Riporto
alcune notizie sul disastro ambientale africano che riguarda lo sversamento di rifiuti tossici in Africa. Le notizie sono
riportate in pubblicazioni ufficiali nel sito delle Nazioni Unite “Programma
Ambiente”. Dell’argomento si è parlato anche al Parlamento Europeo in sede di
revisione delle direttive RAEE per quel che riguarda i rifiuti di materiali
elettrici e di apparecchi elettronici. Infatti sembra che molti dei rifiuti tossici che
vanno nelle discariche africane
(in particolare quelli contenenti rame, piombo e mercurio e metalli rari
di componenti elettronici ) provengano dall’Europa, almeno in percentuale
comparabile a quelli provenienti dai paesi asiatici come Cina, Corea, India.
Notizie che confermano il conferimento illegale alle discariche africane, anche
quelle situate in luoghi di grande valore naturalistico come i parchi
nazionali, mi sono state confermate da alcuni italiani che gestiscono un ospedale in Kenia, nei
pressi di Nairobi. Riguardano sia il Kenia che i paesi limitrofi come la
Tanzania, il Mozambico e il Congo.
Ma discariche abusive sono segnalate anche in Benin, Costa d’Avorio, Ghana,
Liberia e Nigeria. Complice la diffusa corruzione delle classi dirigenti
africane, imprese di numerosi paesi europei, e quelle cinesi, indiane,
coreane e di altri paesi asiatici
stanno facendo dei parchi nazionali africani grandi discariche di
rifiuti tossici prodotti altrove e
trasportati in seguito in Africa. Impressionanti discariche a cielo aperto sono
localizzate persino nei pressi di grandi città come Maputo (Mozambico). Quotidianamente enormi navi-cargo
provenienti da varie parti del mondo fanno rotta sui principali porti del Kenia e della Tanzania o in quelli della costa
occidentale, e vi scaricano grandi quantità di rifiuti tossici che vengono poi
avviati verso i principali siti abusivi alcuni dei quali si trovano all’interno
o nelle immediate vicinanze di parchi
nazionali ( Serengeti, Virunga, Amboseli, Tsavo, riserva di Ngorongoro e altri
dell’Africa orientale). Trattandosi di trasporti clandestini di materiali costituiscono il contrappasso dell'arrivo di milioni di persone clandestine in Europa provenienti dall'Africa. Si è stimato che solo dall'Europa arrivino 220 mila tonnellate di rifiuti elettrici ed elettronici ogni anno. Nei parchi
sono stati recintati migliaia di ettari, al di fuori delle rotte
riservate ai turisti e quindi non esposti alla vista degli stranieri, destinati
ad accogliere i rifiuti tossici delle lavorazioni provenienti da altri
continenti. Questi elementi chimici non solo distruggono le piante e gli alberi
della lussureggiante flora locale, uccidono migliaia di animali tra cui quelli più rari ed a rischio di
estinzione, ma si infiltrano poi nei terreni e vanno ad inquinare in profondità
le falde acquifere.Per questo motivo molti abitanti a ridosso dei parchi e delle discariche abusive presentano segni e sintomi di intossicazione cronica da metalli pesanti e da sostanze chimiche altamente
tossiche per l’organismo umano. Numerosi malati affluiscono agli ospedali dei
principali centri abitati con sintomi neurologici, alterazioni del sangue,
disfunzioni epatiche fino alla cirrosi, edemi diffusi, aritmie cardiache,
alterazioni intestinali e dermatiti, tutti segni riferibili alla presenza di
queste sostanze tossiche nell’acqua potabile e nei prodotti agricoli delle zone
interessate. Al disastro dell’inquinamento chimico si unisce la poderosa
deforestazione in atto nei parchi, in seguito all’acquisto da parte di vari
paesi stranieri di grandi quantità di legname ricavate
dall’abbattimento delle foreste. Le popolazioni locali ( bantu, ma anche tutsi,
masai e abitanti della costa) ricavano guadagni e sussistenza dal commercio del
legname. Il commercio di legname, pur essendo illegale, è tollerato dalle
autorità anche perché le popolazioni africane in questione (africa orientale) risultano essere –per disposizioni del governo
inglese che riguardano il
periodo della decolonizzazione- legittimi proprietari delle aree dei parchi
nazionali e aree limitrofe in cui sono residenti. Ai tempi la donazione delle
terre alle popolazioni locali era animata dalle buone intenzioni degli ex
colonizzatori, ma la fiducia nella salvaguardia ambientale da parte degli abitanti
(che era alla base della donazione) era evidentemente mal riposta, complice l'endemica povertà e la mancanza di risorse alternative. Il fenomeno
si sta diffondendo anche nei paesi dell’Africa occidentale dove bande
criminali, spesso collegate agli integralisti, speculano sulla
deforestazione.
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domenica 13 aprile 2014
mercoledì 9 aprile 2014
Un passo avanti: verso il controllo demografico nelle Filippine
Dal sito di Repubblica del 9 aprile 2014:
Filippine, approvata la nuova
legge sul controllo delle nascite. Sconfitta la Chiesa
Storica decisione della Corte
Suprema in uno dei paesi più cattolici al mondo: preservativi e pillole
contraccettive per tutti, educazione sessuale obbligatoria a scuola. Inutile la
dura opposizione di religiosi e fedeli
MANILA - Controllo delle nascite, preservativi e pillole
contraccettive gratis per tutti, educazione sessuale nelle scuole. La Corte
Suprema di uno dei paesi più cattolici del mondo, le Filippine, ha approvato
una legge del governo duramente contestata dalle autorità ecclesiastiche
locali, tuttora molto influenti nel Paese. Numerosi esponenti della Chiesa
cattolica, infatti, si erano ribellati alla riforma approvata a fine 2012,
definendola "demoniaca". Così avevano portato il caso di fronte alla
Corte di Manila, che però ha dichiarato costituzionale gran parte della legge,
riconoscendo però l'obiezione di coscienza ai medici.
