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mercoledì 29 giugno 2016
La popolazione mondiale non si stabilizza
(Mappa delle Megalopoli)
La favola che la popolazione del pianeta si sarebbe stabilizzata a fine secolo si è pubblicamente rivelata quello che era: una bufala. Anche l’organizzazione delle Nazioni Unite che aveva contribuito a diffonderla ne ha preso atto e ha pubblicato nuovi dati che prevedono una popolazione ben superiore (da nove a undici miliardi) per la fine del secolo, come riporta l’articolo delle Scienze che riproduco qui sotto. Purtroppo la previsione di 11 miliardi è anch’essa ottimista, nel senso che ormai è dimostrato che quando aree con alti tassi di natalità si stabilizzano subentrano subito altre aree del pianeta che aumentano i propri tassi. Considerando l’alta mobilità della popolazione, queste aree di alta natalità, per lo più con risorse insufficienti, divengono aree di emigrazione verso quelle con tassi stabili. L’effetto complessivo è una crescita costante dell’antropizzazione di tutto il pianeta con effetti devastanti sull’ambiente, le risorse ambientali e la sostenibilità.
Quello che colpisce in questo quadro ormai riconosciuto dai maggiori esperti di demografia è l’assoluto silenzio della politica. Per i politici vige il politically correct per cui è assolutamente tabù parlare di tassi di natalità, di crescita di popolazione, di pressione antropica, di sostenibilità ambientale legata alla sovrappopolazione. Dai campioni del politically correct ci può al massimo essere un accenno alla eccessiva pressione dello sviluppo economico sull’ambiente, ma sul lato della popolazione vige la più completa cecità. L’equazione di Ehrlich che vede i consumi individuali medi moltiplicati per il numero complessivo degli abitanti è costantemente e volutamente dimenticata. Forse per timore di essere scambiati per razzisti o per non solidali (l’assoluto antropocentrismo che caratterizza la nostra epoca vieta ogni riferimento alla limitazione dei diritti umani, anche se riferita alla salvezza del pianeta) tutti tacciono nelle sedi istituzionali su questo tema. In primo luogo colpisce il silenzio tombale dei movimenti ambientalisti, la cui contraddizione è talmente evidente che questi movimenti cosiddetti verdi stanno ovunque declinando meritatamente nella insignificanza.
Eppure non sono mancati, anche nel secolo scorso, i richiami di molti intellettuali che hanno ricordato come l’enorme potere che viene all’uomo dall’uso della scienza e della tecnica deve essere accompagnato da una nuova responsabilità verso la natura, le piante e gli animali (tra tutti ricordo H. Jonas: il principio Responsabilità). Una nuova coscienza e una nuova morale più attenta all’ambiente e ai diritti delle altre specie deve essere assunta dall’uomo contemporaneo, altrimenti ci attende la rovina e la distruzione del pianeta e di tutte le specie viventi compresa la nostra.
Riporto l’articolo pubblicato sulle Scienze nel 2014 riguardanti le nuove stime Onu sulla sovrappopolazione mondiale.
“Nel 2100 la popolazione mondiale potrebbe arrivare a 11 miliardi di persone, con gravi ripercussioni per lo sfruttamento delle risorse del pianeta, lo sviluppo socioeconomico e la sostenibiltà ambientale. Lo afferma un nuovo studio delle Nazioni Unite e dell'Università di Washington, che aumenta di ben 2 miliardi di persone gli abitanti della Terra di fine secolo rispetto alle previsioni precedenti. Per cercare di mitigare il problema, le politiche globali dovrebbero puntare a una diminuzione del tasso di natalità dei paesi in via di sviluppo, puntando sull'incremento del livello di scolarità delle donne e sull'educazione alla contraccezione.
Undici miliardi di abitanti entro il 2100. È la previsione demografica elaborata in un nuovo studio dell'Università di Washington e delle Nazioni Unite pubblicato su “Science”. Si tratta di un valore medio: lo studio infatti stabilisce che c'è una probabilità dell'80 per cento che la popolazione sia compresa tra 9,6 e 12,3 miliardi. In ogni caso, la stima è di due miliardi di persone superiore rispetto alle previsioni precedenti, e quindi costringerà a rivedere molti altri parametri globali in termini di sviluppo socioeconomico e di sostenibilità ambientale delle attività umane.
“I modelli che negli ultimi vent'anni anni hanno ottenuto il più largo consenso prevedevano che la popolazione mondiale, oggi circa 7 miliardi di persone, dovesse raggiungere un massimo a 9 miliardi, oltre il quale sarebbe poi diminuita”, spiega Adrian Raftery, professore di statistica e sociologia della Università di Washington e coautore dello studio. “Abbiamo scoperto che c'è una probabilità del 70 per cento che la popolazione mondiale non si si stabilizzi entro questo secolo: questo significa che il problema demografico deve ritornare sull'agenda delle organizzazioni mondiali”.
L'analisi si basa sui dati demografici pubblicati dalle Nazioni Unite a luglio scorso. Le proiezioni indicano che la maggiore crescita sarà concentrata in Africa, dove la popolazione quadruplicherà, passando da circa un miliardo a circa 4 miliardi alla fine del secolo; più precisamente, la stima è data all'interno di un intervallo di valori: c'è una probabilità dell'80 per cento che nel 2100 la popolazione africana che sia compresa tra 3,5 e 5,1 miliardi di persone.
L'elemento fondamentale di questa previsione è che nelle nazioni
dell'Africa sub-sahariana il tasso di natalità non scenderà rapidamente come invece ipotizzato. In Africa, anche a causa dello scarso accesso ai metodi contraccettivi, le famiglie continuano a essere numerose, con una media di 4,6 figli per coppia. Allo stesso tempo la mortalità per malattie, come per esempio quella dovuta all'infezione da HIV, sta costantemente diminuendo, contribuendo alla crescita della popolazione. In Asia, dove oggi abitano circa 4,4 miliardi di persone, la crescita della popolazione dovrebbe toccare un picco nel 2050 per poi diminuire. Complessivamente la popolazione di Nord America, Europa e America Latina e Caraibi dovrebbe rimanere al di sotto di un miliardo di abitanti.
