della decrescita è esclusivamente culturale e non prevede alcun progetto politicamente realizzabile di società. Latouche sembra anche credere che una strategia di decrescita sia compatibile con un capitalismo che veda solo una ridefinizione delle priorità. Ma questa impostazione non può condurre a nulla perché le logiche del sistema capitalistico portano a massimizzare la produzione e a ripercorrere le vecchie strade dello sviluppo non appena si allentano i controlli, fenomeno inevitabile in società che si vogliono ancora presentare come libere e democratiche.
L’impossibile capitalismo verde
Di fatto, l’allarme globale sul riscaldamento del pianeta giunge dopo due secoli di massiccio sviluppo capitalistico dell’economia. Secondo Tanuro, e del resto si tratta di un fatto abbastanza evidente a chiunque voglia considerare seriamente la questione, le ragioni del “sovraconsumo” di materia e di energia che caratterizzano le società capitaliste avanzate e quelle emergenti vanno ricercate nella sovrapproduzione, cui il sistema è costretto in virtù del suo ossequio a determinate leggi. Il capitalismo consiste nella produzione generalizzata di valori di scambio, altrimenti detti merci. L’astrazione del valore di scambio, che, spinta alle estreme conseguenze, si esprime nel denaro, è in questo sistema lo scopo e la misura di tutto. La legge del valore genera tre caratteristiche ben precise del modo di produzione capitalistico, che cozzano frontalmente con l’esigenza di regolare razionalmente e in maniera non nociva per chi verrà dopo di noi gli scambi fra esseri umani e ambiente: “[…] la produzione per il profitto, la tendenza all’accumulazione e la concorrenza tra capitali (che si manifesta anche nella rivalità fra Stati)”. Il capitalismo non è nemmeno concepibile senza una rincorsa continua all’accumulazione e alla sovrapproduzione di merci, ed è precisamente questa sua caratteristica a renderlo un nemico giurato dell’ecosistema: la rincorsa del profitto grazie alla tecnologia implica inevitabilmente quantità sempre crescenti di merci, che si mettono in circolazione alla ricerca di una domanda solvibile. Certo, il progresso tecnologico può, in una certa misura, portare ad una riduzione della quantità di energia e materia necessarie a produrre una data unità di Pil (cioè ad una diminuzione dell’“intensità energetica” del sistema), ma questa diminuzione viene presto compensata dall’aumento del volume della produzione. Nel campo del consumo, si parla di un “effetto rimbalzo”: le lampadine a risparmio energetico consumano di meno, ma proprio per questo vengono tenute accese più a lungo, aumentando così il consumo complessivo di energia. Tuttavia, sostiene giustamente Tanuro, il fenomeno ha la sua origine nel campo della produzione. L’unico modo che il sistema ha per ridurre, di tanto in tanto, la pressione che esercita sull’ambiente sono le sue periodiche crisi di sovrapproduzione. Ma queste, com’è ben noto, comportano miseria sociale, sperpero di ricchezze e aumento delle disuguaglianze. Alla legge del valore non sfuggono neanche le tecnologie verdi (incluse le energie rinnovabili) e i tanti stratagemmi messi in opera dalla comunità internazionale, nel quadro del protocollo di Kyoto, per contrastare il riscaldamento climatico senza uscire da una logica capitalistica e di mercato, ovvero per ottenere un’impossibile quadratura del cerchio. L’effetto fotovoltaico è stato scoperto dal fisico francese Edmond Becquerel nel 1839, eppure lo sviluppo di questa tecnologia è pesantemente in ritardo rispetto a quelle che ne sarebbero le potenzialità. Bruciare carbone, gas naturale e petrolio costa molto meno, mentre il nucleare risulta favorito perché ha un interesse anche militare. Inoltre i combustibili fossili e l’uranio costituiscono un’energia di stock, della quale gli investitori possono impossessarsi costituendo un monopolio e quindi una sorta di rendita. Il sole, al contrario, è diffuso su tutta la superficie terrestre. Quanto al mercato delle emissioni e a simili stratagemmi, non è possibile, in questa sede, seguire nel dettaglio l’analisi che l’autore fa della loro totale inefficacia sul piano del loro fine dichiarato, ovvero quello di ridurre la concentrazione di gas serra nell’atmosfera; basterà dire che essa è strettamente connessa al predominio del fattore quantitativo (il valore) su quello qualitativo: il mercato delle emissioni, proprio perché è un mercato, si basa solo su considerazioni quantitative, mentre non tiene nella dovuta considerazione gli elementi qualitativi indispensabili a pilotare la transizione energetica.