Contraccettivi ed educazione sessuale. La riforma,
promossa dallo stesso presidente delle Filippine Benigno Aquino III, prevede
una serie di provvedimenti per aumentare il controllo delle nascite nel Paese,
che, stando alle rilevazioni del Cia Factbook 2013, ha un tasso di natalità
piuttosto alto (24 nati ogni 1000 persone, in Italia siamo a 8,94). Tra le
misure, ci sono contraccettivi gratis, come preservativi e pillole "del
giorno dopo", destinati soprattutto alle persone più povere. Non solo.
Sono previsti, infatti, oltre a nuovi consultori per le donne che hanno subito
aborti illegali, corsi obbligatori di educazione sessuale nelle scuole del
paese.
La rivolta dei cattolici. La storica decisione è stata presa
nonostante nelle Filippine la Chiesa sia ancora potentissima e molto influente.
Secondo il Pew Research Center, con i suoi 76 milioni di fedeli (circa l'80 per
cento della popolazione totale), le Filippine sono il terzo paese più cattolico
al mondo dopo Brasile (127 milioni di fedeli) e Messico (96 milioni). La Chiesa
ha combattuto fortemente questo disegno di legge, ritenendolo una minaccia per
la vita, e ha denunciato pubblicamente tutti i politici, Aquino incluso, che
l'hanno sostenuto. Secondo un recente sondaggio citato da Al Jazeera, il 72 per cento
dei Filippini è favorevole alla riforma.
lunedì 31 marzo 2014
Quello che ci insegna la caduta dell’Impero Romano
Il declino economico e culturale dell’Occidente ha riportato l’interesse degli studiosi
sul crollo dell’Impero Romano, in cerca di analogie e strategie di rientro.
Perché cadde l’Impero Romano? Le ipotesi sono molteplici, alcune addirittura
fantasiose come quella che vedeva una delle cause nel ritardo mentale dei
romani procurato dall’uso massiccio del piombo nelle tubature dell’acqua, nei
recipienti di stoccaggio del vino ecc.
Quelle più in voga tra gli studiosi sono però tre: quella
della crisi culturale, quella della crisi economica, e quella della decadenza militare. La prima,
propugnata da Gibbon nel suo
monumentale “Storia della decadenza e caduta dell’Impero Romano”, vede nel
diffondersi del cristianesimo la causa del venir meno di quella identità romana
che era stata alla base dell’espansione militare e del dominio culturale della
civiltà di Roma. La crisi economica vede nell’esaurimento delle risorse auree e
di argento e nella conseguente crisi della moneta romana (il “soldus” con cui
venivano pagate le truppe – da cui il nome soldati dato ai legionari cittadini
romani – e con cui venivano assicurati i pagamenti delle merci e delle spezie
di importazione) la causa del venir meno della qualità e della consistenza
numerica dell’esercito romano, ridotto ad una preponderanza di truppe auxiliae
( arruolati tra i popoli alleati e assoggettati) con una minore motivazione e
preparazione al combattimento. Secondo questa ipotesi la crisi delle
importazioni in seguito alla minor moneta disponibile determinava un minor afflusso di grano, di cibi e di
prodotti (una specie di crisi energetica come quella petrolifera odierna, visto
che allora l’energia si identificava con i prodotti agricoli) con una conseguente minore efficienza
delle strutture difensive delle città romane.
Lo storico inglese Peter Heather nel suo recente “La
caduta dell’Impero Romano – Una nuova storia” (Garzanti) riporta le nuove ipotesi avanzate in
seguito a studi archeologici recenti basati sui nuovi ritrovamenti di
materiali, su nuove documentazioni di testi, e sulle nuove
tecniche come la ricognizione aerea delle aree occupate da insediamenti
antichi.
Le nuove ipotesi sono sorprendenti e per certi versi ci
riportano a situazioni e dinamiche che riguardano molto da vicino la crisi
epocale che l’Occidente si trova ad affrontare al giorno d’oggi. E’ addirittura
possibile una comparazione tra la crisi strutturale dell’Impero romano del IV-V
secolo d.C. e quella dell’Occidente industrializzato del XXI secolo. In base ai
recenti ritrovamenti e alle nuove rilevazioni sul territorio, Heather contesta
le tre ipotesi più in voga dichiarandone la falsità:
Prima ipotesi. L’Impero romano d’occidente è caduto per
la debolezza dell’esercito dovuto alla minore qualità combattente, minore
disponibilità di mezzi e
minore consistenza numerica.
Nulla di più falso. L’’esercito romano dei secoli III-IV
e gran parte del V era un esercito forte, ben addestrato, fornito di tutte le
migliori risorse della tecnologia bellica di quei tempi. Le truppe si
suddividevano in truppe di campo, quelle per le battaglie strategiche campali,
e in truppe di confine (meno numerose ed addestrate, destinate al controllo dei
confini nei periodi di pace o per crisi limitate). Dal punto di vista numerico,
a parte limitati periodi temporali, il numero complessivo delle truppe fu
sempre alto e sufficiente alle necessità strategiche e tattiche. A Treviri
stanziava il grosso delle truppe dedicate al controllo del confine orientale, e
tra legionari e ausiliari il numero di soldati era in genere vicino ai 350.000
con punte temporanee di 500.000. A differenza di quello che si riteneva in
passato il numero di truppe si è
mantenuto sempre alto fino al V secolo a partire da quando fu
stabilito e fortificato il confine sul Reno, subito dopo la disfatta di Teutoburgo con il massacro delle legioni al comando di Quintilio Varo. Anzi la stretta convivenza dei legionari e dei funzionari con le popolazioni locali, durata circa cinque secoli, con frequenti scambi
commerciali e sociali, ha contribuito alla formazione linguistica e culturale delle popolazioni
germaniche ed ha influenzato l’organizzazione politica degli stati tedeschi fino all'epoca moderna (ad esempio la mentalità precisa e “militare” dello stato prussiano).
Seconda ipotesi. Il cristianesimo ha indebolito lo
spirito romano.
