Translate
domenica 21 febbraio 2021
La distruzione ecologica dell'ambiente
La pubblicità di torri eoliche su un sito di ecologisti
Riporto il seguente post pubblicato nel sito del "Comitato contro il fotovoltaico ed eolico nelle aree verdi":
#MURONI sottosegretaria al MIN. della TRANSIZIONE ENERGETICA (e forse anche un cicinin di ambiente) ??
Era il 30 agosto 2019 con la formazione del II Governo Conte e l'ipotesi della Muroni Ministro Ambiente.
Oggi ripropongo quel post attualizzato alle ultime notizie, con la variante a sottosegretaria e con l'aggravante della definizione "transizione ecologica" del Ministero, interpretata ormai tristemente SOLO come transizione energetica, schiacciando TUTTO il resto! Anche nel suo discorso alla fiducia al Governo la Muroni non fa mistero : semplificare gli iter autorizzativi, ovvero la dittatura di pale e pannelli contro il territorio !
E allora , la Muroni sottosegretaria a questo Ministero?
***********************************************
Ma anche NO. NO e ancora NO !
Quando la politica è MISERABILE e parla insistentemente di Ambiente come in queste ore, unicamente declinandolo alla parola "rinnovabili" e spianando la strada alla più grande speculazione territoriale dopo quella edilizia degli anni 60 .
Paradossalmente sono TERRORIZZATO: non è casuale l’ipotesi della MURONI (deputata LeU, già Legambiente) nella pancia del ex Ministero dell’Ambiente !
La lebbra speculativa delle lobby energetiche rinnovabili su vasta scala territoriale non si riesce ad arginare ma la MURONI vuole ulteriormente favorirle in perfetto stile "chissenefrega del territorio".
Una sua Proposta di Legge: Agevolare (ancora!!!) la realizzazione di impianti fino a 1 MW assoggettandoli a semplici Procedure edilizie agevolate comunali, invece della Autorizzazione Unica regionale. Ecco... come una semplice Dichiarazione di Inizio Attività per una veranda sul balcone!
Questi impianti sono il cancro territoriale. In molte regioni come la Puglia e la Basilicata sono stati già sottratti scandalosamente alle procedure di VIA e, nel caso dell’eolico, deregolamentati appunto a queste pseudo autorizzazioni grazie alla CIALTRONERIA POLITICA. Ciò, malgrado si tratti di grossi impianti : es. 100m di altezza (eolico) o 2 ettari di superficie (fotovoltaico).
Risultato: collassi urbanistici e ambientali.
L’ETICA POLITICA (che parolaccia!) dovrebbe, invece, imporre di sfruttare le INFINITE superfici già urbanizzate e correre ai ripari, E PRESTO, contro l’aggressione di fotovoltaico ed eolico sui terreni agrari e pastorali.
NON SOLO !
Ricordate le vertenze (ancora in corso) contro i mega impianti eolici prospicienti le coste del Gargano? Ricordate il provvidenziale parere negativo del Ministero dei Beni culturali per tutelare la visuale paesaggistica, a differenza della VIA positiva rilasciata dall'allora pseudo Ministero Ambiente?
Ecco, secondo la Muroni il parere paesaggistico del Ministero a Beni Culturali non serve, le soprintendenze paesaggistiche vanno cancellate da tali procedimenti, basta che la centrale eolica sia oltre un miglio dalla costa. Cioè… soli 1600 metri dalla costa !!!!!
Se dobbiamo agevolare i BARBARI che vogliono seppellirci di pale e pannelli con il grimaldello dell'ambientalismo non abbiamo bisogno della Muroni, meglio un Ministro nemico che falso amico.
#NOMURONISOTTOSEGRETARIA
Come ulteriore esempio di danni da rinnovabili riporto il seguente comunicato LIPU:
LIPU Capitanata
19 febbraio alle ore 16:06 ·
Comunicato stampa Lipu Puglia (aiutateci a diffonderlo per compensare l'omertà dei media!)
EOLICO E FOTOVOLTAICO: ANCORA BARBARIE URBANISTICA !!
LIPU Puglia: Anche la nuova Giunta rimane a guardare il collasso ?
E’ una inondazione senza precedenti di progetti mostruosi, mastodontici. Tra competenze ministeriali e regionali (delegate alle province), il martoriato territorio di Puglia è irresponsabilmente condannato a morte dai suoi stessi amministratori che continuano a non intervenire, umiliando e saturando le aree rurali residue, quindi di grande importanza.
Non bastava la mortificazione accumulata in 20 anni di disinteresse e complicità politica, ancora continuano espropri e vertenze legali. I residui contesti rurali della Puglia subiscono un oltraggio di nuovi progetti che si accumulano uno sull’altro senza lasciare scampo ai territori.
Procedimenti che si incrociano al Ministero e alle Province e ogni Ente fa valutazioni senza tener conto dell’altro, e nemmeno di progetti già autorizzati in passato. E, ancora, la enorme quantità di impianti fino a 1 MW, ancor più deregolamentati con procedure in capo ai comuni.
La Regione, ormai, è in gran parte spogliata di prerogative autorizzative, chiamata ad esprimere pareri di rito ma …. in procedimenti gestiti da altri Enti. SIAMO ALL’ASSURDO !
Il 25 gennaio scorso la Commissione Consiliare Regionale Ambiente ha discusso del fenomeno esprimendo unanime preoccupazione e per “fermare un oltraggio al paesaggio e un grave impatto sul settore agricolo” ipotizzando un aggiornamento del Piano Paesaggistico pugliese.
NO ! Non è questa l’azione più adeguata all’urgenza !
“In una articolata nota (*) – spiega Enzo Cripezzi della LIPU pugliese - abbiamo trasmesso alla Commissione Ambiente, ai Consiglieri regionali e soprattutto alla Giunta, il quadro disastroso e le nostre istanze, evidenziando come l’aggiornamento del PPTR sia doveroso MA prevede un iter troppo lungo e intanto giorno dopo giorno si approvano ipoteche insanabili !
Nel frattempo, per arginare e scremare immediatamente questa violenta invasione, occorre approvare IMPROROGABILMENTE misure restrittive di carattere territoriale da integrare nel preposto RR 24/2010 agilmente con una o più DELIBERE di GIUNTA."
Non solo. SI DEVE adottare una politica di ricorsi contro disastrose autorizzazioni rilasciate dal settore VIA del Ministero Ambiente che stanno uccidendo la Puglia. Non basta che la Regione faccia annunci roboanti di pareri negativi nell’ambito di procedimenti VIA ministeriali, salvo fare poi spallucce quando questi stessi pareri siano del tutto ignorati.
Ma ci sono anche da contestare autorizzazioni che alcune Province hanno rilasciato e continuano impunemente a rilasciare. Quella di Foggia su tutte : solo negli ultimi giorni il via libera all’ennesimo, sconcertante progetto eolico. Ma ormai tutte le Province non sanno come arginare la valanga. Intanto le sentenze TAR si sostituiscono gravemente ai ritardi degli Enti.
La decennale mancanza di risposte concrete della Regione è intollerabile – rimarca la LIPU pugliese -, mai come in questo caso la tempestività è anche sostanza nella azione politica. Emanare provvedimenti a tutela di aree dopo che sono state ipotecate dalle autorizzazioni sarebbe ridicolo !
E quindi l’appello della LIPU. L’Assessora Maraschio dia segno di discontinuità e di sensibilità concreta: porti in Giunta con ogni urgenza una serie di misure ad integrazione del Regolamento in materia, protegga le aree scampate iniziando da quelle interessate da procedimenti autorizzativi prossimi a conclusione.
Un esempio sono l’ampliamento della vincolistica su aree sguarnite di tutele che stanno per essere compromesse : es. ampliamento di coni visuali esistenti e definizione di nuovi, identificazione di “aree sature”, identificazione di ulteriori “Aree non idonee” per valori faunistici e identità paesaggistiche, fasce di rispetto specifiche da ogni area protetta o vincolata.