Ecosocialismo o barbarie
E allora? Se né la critica dell’ipertrofia dei consumi del mondo sviluppato, né il puro e semplice affidamento alle logiche capitalistiche di mercato costituiscono una risposta adeguata alla crisi ecologica e al problema del riscaldamento climatico, sorge spontanea la domanda: che fare? Come evitare di “sprofondare nell’abisso”, secondo le parole usate dal segretario generale dell’Onu Ban Ki Moon? La risposta è abbastanza semplice, purché la si voglia ascoltare. Se l’iperconsumo è dovuto a iperproduzione, e se quest’ultima è a sua volta intimamente connessa con le leggi capitalistiche del profitto e dell’accumulazione, ne consegue che sono quelle leggi a dover essere messe in discussione. Si tratta cioè di sottrarre la sfera della produzione e del consumo alla legge del valore, cosa che necessita la chiamata in causa dell’idea di una trasformazione socialista della società. Marx, sostiene Tanuro, è molto più “eco” di quanto non pensi la maggior parte dei marxisti. La nozione chiave per dare una risposta efficace ai problemi ambientali è quella di “metabolismo sociale”, cioè di “regolazione razionale degli scambi uomo/natura”, espressa con estrema chiarezza dal filosofo di Treviri nel terzo libro del Capitale. Nel quadro di una discussione del problema dell’impoverimento dei suoli determinato dall’urbanizzazione capitalistica, Marx arriva, in linea con le teorizzazioni ambientaliste più avanzate di oggi, a porre il problema generale dello scambio di materia fra il genere umano e l’ambiente: “La libertà […] può consistere soltanto in ciò, che l’uomo socializzato, cioè i produttori associati, regolano razionalmente questo loro ricambio organico con la natura, lo portano sotto il loro comune controllo, invece di essere da esso dominati come una forza cieca; che essi eseguono il loro compito con il minore possibile impiego di energia e nelle condizioni più adeguate alla loro natura umana e più degne di essa” [2]. Nel passo appena citato, per “libertà” Marx intende la possibilità che l’essere umano ha di affrancarsi dal lavoro materiale. Questa viene esplicitamente condizionata alla “regolazione razionale” degli scambi fra l’uomo stesso e la natura. “Razionale”, per Marx, e anche per noi, ha qui evidentemente il doppio significato di “in linea con i progressi della scienza e della tecnica” e di “assennato”, “ragionevole”, tale cioè da non pregiudicare il futuro della natura stessa né quello, in essa, dell’essere umano. Tutto ciò, sembra chiaramente alludere all’idea, propria dell’ambientalismo più serio e consapevole, che il progresso tecnologico non è qualcosa da incensare o da demonizzare a seconda dei casi, ma semplicemente da svincolare dalla legge del valore, per metterlo al servizio dello sviluppo (che non è sinonimo di crescita economica) del genere umano nel rispetto dei limiti naturali. È senz’altro un grande merito dei teorici della decrescita quello di aver evidenziato tali limiti, contro l’idea, espressa a suo tempo da George Bush Jr. e condivisa per ovvi motivi dall’establishment economico e finanziario globale, secondo cui “la crescita non è la causa dei problemi ambientali, essa ne è la soluzione”. Ma il problema non può essere risolto se, dal lato del consumo, non ci si sposta a considerare quello della produzione, optando per una coerente visione anticapitalista. Attenzione, però. La consapevolezza ecologica di Marx compare solo qua e là (sia pure in maniera molto chiara) nelle sue opere, e si accompagna ad un’altra visione, ad essa antitetica, di