Le proiezioni contenute nello studio destano allarme soprattutto perché sulle stime dei livelli demografici sono basati altri parametri globali, che riguardano l'accesso alle risorse naturali e il loro sfruttamento, lo sviluppo socioeconomico e non ultima la sostenibilità ambientale.
Questi rapporti, tuttavia, servono anche per mettere in atto adeguate politiche che consentano di contenere l'esplosione demografica, essenzialmente mirate al contenimento della natalità nei paesi in via di sviluppo. Secondo, gli autori, sono due sono i fattori che consentono di diminuire il numero di figli per donna: un maggiore accesso ai contraccettivi e l'incremento del livello di scolarità delle donne. “
(Da Le Scienze n.346 ottobre 2014).
domenica 26 giugno 2016
L'illusione europeista
Il Brexit ha messo a nudo la profonda crisi di identità dell'Europa. Finiti i nazionalismi con le due grendi guerre mondiali del 900, ci si era illusi di poter fondare una unità politica del continente. Ma già nel dopoguerra ci si chiedeva su quali valori fondare l'auspicata unità delle nazioni pochi anni prima in guerra tra loro. Ciò che si è realizzato negli anni successivi è stato di creare un enorme apparato burocratico senza alcuna consistenza politica. Gli unici elementi unificanti sono stati una unione dei mercati (che è andata di pari passo con la globalizzazione), una moneta e una banca comune. La caduta delle frontiere, la inconsistenza politica, l'assoluta prevalenza degli interessi di mercato ha creato le condizioni per un afflusso migratorio senza precedenti, favorito dlla esplosione dei tassi di natalità in vaste aree del terzo mondo. La crisi economica, la sovrappopolazione del territorio, la cementificazione, la distruzione ambientale, la crecita delle megalopoli e delle periferie degradate è stata la conseguenza della confusione mentale e della mancanza di un disegno unitario nella creazione della cosidetta Unione Europea. Senza contare gli errori della aggregazione di nazioni tanto diverse e in situazioni economiche differenti che ha portato nel calderone europeo un numero spropositato di paesi di difficile o impossibile integrazione, rispetto ai sei paesi fondatori.
La crisi greca e ora l'uscita della Gran Bretagna sono l'annuncio della prossima fine dell'UE come è stata concepita fino ad oggi. E' finito il tempo delle illusioni e dei regolamenti parcellari sulla lunghezza delle zucchine e sulla curvatura delle banane. Suona la campana a morto anche per l'enorme apparato burocratico fatto di carrozzoni, doppioni e di incarichi inutili profumatamente pagati. Si tratta di creare una visione politica sul futuro europeo, una visione che non puo non essere legata alla storia e alla natura della terra europea (una volta magnifica ed oggi ridotta a una distesa di cemento). Senza questa visione, non ci sara' più alcuna europa unita. Meglio allora tornare alle vecchie nazioni, alle frontiere difese e controllate, alle identità nazionali, a mercati più ristretti ma efficienti, agli interessi delle singole zone europee. Si e voluto creare un cittadino artificiale di una unione artificiale i cui unici valori erano nel mercato e nella finanza. Come sempre accade quando non si da valore alla cittadinanza, i cittadini si sono moltiplicati fino ad arrivare a settecento milioni con la prospettiva di crescere rapidamente per ancora più massiccie migrazioni. La perdita di identità e di benessere è senza ritorno. O ci si ferma ora, o la disintegrazione europea esploderà in pochi anni.
venerdì 27 maggio 2016
Che cosa significa pensare?
"Di molte specie è l'inquietudine, nulla tuttavia è più inquietante dell'uomo" (Sofocle: Antigone, primo coro)
Avere affidato la nostra civiltà alla scienza ci porta più vicino alla verità? Oppure, come constatiamo sotto i nostri occhi, la scienza e la tecnica ci stanno portando al collasso planetario? Ma è possibile oggi, all’uomo moderno, non affidarsi alla scienza? E’ possibile rifiutare il destino che affida il mondo alla tecnica che è ormai in conflitto aperto con la natura? Il conflitto che nell’epoca dell’antropocene è divenuto semplicemente conflitto tra uomo e natura, tra uomo e specie non umane. Sull'uomo incombe un senso generale di sradicamento che toglie al suo agire e al suo sentire ogni appartenenza. La Terra non è più la Terra, tutto ha il sapore della uniformità e della artificialità.
Anche tra le persone più sensibili all’ecologia e alla corsa a salvare il pianeta sembra non essere sufficientemente presente la coscienza che solo un nuovo modo di pensare potrà salvarci. Molti tra di noi puntano ancora alla scienza senza un sufficiente criticismo. Non è la scienza che ci ha condotto a questo punto? Non è il modo di produzione tecnologico introdotto dalla scienza che ci ha condotto al disastro ecologico? Non sono stati i progressi nell'agricoltura e nella produzione industriale del cibo insieme ai vaccini e gli antibiotici, prodotti della tecnologia, che hanno portato all’esplosivo aumento della popolazione mondiale e alla conseguente minaccia di annientamento verso tutte le altre specie?
E’ tuttavia vero che molti rimedi ai problemi attuali vengono dalla scienza. E’ la scienza che può realizzare nuove forme di produzione di energia meno inquinanti con più basse o addirittura senza emissioni di carbonio. E’ la scienza che ci potrà permettere di produrre cibo sufficiente, o di trovare soluzioni per alcuni problemi ambientali. E’ sempre la scienza che attraverso la pillola, i contraccettivi e tanti altri mezzi di contenimento delle nascite può assicurare un rientro demografico.