E poi, l’Assessora Maraschio, impegni la Giunta ad adire con urgenza in sede legale contro le autorizzazioni espresse da Ministero e Province.
La Puglia muore…. FATE PRESTO !
17.02.2021 - LIPU onlus - coord della Puglia
(*) nota su lipucapitanata.it
L'idea naif che un mondo di otto milardi di homo possa sostituire l'energia da idrocarburi con il semplice ricorso alle cosiddette "rinnovabili" sta mostrando già l'aspetto tragico delle sue conseguenze sul territorio verde. Non c'è solo la distruzione del paesaggio, spesso di alto valore naturalistico e storico. L'impatto sulla fauna da parte delle strutture eoliche ha ormai vastissima letteratura, insieme all'inquinamento acustico. La situazione non è diversa per i pannelli solari: il danno dei pannelli ai terreni agricoli è incommensurabile, sottraendo energia solare, acqua, ossigeno ed elementi al suolo dove naturalmente svolgono il fondamentale ruolo di produrre flora, abitat a numerose specie viventi e cibo per l'uomo stesso. Dietro le nuove parle d'ordine che nascondono un furore ideologico da vecchie illusioni politiche, si viene perpretando così una imponente installazione di strutture cementizie, di sbancamenti di terreni a volte di struggente bellezza, di costruzioni stradali, di edifici di servizio, di imponenti torri che riempiono vallate di rumori fastidiosi soprattutto per volatili e gli altri animali, ma anche per le popolazioni limitrofe. Molti studi dimostrano gli effetti di questi impianti sulla salute umana, tanto che le recenti normative portano la distanza minima dai centri abitati da 200 a 300 metri, ma spesso le norme non sono rispettate. E' nota la riduzione di produzione di latte, uova e prodotti animali negli allevamenti in prossimità degli impianti eolici e fotovoltaici. La copertura cancerosa con migliaia di ettari, di pannelli di acciaio e plastica e cellule fotovoltaiche inaridisce i terreni, spesso fertilissimi, che per secoli hanno dato prodotti pregiati della terra. La sottrazione della luce solare uccide la microflora e la microfauna, senza contare i danni diretti da guasti, incendi, e quelli derivanti dallo smaltimento di prodotti mom degradabili altamente inquinanti. I pannelli sono composti , oltre che da vetro, ceramiche e silicio, anche da elementi pericolosi. Vengono infatti aggiunti nella produzione Boro, oppure Gallio, Cadmio, Fosforo , Arsenico, ecc. Si tratta certamente di elementi chimici anche molto tossici per l’uomo il cui smaltimento va ad inquinare terreni e falde acquifere. L'impianto dei pannelli prevede inoltre l'utilizzo di prodotti diserbanti che eliminino la vegetazione naturale da rinnovare periodicamente, con grave inquinamento dei terreni e danno a numerose specie viventi. Tutto questo a fronte di una resa di energia non adeguata ai danni perpretati, con costi economici altissimi, e danni ambientali difficilmente reversibili. Sulle linee di sviluppo dell'eolico-fotovoltaico si invoca una "transizione energetica" da parte dei verdi mainstream e gran parte delle forze politiche, tanto che sono entrate persino nel programma ufficiale del governo con decine di miliardi di euro di investimenti. Una transizione di questo tipo, al di là dell'aspetto propagandistico e politically correct, comporta l'accelerazione generale della distruzione di suolo verde in Italia, con l'effetto di aumentare i costi e diminuire i rendimenti rispetto alla attuale situazione energetica. Finiti i fondi europei, ci ritroveremmo un paese trasformato, con i paesaggi montani e marini ridotti a file interminabili di rumorose torri eoliche, a valli e pianure ricoperte di pannelli, e con una produzione agricola ridotta: un paese che ha rinunciato al suo patrimonio naturale in favore di cemento, distruzione di suolo e discariche. Il futuro dell'Italia nei programmi dei transizionisti può essere così sintetizzato: torri, pannelli solari, strade, reti di distribuzione elettrica, enormi discariche di smaltimento e megalopoli.
sabato 6 febbraio 2021
Friday For Future without future
Riporto il seguente comunicato di FFF
"Fridays For Future Italia
10 gennaio alle ore 18:10 ·
++LA BUFALA DEL SOVRAPPOPOLAMENTO DEL PIANETA++
👫 Il concetto che il sovrappopolamento sia la principale causa della crisi climatica, è un falso storico.
Questa narrativa viene diffusa anche da molti ambientalisti occidentali. In pratica è come affermare che i paesi e i popoli meno ricchi siano i responsabili della crisi climatica.
In realtà, questi paesi e questi popoli non solo sono quelli con le minori responsabilità, ma sono nella maggior parte dei casi anche quelli più colpiti. (Sono i cosiddetti "MAPA", acronimo per Most Affected People and Areas, persone e aree più colpite)
🧐 Per questo vogliamo essere chiar*.
- Il concetto di sovrappopolamento, che ci siano più persone al mondo di quante il pianeta sia in grado di sostenere, è FALSO ed è profondamente intriso di razzismo ed eugenetica.
- Ci sono abbastanza risorse per TUTT*, ma non sono distribuite equamente.
- Il problema non è la scarsità, il problema è la scarsità CREATA AD ARTE DALL'ATTUALE SISTEMA ECONOMICO.
- Il 50% più povero della popolazione mondiale (3,5 miliardi di persone) è responsabile di solo il 10% delle emissioni globali, di contro il 10% più ricco è responsabile del 50% delle emissioni.
📢 Possiamo risolvere il problema della crisi climatica con un CAMBIO DI SISTEMA.
Chiediamo giustizia climatica ora!
👉 Scopri maggiori informazioni sulle infografiche qui sopra e cosa puoi fare TU!
(Credits: Fridays For Future International e Youth Strike For Climate MCR)
FONTI
- Infografiche: https://fffutu.re/mY3W1i
APPROFONDIMENTO
- Su Giustizia Climatica, Crescita Demografica e Chi sono i MAPA: https://fridaysforfutureitalia.it/giustizia-climatica/
#climatejusticenow
#systemchangenotclimatechange
#mapa "
Il concetto di sovrappopolamento, dicono i neo-verdini di Fridays for Future, è un FALSO ed è profondamente intriso di razzismo ecc.
Il vero FALSO è la spiegazione che danno del concetto di sovrappopolazione: "che ci siano più persone al mondo di quante il pianeta sia in grado di sostenere". E' un concetto sbagliato basato sulla vecchia visione malthusiana e che non nulla a che fare con il concetto attuale di eccessiva pressione demografica sull'ambiente, elaborato soprattutto a partire dai testi importanti sul tema pubblicati da P. Ehrlich (1968) e poi da Lester Brown (1974). La sovrappopolazione non consiste nell'eccesso di gente rispetto alle risorse disponibili, e non ha nulla a che vedere con la dualità di contenente e contenitore. Concordo infatti con FFF quando affermano che sul pianeta ci possono entrare benissimo altri miliardi di umani e le risorse si potrebbero trovare, magari riconducendo lo stile di vita a quello degli antenati.
La sovrappopolazione è una crescita eccessiva di una specie tale da alterare il sistema complesso della biosfera. Non è solo un concetto quantitativo, ma soprattutto qualitativo in quanto va a modificare in modo strutturale numerosi equilibri in un sistema complesso. Non si tratta, nel caso di homo, di una crescita "riempitiva", cioè del numero di esemplari in un dato spazio e con date risorse, ma di una crescita "trasformativa" di cui risentono sia l'ambiente naturale che tutte le altre specie viventi.