tipo più “produttivistico”. Questa entra in gioco se, dal problema dei suoli e dell’agricoltura, ci si sposta ad osservare il modo in cui Marx considera le fonti energetiche, omettendo cioè di fare una distinzione fra quelle di stock (ad es. il carbone) e quelle di flusso (ad es. il legno). Le prime sono esauribili, le seconde no. In sostanza, accanto ad uno schema ciclico evolutivo (quello, molto moderno, che Marx mostra di preferire quando considera la questione dei suoli) sembra coesistere uno schema lineare (risorsa>utilizzo>rifiuto) che è poi quello dell’economia classica. La questione energetica, secondo Tanuro, costituisce un vero e proprio “cavallo di Troia” nell’ecologia di Marx, ed è alla base del produttivismo e dell’ottimismo tecnologico dei marxismi, che infatti sono stati colti impreparati dall’esplodere del problema ambientale oramai quarant’anni fa. In buona sostanza, l’alternativa socialista è l’unica possibile, ma va esplicitamente ridefinita in senso ecologico. Provocatoriamente, Tanuro sostiene che non si tratta di “comprendere l’ecologia nel socialismo, ma di integrare il socialismo all’ecologia”. In termini marxisti, ciò significa che, oltre all’ostacolo del profitto, c’è da rimuovere anche quello dell’accumulazione, ovvero della tendenza del sistema alla crescita economica illimitata e al crescente consumo di risorse. Per venire definitivamente alle prese con la crisi ecologica, non è sufficiente sottrarre l’economia e la produzione alla dittatura del profitto: bisogna anche rivedere tutta una serie di consumi, collettivi e individuali, per diminuire considerevolmente la quantità di energia necessaria a far marciare il sistema. Ciò è particolarmente evidente nel caso del riscaldamento globale, e l’autore lo dimostra con dovizia di argomentazioni tecniche. Da questo punto di vista, i sostenitori della decrescita hanno tutte le ragioni, pur non rendendosi conto che i problemi da loro posti sono risolvibili solo in una prospettiva socialista e anticapitalista. Inutile dire che, quando Tanuro delinea tale prospettiva, non ha in mente l’esperienza storica dello stalinismo, che anzi critica aspramente da un punto di vista politico, economico e ambientale, ma quella, tutta da costruire, di una forma di organizzazione umana che individui nei “produttori associati”, ovvero nell’economia pianificata in stretto rapporto dialettico con il controllo operaio della produzione, i “regolatori razionali” della società e della natura che verrà.

sabato 12 dicembre 2015

COP21. L'Affare della Green Economy

L'accordo alla conferenza Cop21 si dovrebbe concretizzare oggi. Si tratta di soldi: 100 miliardi di dollari l'anno a partire dal 2021 destinati ai paesi a scarsa industrializzazione per incentivare le tecnologie rinnovabili ed il risparmio energetico. Si attendono dagli investimenti in green tecnology ben 48 milioni di posti di lavoro in 5 anni.L'EU sovvenzionerà le rinnovabili con 73 miliardi di euro. La torta da spartirsi dunque è bella grossa e io credo che siano in gioco a Parigi più i miliardi di dollari di sovvenzioni, che la preoccupazione per il clima. Come sempre a muovere finanza, imprese e governi ci sono i miliardi di dollari. Quanto all'obiettivo che dovrebbe essere principale, cioè il mantenimento entro i due gradi dell'aumento di temperatura atmosferica, siamo al generico: si, forse, vedremo. Ci saranno conferenze che controlleranno i risultati step by step. Quanto dire "nulla di definito" se non i soldi da spartirsi. Non esiste nessuna restrizione