Il problema non è dunque tanto nella scienza in se stessa, quanto nell’uso che se ne fa, ossia nel pensiero che ne determina i fini e ne regola l’uso. Si torna di nuovo al punto: è nel pensiero che si può trovare una soluzione. L’uomo di oggi pensa sempre di meno, se si esclude quel pensiero che è dedicato solo alla scienza intesa come pura potenza e alla trasformazione tecnologica del mondo. Questo pensiero che ha prevalso fino ad oggi è un pensiero che vede nel mondo solo una cosa o un’insieme di cose a nostra esclusiva disposizione. E’ un pensiero arrogante. E’ un pensiero di dominio in cui il dominatore è l’uomo. Tutto il resto è alla sua disposizione e di fatto pronto ad essere utilizzato, trasformato e distrutto. Questo è il pensiero antropocentrico, un pensiero che, come dice Heidegger in queste famose pagine in cui adombra un nuovo modo di pensare, conduce alla desertificazione e all’aridità. Solo abbandonando il punto di vista egoista di specie, l’uomo può avvicinarsi a quello che l’allievo Hans Jonas defini “Principio di Responsabilità” verso la salvaguardia della natura, del pianeta e delle sue molteplici specie. Riporto i passi di questo brano di sapore pre-ambientalista del filosofo, tra cui le pagine illuminanti sull’ ”albero in fiore” visto secondo il punto di vista della scienza in contrapposizione ad un pensiero più interrogante ed originario. Il brano è tratto da: “Cosa significa pensare”?
“Il pensiero pensa quando corrisponde al più considerevole. Il più considerevole si mostra nel nostro tempo preoccupante nel fatto che noi ancora non pensiamo..
E’ sufficientemente nota la diffusione di questo tono quando si giudica la nostra epoca. La generazione precedente parlava di “tramonto dell’Occidente”. Oggi si parla di “perdita del centro”. Ovunque si insegue e si immagina la decadenza, la distruzione, il minaccioso annullamento del mondo. In primo luogo è letterariamente molto più facile tenere questo atteggiamento che non dire qualcosa di essenziale e di veramente pensato; in secondo luogo, questo tipo di letteratura comincia già ad annoiare. Non solo si scopre che il mondo sarebbe privo di connessione, ma anche che esso starebbe rotolando verso il nulla dell’assurdo. Nietzsche, lontano da tutto ciò e guardando le cose da un punto di vista superiore, già negli anni Ottanta dell’800 dice queste semplici parole, semplici perché pensate: “Il deserto cresce” (Così parlò Zarathustra). Il che vuol dire: l’inaridimento è in espansione. L’inadirimento non è la distruzione. L’inadirimento è più inquietante della distruzione.La distruzione accantona soltanto ciò che fino a quel momento è cresciuto ed è stato costruito; l’inaridimento impedisce ogni ogni crescita futura e ogni costruzione. L’inaridimento è più inquietante del semplice annullamento. Anch’esso accantona, e accantona alla fine anche il nulla, mentre l’inaridimento prepara ed estende proprio ciò che crea impedimento. Il Sahara, in Africa, è solo un tipo particolare di deserto. L’inaridimento della terra può andare di pari passo tanto con il raggiungimento di un più alto tenore di vita dell’uomo, quanto con l’organizzazione di una condizione uniformemente felice di tutti gli uomini. L’inaridimento può coincidere con entrambe le cose e circolare ovunque nel modo più inquietante, perché è capace di nascondersi. L’inaridimento non è il semplice diventar sabbia, L’inaridimento è l’eliminazione di Mnemosyne, eliminazione che si sta svolgendo a pieno ritmo. La sentenza “il deserto cresce” non proviene dagli stessi luoghi da cui provengono le correnti condanne della nostra epoca. A questo punto sembra che l’affermazione “il più considerevole nel nostro tempo preoccupante è il fatto che noi ancora non pensiamo” faccia parimenti parte del coro delle voci che considerano malata l’Europa odierna e al tramonto l’epoca presente. La nostra affermazione sembra portare un raggio di luce nell’incombere dell’oscurità, che non sembra tanto gravare sul mondo come qualcosa di estraneo, quanto piuttosto come qualcosa che gli uomini quasi si sono tirati addosso.
…Ma anche i giudizi sull’epoca che hanno un’origine diversa non sembrano essere meno nel giusto. E infatti lo sono nella misura in cui sono adeguati, tali cioè che si adeguano ai fatti, e i fatti possono venir esibiti in gran numero come prove ed appoggiarsi a citazioni d’autore abilmente scelte. Diciamo che una rappresentazione è adeguata quando si adegua al suo oggetto…
Rappresentazione? Chi di noi non saprebbe che cosa significa la rappresentazione? Quando dobbiamo presentare qualcosa, ad esempio in filologia un testo, in storia dell’arte un oggetto artistico, in chimica un processo di ossidazione, abbiamo ogni volta una rappresentazione degli oggetti in questione. E dove abbiamo queste rappresentazioni? Le abbiamo in testa. Le abbiamo nella coscienza. Le abbiamo nell’anima. Abbiamo le rappresentazioni dentro di noi, le rappresentazioni degli oggetti. Naturalmente già da alcuni secoli in mezzo a tutto ciò è passata la filosofia, sollevando il problema se le rappresentazioni dentro di noi corrispondano in generale ad una realtà fuori di noi. Alcuni dicono di sì, altri di no; altri ancora dicono che non si tratterebbe affatto di qualcosa che si possa decidere , si potrebbe soltanto dire che il mondo, ossia la totalità del reale, è soltanto in quanto ce lo rappresentiamo. “Il mondo è mia rappresentazione”. In questa proposizione Schopenhauer ha riassunto il pensiero della più recente filosofia. Schopenhauer va qui menzionato perché la sua opera principale, Il mondo come volontà e rappresentazione, sin dalla sua apparizione nel 1818, ha influito nel modo più profondo su tutto il pensiero dei secoli XIX e XX, anche là dove la sua influenza è meno evidente, anche là dove la sua proposizione è combattuta. Troppo facilmente dimentichiamo che un pensatore ha un influsso più essenziale proprio quando viene combattuto, che non quando lo si approva.Persino Nietzsche dovette sostenere un confronto con Schopenhauer…, in cui Nietzsche nonostante la sua opposta concezione della volontà, tien fermo il principio: “Il mondo è mia rappresentazione”…