La sovrappopolazione è quindi un cambiamento strutturale della biosfera del pianeta terra e del suo ambiente naturale; una volta dato origine alla crescita i meccanismi si autopotenziano e tornare indietro non è facile e forse impossibile. Quella odierna è l'età dell'uomo e della tecnica (Antropocene), che è l'unico modo con cui l'uomo moderno si pone di fronte alle cose naturali. La natura e l'ambiente (sottosuolo, suolo, atmosfera, acque ecc.) vengono artificiosamente impiegati, sfruttati, aggrediti, incasellati, stravolti, distorti, trasformati, estratti, trasportati, insomma resi "fondo utilizzabile" ad esclusivo interesse di una sola specie la quale, così facendo, si comporta come un cancro che distrugge e annienta la natura e le altre specie viventi. L'idea di cancro rende bene l'aspetto di crescita oltre ogni limite che va ad intaccare, penetrare, trasformare il tessuto naturale delle altre strutture biologiche che quella crescita tende a distruggere. Come nel caso della malattia neoplastica le cellule della crescita mostruosa tendono a sdifferenziarsi, cioè a perdere ogni specificità di funzione e di aspetto a seconda del tessuto di origine. Tutte le cellule acquistano un aspetto simile senza più differenze, e conservano una sola caratteristica: la replicazione, l'aggressione all'ambiente circostante e il consumo di ossigeno e nutrienti. Allo stesso modo la spaventosa crescita umana tende a far perdere ogni storia, ogni appartenenza, e l'unica funzione che rimane agli individui è il consumo di merce e la replicazione distruttiva.
Il concetto di sovrappopolazione è inscindibile da quello di produzione. La produzione della merce diviene seriale e finisce per coinvolgere la stessa presenza umana in quanto si assiste ad una trasformazione del significato dell'uomo che diviene massa, cioè un componente della produzione totale e totalizzante della merce, merce esso stesso. Il moltiplicarsi degli umani non è che l'aspetto più devastante di questa perdita di senso della presenza dell'uomo. La trasformazione del mondo in merce e la distruzione del resto delle creature viventi è il suo corollario.
La sovrappopolazione ha un aspetto strutturale che la rende non semplificabile ad un puro significato quantitativo. FFF non comprende che l'eccesso di crescita di Homo non è, puramente, un fatto di numeri: ciò che cambia è la struttura del mondo. Non solo il sostentamento di tanta popolazione richiede un cambiamento della produzione in senso industriale e di mercato globale. Tutti i processi debbono essere automatizzati e costantemente implementati. Le funzioni e i servizi resi omogenei alla produzione e ottimizzati. La stessa presenza umana richiede un nuovo modello di aggregato sociale e strutturale che chiamiamo megalopoli. La popolazione umana in espansione non resta a coltivare la terra e non va a vivere di artigianato nei borghi, come una narrazione naif dei falsi verdi propaganda. La crescita demografica determina l'inurbamento delle nuove masse di consumatori nelle megalopoli, le quali crescono consumando suolo, cementificando, collegandosi con strade, ponti, areoporti e porti. Si creano le periferie industriali, crescite di architetture intensive (grattacieli, palazzi, quartieri ad alta densità abitativa), periferie degradate e bidonville. La produzione di rifiuti, le discariche, le difficoltà di smaltimento e l'inquinamento dei terreni,dell'aria, delle acque di falda, dei fiumi e dei mari è l'aspetto devastante delle nuove realtà megapolitane ormai diffuse in ogni parte del globo.
Tutti questi aspetti della antropizzazione terrestre, aspetti irreversibi in presenza di una crescita demografica costante, sono trascurati e occultati dalla menti semplici di FFF. Il loro pensiero è ancora fondato sulla intangibilità di antropos, sulla collocazione dell'uomo e dei suoi diritti al centro dell'universo, per cui ogni discorso che va contro questi diritti di homo a fare ciò che vuole della terra e delle specie viventi, è razzismo, nazismo, eugenetica e via farneticando. Non hanno, tra l'altro, ancora compreso cosa sia lo specismo e l'annientamento meccanizzato delle specie viventi, e quanto la difesa esclusiva dei diritti di Homo porti alla distruzione dell'uomo stesso. La perdita di senso della persona umana rispetto alla sua tresformazione in massa di consumatori non è che il preludio ad una autodistruzione cui tutti noi stiamo assistendo.
Proprio i Friday for future stanno preparando all'umanità un mondo senza futuro. Cosa ci aspetta infatti se si seguono le idee confuse e illusorie dei FFF? Non combattere la crescita demografica e allo stesso tempo auspicare una semplice redistribuzione delle risorse - tra l'altro sempre più scarse, visto il problema energetico che non si risolve solo tappezzando il pianeta di pannelli solari e pale eoliche- che futuro ci prepara? Le magalopoli continuerebbero a crescere , la richiesta di consumi continuerebbe ad aumentare, così come la produzione di rifiuti, le emissioni, la distruzione di suolo verde. La crescita demografica non contrastata continuerebbe a produrre povertà nei paesi arretrati, odi nazionalistici, epidemie, migrazioni di massa. Le nuove masse reclamano i loro diritti, come quello di vivere in una grande città e di fruire del riscaldamento, dei cibi che gradisce, dei prodotti tecnologici. Pensare che i consumi possano diminuire in costanza di crescita demografica è illusorio. Insieme alla popolazione crescono anche i nuovi illusi, come quelli di Friday for future without future.
martedì 26 gennaio 2021
La società opulenta totalitaria
L' economia mondiale si basa su un modello sviluppato per primi dagli Usa negli anni 50 del secolo scorso: l'economia basata sulla produzione e sul suo costante aumento. Tale economia fu descritta lucidamente in quegli anni da un testo rimasto centrale per comprendere i cambiamenti dell'economia e della societa che avrebbe portato alla globalizzazione dei mercati.
Eravamo da pochi anni nel dopoguerra quando usci il libro di John Kenneth Galbraith su La Societa' opulenta (titolo originale The Affluent Society -1958). Quando nel finire 1954, fa notare Galbraith, i repubblicani dichiararono al Congresso americano, che quello era stato il secondo miglior anno della storia, essi non si riferivano ad un reale cambiamento della qualita della vita o ad un miglioramento spirituale: si riferivano invece alla produzione materiale dei beni, quello era infatti l'anno della seconda piu alta produzione nella storia americana. Il primo anno migliore della storia era stato il 1953 con un pil di 364 miliardi di dollari, il 1954 il secondo, con un pil di 360 miliardi. Sull'importanza della produzione industriale non c'erano divergenze tra democratici e repubblicani, di destra e di sinistra, bianchi o di colore, cattolici e protestanti.La produzione diveniva cosi il paradigma, la regola aurea del progresso della societa moderna intorno a cui tutto il resto gira, compresa la cultura e i valori etici.
Un concetto centrale introdotto dall'autore è quello di mentalità convenzionale. La mentalita' convenzionale da' piu' importanza alla produzione di beni di consumo (industria privata) e meno importanza ai servizi: strade, pubblica sicurezza, sanita', istruzione, difesa, ecc. Attraverso la mentalità convenzionale si crea uno degli elementi che assicurano l'implementazione costante della produzione: la produzione crea bisogni attivamente attraverso la pubblicita', e passivamente attraverso l'emulazione. Non e' possibile affermare che un piu' elevato livello di produzione assicuri il benessere meglio di quanto possa fare un livello di produzione piu' modesto: l'effetto della dipendenza e' il rapporto intercorrente fra i bisogni ed il processo di produzione destinato a soddisfarli.
I bisogni, secondo Keynes, possono essere assoluti o relativi: i primi sono bisogni di sopravvivenza, possono essere soddisfatti e per essi il problema economico puo' essere risolto; i secondi, invece, sono insaziabili: piu' elevato e' il livello generale, piu' essi sono intensi. Ne deriva che i bisogni dell'uomo non cessano di essere urgenti; la capacita' di produzione dipende dalla capacita' di persuasione. L'istruzione e' un'arma a doppio taglio; la stimolazione della domanda con la pubblicita' e l'emulazione e' decrescente al crescere dell'istruzione, mentre e' crescente la stimolazione di desideri piu' esoterici: musica, arti figurative, interessi scientifici e letterari, in parte anche i viaggi.La manipolazione delle coscienze ai fini del mercato e la creazione della mentalità convenzionale non deve essere coercitiva secondo i vecchi canoni repressivi, in quanto la coercizione non può coesistere con la libertà di mercato. La manipolazione deve essere formativa, permeante, in questo senso la società opulenta deve controllare la scuola e i mezzi di informazione, il tempo libero, gli spettacoli, e, oggi, la rete.