Al contrario di quel che afferma Gibbon, il cristianesimo
sembra aver ricompattato il consenso politico intorno all’Imperatore e
all’autorità romana. Con la religione cistiana si rinnovò anzi quello che fin
dai tempi di Augusto l’imperialismo romano sosteneva: che fosse stato il cielo
ad affidare a Roma il compito di conquistare e civilizzare il mondo intero. Gli
antichi dei dell’Olimpo furono sostituiti dal Dio dei cristiani, e la miglior
condizione possibile per il genere umano divenne quella della conversione e
della salvezza cristiana. In pratica l’apparato di potere rimase invariato,
cambiò solo la nomenclatura. Analogamente gli imperatori, pur rinunciando alla
divinizzazione, mantennero un legame privilegiato con il divino anche nella
propaganda cristiano-romana, che dipingeva ogni singolo sovrano come scelto
direttamente da Dio per reggere l’ambito terreno del suo cosmo assieme a lui e
in suo nome. La potenza dell’esercito romano sotto i successori di
Costantino non fu per nulla sminuita dal nuovo credo. La volontà di
combattimento dei legionari era anzi esaltata dal ruolo di difensori della
nuova civiltà cristiana, come emerge dai numerosi testi scritti, dalle
epigrafi, dai monumenti funerari rinvenuti. L’affermarsi della religione
cristiana, con la creazione conseguente di una nuova e più estesa burocrazia,
dimostra in realtà che il centro dell’Impero non aveva perso la sua capacità di
vincolare le elite locali e le misure di cristianizzazione non furono imposte
ma recepite gradualmente.
Terza ipotesi. La crisi economica e monetaria ha
indebolito lo stato romano.
Una delle scoperte archeologiche più sorprendenti è il
ritrovamento (specie negli scavi eseguiti nel dopoguerra e negli ultimi decenni) di numerosi oggetti d’oro e di argento, di manufatti e di opere di alta capacità tecnica e artigianale tra i resti di villaggi
romani dell’europa centrale ed orientale, così come in Asia minore e nel nord
dell’Africa, risalenti al IV-V secolo. Sembra che l’Impero d'occidente negli ultimi due secoli abbia
subito, specie nelle regioni vicine alla frontiera con le popolazioni
barbariche, un vero e proprio boom economico , poiché l’economia locale era
sovrastimolata dalla presenza, poco lontano, di migliaia di soldati romani con
le tasche piene di soldi e da forti scambi commerciali con le popolazioni locali. Gli stati vassalli, cioè, tendevano a diventare più
ricchi che non il resto della Germania lontano dai confini dell’impero,
attirando perciò stesso incursioni e razzie che poi si spingevano verso il
territorio romano. Le rilevazioni aeree sono concordi nel mostrare in questo
periodo un generale ampliamento dei centri abitati e delle strade di collegamento, indizio sicuro di
espansione economica e commerciale, di una maggiore disponibilità di cibo, di
benessere.
Ma se le cause della caduta non sono né militari, né
religiose né economiche, per quale motivo l’Impero crollò improvvisamente alla
metà del V secolo? La risposta di Peter Heather è semplice e documentata:
l’Impero cadde in seguito alle invasioni dei popoli barbarici, tra cui
fondamentale fu quella degli Unni cominciata nel del IV secolo e che spinse
davanti a se popolazioni
germaniche più prossime ai confini dell’Impero. Per secoli il confine
romano-germanico si era retto in un equilibrio instabile in cui alle invasioni
di gruppi limitati di germani si erano alternati periodi di scambi economici e
di convivenza. Nel IV secolo questo equilibrio si era definitivamente rotto per
l’irrompere degli Unni. Per più di dieci anni, dal 441 al 453, la storia
d’Europa fu dominata da campagne militari di un ordine di grandezza mai visto
prima. Lo orde pagane di Attila infuriarono su tutta Europa, spazzando via come
fuscelli gli imperatori romani che ebbero l’ardire di pararglisi davanti. Nel
decennio successivo al 440 le attività predatorie ai danni dell’impero avevano
generato un flusso crescente di ricchezza dal mondo romano a quello unno.
Gli Unni avevano compreso che dal depredare e
terrorizzare i goti e altre popolazioni germaniche si potevano ricavare un certo numero di schiavi, qualche
oncia d’argento e alcune quantità limitate di cibi. Ma se le
stesse attività erano messe in atto vis-a-vis con l’impero romano, l’oro
cominciava ad affluire con una certa abbondanza, dapprima a centinaia di libbre
l’anno, poi addirittura nell’ordine di
migliaia di libbre, rivoluzionando il sistema economico-politico. A
contatto con l’impero romano il nomadismo degli Unni, basato sull’allevamento
di vari animali e di cavalli, divenne predatorio, una strategia di
sopravvivenza che non avrebbe potuto funzionare nella steppa sconfinata, dove
gli utili potenziali della guerra erano infinitamente minori. La relativa
crescita demografica delle popolazioni unne li aveva spinti verso occidente
alla ricerca di terre più ricche da depredare. Crescita relativa in quanto come
numeri assoluti non era enorme, ma riferita alla agricoltura
primitiva (non conoscevano i fertilizzanti e l'aratura in profondità) e alla economia basata
sul nomadismo, era comunque una crescita eccessiva rispetto alle risorse locali
disponibili (le aride stesse dell’Asia). Nel loro vasto movimento verso occidente
essi trascinarono (in parte per spinta violenta, in parte per effimere
alleanze) i popoli germanici che si trovavano ad ovest come i goti, gli
ostrogoti, gli svevi, gli
alamanni, gli sciri. Ad Attila non interessava la conquista di territori ma l’annessione
di popolazioni e soprattutto dei loro beni. Questi spostamenti di
numerose popolazioni, spinte dal movimento degli Unni verso occidente,
portarono a numerosi pesanti conflitti e al crollo del sistema di contenimento
che l’impero avera instaurato nel corso di secoli sulla frontiera orientale.