vincolante sull'utilizzo di fossili, anzi vengono mantenuti 270 dollari per ogni cittadino del pianeta per incentivo sui fossili, bell'esempio di contraddizione nei termini stessi del problema. Verrebbe da dire che "E' l'economia, bellezza!". Le capacità di riconversione del capitalismo sono infinite. Fino ad oggi ha vinto tutte le sfide perché il sistema del libero mercato ha questa capacità darwiniana di adattarsi alle mutate circostanze e anzi di cavalcare i cambiamenti. Altro che crisi del capitalismo in seguito al collasso ambientale, come sperato da tanti verdi politically correct. La bestia è camaleontica e si trasforma rapidamente per cibarsi delle novità. L'affare delle rinnovabili e della green economy profuma di dollari e attrae investitori da tutto il mondo con vecchi apparati che si riciclano adeguatamente convertiti e sistemi finanziari che si riassettano su nuovi equilibri fossili-rinnovabili. I paesi industrializzati, fiutato l'affare, stanno riorganizzando la propria produzione per intercettare i nuovi mercati. La Cina ne ha fatto un obiettivo primario della propria economia, ma nel frattempo continua ad estrarre e bruciare carbone . I paesi in via di sviluppo si dedicano alla colpevolizzazione dei paesi ricchi sulle emissioni, onde ricavarne finanziamenti (che andranno in gran parte ai fossili). Molti boicottano, specie i produttori di greggio e carbone: Alcuni dell'EU, Venezuela, paesi arabi, Iran, Cina, Pakistan, sapendo che comunque la conferenza distribuirà miliardi ma non cambierà l'andazzo di fondo del mercato energetico. Poi ci sono i repubblicani americani che non credono al riscaldamento globale. Sono pochi a pensare che si possa arrivare ad un accordo sugli obiettivi climatici davvero vincolante per ben 195 paesi. Gli interessi sono troppo distanti, ad esempio non c'è solo la differenza tra i produttori di combustibili fossili e i non produttori, c'è anche quella tra i nuclearisti e i senza nucleare. Per alcuni il nucleare, a carbonio zero, è un'ottima risorsa per abbattere le emissioni, per altri è il demonio. Sui tempi di raggiungimento degli obiettivi c'è poi una vera babele di voci tra chi è pronto e tra coloro che non risultano aver messo in piedi alcun piano d'azione. In tutto questo, come dicevo, fiutato l'affare è il capitalismo che si muove. Stando ai report delle banche d'affari e soprattutto all'affollamento degli indici che fanno da termometro all'eco-sensibilità delle imprese, il mondo dell'industria si sta dando target concreti. Riconvertire la produzione con un impiego sempre più massiccio delle tecnologie cosidette low-carbon e liberare maggiori investimenti in efficienza e risparmio energetico è ormai un obiettivo di molte imprese. In particolare i mercati sostengono le quotazioni di quelle utility del settore oil & gas più attive nelle fonti di energia a basso impatto inquinante, come fotovoltaico, eolico, idroelettrico e nucleare. Ma non solo le utility, l'interesse va esteso per cominciare alle società di costruzioni e a quelle del settore dei trasporti, dai costruttori di aerei a quelli di automobili. Per gli areomobili, tra i maggiori consumatori di combustibile, si guarda alla realizzazione di velivoli sempre più leggeri in grado di volare con un minor consumo di jet fuel. Il focus è su Airbus per l'Europa, o sui costruttori di motori come Safran. Per la Iata, l'organizzazione internazionale del trasporto aereo, le emissioni di CO2 del settore areonautico scenderanno addirittura del 50% nel 2020 rispetto ai livelli del 2005.