Se tuttavia interrogandoci su che cosa sia la rappresentazione non ci atterremo alla scienza, non è per la presunzione di conoscere meglio, ma per il timore di non sapere. Noi stiamo fuori della scienza. Stiamo altrove, ad esempio davanti ad un albero in fiore, e l’albero sta davanti a noi. Esso si presenta a noi. L’albero e noi ci presentiamo a vicenda, l’albero stando lì e noi di fronte ad esso. Noi e l’albero siamo in quanto siamo posti in relazione l’uno per l’altro e l’uno dall’altro. In questa presentazione non si tratta quindi di rappresentazioni che ci ronzano nella testa. Ma qui sostiamo un istante, come quando prendiamo fiato prima e dopo un salto. Giacché siamo già saltati lontano dall’ambito consueto delle scienze e anche, come stiamo per vedere, della filosofia. E dove siamo saltati? Forse in un abisso? No, piuttosto su un suolo. Su un suolo? No, non su un suolo, ma sul suolo dove viviamo e moriamo, se non ci facciamo illusioni. Una cosa singolare, o magari inquietante, dover saltare per raggiungere il suolo sul quale già si è. Se qualcosa di tanto singolare come questo salto diventa necessario, allora dev’esser successo qualcosa che dà da pensare. Dal punto di vista scientifico, comunque, che ciascuno di noi si sia trovato almeno una volta davanti ad un albero in fiore, resta la cosa più insignificante del mondo. Dopo tutto, di che cosa si tratta? Ci mettiamo di fronte ad un albero, davanti ad esso, e l’albero si presenta davanti a noi. Chi è, qui, che si presenta all’altro? L’albero o noi? Entrambi? O nessuno dei due? Noi ci presentiamo all’albero che fiorisce , così come siamo, non con la sola testa o con la sola coscienza, e l’albero si presenta a noi come quell’albero che è. O forse l’albero è qui ancor più premuroso di noi? Si sarebbe già presentato in anticipo, per consentire a noi di portarci di fronte ad esso?
Che cosa succede quando l’albero si presenta a noi, e noi ci mettiamo di fronte all’albero?Dove ha luogo questa presentazione quando stiamo di fronte ad un albero in fiore, davanti ad esso? Nella nostra testa, forse? Certo. Nel nostro cervello possono succedere molte cose quando ci troviamo in un prato e abbiamo di fronte in tutto il suo splendore e in tutta la sua fragranza un albero in fiore, quando lo percepiamo. Oggi si possono addirittura rendere percepibili acusticamente, attraverso apposite apparecchiature di trasformazione ed amplificazione, i processi che avvengono nella testa come correnti cerebrali, e tracciarne l’andamento mediante curve. E’ possibile. Certo. Che cosa non è possibile all’uomo moderno? E’ persino possibile che con la sua potenza possa, qualche volta, rendersi utile. E lo fa ovunque con le migliori intenzioni. E’ possibile: probabilmente nessuno di noi riesce ad immaginare quel che presto non sarà scientificamente possibile all’uomo. Ma che ne è, per limitarci al nostro caso,che ne è, tra le correnti cerebrali scientificamente registrate, dell’albero in fiore? Che ne è del prato? Che ne è dell’uomo? Non del cervello, ma dell’uomo, che domani potrebbe estinguersi, quello stesso che ci era venuto incontro dal passato. Che ne è della presentazione in cui l’albero si presenta e l’uomo si porta davanti all’albero?
Probabilmente, qualcosa di simile a ciò che sopra abbiamo chiamato presentazione accade anche in ciò che viene descritto come sfera della coscienza e osservato come elemento psichico. Ma l’albero si trova nella coscienza o si trova nel prato? Il prato, in quanto esperienza, sta nella psiche, o non piuttosto sulla terra? E la terra è nella nostra testa? O siamo noi che stiamo sulla terra?
Si obietterà: che scopo hanno simili domande su un fatto che chiunque, con ragione, ammetterebbe immediatamente, essendo chiaro come la luce del sole, per il mondo intero, che noi stiamo sulla terra e, in base all’esempio scelto, di fronte ad un albero? Ma non procediamo troppo in fretta con questa ammissione, non prendiamo questa chiarezza troppo alla leggera. Senza rendercene conto, infatti abbandoniamo tutto, non appena la fisica, la fisiologia, la psicologia, insieme con la filosofia scientifica, ci spiegano con tutto lo sfoggio dei loro mezzi di documentazione e di verifica, che propriamente non percepiamo alcun albero, ma in realtà solo uno spazio vuoto, in cui si inseriscono qua e là cariche elettriche che sfrecciano in ogni direzione a grandissima velocità. Non basta ammettere che solo in quei momenti che sono, per così dire, scientificamente incontrollati, staremmo naturalmente di fronte ad un albero in fiore per accertare poi, in modo altrettanto spontaneo, che tale concezione non indicherebbe naturalmente che la comprensione ingenua degli oggetti, in quanto appunto prescientifica. Con l’accertamento di questo fatto, abbiamo tuttavia ammesso qualcosa la cui portata quasi ci sfugge, ossia che propriamente sono le scienze nominate sopra a decidere quel che nell’albero in fiore possa valere come realtà e quel che non lo possa. Donde traggono le scienze, l’origine della cui essenza deve restare oscura, la competenza per tali giudizi? Donde traggono le scienze il diritto di determinare la posizione dell’uomo e di porsi come il criterio di tale determinazione? Ma tutto ciò accade già quando accettiamo, anche solo tacitamente, che la nostra posizione di fronte all’albero sia soltanto una relazione, pensata prescientificamente, con ciò che noi chiamiamo ancora “albero”. In verità oggi siamo più inclini a lasciar cadere l’albero in fiore a vantaggio di conoscenze fisiche e fisiologiche considerate superiori.
Se ci fermiamo a pensare a che cosa significa che un albero in fiore si presenti a noi, in modo che noi possiamo porci di fronte ad esso, troviamo che finalmente si tratta, prima di ogni altra cosa, di non lasciar cadere l’albero in fiore, ma di lasciarlo stare là dov’è. Perché diciamo “finalmente”? Perché il pensiero finora non ha ancora mai lasciato l’albero là dove esso è.