L’impero unno sarebbe crollato presto (gran parte delle popolazioni unne si stanziarono nell’odierna Ungheria),
ma ormai l’impero romano era minato dalle fondamenta, distrutti i principali
presidi militari, sconvolte e interrotte le comunicazioni, devastate le
campagne e gran parte dei centri abitati, rovinata l’agricoltura. Particolarmente
grave fu, dopo le devastazioni della Gallia e della Spagna, il fatto che
vandali e alani trasferirono il teatro delle loro operazioni in Nordafrica,
conquistando nel 439 le provincia più ricche e produttive di tutto l’occidente
romano. Si crearono così le
condizioni, dopo la caduta di
Attila, per nuovi equilibri politici in cui avrebbero svolto un ruolo l’impero
romano d’oriente e i principati barbarici come quelli degli ostrogoti in
Italia, i visigoti e i vandali in Europa. L’impero romano d’occidente era
ridotto ai minimi termini, senza forze militari, senza più una moneta
spendibile (in oro o in argento), senza più i sicuri rifornimenti di grano,
senza i fiorenti commerci, in preda alle popolazioni di invasori. Si può
parlare, tenuto conto che l’energia del tempo era l’agricoltura, di un mix tra
crisi energetica e immigrazione massiccia di popolazioni eterogenee.
Heather , respinge la teoria dell’implosione dell’impero
per esaurimento interno delle sue forze. Egli proponendo la sua risposta ci
riconduce ai dati obiettivi e all’evidenza che molti studiosi avevano dimenticato. Studiosi che per
adeguarsi alla corrente maggioritaria degli storici vedevano nella crisi
politica ed economica dell’impero la causa della sua caduta con l’intento di
accusare di essa l’impero
stesso. Heather ci documenta al contrario che l’Impero Romano è caduto nel pieno di una florida economia,
forte di una tradizione culturale e giuridica ineguagliabile, e con un esercito che era
sicuramente il più forte ed organizzato del tempo. E’ caduto per il fatto che
tutti gli scrittori contemporanei agli eventi
avevano adeguatamente e ripetutamente riferito (ma che avevano trovato
gli storici moderni perennemente scettici): l’afflusso inarrestabile di nuove
popolazioni, in parte stanziali e in parte nomadi, desiderose di appropriarsi
delle ricchezze dell’impero e di depredarne le popolazioni, il più delle volte
appropriandosi delle istituzioni e della cultura stessa delle popolazioni
originarie. Una verità che tanti studiosi “occidentali” e cattedratici hanno
volutamente ignorato attribuendo le cause della caduta alle ipotesi più
fantasiose. Heather ci riporta invece alla verità più evidente: Impero cadde perché fu invaso. Non si trattava di un invasore fornito
di una civiltà superiore e di un esercito più forte: al contrario era proprio
la differenza culturale ed economica a stimolare la violenza predatoria e i
lunghi spostamenti di massa di un numero enorme di popolazioni che cercavano
nuovi spazi, nuove risorse e nuove opportunità in seguito ad una crescita
demografica che non trovava più soddisfazione nelle risorse disponibili nei
luoghi d’origine. La rilevanza numerica, le masse delle popolazioni in campo ,
l’estensione spaziale dei territori interessati, la lenta preparazione e
reiterazione delle invasioni durante secoli, l’accelerazione finale in seguito
alla migrazione degli Unni, la fragilità del “sistema complesso” dell’organizzazione
imperiale, la debolezza politica del comando degli ultimi imperatori, portarono
al crollo finale.
C’è una qualche relazione tra la caduta dell’Impero
Romano e la crisi economica e politica che affligge oggi l’Occidente
democratico?
venerdì 28 marzo 2014
Lo spavento del selvaggio
Ci sono immagini che parlano più di tante pagine
scritte. Una di queste è quella riprodotta in alto, tratta dal libro di Jared
Diamond “Il mondo fino a ieri” (Einaudi, 2013). La foto ritrae un abitante
degli altipiani della Nuova Guinea che piange in preda al terrore di fronte al
primo uomo bianco, durante la spedizione di Leahy del 1933. L’angoscia del
volto esprime l’inconscia consapevolezza (mi si passi l’ossimoro) del selvaggio
su ciò che rappresenta quell’ uomo strano che gli appare di fronte per la prima
volta. Quell’apparizione significa
per il primitivo la fine non solo
del “suo” mondo ma di tutto un rapporto durato qualche centinaio di migliaia di
anni in cui la natura e Homo hanno vissuto insieme in maniera equilibrata,
senza stravolgimenti di senso tra l’animale uomo e il resto della natura. Il
primitivo percepisce il nichilismo che lo uomo occidentale di fronte a lui porterà nel suo ambiente e lo sradicamento senza ritorno per lui
e la sua gente. Il terrore e l’angoscia che mostra è ben giustificato: l’uomo
bianco distruggerà lui, la sua terra
e poi tutto il pianeta.
Quando quella foto fu scattata l’uomo bianco era sicuro
di rappresentare la civiltà vincente e di essere lì ad imporre il suo dominio
su popolazioni rimaste all’età della pietra e che – dall’alto della sua
autoconsiderazione - giudicava non avessero nulla da insegnare alla sua grande
sapienza tecnologica. Purtroppo, come poi si è visto, non era così ed anzi
erano proprio quei “selvaggi” che avevano molto da insegnare alla egoistica
arroganza dell’uomo bianco. Diamond nel suo libro compara le strategie di
comportamento rispetto al rapporto
con l’ambiente naturale di queste società
primitive con quelle delle società WEIRD
( western educated industrialized rich
democratic), ricavandone la conclusione che – visto l’esito tragico cui la
modernità occidentale ha portato il pianeta dal punto di vista ambientale e
delle possibilità di sopravvivenza – noi moderni abbiamo molto da imparare dai
cosiddetti primitivi i quali hanno in definitiva fatto meno errori di noi nel
loro rapporto con la natura e le altre specie. Certo, quelle società non potevano sopravvivere allo sviluppo della tecnologia; tuttavia l'hybris produttiva e consumistica delle società moderne ha distrutto anche ciò che vi era di buono in quel rapporto tra uomo e ambiente naturale.