Tra le società che vinceranno sul mercato, secondo gli analisti di Credit Suisse, per avvantaggiarsi nella lotta allo shock climatico ci sono ai primi posti la società tedesca Verbund che basa il 90 % della sua generazione energetica sulle fonti idroelettriche. Ben posizionata anche la spagnola Iberdrola, grazie al suo mix di idroelettrico e nucleare. Tra le altre quotate c'è Centrica, che pur includendo ancora il termoelettrico, ha adottato tecnologie in grado di abbattere le emissioni. Guardando alle big oil, Credit Suisse segnala in particolare Royal Dutch Shell e Total come le major meglio posizionate nel settore gas e quindi pronte a raccogliere i maggiori benefici da un eventuale successo (almeno riguardo ad un accordo formale) della Cop21. Svantaggiate invece la ceca Cez e la tedesca Rwe, due utility che utilizzano ancora molto il carbone. Il caso della Germania è piuttosto emblematico. Il Paese è tra i maggiori produttori di energia da rinnovabili, e per questo la cancelliera Merkel aveva deciso una uscita graduale dal nucleare da concretizzare verso il 2020; poi ci si è accorti che le rinnovabili non erano in grado di assicurare energia sufficiente all'economia tedesca e alla vita di più di ottanta milioni di abitanti -in rapida crescita, visto l'esplodere su scala gigante del fenomeno immigratorio- e che i costi dell'energia stavano salendo esponenzialmente. Ha dovuto così fare un maggior ricorso al carbone per contenere i costi e non far levitare improvvisamente i prezzi dell'energia. Rwe, ad esempio, ricava il 60% della sua energia da lignite e carbone. La auspicata chiusura delle centrali nucleari rischia di costare molto all'economia tedesca e di far mancare gli obiettivi sul riscaldamento climatico: molti ossrvatori ritengono che saranno da rivedere le scelte fatte. Al contrario la Gran Bretagna ha fatto una scelta opposta, arrivando ad annunciare la chiusura del suo intero parco centrali a carbone entro il 2025, al contempo autorizzando per ora la costruzione di due nuove centrali nucleari (fidandosi poco del solo apporto delle rinnovabili) e mantenendo ben avviato il programma nucleare già realizzato con le sue numerose centrali attive. Diverso la situazione delle imprese attive nel settore minerario che vengono incluse nella lista nera degli inquinatori. E' per questo che Enel ha già da tempo deciso di separare i suoi destini da quelli di Bayan Resources, maggior produttore indonesiano di carbone,cedendone per ora il 10%. Il gigante Rio Tinto sta riducendo rapidamente la sua esposizione verso il carbone, ma altri gruppi faticano a riconvertirsi e guardano con preoccupazione alle decisioni che potrebbero arrivare dalla Cop21. Anche Glencore, Bhp Billiton (alle prese con il disastro brasiliano del Rio Dolce) e Goldfields hanno appena annunciato nuovi progetti pilota per adeguarsi al nuovo contesto del mercato. Per James Magness della Investors research di Cdp (Carbon disclosure Projet) "Le maggiori società minerarie del mondo, che attualmente capitalizzano circa 329 miliardi di dollari, sono impreparate alla transizione verso la low-carbon economy". Il Cdp è una organizzazione che conta ben 822 investitori istituzionali che gestiscono un patrimonio di circa 95 mila miliardi di dollari, e tra le società che si basano sui suoi parametri per contrastare gli shock climatici ci sono colossi come Dell, PepsiCo e Walmart. La riconversione al low-carbon è visto da tutti questi investitori più come un affare che come una battaglia per salvare la terra . Goldman Sachs segnala come la capitalizzazione di mercato delle compagnie minerarie statunitensi sia andata a picco addirittura del 95% nel 2015, in gran parte a causa dei nuovi regolamenti anti-emissioni. Secondo la banca d'affari, anche se gli obiettivi intermedi della Cop21 si allungano al 2030 e al 2050, il vero cambiamento del mercato comincia da adesso e si realizzerà in gran parte entro il 2025. Entro il 2020, per esempio, si prevede che la Cina aggiungerà 193 GigaWatt di energia eolica e fotovoltaica al suo parco produttivo, fermandosi invece per quel che riguarda il carbone a 23 GigaWatt aggiuntivi in un settore produttivo che già si basa su molto carbone. Altro