Eppure l’indagine scientifica sulla storia del pensiero occidentale ci riferisce che Aristotele, giudicato in base alla sua teoria della conoscenza, sarebbe stato un realista. Realista è colui che ammette l’esistenza e la conoscibilità del mondo esterno: In effetti, Aristotele non ha mai pensato di negare l’esistenza del mondo esterno.Né ci pensò mai Platone, così come non lo fecero Eraclito e Parmenide. Questi pensatori non hanno naturalmente neanche ammesso in modo esplicito o magari provato la presenza del mondo esterno.
(Martin Heidegger: Che cosa significa pensare? Pagg. 51-61. Sugarco. I edizione originale 1954 ).
venerdì 22 aprile 2016
La trasformazione delle città
Un raffigurazione iconica della trasformazione del mondo al tempo della sovrappopolazione è l'aspetto generale che stanno assumendo le grandi città. Se guardiamo alle città europee vediamo un centro storico limitato in estensione e ricco di arte e opere architettoniche di valore, una prima area intorno al centro occupata sia da abitazioni che da servizi e poi una grande periferia fatta di costruzioni che, a seconda del grado di civiltà del paese, possono essere urbanisticamente regolate e di buona qualità oppure sregolate urbanisticamente e di qualità architettonica scadente (come in Italia). Ma dopo l'accelerazione demografica degli ultimi decenni, in seguito all'aumento esplosivo della popolazione e al connesso spostamento di masse umane dalle campagne nelle città, si assiste ad una crescita ugualmente esplosiva delle periferie cittadine e ad un generale scadimento della qualità architettonica che va di pari passo allo scadimento della qualità della vita. Ad aggravare il fenomeno ci sono gli epocali spostamenti immigratori in atto che sembrano anch'essi accelerare negli ultimi anni in seguito all'esplosione demografica in tante zone del pianeta. Assistiamo così allo sviluppo di gigantesche megalopoli in India, Cina, Asia, Africa, Sud America e, per quanto concerne l'Europa, alla nascita delle bainleu a Parigi o ai veri e propri ghetti etnici di Londra e di Stoccolma e Berlino. Un fenomeno analogo è quello che avviene in alcune grandi città italiane ed in particolare a Roma dove si stanno creando vere enclave (città nella città) senza alcuna regola e senza infrastrutture adeguate che stanno modificando sia l'aspetto urbanistico che l'assetto sociale e culturale. Nello sviluppo delle megalopoli quello che forse è l'aspetto più rilevante è la perdita del significato storico e culturale della città che accompagna questi fenomeni dovuti alla sovrappopolazione. Insieme con l'espandersi delle periferie grigie e prive di un senso che non sia quello della mera sopravvivenza, si perdono i riferimenti storici e spirituali che erano all'origine della città: riferimenti spesso sintetizzati dal coesistere in uno stesso luogo o in luoghi limitrofi della cattedrale (significato religioso), del palazzo del governo (significato politico), delle grandi opere artistiche (significato culturale). La presenza di valori culturali guida e della certezza politica e del potere costituito era spesso ben rappresentata dall'ordine urbanistico che assumeva lo sviluppo graduale della città nelle varie epoche storiche. Ma con l'attuale esplosione demografica si è assistito alla polverizzazione di queste regole strutturali di crescita e all'irrompere di un vero caos edilizio e sociale. I nuovi centri di aggregamento intorno a cui avviene la crescita delle periferie non sono più le piazze, le chiese o i palazzi del potere, ma puri elementi funzionali come i centri commerciali, gli snodi stradali , i servizi (i poliambulatori, gli uffici ecc.). A volte l'unico motivo di aggregazione è la disponibilità di spazi per la speculazione edilizia. Si perdono così completamente tutti i significati storici, culturali, religiosi, di appartenenza e di amore dei luoghi che avevano per secoli dettato lo sviluppo cittadino. Con l'aumentare del numero di abitanti la città si trasforma da unità storica e culturale, di cui elemento portante erano tra l'altro le tradizioni locali e il dialetto, ad insieme caotico puramente funzionale dove contano le "facilities", le funzioni, l'aspetto puramente residenziale abitativo e di sussistenza. I trasporti nelle grandi periferie divengono sempre più difficili e la vita dei cittadini vede consumare una gran parte del tempo sui mezzi di trasporto, aumentando stress e fatica. Quando, come nel caso di alcune città italiane o di grandi città del terzo mondo, mancano le autorità politiche a dare un minimo di regole e una gestione sociale e urbanistica, il senso di pura residenzialità si degrada ulteriormente a occupazione di sopravvivenza di un'area, che comporta scadimento edilizio e infrastrutturale fino a sfociare nella creazione di vere bidoville in preda a criminalità e illegalità diffuse. Le cause riconducibili alla sovrappopolazione sono evidenti: l'esplosione demografica è alla base dell'inurbamento rapido di masse umane provenienti dalle campagne e dell'afflusso di popolazioni immigrate provenienti da aree del pianeta con alti tassi di natalità. La sovrappopolazione crea inoltre la necessità di nuove abitazioni con la connessa cementificazione, la necessità di nuove vie di comunicazione, nuove infrastrutture per i trasporti, per la sanità, per l'assistenza che vengono raramente assicurate in modo sufficiente o non lo sono affatto con gravi ricadute sulla qualità della vita. La risposta a queste esigenze, in presenza ad una crescita esplosiva, non può essere che frammentaria e caotica dettata da necessità contingenti e al di fuori di ogni programmazione a lungo termine. La storia della discarica di Roma è esemplare per studiare le necessità create, in questo caso riguardo allo smaltimento delle migliaia di tonnellate di rifiuti giornalieri, dalla nuova popolazione residente in crescita esplosiva. La più grande discarica d'Europa, quella di Malagrotta, si è rivelata insufficiente e fonte di massivo inquinamento ambientale. La ricerca di nuovi siti è stata non solo difficile, ma per ora impossibile: tutto il territorio della periferia romana è fortemente antropizzato e incapace di sopportare dal punto di vista ambientale (e politico-sociale) la presenza di una nuova gigantesca discarica. La disperazione di cittadini e amministratori, insieme ai rilevanti fenomeni corruttivi, ha portato per ora all'invenzione di mini discariche in luoghi assurdi che hanno sollevato proteste popolari e interminabili vertenze giudiziarie.