Di fronte al nuovo totem della produzione, e al nuovo mito della merce come misura della società umana, finiscono tutti gli ismi della storia, le grandi idee sul progresso, la costruzione di nuove realtà spirituali o l'idea che una società di eguali avrebbe assicurato la pace e la prosperità. Banalmente il futuro sarebbe stato l'epoca in cui la produzione avrebbe toccato vette più elevate.
In un passaggio che ai tempi del libro poteva definirsi profetico, Galbraith dice che il nuovo indirizzo economico tende ad aumentare la disponibilita' di lavoro, grazie a natalita' ed immigrazioni. La sovrappopolazione è dunque un elemento essenziale al funzionamento della società moderna basata sulla produzione di beni. Funzionale alla società opulenta è lo sviluppo delle megalopoli come nuova forma di convivenza di grandi masse nel segno del consumo.
Secondo la nuova economia nulla sta al di sopra della produzione, neanche la scienza.
Gli scienziati godono di un discreto prestigio, dice l'autore di The Affluent society, ma per essere veramente utili noi pretendiamo che essi siano al servizio del miglioramento della produzione.La scienza non deve essere al servizio del progresso umano, ma al servizio della produzione dei beni.
Sono gli anni in cui tutto diviene produzione in serie, come Ford aveva insegnato con la produzione nella catene di montaggio delle auto qualche decennio prima. "Ci si oppone con irragionevole avversione a ogni invenzione o principio che si crede interferisca o possa ostacolare una produzione quantitativamente migliore, proprio come la persona religiosa reagisce contro la bestemmia o il guerrafondaio contro il pacifismo". Chi si oppone alla produzione dei beni e al suo corollario: il mercato globale che assicura la crescita costante del prodotto, e' fuori del paradiso terrestre e subisce metaforicamente la condanna al rogo dell'eresia. C'erano le basi del pensiero unico mercatista che si sarebbe definitivamente imposto del XXI secolo, la mentalita' convenzionale come la definisce Galbraith. Gli anni in cui esce il libro sono anche gli anni in cui si comincia a comprendere che l'importanza della produzione supera il vecchio concetto dello stato nazionale: sentiamo continuamente dire che il livello di vita a cui sono giunti gli americani e' la "meraviglia del mondo", e nella mentalita convenzionale questa e' la giustificazione della nostra civilta' e anche della nostra esistenza. Comincia la globalizzazione dei mercati e della produzione.
Ora, fa notare Galbraith, i beni sono abbondanti. Negli stati Uniti sono piu le persone che muoiono per aver troppo cibo di quelle che muoiono per averne troppo poco. Mentre una volta si pensava che la popolazione premesse sulla disponibilita' delle risorse alimentari e di consumo, ora e' l'abbondanza di queste che pesa sulla popolazione. Tutti gli umani del pianeta debbono essere liberi di accedere al prodotto: la produzione non si puo interrompere per nessun motivo, il paradigma ne prevede la crescita costante insieme al numero dei consumatori. le persone stesse divengono così, da soggetti quale erano, oggetti della moltiplicazione produttiva in quanto funzionali all'aumento del prodotto complessivo.
Il concetto di produzione perde il rapporto prevalente con quello di necessità. Il prodotto spesso è in se inutile o ha una utilità marginale. Il suo valore non è la sua effettiva utilità a coprire una esigenza. Il valore del prodotto è nel prodotto stesso. Nasce la società dell'opulenza in cui il lusso è uno status sociale.
Dice Galbraith: "Nessuno puo' sostenere seriamente che l'acciaio che serve ad allungare di quattro o cinque piedi le carrozzerie delle nostre automobili a scopo esclusivamente estetico o per sfoggio di potenza, sia veramente necessario. Per molte donne e anche per qualche uomo, il vestiario ha cessato di avere una funzione protettiva, ed e' diventato, come il piumaggio di certi uccelli, un mezzo che serve solo ad attrarre persone dell'altro sesso ". Questi prodotti non sono necessari, ma rispondono ad una legge fondamentale: determinano dei bisogni indotti nella popolazione. Con l'aiuto della pubblicita e dei modelli diffusi dai media, si instilla nella popolazione la convinzione che il miglioramento della propria esistenza consista nell'aumento dei consumi e nella moltiplicazione del possesso di merci. Tutto questo contribuisce alla crescita della produzione, la produzione di merci diviene inarrestabile fornendo il benessere generale, che consiste ormai su un solo parametro: il consumo. Sono gli anni in cui nascono le grandi catene di supermercati e le multinazionali della produzione. "Tuttavia il problema della produzione continua ad essere al centro delle nostre preoccupazioni. Non si tende a considerare la produzione come una cosa naturale e scontata, come si fa per il sole e l'acqua: essa continua , invece, a costituire una misura dei pregi e del progresso della nostra civilta'".Il filosofo Umberto Galimberti vede in questa prevalenza del paradigma della produzione uno degli aspetti che sono alla base del nichilismo della societa contemporanea. La produzione in continua crescita presuppone che la merce prodotta sia presto buttata via, in un sistema unidirezionale che prevede l'annientamento della merce passando per il suo consumo. La nullificazione del prodotto e la sua trasformazione in rifiuto e' costitutivo della societa globale dei consumatori. Il riutilizzo del prodotto è una eresia per la società dell'abbondanza.
Lo stato perde i confini e alla vecchia sovranita' nazionale subentrano le nuove sovranita' sovranazionali, le grandi istituzioni finanziarie e le multinazionali della produzione. La produzione, perso ogni rapporto con i luoghi, si sposta come una merce tra le altre: le grandi fabbriche serializzate divengono globali. Gli organismi che regolano i commerci globali acquisiscono rilevanza strategica. Si importa crescita demografica dove manca, ricorrendo ai paesi con alta natalita', affinche il ciclo di produzione e consumo non si stabilizzi ma cresca continuamente, come richiedono gli interessi finanziari globali. Tutte le idee convenzionali sullo Stato e sulla nazionalita' vengono spazzate via dall'idea del consumatore unico. Soros subentra a Marx, Adam Smith e Keynes.
Robespierre, quando era a capo del tribunale di salute pubblica, aveva detto esplicitamente che bisognava eliminare le teste pensanti che si opponevano ai nuovi ideali morali dei rivoluzionari, basate sui diritti dell'uomo e l'uguaglianza. Era per i diritti degli uomini, diceva il capo dei giacobini, che migliaia di teste venivano mozzate. Oggi quei diritti, distrutte tutte le visioni spirituali dell'uomo, sono i diritti della produzione e dei consumatori. I nuovi giacobini sono i padroni della rete. Chi si oppone alla crescita della produzione e dei consumatori e al mercato glbale va silenziato ed eliminato dalla rete, magari nel nome dei diritti umani. Il nuovo autoritarismo è soft ma pervasivo: negli Stati uniti non e rappresentato tanto dalle grida di Trump e il suo decisionismo naif, che sembrano al contrario una semplice reazione sconclusionata all'imposizione del pensiero unico globale, quanto dall'establishment mediatico del politically correct. In europa ad esempio questo sistema di pensiero unico e' alla base delle istituzioni sovranazionali,dei media e dei social, del potere finanziario e produttivo internazionale. Una decisione a Bruxelles può decidere del futuro e del benessere di intere popolazioni in luoghi distanti. Mentre negli stati nazionali i poteri di controllo delle idee erano rappresentati dal governo locale, nel globalismo i poteri sono piu distanti e mediati. Le grandi istituzioni economiche, le banche centrali, le agenzie di rating e le concentrazioni finaziarie determinano le idee consentite e quelle non consentite favorendo la circolazione delle prime e proibendo le seconde con la demonizzazione mediatica. Chi e fuori del paradigma subisce la dannazione dei media e dei social. Andare contro il pensiero unico comporta l'esclusione da una serie di benefici e facilitazioni che nel mondo globalizzato sono irrinunciabili. L'esprimere idee non adeguate al pensiero unico da parte di dirigenti e governi significa bloccare l'economia di un paese, l'esclusione effettiva dalle decisioni internazionali, la bannerizzazione dai media, la condanna etica dell'apparato che controlla la formazione delle opinioni e la vita sociale.