input forte arriverà per i produttori di lampadine a Led, che rimpiazzeranno quasi per il 70 % le tradizionali lampadine a bulbo. Avanzata anche per le auto ibride ed elettriche, che si prevede cresceranno di 25 milioni nell'arco dei prossimi 10 anni, con previsti ricavi nell'ordine di 600 miliardi di dollari per le aziende produttrici. Goldman Sachs ha stilato una propria classifica delle aziende meglio posizionate nell'era della low carbon economy. Si tratta di SolarEdge (pannelli fotovoltaici), Vestas, Nordex e Gamesa (eolico onshore), Continental, Tesla e Albemarle per i veicoli ibridi ed elettrici, Aculty Brands e Hella KgaA Hueck per le lampadine a basso consumo. Un gruppo di imprese interessate al mercato di energia come BP, Pemex, Reliance Ind., Repsol, Saudi Aramco,Shell, Statoil, Total e la nostra Eni hanno fatto cartello creando l'Ogci (Oil and gas climate initiative) dichiarando nella carta di intenti: "scendere sotto i 2 C° di riscaldamento atmosferico è una sfida e ci impegnamo a fare la nostra parte con misure e investimenti per ridurre il gas ad effetto serra nel mix energetico globale". Via quindi ad investimenti crescenti nel settore del gas naturale, nella cattura dell'anidride carbonica e il suo stoccaggio, nelle rinnovabili, e nelle tecnologie a basse emissioni. Nel settore dei trasporti sono previsti investimenti nell'idrogeno e nei bio-combustibili oltre alle vetture elettriche. Per le costruzioni i grandi produttori di cemento si stanno organizzando per studiare e realizzare edifici con fonti integrate di energia rinnovabile e bio-combustibili. L'Eni nel periodo 2010-2014 ha raggiunto una riduzione delle emissioni del 27 % e sta investendo nel gas naturale dove ha raggiunto una quota sulla produzione complessiva del 50%. Nelle strategie low carbon di Eni c'è un piano di riconversione del business downstream attraverso la trasformazione in green refinery di Venezia e Gela e l'avvio dei progetti di "chimica verde" a Porto Torres e Porto Marghera, e la ricerca sulle rinnovabili innovative. Ha inoltre deciso di operare in Artico solo in zone libere da ghiacci. Impegnata nel settore anche Snam, Fiat FCA, Cnh Industrial, Save. Dice il presidente di Cdp Paul Dickinson che "le grandi aziende hanno grande influenza in quanto le scelte di business possono rallentare e arrestare il cambiamento climatico. Hanno bisogno di una politica ambiziosa sia a livello nazionale che internazionale". In prima linea anche l'Enel che sta per assorbire la controllata Enel Green Power proprio per gestire più direttamente il business delle rinnovabili con l'acquisizione di una grossa parte dei finanziamenti di stato e con l'apertura di un mercato in crescita. Enel è impegnato a giocare un ruolo attivo nel percorso di decarbonizzazione attraverso le sue attività industriali ed entro il 2020 ridurrà l'intensità delle emissioni di CO2 del 25 % rispetto al 2007. Gli investimenti sulle rinnovabili saranno di 11 miliardi di euro nel periodo 2015-2019 con accelerazione della ricerca e apertura di nuove produzioni.
Tuttavia molti osservatori si chiedono se gli accordi di Cop21 avranno un reale impatto. Le tempistiche sono diverse da paese a paese o addirittura da operatore a operatore. La copertura geografica degli impegni alla riduzione delle emissioni è a pelle di leopardo. Poi bisogna vedere il ruolo dei mercati e come l'economia di paesi spesso in carenza di fondi si tradurranno nel rispetto degli impegni. I costi delle riconversioni potrebbero riversarsi sulla gente a livello di bolletta energetica (come accaduto in Italia), oppure le pressioni e le resistenze dei produttori di petrolio e carbone (sia i privati sia gli stessi governi nazionali) potrebbero rivelarsi ancora forti. I grandi poteri finanziari e industriali insomma si sono messi in moto leccandosi i baffi per i miliardi in palio, ma le resistenze del BAU sono altrettanto forti.Nel frattempo il pianeta viaggia per un aumento delle temperature di oltre 4 gradi entro la fine del secolo e invertire la tendenza sarà molto complicato. Quanti dei partecipanti al Cop21 credono veramente che si riuscirà a ridurre il riscaldamento entro i due gradi? Qualcuno ha fatto