Nel libro di Diamond vi sono alcuni esempi illuminanti delle differenti strategie tra primitivi e moderni. E' interessante vedere come affrontiamo noi le situazioni di conflitto rispetto ai
primitivi. Le guerre erano
molto più frequenti rispetto al mondo odierno, ma erano guerre limitate alle
tribù locali, in genere ritualizzate, tra persone che spesso si conoscevano, e
comportavano comunque un rapporto diretto tra i contendenti e un numero limitato di vittime. Le guerre
moderne sono invece tecnologiche, effettuate spesso a distanza, senza rapporto
diretto, senza conoscersi reciprocamente, con il dispiego di una potenza
inusitata, con un numero enorme di vittime. Diamond analizza il ruolo dello
Stato nella società moderna rispetto agli obblighi e alle funzioni “pubbliche”
nelle società primitive. Un ruolo pubblico importante spettava agli anziani: nelle società dei selvaggi essi sono indispensabili per risolvere
pacificamente i conflitti, presiedono le riunioni per decidere controversie o
giudicare i responsabili di soprusi e delitti, assistono i giovani, trasmettono
la conoscenza su come procurarsi il cibo, su come trasformarlo o conservarlo,
sanno dove si trovano le fonti di acqua potabile, conoscono le tecniche per costruire oggetti artigianali
indispensabili alla vita delle tribù come armi, oggetti da lavoro, ceste per la
raccolta e il trasporto, abitazioni, medicine tradizionali, rimedi per le
malattie. Anche sull’infanzia queste società ci insegnano molto: a differenza dei nostri bambini che
usano giocattoli preconfezionati, quelli delle società primitive (come i Dani
della nuova Guinea o i bambini del Mozambico) si costruiscono da soli i loro
giocattoli. I piccoli vengono indirizzati a svolgere compiti impegnativi o maneggiare strumenti spesso pericolosi
– se giudicati con i canoni delle società civilizzate – contribuendo così ad
acquisire una preziosa responsabilità di azione e ad acquisire abilità manuali.
La vita strettamente comunitaria tra bambini, giovani, e adulti, l’affidamento dei ragazzi alla
sorveglianza dei nonni, sono tutte
strategie che portano ad una
maggiore maturità rispetto
ai compiti concreti da affrontare nella vita. La vita in comune, il continuo
contatto con la madre, lo svezzamento tardivo sono altamente formativi e permettono di abituare i ragazzi a stare in comune agli altri, a
fare sacrifici, a dividere tutto
compresi i guadagni, a risolvere a vicenda le difficoltà. Al confronto i nostri
giovani sono molto più immaturi (rispetto ai compiti della società),
eccessivamente protetti, iperalimentati (fino alla obesità e ai precoci
squilibri metabolici) , solitari e dediti a giochi elettronici che li fanno
stare chiusi in una stanza invece che aperti alla comunicazione diretta con gli
altri.
Nei primitivi la
percezione del tempo è più legata ai ritmi naturali del giorno e della notte,
meno legata al guadagno e al lavoro, più in armonia con la natura. Si procurano
il cibo dall’ambiente circostante, evitando costosi trasporti di prodotti,
consumo di energia, inquinamento, spreco di risorse. L’acqua viene utilizzata
in modo parsimonioso, essendo considerata una risorsa di grande valore e un
bene da tutelare. Dal punto di vista dell’alimentazione i primitivi hanno una dieta con
minore quantità di grassi e sodio, fanno più movimento e sono frugali,
ricavandone una incidenza quasi
nulla di diabete, ipertensione, ictus ed infarto. Infine c’è da considerare la
produzione praticamente nulla di rifiuti non degradabili, e il bassissimo
impatto ambientale di queste popolazioni di cacciatori-raccoglitori (compreso la stretta convivenza con le
altre specie viventi e il mantenimento della foresta pluviale, con cui c’è un vero rapporto di simbiosi e
protezione).
Jared Diamond è stato alcuni giorni fa a Roma, dove
ha tenuto una conferenza alla Società Geografica Italiana. Qui ha ribadito le
sue posizioni sul ruolo che svolgono i dati ambientali sullo sviluppo delle
società umane, ad esempio le malattie, il clima, le risorse disponibili, la demografia. Ovviamente i soloni “democratici e
progressisti” della Società sono insorti e, sfiorando persino la maleducazione,
hanno accusato l’illustre ospite di “ eccessivo determinismo” e di ignorare il
ben diverso ruolo – anzi l’unico -
che ha sui mali del mondo la politica nord americana ed europea, e la conseguente povertà che esiste solo in quanto
esiste l’occidente sfruttatore e imperialista. Qualcuno si è spinto ad
affermare, durante il dialogo con l’antropologo, che è la povertà, dovuta allo
sfruttamento dei popoli da parte dell’Occidente ricco, a causare le malattie e
non il contrario. Insomma sembra, a sentire i Soloni, che prima dell’esistenza
dei paesi occidentali il mondo fosse il paradiso terrestre, dove i popoli
vivevano nel benessere, nella pace perenne e senza malattie. Infine si è
accusato Diamond di voler occidentalizzare i popoli tribali rimasti, privandoli
delle loro culture che sono sullo stesso piano di tutte le altre, comprese le
nostre, e che andrebbero mantenute pure e incontaminate e non stravolte da noi occidentali. Diamond ha tentato di spiegare che lui cerca di fare esattamente
l’opposto indicando a noi popoli sviluppati quello che dobbiamo imparare dalle
società primitive e di correggere i tanti errori della nostra civiltà. L'antropologo ha riferito che sono gli ex selvaggi stessi ad aver scelto di vivere nelle nostre società e ad affermare l'impossibilità a continuare a perpetuare le società primitive. Ciò non toglie che sono loro ad indicarci alcune strategie per correggere molti dei nostri errori. Ma le
posizioni “non deterministiche” come si sa, secondo il modo di vedere “democratico ”, vanno per la propria strada senza stare a sentire le giustificazioni altrui e l’impressione
finale è che il famoso antropologo sia stato classificato come “Non
progressista” e trattato con la sufficienza di chi si ritiene superiore e
depositario della Verità.
PS: nessuno ovviamente ha chiesto a Jared Diamond cosa ne pensasse del problema sovrappopolazione.