La sovrappopolazione non rende solo insostenibile questa crescita di cemento e di inquinamento, ma è alla base anche del degrado sociale e civile delle periferie. Le necessità dovute ai numeri crescenti di popolazione richiedono risorse economiche sempre maggiori, che vengono sottratte alla realizzazione urbanisticamente regolata della città, e deviate verso forme di pura sussistenza ed assistenza di natura parcellare e emergenziale. Le grandi opere di architettura, veri poli aggregatori di una idea di città vivibile, sono così rare per mancanza di finanziamenti adeguati. Il fenomeno corruttivo, diffuso in tutte le realtà megapolitane , contribuisce in modo significativo ad ulteriore degrado. Le opere una volta finanziate e iniziate perdono di interesse avendo già procurato guadagni ai corrotti, e spesso rimagono incompiute per mancanza di fondi (la funzione pubblica cui erano destinate avendo perso ogni importanza). L'edilizia abitativa per i nuovi residenti in rapida crescita e' spoglia, realizzata in economia, priva di riferimenti guida. Si costruisce per contenere nuove masse senza regole e senza significati che non siano banalmente consumistici, si creano così le condizioni per l'alienazione sociale delle periferie. Il nuovo mito aggregatore è il denaro ed il consumo a cui si accompagna la lontananza di ogni potere politico e civile, percepito come estraneo e ostile. La megalopoli diviene il simbolo della trasformazione massificante al tempo della esplosione demografica umana, l'essenza della incompatibilità tra ambiente e crescita umana eccessiva. Le periferie delle megalopoli sono centri attivi di immissione in atmosfera di migliaia di tonnellate di carbonio ogni ora del giorno. Ma su questo terreno non è solo la perdita ambientale a pesare. Un tempo la città racchiudeva in se il senso della convivenza di tante persone che si riconoscevano in una cultura, in una storia e in un luogo. Le opere d'arte che abbellivano la città erano un richiamo a tutto questo. Oggi queste sconfinate periferie che stanno crescendo sotto i nostri occhi sono senza storia, senza luogo (tutto è grigio come il cemento), e non esistono culture unificanti ma un insieme di culture diverse e contrastanti tra loro. In questo contesto ogni cultura viene degradata a individualismo; le megalopoli sono l'impero del nuovo individualismo parcellizzato, al massimo aggregato a lobby. Ogni aspetto della vita cittadina diviene rivendicazione di diritti (spesso con il risultato di dar luogo a conflitti continui tra titolari reali o supposti di diritti). Nello stesso tempo la perdita di obiettivi comuni e condivisi rende estranea ogni cultura dei doveri. La comunità nelle grandi periferie urbane diviene un insieme di individui e gruppi in conflitto tra loro, mentre il potere centrale è lontano e non più in grado di ordinare e regolare la vita civile. La densità demografica altissima unita alla mancanza di servizi adeguati genera un alto tasso di aggressività, dando ragione agli studi di Lorenz sulla conflittualità intestina nelle comunità altamente popolate rispetto ad un territorio degradato. In assenza di religione e politica, anche l'arte ha sempre più difficoltà ad assicurare una visione unificante e un futuro condiviso. Si perdono le mitologie che un tempo davano coesione sociale in un dato territorio; le antiche mitologie vengono sostituito da nuovi miti globali basati su internet e la Tv. I prodotti commerciali o i protagonisti della comunicazione virtuale diventano i punti di aggregazione culturale e sociale, aleatori come ogni prodotto basato sul consumo e sulla virtualità, ed incapaci di creare una visione d'insieme per il futuro della comunità. L'evoluzione delle grandi periferie megapolitane che si stanno creando sotto i nostri occhi sulla spinta della crescita demografica è aperta e imprevedibile. Sarà ancora possibile assicurare un ordine ed una convivenza civile tra popolazioni così eterogenee e disaggregate in presenza di crisi economiche durature ? E cosa avverrà in presenza di prevedibili futuri gravi problemi ambientali?
martedì 5 aprile 2016
Sul referendum del 17 aprile
Riporto il seguente articolo di Dario Faccini su ASPO riguardo al prossimo referendum sulle trivellazioni al largo delle coste italiane. Lo trovo serio perché non si fa illusioni ridicole sulle cosidette rinnovabili. Per tutte le demagogie che riguardano il referendum mi sembra chiaro il messaggio: una vittoria del si non cambierà nulla. Si importerà solo un po' più di gas dal Mozambico e petrolio da qualche altra parte. Faccini fa un richiamo alla necessità, che ci riguarderà in ogni caso, di diminuire il tenore di vita e di cominciare a pensare che bisognerà rinunciare a molte comodità "occidentali" tra cui il livello della previdenza e della sanità, l'uso dell'auto e delle tecnologie, la vita comoda, le case riscaldate e i viaggi e tutto il resto. Tuttavia a Faccini, come a molti altri ambientalisti non viene in mente (non viene neanche preso in considerazione magari solo per escluderlo...) che il consumo totale è il prodotto tra il consumo procapite medio e il numero dei consumatori(popolazione globale del pianeta). Che quindi oltre a ridurre i consumi pro capite, visto che molti di questi consumi nei prossimi anni aumenteranno per molti paesi attualmente arretrati e in via di sviluppo, bisogna cominciare a pensare a ridurre il numero della popolazione globale, se si vuole realmente salvare il pianeta. E bisogna affermare con forza che se noi occidentali dobbiamo certamente ridurre i consumi non si può consentire ad abitanti dello stesso pianeta di continuare a sfornare otto o dieci o dodici figli per donna. A ciascuno la sua responsabilità.