notare che sono solo 55 le persone che hanno un ruolo rilevante nella stesura del documento finale del Cop21 a Parigi, e che questi pochi individui non avranno alcuna possibilità di influenzare seriamente i processi energetici in atto nelle grandi potenze economiche e anche nelle piccole realtà politiche locali. A questo scopo ci sarebbero ben altri argomenti da affrontare, anzi uno in particolare spicca su tutti gli altri per la completa assenza nei documenti e nelle discussioni in atto al Cop21: quello della sovrappopolazione del pianeta. Ho cercato nei vari argomenti in discussione e nelle bozze dei documenti anche solo un piccolo accenno al tema. Ma non ho trovato nulla di nulla al riguardo. L'argomento è un completo tabù. Ho letto in uno dei tanti documenti preparatori questo ragionamento: la Cina è il primo emettitore di carbonio del pianeta. Lo è nonostante che la produzione del carbonio sia di 74 tonnellate/anno ad abitante rispetto alle più di 200 tonnellate/anno di un abitante degli Stati Uniti. Ciò nonostante la Cina inquina di più degli Stati Uniti perché le 74 tonnellate vanno moltiplicate per un miliardo e mezzo di abitanti, mentre gli abitanti degli stati Uniti sono "solo" 360 milioni. Questo piccolo calcolo dovrebbe essere illuminante sul fatto che il numero di abitanti del pianeta ha un influsso diretto sull'effetto serra globale. Eppure nessuno ne parla, nessuno ha raccolto lo stimolo che deriva da quel calcolo matematico. La sovrappopolazione non influisce solo come moltiplicatore della quota individuale di emissioni. E' tutta l'organizzazione sociale, strutturale ed economica che viene trasformata dalla eccedenza demografica. Conseguenza della sovrappopolazione sono le megalopoli, la cementificazione massiccia delle superfici, l'organizzazione industriale della produzione, i consumi di massa, l'insufficienza delle risorse agricole e la necessità dell'uso massiccio della chimica, la carenza di acqua, la distruzione delle foreste (vero polmone verde che fissa il carbonio atmosferico), l'uniformizzazione produttiva e dei mercati di tutto il pianeta, la necessità di sempre maggiori quantità di energia per sostenere la popolazione sempre più numerosa e che richiede sempre più benessere (consumi). Non è un caso che coloro che chiedono deroghe alla low carbon economy, come Cina, India, Paesi Africani, Brasile , Indonesia ecc. siano anche i paesi con maggiore popolazione e in crescita demografica. Nessuno di questi paesi, in presenza di tassi di crescita demografica elevati, può fare a meno di carbone, gas e petrolio. Le rinnovabili non possono sostenere la maggiore richiesta di energia che deriva da un'alta crescita demografica. I verdi, per contestare questo argomento usano spesso esempi che sono invece la dimostrazione del contrario di quel che vogliono sostenere. Citano l'esempio della Danimarca che si è impegnata entro i prossimi dieci anni a non usare più i combustibili fossili come fonte di energia. Ma la Danimarca è un paese di soli cinque milioni di abitanti, con una popolazione stabile, e per di più con una economia fiorente (in grado di sostenere un 'energia molto costosa come le rinnovabili) e senza megalopoli. Questo obiettivo non può essere valido già per l'Italia che ha 62 milioni di abitanti, neanche riducendo di molto i consumi e riconvertendo molte industrie. Figurarsi se la cosa è possibile per paesi come l'India o la Nigeria con demografia in rapida crescita e una natalità che va dai 6 ai 9 figli in media per donna, con megalopoli in rapida espansione e consumi in forte aumento. La colpevole silenziazione e vera e propria censura posta in atto a Cop21 riguardo l'argomento della sovrappopolazione mi porta a concludere che questa incredibile ed inescusabile omissione renderà vano tutto il carrozzone messo su dall'Onu sull'argomento "Effetto Serra". Tutto si risolverà in quello di cui si tratta in realtà: un colossale affare per le multinazionali e la finanza che specula sulla green economy. Quanto a salvare il pianeta non si farà nessun passo avanti. Almeno fino a quando la popolazione planetaria continuerà a crescere ai ritmi attuali che ci porteranno sopra gli 11 miliardi entro pochi decenni.