Il tema era infatti chiaramente sgradito ai democratici equosolidali e
progressisti…
sabato 22 marzo 2014
Economia e popolazione: le cause della crisi
Gli
economisti non amano parlare di sovrappopolazione, ed infatti non ne parlano
affatto. Sembra, a sentir loro, che la demografia non influenzi in maniera
determinante l’economia. Il mondo è passato da uno a sette miliardi di umani in cento anni, ma per la scienza economica ufficiale questo non sembra avere alcuna importanza. Eppure in passato importanti economisti, tralasciando
il padre del concetto di sovrappopolazione, Malthus, avevano individuato nel
problema demografico l’origine di tanti squilibri in economia. Marx ad esempio,
nel Capitale, descrive la sovrappopolazione come il fenomeno che è alla base
della disoccupazione (eccesso di richiesta di lavoro rispetto all’offerta),
delle migrazioni, dell’inurbamento e della crisi dell’agricoltura. Nonostante la cecità dei moderni
economisti sul problema della sovrappopolazione, i temi ambientali, il
riscaldamento climatico, l’esaurimento delle risorse,la distruzione del suolo
verde, sono tutti temi che entrano oggi in maniera imperiosa nel dibattito
economico e ci mostrano un dato di fatto incontrovertibile: ogni attività umana
di tipo economico si inserisce in un ecosistema limitato , la natura del
pianeta, e ne è dipendente.
Se consideriamo il semplice rapporto tra produzione,
disponibilità di cibo, e popolazione vediamo che la situazione si prospetta per
il futuro piena di incognite. L’Onu nell’ultimo rapporto dell’Ipcc stima,
riferendosi ai dati di minori quantità di cibo prodotte negli ultimi anni in
numerosi paesi, tra cui gli Stati Uniti, che a
fronte della riduzione delle produzioni,
ci sarà una domanda di cibo che in seguito al continuo aumento della
popolazione mondiale crescerà del 14 % ogni decennio. Il risultato ovvio sarà
la malnutrizione (che colpirà in particolare i bambini). Come gli Stati Uniti,
anche altre nazioni come il
Brasile e l’India hanno visto ridurre i raccolti. Questo genera instabilità,
come avvenne con le rivolte del pane, che nel 2008 scoppiarono da Haiti
all’Africa subsahariana, e in alcuni paesi asiatici.
La disoccupazione nei paesi occidentali ha molto a che
vedere con la crescita netta della popolazione, nonostante il relativo calo
della natalità tra gli autoctoni. I fenomeni immigratori e la crisi economica
hanno infatti creato un discrepanza tra offerta di lavoro e numero di
disoccupati. Inoltre il boom demografico degli anni 50-60 ha creato le premesse
per un costoso Welfare che sta bloccando le economie di molti paesi sviluppati
in seguito all’aumento della tassazione e al deficit di investimenti. L’aumento
della spesa per la scuola, per le pensioni, per l’assistenza sanitaria, la
cassa integrazione per la disoccupazione,
gli incentivi e le tutele del lavoro, in una parola lo Stato del benessere
esteso a decine di milioni di cittadini hanno portato ad un deficit di bilancio
che ha creato le premesse per la stagnazione economica. E’ ovvio che lo Stato
del benessere con l’intervento pubblico per sopperire alle primarie necessità
dei cittadini, ha un peso relativo
se la popolazione è limitata, come accade in Svezia o in Norvegia, paesi in cui
il welfare funziona egregiamente. Ha tutt’altro peso in una popolazione di
60-80 milioni come in Italia o in Germania, dove le politiche di controllo del
bilancio necessarie a mantenere il welfare per tanti milioni di cittadini hanno
condotto ad un rallentamento dell’economia (Germania) o ad una grave crisi
strutturale come in Italia. Un peso ancora maggiore lo ha in paesi molto
popolosi come la Cina o l’India, in cui il concetto stesso di welfare è fuori
da ogni orizzonte di possibilità.
Alla base di ogni teoria economica, nonostante il
negazionismo degli economisti politically correct, sia di tendenza
neo-keynesiana che neo-liberista, c’è una dimenticanza di fondo. Questa
dimenticanza riguarda il rapporto che è all’origine del concetto stesso di
economia: cioè il rapporto tra
energia disponibile e numero della popolazione. Se vogliamo inserire un terzo
fattore, questo può essere lo sviluppo tecnologico (ma può essere assimilato al
tasso di conversione tra risorsa energetica materiale e quantità di energia
prodotta). La crisi del mondo occidentale può essere a grandi linee collegata a
questo fatto strutturale: la minore disponibilità energetica ( essenzialmente
per l’aumento dei costi degli
idrocarburi e la crisi del nucleare) e l’aumento della popolazione
al netto del differenziale tra natalità e fenomeni immigratori. Sia gli
Stati Uniti che l’Europa presentano popolazioni residenti in forte crescita
negli ultimi anni (immigrazione dei latinos e aumento delle nascite in Us,
immigrazione afro-asiatica in Europa). Le nuove popolazioni e quelle originarie
(boom demografico degli anni 50-60) richiedono forti interventi sia di offerta
lavoro che di welfare (sussidi di disoccupazione, salario base, sanità, pensioni, casa,
ecc.), mentre al tempo stesso il prezzo del petrolio è fortemente aumentato, e
le rinnovabili non sono in grado di fornire energia a basso prezzo come sarebbe
necessario ( peso degli incentivi, non cumulabilità, bassa resa, ecc.).
Questi concetti economici sembrano completamente
estranei alla mentalità degli economisti mainstream. Essi continuano a vedere
l’economia come un sottoprodotto del Pil, della stabilità monetaria, dell’occupazione,
dell’offerta di credito. Tutti totem che si stagliano ormai in un deserto di
crisi economica strutturale, la quale come dicevo ha molto più a che fare con
il prezzo dell’energia e con il
numero della popolazione residente. E’ ovvio che in questo quadro lo sviluppo
si sposterà verso aree in cui le strategie energetiche e la disponibilità di
idrocarburi consentono prezzi più bassi dell’energia, ed in cui la demografia
presenta curve che vanno verso la stabilità ( Cina, Sud America, Paesi nordici)
o addirittura la decrescita demografica (Brasile, Russia, Corea ecc.)