Poiche i vizi vanno sempre ammantati di virtu, al tempo della societa opulenta globalizzata le repressioni delle idee non uniformi vanno giustificate con la necessita di rispettare i diritti umani. Non i diritti del singolo individuo con una storia ed a una terra di origine, ma i diritti di una persona neutra, globale, senza identità: in una parola i diritti del consumatore globale. Al posto della storia individuale, ed in futuro anche del nome e del cognome, c'è un codice a barre, simbolo del consumatore globale.
mercoledì 6 gennaio 2021
Attenborough: L'ecologia degli ottimisti
Nel suo ultimo libro "La vita sul nostro pianeta" (Ed. Piemme) il grande naturalista e divulgatore David Attenborough passa in rassegna i gravi problemi ambientali ed ecologici che mettono in pericolo la vita sul pianeta terra. Sulla causa di tutte le distruzioni, da quella delle foreste pluviali,alla scomparsa della biodiversità e delle specie viventi, non ci possono essere dubbi. La causa è una sola: la presenza e la crescita spropositata di Homo sapiens. A Homo è ormai da tutti gli studiosi attribuita una nuova era planetaria: l'Antropocene, caratterizzata dal progressivo depauperamento delle risorse naturali e inquinamento ambientale, in particolare l'innalzamento del carbonio libero in atmosfera e il conseguente aumento delle temperature. Davanti ai nostri occhi, per lo più indifferenti, si consumano gli spaventosi disastri ambientali e biologici dovuti alla crescita del cancro umano: la scomparsa progressiva delle foreste e degli habitat selvaggi per specie avviate all'estinzione come gli Orango asiatici o i Gorilla Africani, l'abbattimento della vegetazione naturale in favore delle monoculture ad uso commerciale (cereali per umani o soia e altri vegetali per il bestiame da carne e allevamento) o del cemento metropolitano. Attenborough non si nasconde il problema principale: la spaventosa crescita demografica umana dell'ultimo secolo. Riporto parte di uno dei capitoli conclusivi:
"Quando sono nato, c'erano meno di due miliardi di persone sul pianeta: oggi ce ne sono quasi quattro volte di più. La popolazione mondiale continua a crescere, e secondo le attuali proiezioni delle Nazioni Unite, entro il 2100 sulla Terra ci saranno tra 9,4 e 12,7 miliardi di persone. In natura, le popolazioni di animali e piante in ogni habitat rimangono di dimensioni approssimativamente stabili nel tempo, in equilibrio con il resto della comunità. Se sono troppi, ogni individuo farà più fatica a ottenere ciò di cui ha bisogno, per cui alcuni moriranno o si sposteranno altrove. Se sono troppo pochi, le risorse saranno più che sufficienti per tutti.Così si riprodurranno bene e la specie raggiungerà ancora una volta il suo pieno potenziale.Aumentando o diminuendo leggermente, la popolazione di ogni specie oscilla intorno a un numero che l'habitat può sostenere. Questo numero - la capacità che un ambiente ha di sostentare una particolare specie- rappresenta l'essenza stessa dell'equilibrio della natura.
Qual è la capacità portante della Terra verso noi umani? ...A quanto pare riusciamo sempre a inventare o scoprire nuovi modi di sfruttare l'ambiente e trarne sostentamento, almeno per quel che riguarda l'essenziale - cibo, alloggio, acqua-, per sempre più persone. Anzi, la verità è ancora più impressionante. Ci procuriamo senza sforzo molto più dell'essenziale - scuole, negozi, divertimenti, istituzioni pubbliche-, anche se la nostra popolazione continua a crescere a una velocità straordinaria. Non c'è niente che possa fermarci?
La catastrofe che si staverificando intorno a noi suggerisce di si. La perdita di biodiversità, il cambiamento climatico, la pressione sui nove limiti planetari, tutto indica che ci stiamo avvicinando alla soglia...I demografi parlano di transizione demografica che, sul modello del Giappone, si spera possa avvenire anche per il resto del mondo. Tra i primi anni Cinquanta e i primi anni Settanta ci fu in Giappone un boom economico: le città si espansero rapidamente, i redditi aumentarono, l'istruzione migliorò e le aspirazioni crebbero. Tuttavia, durante quel periodo, il tasso di natalità diminuì improvvisamente. Nel 1975 la famiglia media giapponese aveva solo due figli. Molti aspetti della vita erano migliorati, ma erano anche più costosi. C'erano meno spazio, meno soldi e meno tempo per allevare i bambini, e meno incentivi per le famiglie numerose perché la mortalità infantile era calata con i miglioramenti nella dieta e nelle cure sanitarie. Nel 2000 la popolazione del Giappone era di 126 milioni, ed è così ancora oggi. Si è quindi stabilizzata. Il Giappone è nella quarta fase: sia il tasso di natalità sia quello di mortalità sono bassi, il che significa che si annullano a vicenda e la popolazione rimane stazionaria. E' possibile tracciare una simile transizione nella popolazione del mondo intero. Ma quando succederà alla popolazione mondiale ciò che è successo al Giappone? Sarà un momento storico, il giorno che gli studiosi delle popolazioni, i demografi, definiscono picco umano, quando la nostra popolazione smetterà di crescere per la prima volta dall'avvento dell'agricoltura, diecimila anni fa. Ma ci vorrà molto tempo: in primo luogo, la dimensione della famiglia deve scendere abbastanza da consentirci di raggiungere il picco infantile, il punto in cui il numero di bambini sulla Terra smette di aumentare. Dopodiché dovremo aspettare che la generazione di bambini più numerosa di sempre attraversi i venti e i trent'anni -quando avranno dei figli- perché la popolazione cominci a stabilizzarsi. In sostanza, soltanto quando avremo le famiglie meno numerose di sempre, la nostra popolazione smetterà di aumentare...Possiamo in qualche modo incoraggiare la popolazione a raggiungere il picco più in fretta?
La Cina pensava di aver trovato la risposta nel 1980, quando mise in atto la politica del figlio unico. A parte le questioni morali, la difficoltà di metterla in pratica e le perturbazioni sociali e culturali a essa associate, ci sono poche prove che tale approccio funzioni più efficacemente dello sviluppo economico. Sembra che il modo migliore per stabilizzare la popolazione sia sostenere le nazioni che cercano di accelerare la loro transizione demografica. Sostenere quelli che vogliono risollevarsi dalla povertà, dotarsi di strutture sanitarie, sistemi educativi, trasporti migliori e sicurezza energetica, diventare attraenti per gli investitori. Tra tutti questi progressi sociali, uno in particolare contribuisce a ridurre in modo significativo le dimensioni medie delle famiglie: l'emancipazione femminile. Ovunque le donne abbiano diritto di voto, accesso ai gradi più alti dell'istruzione, ovunque siano indipendenti e non sottoposte al controllo degli uomini, ovunque possano disporre di una buona assistenza sanitaria e dei mezzi di contraccezione, ovunque siano libere di scegliere il proprio lavoro e di seguire le proprie aspirazioni, il tasso di natalità diminuisce. Il motivo è semplice: l'empowerment porta alla libertà di scelta e , quando la vita offre più opzioni alle donne, la loro scelta è spesso quella di avere meno figli. Le ricerche del Wittengenstein Centre, con sede in Austria, hanno dimostrato che uno sforzo internazionale per innalzare gli standard di istruzione mondiali cambierebbe il corso della crescita della popolazione umana.