Il lato oscuro del referendum
… anche questa volta stai scegliendo per ripulirti la coscienza, come un Ponzio Pilato qualunque. Not in My Back Yard.
Perché se fossi così preoccupato dell’ambiente … ti impegneresti perché il tuo paese avesse un partito ambientalista degno di questo nome. Perché nella tua città ci fossero servizi pubblici più efficienti. E non frantumeresti i cabbasisi perché il sindaco ha ampliato le zone a traffico limitato. …
Perché di mettere una croce siamo capaci tutti.
Di Dario Faccini
Sono parole scritte da Marco Cattaneo, direttore del mensile Le Scienze, rivolte a chi intende votare SI al referendum del 17 Aprile contro il prolungamento indefinito delle concessioni petrolifere entro le 12 miglia dalla costa.
Sono parole dure, provocatorie, che hanno scatenato un vasto dibattito in rete.
E voglio dire subito come la penso.
Bravo Marco, ma devi avere il coraggio di dirla tutta. Perché così come hai scritto, sembra che la questione vera sia solo quella di essere un po’ più coerenti, più amici dell’ambiente, un poco più sobri, per evitare di importare poi dal Mozambico quel poco di produzione di gas che potremmo perdere in Italia con un SI al referendum.
E invece sappiamo benissimo che non è questa la vera posta in gioco. A te che dirigi la principale rivista di divulgazione scientifica è chiarissima la scelta che abbiamo di fronte. Se non la dici fuori dai denti è solo per un motivo: perché è troppo rivoluzionaria e la maggior parte dei lettori, semplicemente, non potrebbero accettarla (e alcuni neppure capirla).
GREENWASHING MENTALE
Questo referendum è un piccolo passo sul lungo cammino che dovrà svincolarci dai combustibili fossili, su questo punto la pensiamo allo stesso modo. E sono anche d’accordo con te che le motivazioni più diffuse per votare il SI, seppur legittime, forse mancano il vero problema: si evidenzia l’inquinamento dei fondali, il rischio di sversamenti in mare (c’è in ballo anche un 9% di produzione petrolifera), gli affari per i petrolieri (e da qualche giorno anche della politica), le alternative possibili come le rinnovabili che hanno raggiunto il 40% della produzione elettrica, la sfida del Clima che non può essere combattuta solo a parole.
Ecco partiamo proprio dal Clima. Le fonti fossili sono in declino? In Italia si, complice anche la bassa Crescita (si, ci vuole la “C” maiuscola), ma nel resto del mondo non è affatto così.
Nel resto del mondo, per i combustibili fossili, si vede al massimo un rallentamento dei consumi nel 2014, quasi certamente dovuto a cause economiche e metereologiche, non certo per la crescita delle nuove rinnovabili (in calo da un +16,5% a un +12%), che ancora forniscono solo il 2,45% dei consumi totali.
Se le fonti fossili sono ancora in crescita, allora le emissioni climalteranti sono ancora in crescita.
Si potrebbe obiettare che però ora la situazione potrebbe evolvere velocemente a favore delle rinnovabili e dell’efficienza energetica, spostando grandi finanziamenti nel settore green. In fin dei conti è questo il grande tema del cambiamento climatico: dobbiamo cambiare strada.
Già ma chi? Il 20% della popolazione mondiale agiata (si, ci siamo anche noi)? Forse. Di sicuro per l’80% che aspira a raggiungere quel 20% non è possibile.
Se quell’80% seguisse quei consigli che tu, Marco, hai dato nel tuo articolo (tenere basso il riscaldamento, comprare l’auto ibrida, tenere un po’ più spento lo smartphone) una volta che avesse raggiunto il nostro livello di benessere materiale, quei grafici che sono qui sopra schizzerebbero verso l’alto. E quell’80% non solo ha tutto il diritto di vivere come noi, ma si sta anche impegnando con tutte le sue forze per farlo, incoraggiato dal modello di Sviluppo che noi per primi gli abbiamo creato.
Si chiama Crescita Materiale Globale. Che vuol dire avere più oggetti, spostarsi di più, mangiare meglio e più variato, avere case più grandi e un’infinità di servizi mangia-risorse tra cui rientrano anche l’istruzione, la sanità e la salvaguardia dell’ambiente (che è roba da ricchi, ricordiamocelo). Tutte cose che consumano energia, risorse, suolo, e producono perdita di biodiversità inquinamento e gas serra, non solo nella loro normale attività o funzionamento, ma anche prima, quando vengono prodotti e costruiti. Un’auto nuova, ancora prima di fare un pieno, ha già consumato per la sua produzione l’equivalente in petrolio che consumerà in varie decine di migliaia di km (attorno ai 20000kWh di energia grigia per le auto tradizionali) e le auto elettriche o ibride non fanno eccezione. Per un computer ancora imballato è stato già usato circa un barile equivalente di petrolio.
Non c’è crescita delle rinnovabili e dell’efficienza energetica (la cosiddetta decarbonizzazione della società) che possa portare i poveri a livello dei ricchi mantenendo l’aumento della temperatura del clima sotto ai 1,5°C decisi alla COP 21 di Parigi.
IL NEMICO DIETRO LE TRIVELLE
Questa, come sappiamo entrambi, non è solo un’opinione di qualche complottista o scienziato un po’ estremista. Sono conclusioni scientifiche che vengono dagli anni ’70, quando ancora non si sapeva che i gas serra fossero una forma di inquinamento, ma si era già chiamato il problema con il suo vero nome: I Limiti della Crescita.