mercoledì 12 marzo 2014
L'articolo di Pallante sulla tutela del paesaggio
Maurizio Palante, fondatore in Italia del Movimento della decrescita felice, propone in questo articolo il suo diverso modello di economia riferendo alcuni esempi dello stravolgimento del paesaggio operato dal modello economico classico di crescita infinita del PIL. Sebbene, come sanno i miei lettori, non condivido molte delle premesse e soprattutto molte delle conseguenze inevitabili del modello della decrescita, ritengo l'articolo interessante e condivisibile in gran parte. Purtroppo i decrescitari rimangono sordi al problema dei problemi: l'esplosione della popolazione umana da uno a sette miliardi nel giro di un secolo. Continuano a parlare come se il problema non esistesse; mentre ad un ragionamento obiettivo appare ovvio che gran parte della crescita dell'economia e dei consumi (un esempio per tutti: quello del petrolio...) è dovuto ad un semplice cambio del secondo fattore di questa equazione: Consumi mondiali complessivi = Quantità Consumi individuali x numero dei consumatori. Un secolo fa il primo fattore si moltiplicava per 1 miliardo, oggi per 7 miliardi. Purtroppo la verità, anche quando risplende nella sua semplicità, viene ignorata per calcoli di bassa politica. Riporto comunque l'interessante articolo
Nel 1958, quando già sapeva di essere gravemente ammalato, Giuseppe Tomasi di Lampedusa scrisse un racconto, La Sirena, che fu pubblicato nel 1961. (…) Ecco un passaggio del suo racconto:
Sei stato mai ad Augusta, tu …? E in quel golfettino interno, più in su di punta Izzo, dietro la collina che sovrasta le saline …? Certo è il più bel posto della Sicilia, per fortuna non ancora scoperto dai dopolavoristi. La costa è selvaggia, … completamente deserta, non si vede neppure una casa; il mare è del colore dei pavoni; e proprio di fronte, al di là di queste onde cangianti, sale l’Etna; da nessun altro posto è bello come da lì, calmo, possente, davvero divino. È uno di quei luoghi nei quali si vede l’aspetto eterno di quell’isola che tanto scioccamente ha volto le spalle alla sua vocazione che era quella di servir da pascolo per gli armenti del sole.
Quel posto è Priolo: venti chilometri di costa, tra Catania e Siracusa, devastati dalle politiche di sviluppo del mezzogiorno. Una successione di edifici industriali costruiti negli anni cinquanta del secolo scorso, dove sono state collocate le produzioni più insalubri: dall’amianto alla petrolchimica, dalla raffinazione del petrolio allo stoccaggio dei prodotti di raffinazione, con il contorno delle piattaforme logistiche per i camion e degli attracchi per le petroliere. Venti chilometri di mare non più balneabile, di capannoni in parte degradati, con travi di ferro affioranti da muri di cemento scrostati, finestre arrugginite, vetri rotti, cumuli di rifiuti. Dall’altro lato della strada statale paesi i cui i centri storici, per modesti che fossero, la piazza con la chiesa e il municipio, sono stati avvolti da successive concrezioni di condomini bisognosi da subito di manutenzioni mai fatte, di casette squadrate a un piano spesso intonacate solo in parte, da cui affiorano tondini di ferro in attesa di sopraelevazioni, di strade dall’asfalto sconnesso bordate da file ininterrotte di automobili. Luoghi in cui un antico saper fare, connotato qualitativamente e finalizzato all’autoproduzione di beni è stato annientato da un’arroganza tecnologica finalizzata alla produzione di quantità sempre crescenti di merci e dalla omologazione sui modelli di comportamento consumistici. Dove l’aria è diventata irrespirabile, l’acqua imbevibile, molti terreni agricoli sono stati abbandonati, le percentuali dei tumori e delle deformazioni infantili hanno valori superiori alla media.
Il 27 ottobre 1962, quando per cause non ancora accertate che, senza essere profeti, si può dire non lo saranno mai, il piccolo aereo dell’Eni su cui viaggiava Enrico Mattei precipitò al suolo nei pressi di Bascapè, il presidente della compagnia petrolifera italiana tornava da un viaggio lampo in Sicilia, dove dal balcone del Municipio di Gagliano Castelferrato, attorniato dai deputati siciliani del Parlamento e dell’Assemblea regionale, aveva annunciato il ritrovamento di importanti giacimenti di gas metano nelle campagne circostanti e l’inizio, ormai imminente, di uno sviluppo industriale che avrebbe portato in quei luoghi ricchezza e benessere. Alla fine del discorso scese nella piazza, dove fu accolto al lancio di coriandoli da una folla festante che lo accompagnò in una sorta di processione fino all’automobile. Del resto, che le sue non fossero semplici promesse ma fatti, acta non verba, era appena stato dimostrato dalla realizzazione a Gela di un grande impianto petrolifero, petrolchimico e chimico che aveva stravolto, in modo non dissimile dalla costa di Priolo, il tratto di costa su cui greci nel VII secolo avanti Cristo avevano fondato la più importate delle loro colonie sull’isola.
Questi processi, devastanti e irreversibili, di trasformazione del paesaggio, ossia dei luoghi lentamente antropizzati nel corso dei secoli e, insieme ad essi, del sistema dei valori delle generazioni che li stavano abitando e di quelle che li avrebbero abitati in futuro, non si sarebbero potuti realizzare se non fossero stati vissuti come fattori di progresso, se non avessero avuto il consenso di tutti gli strati sociali, se tutti gli strati sociali non fossero stati convinti che avrebbero comportato miglioramenti alle loro condizioni di vita. Se Mattei non fosse stato accolto come un benefattore dalla popolazione e dai politici di tutti i colori.
Appena un anno dopo il discorso di Gagliano Castelferrato e la morte di Mattei, nell’ottobre del 1963, sempre in Sicilia ma questa volta a Palermo, un gruppo di intellettuali italiani diede vita a un movimento di avanguardia che, per sottolineare la sua volontà innovativa anche rispetto alle avanguardie storiche del novecento si autodefinì neo-avanguardia: il Gruppo 63. Rievocando lo spirito che li animava, uno dei principali esponenti di quel movimento, Renato Barilli, nel 2007 ha scritto: «L’Italia del dopoguerra voleva crescere, lasciarsi alle spalle le miserie della civiltà contadina, muoversi verso la cultura industriale, l’urbanesimo», liberarsi dai vincoli di un «mondo riduttivo, chiuso al progresso».
L’Italia del dopoguerra voleva crescere, muoversi verso la cultura industriale, l’urbanesimo, il progresso. Questi sono stati in sintesi i moventi del processo che, con l’apporto di una potenza tecnologica sempre maggiore, in poco più di cinquant’anni ha distrutto i paesaggi a cui gli esseri umani che li hanno abitati avevano aggiunto col lavoro di secoli bellezza alla bellezza originaria.