Politici e industriali sono però preoccupati di un calo delle nascite. L'odierna ossessione per la crescita costante del PIL induce i politici a chiedere più bambini per avere più lavoratori futuri e piu consumatori, o ai pensionati di tornare al lavoro per alleggerire il carico fiscale sulla classe media. Queste preoccupazioni hanno portato alcuni a suggerire, come per il Giappone, che si dovrebbe essere in grado di introdurre robot e intelligenza artificiale per aiutare l'economia. Se ci spostassimo verso una economia mondiale meno dipendente dalla crescita si potrebbe trovare un equilibrio sostenibile , con un minor numero di persone in una società più matura e sicura. L'inevitabile aumento della popolazione umana, che continuerà ancora per molti anni, rende ancora più critiche le decisioni di oggi, prima che sia troppo tardi. " (La vita sul nostro pianeta: pagg. 172-182).
Per quanto siano apprezzabili e condivisibili le denunce di Attenborough in questo suo ultimo libro , mi sembra che difettino di alcune analisi sul modello esplosivo assunto dalla crescita umana nell'ultimo secolo. Da ciò deriva un certo ottimismo, per cui se lasciamo andare le cose come stanno andando, magari correggendo un po' la disuguaglianza di ricchezza e puntando su una energia basata sempre di più sulle rinnovabili, la situazione si aggiusterà da sola. La crescita economica e sociale delle aree più sviluppate comporta in effetti una riduzione della natalità, ma il fenomeno rimane circoscritto a poche aree e il sistema antropico complessivo non sembra tornare indietro da una crescita numerica che ogni anno aggiunge circa 90 milioni di umani alla popolazione planetaria. Ancora vaste aree del pianeta sono soggette ad una crescita demografica eccessiva che innesca fenomeni di devastazione ambientale locale, deforestazione, cementificazione, inquinamento e, con l'emigrazione, aumento di popolazione in aree già sviluppate e cementificate in modo estremo.Il fallimento ormai pluridecennale delle varie conferenze internazionali di porre un freno all'aumento del carbonio atmosferico è una conferma che per ora ogni ottimismo è ingiustificato. Le megalopoli, che Attenborough considera utili per ottimizzare la convivenza di milioni di persone in spazi ristretti con economie di scala, sono anche megastrutture antropiche che tendono ad aumentare i consumi, ad espandersi con la cementificazione nel territorio circostante, ad inquinare con rifiuti e prodotti chimici. Fungono inoltre da attrattori consentendo alle aree meno sviluppate, che di per sé non avrebbero risorse, di sostenere alti tassi di natalità con la prospettiva dell'inurbamento con la migrazione verso megalopoli che sono anche poli di produzione e consumo. La redistribuzione solidale inoltre perde molto delle sue capacità di migliorare istruzione e sanità se viene impiegata per i bisogni primari dovuti ad alti tassi di crescita demografica, come fanno molti paesi cosiddetti arretrati che sperperano risorse in nazionalismi, guerre, crescita demografica e necessità elementari (oltre che in corruzione). Non basta dunque sedersi ed aspettare i magnifici effetti dello sviluppo come sottintendono gli ecologisti dell'ottimismo. Senza politiche attive mirate al calo della natalità, non ci saranno prospettive né del picco demografico di Homo, né di decrescite dei consumi, né di riduzione del riscaldamento planetario da carbonio. Incombe inoltre un conflitto irresolvibile con questi tassi di crescita di popolazione: le crescenti richieste di energia di una popolazione in forte espansione non si conciliano con la dinamica assai lenta e costosa della produzione energetica da rinnovabili. La sostenibilità dei due termini conflittuali è tutta da dimostrare.
lunedì 7 dicembre 2020
Uno spettro s'aggira per l'Europa
Uno spettro s'aggira per l'Europa: e' il fantasma dello spopolamento. Sui giornali, da parte dei governi, nei media, dagli scienziati ai demografi è tutto un gridare al grave pericolo del deserto europeo. Capofila dello spopolamento planetario, complice il Covid e il suo aumento della mortalità, è l'Italia. "Covid e crisi demografica: popolazione italiana presto sotto quota 60 milioni" sbatte il titolo in prima pagina il Messaggero. "Il calo delle nascite mette in pericolo il diritto alla maternità" grida su La Stampa Laura Sabbadini. A riferire il punto di vista delle istituzioni è Giancarlo Bangiardo, presidente dell’Istat: «Siamo di fronte ad un vero e proprio calo numerico di cui si ha memoria nella storia d’Italia solo risalendo al lontano biennio 1917-1918, un secolo fa, un’epoca segnata dalla Grande Guerra e dai successivi drammatici effetti dell’epidemia di `spagnola».
Il Foglio lancia l'allarme: entro il 2050 l'Italia si trasformerà in un "ospizio a cielo aperto". L'Istat addirittura si spinge fino alla previsione di un dato che, a opinione generale, sarebbe drammatico, catastrofico: in Italia 53,8 milioni di abitanti al 2065. Come sarà possibile, frignano tutti, sostenere un così tragico dato demografico per il nostro povero paese? Non più 60 ma solo 54 milioni di abitanti in Italia tra mezzo secolo!
Tutti siamo depressi e preoccupati dal dato drammatico e inaspettato. Che ne sarà del nostro povero paese, delle sue bellezze naturali private di cemento, discariche, edifici e capannoni, che ne sarà delle coste private di quel magnifico tappeto grigio-cemento di abitazioni costruite sulla spiaggia, che ne sarà dei laghi e dei fiumi senza più barche, senza scarichi miasmatici, e con i ponti e moli deserti. Che ne sarà dei monti innevati deprivati dei milioni di sciatori, degli impianti di risalita arrugginiti, dei tunnel montani derelitti, dei casermoni per turisti sulle cime e al posto degli squallidi boschi. Che ci stanno a fare, in fondo, quelle inutili valli verdi? Dei bei condomini per famiglie numerose ad alta -come si dice- densità abitativa è il loro destino ottimale. E che dire delle città ridotte a ricoveri per vecchi? Quelle periferie, una volta, magnificamente sovrappopolate da umani accatastati in alveari, grigi palazzi di cemento o squallide casupole da bidonville? Ambienti perfetti per l'opera di preti e cooperatori solidali da centri sociali. Con la decrescita demografica potrebbero perdere il loro allure umanoide da allevamento di polli.
6 milioni di abitanti in meno tra 50 anni è un dato da gettare nello sconforto...i produttori di auto, i costruttori, i cementificatori, e da spingere al suicidio i padroni delle fabbriche di pannolini e biberon. A chi venderemo i barattoli Nestlè?
E poi il diritto alla maternità! Come faranno le povere mamme senza pargoli attaccati al seno, o i papà e i nonni privi delle compagnia di bimbi paffuti e ben nutriti da latti in polvere ed omogeneizzati? Non è etico uno spreco di tanti futuri consumatori e inquinatori. In quale mondo orribile e denatalizzato vivremo? E i parchi giochi con i cavallini di legno abbandonati? E poi, su tutto, il rischio che aumentino animali selvatici e bestie nei luoghi derelitti dall'uomo: imperverseranno cinghiali e orsi, daini e gazzelle e altre simili belve in territori restituiti al verde e alle cristalline acque di ruscelli privati di tossici e prodotti chimici non più scaricati da fabbriche ahimé senza produzione: un disastro inenarrabile!
E le bronchiti croniche? Che fine faranno le bronchiti croniche? Senza più i fumi di particolato P 2,5 e P 10, inesorabilmente ridotto per tanta diminuzione di popolazione e di consumi? Già abbiamo visto gli effetti drammatici del Covid sull'aria delle città e delle campagne. Perfino in Val Padana l'aria è divenuta respirabile, per lo stop al traffico e alle produzioni industriali. E il minor traffico aereo con le tonnellate di cherosene non bruciato? Così la gente, nonostante il covid, tossisce di meno e forse alla lunga potrebbe diminuire la morbilità e la mortalità. Le case farmaceutiche sono comprensibilmente preoccupate.