Questi sono stati i capisaldi della cultura che lo hanno reso desiderabile e connotato positivamente nell’immaginario collettivo.
Cosa significa il verbo crescere quando viene applicato alle attività economiche e produttive?
Cosa significa il verbo crescere quando viene applicato alle attività economiche e produttive?
La crescita non è, come si fa credere e si fa finta di credere, l’aumento della produzione di beni che migliorano la qualità della vita, perché il parametro che la misura, il prodotto interno lordo, può calcolare soltanto il valore monetario degli oggetti e dei servizi che vengono scambiati con denaro, cioè le merci, ma non può dare nessuna indicazione sulla loro qualità, sulla loro utilità, o sui danni che causano agli ambienti e alle persone nei modi in cui vengono prodotte, quando vengono utilizzate e quando vengono smaltite, come una bilancia può misurare soltanto il peso e non può dare nessuna indicazione sulla qualità di ciò che pesa.
sabato 8 marzo 2014
La conversione di Ed
L’atteggiamento della politica europea
riguardo l’immigrazione sta cambiando, anche a sinistra. Ed Miliband, capo del
partito laburista inglese ha dichiarato che se alle prossime elezioni politiche
il Labour vincerà, verranno posti forti limiti alla immigrazione, riducendo
fortemente il numero complessivo degli arrivi e privilegiando le persone
istruite e qualificate. In questo modo il partito rompe con il passato in cui
la politica era di consentire l’arrivo di centinaia di migliaia di immigrati
ogni anno. L’obiettivo –ha dichiarato Miliband- è di invertire le curve finora
in crescita dell’immigrazione e di ridurre il forte impatto che il fenomeno ha
sull’ambiente e sulla società inglese. L’opinione pubblica inglese è esasperata
dal problema, e molto del sentimento antieuropeo deriva dall’impatto della
immigrazione massiccia sulla società e sull’ambiente naturale inglese. Nella
nuova legge che verrà proposta dai laburisti si porranno le basi per un maggior
controllo delle frontiere, dei porti e degli areoporti, una più efficace politica delle espulsioni e di
controllo del territorio, con forti limiti alla cementificazione e alle
costruzioni sia di alloggi che di infrastrutture. Molti dei disagi degli
inglesi riguardano la sicurezza e il lavoro, e pertanto nella legge in
preparazione dei laburisti è previsto una maggiore tutela contro le violenze e
l’illegalità e, sul fronte del lavoro, l'introduzione di una percentuale fissa di posti di lavoro che dovranno essere riservati
all’apprendistato e alla manodopera di cittadini inglesi, riservando solo il resto alle persone immigrate. Ma la preoccupazione
principale comincia ad essere
l’ambiente, messo a dura prova dalla immigrazione di milioni di persone
su un territorio limitato come quello della Gran Bretagna. La cementificazione
del territorio intorno alle grandi città sta facendo nascere una nuova
sensibilità verso la protezione del suolo verde e del paesaggio. Tutte le campagne del sud
dell’Inghilterra sono fortemente urbanizzate; crescono le infrastrutture, i
centri commerciali, le strade, le ferrovie, i capannoni industriali, le
bainlieu composte da squallidi edifici-dormitori spesso isolati su una campagna
completamente degradata e antropizzata. In questa maniera il paesaggio della
campagna inglese si sta rapidamente perdendo e gli ambienti naturali, una volta
molto apprezzati e ritratti da numerosi artisti, si stanno irreversibilmente
stravolgendo. Ma molto importanti sono anche gli aspetti sociali e culturali.
La massiccia presenza islamica ha creato nelle città inglesi delle enclave dove
vige in pratica la sharia, specie a causa della politica dei precedenti governi
laburisti, basata su una visione demagogica della democrazia e eccessivamente tollerante che permette alle singole
comunità di organizzarsi autonomamente, persino con tribunali riservati alle
persone che appartengono a queste realtà culturali e sociali separate. Negli
anni scorsi sono scoppiate violente rivolte da parte di gruppi di immigrati che
reclamano il diritto a seguire le proprie leggi e al contempo di godere dei
benefici del welfare riservato ai cittadini inglesi. Recentemente anche il
governo conservatore di Cameron, attualmente in carica, ha proposto all’Europa
una restrizione della libertà di movimento e di accoglienza soprattutto verso persone provenienti dai
paesi dell’est europeo. L’Europa ha però negato la possibilità di limitare gli
spostamenti, rifacendosi al principio della libertà di movimento di merci e di
persone per tutta l’area europea. In pratica le istituzioni europee hanno abolito le appartenenze storiche (ius
sanguinis) in favore del diritto di cittadinanza e di voto nel luogo in cui si
svolge il lavoro e si risiede con la famiglia (ius soli). Sebbene, a livello
legislativo, questi diritti siano riservati alle persone residenti sul suolo
europeo, di fatto le politiche di apertura all’immigrazione globale ha aperto
lo ius soli ai movimenti immigratori provenienti dai paesi extraeuropei. Purtroppo la demagogia dello ius soli, che vede nel territorio naturale un semplice contenitore destinato ad essere riempito da chi ci si stabilisce anche per semplice convenienza senza considerazione per la natura e il paesaggio, è ancora l'ideologia prevalente in gran parte d'Europa, ed in Italia il nuovo governo ha in progetto di applicarlo in questa legislatura. Questa
visione dei burocrati europei apre scenari preoccupanti per il futuro, quando
la mancanza di serie politiche di controllo demografico in Asia e in Africa
porterà all’arrivo di enormi masse di immigrati che si sposteranno dalle loro
aree di origine, prive di risorse adeguate, verso le aree ancora ricche e
provviste di welfare (non si sa fino a quando) del territorio europeo. Le posizioni di Miliband potrebbero indicare un cambiamento
cruciale contro queste politiche eccessivamente aperturiste e demagogiche,
basato in particolare sulla situazione di degrado ambientale che la
sovrappopolazione da eccessiva immigrazione sta creando ormai in tutta Europa.
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