La preoccupazione sconfina poi nella disperazione quando si pensa agli immigrati. Da Repubblica al Corriere, dai politici buonisti ai dirigenti delle cooperative di accoglienza, dai trafficanti alle Ong, è tutto un gridare allarmi, un avvertire del pericolo di desertificazione per mancanza di immigrati.
"Si sta esaurendo anche l’effetto positivo determinato in questi anni dall'arrivo in massa dagli stranieri" scrive costernata La Stampa. Anche duecentomila arrivi all'anno sembrano pochi. "Il numero di cittadini stranieri che arrivano nel nostro Paese è in calo (-8,6%)" si lamenta il Sole 24 ore. Neanche più il richiamo degli appelli del Papa bastano a smuovere i pigri africani e gli asiatici. Gli arrivi diminuiscono! disperano i preti per mancanza di futuri fedeli e industriali, burocrati europei e Lagarde in persona a nome delle istituzioni finanziarie per il livello dei consumi che potrebbe scendere. Ma c'è un altro problema, un altro disastro dietro l'indebolirsi della immigrazione massiva: "gli immigrati, una volta che diventino avvezzi alle nostre consuetudini, riducono anch’essi la natalità", scrive costernato il Corriere come fosse l'annuncio di una nuova Sars. Se così stanno le cose, come faranno le degradate periferie delle grandi città italiane, a trasformarsi nelle nuove Brazzaville o Kinshasa? Il disegno di avere pezzi d'Africa o di Bangla Desh alla periferia di Roma e di Milano sembra compromesso. Potrà quel che resta della campagna romana (assai poco in verità...) sopportare la mancata trasformazione in bidonville? La più grande discarica d'Europa, quella di Malagrotta, rischia di perdere milioni di tonnellate di rifiuti riversate ogni anno da una così vasta e variegata popolazione. I miasmi da essa prodotti, un misto di sterco e acido solforico, che appestano l'aria di interi quartieri di Roma, potrebbero ridursi insieme all'avanzare del deserto.
Il coro degli asini è univoco. Tra tanti ragli non una sola voce si è alzata per affermare che forse la lenta,troppo lenta, lentissima diminuzione della popolazione e della pressione antropica sul territorio e sulla natura del nostro paese, potrebbe essere un fatto positivo per l'ambiente, per il suolo verde, per gli animali, e persino per la popolazione degli Homo restituiti ad un senso. Prevale ancora il conformismo dell'uomo al centro dell'universo e del crescete e moltiplicatevi. Le teste bianche degli anziani fanno paura. Gli anziani comprano poche merci, consumano meno, cambiano meno l'auto, hanno meno esigenze di spesa rispetto ad una popolazione in crescita. E poi non lavorano. Richiedono meno energia, producono meno inquinanti. Sono troppo saggi, hanno troppo buon senso. I vecchi spesso amano gli animali, si accompagnano ad un cane. Magari si dilettano ad ammirare un paesaggio, a passeggiare in montagna. E non a costruirci un condominio di 12 piani.
sabato 5 dicembre 2020
L'era delle catastrofi
Eravamo tutti in attesa della catastrofe climatica dovuta al riscaldamento globale, e invece la catastrofe è arrivata dalla biologia. Un virus aggressivo e mortale ha saltato dalla sua specie ospite al più vasto serbatoio biologico disponibile: gli otto miliardi di umani. Sono passati cento anni dalla precedente catastrofe biologica della spagnola. Nell'ultimo secolo c'erano state anche altri eventi catastrofici: due conflitti mondiali avevano devastato l'umanità producendo milioni di morti e la distruzione di intere nazioni. Nel dopoguerra seguì un periodo di ottimismo e di speranza: sembrava che guerre, epidemie e carestie potessero essere controllate dallo sviluppo economico. Ma si trattava di speranze basate su un modello sbagliato: il modello antropocentrico che vedeva nell'uomo e nella sua riproduzione illimitata il fine ultimo dello sviluppo. L'assurdità del modello antropocentrico è sempre più evidente nella cronaca contemporanea. Sempre nuovi pericoli si affacciano con il generale inquinamento chimico, la modificazione fisica dell'atmosfera, l'accumulo dei rifiuti, l'esaurimento delle risorse, la distruzione delle riserve naturali. Quest'ultimo fenomeno comporta il prodursi di sempre più frequenti pericoli biologici dovuti alla devastazione degli ambienti originari di vita di altre specie e alla antropizzazione di territori vergini in passato riservato a tante varietà di specie animali e vegetali. L'esaurirsi delle risorse tra cui l'acqua e quelle energetiche sono rischi sempre più concreti.
Con il crescere della popolazione e del livello tecnico-industriale si assiste inoltre ad una distorsione della presenza antropica che non ha precedenti. In passato le popolazioni umane occupavano diffusamente il territorio, con campagne coltivate e aree destinate al pascolo, piccoli borghi abitati e con centri cittadini medio-piccoli. Oggi la crescita della popolazione umana si struttura su megacentri fortemente antropizzati, le megalopoli, che si estendono sui territori come un cancro consumando suolo verde e producendo tossici, fumi, inquinamemto chimico e rifiuti. Questi megacentri sono anche sistemi di consumo massificato e di produzione che distorcono la crescita economica imponendo una continua crescita del PIL, pena il collasso dell'intero sistema. Nessuna decrescita è possibile in presenza di uno sviluppo basato sulle megalopoli. L'epoca che si apre, anzi che si è aperta da più di un secolo, è dunque un'era di catastrofi annunciate e realizzate e destinate ad aumentare di frequenza e gravità se non si riuscirà a fermare la crescita esplosiva della popolazione degli Homo. Questa, anziché essere controllata come auspicavano alcuni timidi tentativi del passato (vedi Cina e India), non è ancora percepita come merita e il pericolo è tuttora generalmente sottovalutato. Al contrario il processo di antropizzazione del pianeta è favorito dai processi migratori incontrollati che hanno rotto quell'equilibrio prima rappresentato dalla pressione tra crescita demografica e disponibilità limitata delle risorse locali.
Anche questo sistema di controllo con il feedback tra popolazione e risorse è crollato con la diffusione antropica globalizzata.Le migrazioni di massa hanno contribuito a mantenere alti i tassi di natalità rompendo il rapporto tra popolazione e luogo di residenza. L'alta natalità è semplicemente bilanciata dalla forte migrazione, come era avvenuto nel nostro paese nella prima metà del '900.
Le epidemie hanno sempre costituito un sistema di controllo delle popolazioni locali: ad una crescita eccessiva di una specie in un determinato territorio seguiva infatti il diffondersi di malattie diffusive che tendevano a ridurre la natalità e ad aumentare la mortalità. Come esempi possiamo ricordare la peste che si diffuse in Europa intorno alla metà del XIV secolo, conseguenza della forte crescita demografica dei due secoli precedenti e dell'aumento degli scambi commerciali e umani. O le gravi epidemie di vaiolo che afflissero l'Europa nel XVII e XVIII secolo in coincidenza con la crescita demografica e il crescente fenomeno dell'inurbamento. Lo sviluppo tecnologico, il miglioramento dei trasporti, della produzione agricola e industriale, hanno tuttavia rotto ogni schema di omeostasi delle popolazione in rapporto ai luoghi e alle risorse. Così i tre pilasti dell'omeostasi biologica ambientale: la fame, le guerre e le epidemie, sono venuti meno negli ultimi due secoli con il diffondersi della industrializzazione e della tecnica.
Il meccanismo di autocorrezione e omeostatasi terrestre che tende ad assicurare la presenza della diversità biologica e il funzionamento dei sistemi naturali, non è venuto meno, ma si è semplicemente trasformato producendo effetti riequilibranti su scala globale. Il riscaldamento climatico e il Covid 19 sono due esempi di questa nuova era che è cominciata un secolo fa e che si prepara ad agire con altri eventi catastrofici su scala globale. Ciò che colpisce è la sordità e la cecità degli esperti e delle organizzazioni sia statali che internazionali. Nessuno sembra rendersi conto dell'origine del pericolo. Tutti vanno a proporre rimedi agli effetti finali: riduzione del consumo di idrocarburi, sistema di smaltimento differenziato dei rifiuti, minore utilizzo di plastiche ed altri inquinanti ecc. Ma nessuno si pone il problema di come tutti i fenomeni cui assistiamo abbiano origine dalla crescita mostruosa della popolazione umana e dal sistema di vita centrato sul prodotto di quella crescita: il sistema delle megalopoli e dei consumi di massa.
martedì 13 ottobre 2020
Una questione di anima e di numeri
Mi chiedo spesso il motivo del fallimento del movimento dei verdi, fallimento a livello mondiale e non solo in italia, pur in presenza di un inquinamento inarrestabile del pianeta con i suoi effetti sulla salute e sul clima. Potrebbe essere il loro momento, invece stanno quasi scomparendo dall'agone politico.
Uno dei motivi di fondo è l'incomprensione, da parte gegli ecologisti dell'ultima ora, del problema demografico. La trasformazione dei popoli e delle nazioni in una informe ed uniforme massa umana basata sul numero. Al posto dei vari popoli della terra, radicati ciascuno in un suo luogo e in una storia, vi e' un uomo globale , sradicato, senza luogo e senza storia, senza patria e senza confini, il cui unico valore è il consumo fine a se stesso e la continua crescita numerica senza ideali e senza scopo. Come tutto questo sia coerente e finalizzato al mantenimento di un potere finanziario e tecnocratico e' motivo di discussione e approfondimento da parte della filosofia contemporanea. Il discorso è invece completamente assente e l'argomento completamente ignorato in campo politico. In primo luogo proprio dai movimenti ecologisti, concentrati sulle conseguenze del fenomeno (il riscaldamento globale, l'inquinamento) senza averne mai compreso le origini.
Un libro scritto dal giovane filosofo Diego Fusaro, aiuta a dare una risposta.Il pensiero unico globalista che ha uniformato il mondo sotto il dominio del mercato, delle merci e dell'uomo ridotto a un neutro consumatore, un numero tra i numeri dell'economia globale, non ammette differenze, distanze, confini, separazioni, culture diversificate: l'uomo globale e' un consumatore neutro sradicato dal luoghi e dalla storia. La furia egualizzante del pensiero unico ha negato nell'uomo ogni distinzione, persino il sesso è visto come un problema.
"La rappresentazione politicamente corretta dei bambini con il colore diverso della pelle, provenienti da differenti aree del pianeta, e poi vestiti tutti immancabilmente con gli united colors della medesima marca e dei medesimi capi di abbigliamento, esprime in maniera paradigmatica la cancellazione di ogni storia e di ogni appartenenza in favore dell'egualitarismo identitario. il falso multiculturalismo coesiste con il monocromatico assoluto del mercato. Esso finge di valorizzare la pluralita' delle identita' nell'atto stesso con cui procede per inclusione neutralizzante: ossia, appunto, neutralizzando le identita' e insieme includendo i neutralizzati nella nuova identita' gadgettizzata di consumo, prodotta artatamente dall'ordine dominante" (Diego Fusaro: Difendere chi siamo, Rizzoli pag. 27).
La moltiplicazione numerica della popolazione ha sostituito la diversificazione delle qualità. Il popolo perde le sue caratteristiche che rendono i popoli uno diverso dall'altro, per divenire massa, un insieme di elementi neutri volti al consumo. I luoghi non hanno più anima. L'anima era ciò che dava una identità agli abitanti di quel determinato luogo. Ma la terra oggi è un indistinto globale destinato allo sfruttamento delle risorse e all'utilizzo del mercato. Il borgo medioevale circondato dai suoi campi coltivati o dai boschi, che ancora oggi ci da il senso della bellezza e dell'umanità intesa come appartenenza, è ovunque sotituito dalle periferie urbane, di monocromo cemento, in cui il degrado ambientale sostituisce il territorio con l'uniforme tecnostruttura dell'homo novus dell'età della tecnica e del mercato. Dai caseggiati alle baraccopoli e le bidonville è tutto un trionfare del numero sulla qualità: non c'è più l'anima del mondo. Ucciso il passato, muore anche il futuro. La crescita umana è solo numerica, i giovani non sanno cosa sperare perché non c'è un'idea o un valore se non quello del denaro. Secondo il politicamente corretto il nuovo valore è l'uguaglianza assoluta, la distruzione di ogni differenza: di etnia, di cultura, di storia, di nazione. L'uomo diviene come la merce, interscambiabile, sostituibile, trasportabile, con tutti i diritti propri del mercato: la libertà di scambio, di commercio, di spostamento. Se la produzione e il consumo lo richiedono, un popolo può essere sostituito con un altro. E' solo questione di numero. L'invariante è il numero di ordinazioni, il fatturato, la produzione, il Pil in crescita.
In questa maniera i luoghi scompaiono, se non ci sono differenze non c'e neanche identita'. Difendere un luogo verde, un paesaggio, un borgo storico medioevale e' impossibile, ed i tentativi degli ecologisti si risolvono in inutili e temporanei opere di giardinaggio. Dare una pennellata di verde a luoghi che hanno perso i loro abitanti, trasformati in consumatori globali sradicati dai loro luoghi di provenienza, non ha senso ed e inutile. Tutto e' fruibile o non e'. Se c'è un appezzamento di terreno verde si comincia con l'abbattere gli alberi, poi si spiana per eliminare i dislivelli, infine ci si impianta il cemento armato e l'asfalto. Tutto puo essere trasformato, sterrato come terreno da capannonare o cementificare. Se questo non è possibile, si scava, si trafora, si sbanca, oppure ci si costruisce un viadotto che magari non serve a nessuno: ma non importa qualcosa bisogna farci. Se proprio c'è una zona verde che non si può toccare ci si fa turismo, si circonda di alberghi ed attività commerciali, se ne fa una specie di parco giochi, di zoo cittadino. Nel migliore dei casi se ne fa un parco nazionale, difeso da leggi e guardiaparco, senza neanche rendersi conto dell'assurdo di dover difendere e recintare una natura che sta li da migliaia di anni. Qualunque luogo naturale assume l'aspetto di una fiction, e tale è in realtà.
Contro questa deriva del mondo non c'e' finora alcuna opposizione politica. Gli stessi sovranisti non guardano ad alcuna difesa del territorio ma solo ad una protezione degli interessi commerciali ed economici, o all'imposizione di dazi e tariffe. Ritrovare l'anima significa tornare nei luoghi, ritrovare le differenze, le culture diverse, le radici, le appartenenze. Senza l'anima dei luoghi, il mondo diviene dominio del numero, il popolo scompare insieme alla sua storia e l'uomo diventa massa. E' del tutto evidente come il livello politico di tutto questo comporti un pericolo alla sopravvivenza della democrazia verso autoritarismi di massa.
Anni fa esisteva un movimento definito no logo, per coloro che si opponevano alla globalizzazione del mercato. Poi si sono convertiti al politicamente corretto della fine di ogni differenza, del falso multiculturalismo egualizzante. Sono passati dal no logo al non luogo. Scambiavano l'effetto con la causa: combattevano le multinazionali del marchio mentre la popolazione cresceva, nel giro di pochi anni, di due miliardi. Il mostro della sovrappopolazione con le sue due braccia, il denaro e la tecnica, sta fagocitando la varietà del mondo sostituendo tutto con un codice numerico.
Al posto delle idee c'è un futuro fatto di numeri: il numero che indica i gradi di crescita del riscaldamento atmosferico, o quello, in miliardi, della popolazione umana sulla Terra devastata.
Iscriviti a:
Post (Atom)