Ed ora, che il Clima è entrato nell’agenda internazionale, gli studi che si basano su moderni modelli scientifici di previsione che considerano energia, clima e economia, giungono alle stesse identiche conclusioni. Il modello di Sviluppo basato sulla Crescita non può più essere seguito perché se continuassimo su questa strada:
la necessaria riduzione nel consumo di combustibili fossili sarebbe solo parzialmente compensata da rinnovabili ed efficienza, producendo nei prossimi decenni carenze di energia e black out, incompatibili con la Crescita;
se si provasse a mantenere la Crescita coprendo la quota di energia mancante ancora con le fonti fossili, l’esaurimento di quelle più pulite (Peak Oil and Gas) porterà ad utilizzarne di più sporche, come il Carbone, facendo allora comunque scoppiare la bomba climatica;
L’unica via d’uscita viene indicata dagli stessi ricercatori:
…i paesi più industrializzati dovrebbero ridurre, in media, il loro uso pro capite di energia almeno di quattro volte e diminuire il loro PIL procapite all’attuale livello medio globale
Tradotto per noi italiani: l’indicatore che misura (molto male) la “ricchezza” di ciascuno di noi, dovrebbe più che dimezzarsi.
In altro parole, in modo controllato dovremmo decrescere volontariamente ora per evitare di decrescere rapidamente nei prossimi decenni per le carenze di energia o per la bomba climatica.
Quindi, Marco, il discorso che tu fai sul referendum lo condivido in pieno:
…riguarda la necessità di assumersi la responsabilità di ciò che facciamo. Perché godere dei benefici senza assumersi i rischi è troppo comodo.
Siamo noi stessi il vero problema, il vero nemico, dietro le “trivelle”. Ma i rischi maggiori non sono quelli dell’inquinamento che potremmo spostare dall’Italia al Mozambico come hai scritto. I rischi di una decrescita incontrollata sono la povertà, l’insicurezza alimentare, le guerre, la fine dei servizi essenziali come sanità ed istruzione. Grandi rischi per noi e persino moltiplicati per i paesi più poveri come il Mozambico. Votare SI al referendum per far progressivamente chiudere meno di 1/6 della produzione nazionale di idrocarburi non ci porta avanti di una virgola nella soluzione di questi problemi se non si diffonde anche la consapevolezza della portata delle sfide (anzi no usiamo la parola giusta), delle Crisi che abbiamo di fronte.
Per questo dobbiamo dirlo con parole chiare.
Le rinnovabili e l’efficienza da sole non bastano. Persino cambiare le singoli abitudini di consumo di ciascuno di noi non sarà sufficiente. Ci viene chiesto di ristrutturare le società ricche, come quella italiana, decidendo quali beni e servizi siano meritevoli di esistere, quali debbano essere condivisi e quali debbano essere abbandonati.
Non è una cosa che si possa fare in 1 anno o in 10. E da qualche parte bisogna pur partire, per cui va benissimo tutto quanto hai scritto. Ma il vero fine è questo e dobbiamo iniziare a dirlo, perché l’abbiamo nascosto per troppo tempo. Anche se si aprono enormi problemi sociali come l’occupazione, la perdita di alcune tutele, la fine di alcune libertà di consumo, non possiamo tacere, perché l’alternativa è un baratro in cui potrebbe esserci tolto tutto.
Quindi, quando andremo a votare al referendum del 17 aprile e usciremo dal seggio, guardiamoci attorno. Guardiamo le case, le auto parcheggiate, i vestiti che indossiamo e magari giriamoci per guardare anche la scuola da cui siamo appena usciti. E chiediamoci, quanto di tutto questo ci serve veramente per essere felici e realizzati, o a quanto potremmo invece ragionevolmente rinunciare.
Perché a mettere una croce siamo capaci tutti, ma la scelta non si fermerà lì.
La scelta ci sta venendo incontro e ci troverà.
Anche se non andremo a votare.
martedì 15 marzo 2016
L'Herald Tribune chiede più nascite
Pubblico questo post di denuncia scritto da Maria Luisa Cohen sul suo sito facebook "Assisi Nature Council".
E' in atto un feroce attacco al concetto di controllo delle nascite e rientro demografico da parte del grande potere finanziario,
in questo caso rappresentato dal giornale delle Lobby finanziarie di New York, l' Herald Tribune.
Il grande potere finanziario è preoccupato del calo delle nascite perché esso andrà ad incidere sul futuro Prodotto interno lordo dei principali paesi con economia di mercato, renderà la manodopera più cara, ridurrà i consumi in generale ed anche il consumo di combustibili fossili, ormai vero traino dell'economia mondiale.
Il calo demografico diminuisce inoltre la necessità dell'uso di maggiori quantità di fertilizzanti e prodotti chimici volti ad incrementare la produttività dell'agricoltura, va ad incidere sul settore edilizio, riduce la speculazione sui suoli e la cementificazione, ridimensiona la mobilità mondiale per turismo e per lavoro, riduce la massificazione e uniformizzazione dei prodotti che consente di aumentare le produzioni destinate ad una popolazione globale.In ogni senso la decresita demografica va contro gli interessi del mercato mondiale dei prodotti e delle merci. Per combattere la denatalità scendono quotidianamente in campo preti, imam, rabbini, politici del politicamente corretto, industriali, banchieri, opinionisti, democratici e progressisti, reazionari e clericali, grandi giornali di ogni tendenza che denunciano ogni giorno la desertificazione dell'Europa. Tutti invocano il sostegno finanziario (con soldi pubblici derivanti dalla fiscalità generale) alle famiglie numerose premiando ogni nuovo nato con incentivi economici. Tutto questo in un territorio europeo antropizzato all'estremo, cementificato, asfaltato, e sovrappopolato da 500 milioni di persone, stipati in aree con la più alta densità demografica. Un territorio dove, tra l'altro, si dirigono ogni anno milioni di immigrati attratti dai finanziamenti somministrati dai governi nazionali e soprattutto dai burocrati europei, che stanno spostando ingenti risorse dal welfare per i cittadini originari al sostegno economico e di servizi per i nuovi arrivati. Vengono sempre di più demonizzati i confini e i controlli dei singoli stati, ed esaltati invece la caduta di ogni barriera e l'arrivo senza limiti di nuovi immigrati. Si sta in pratica ridisegnando tutto il sistema di welfare esistente in funzione del nuovo obiettivo dell'aumento di popolazione, sia con gli incentivi alle nascite che con i finanziamenti all'accoglienza indiscriminata. Onde spaventare l'opinione pubblica e prepararla al messaggio natalista, si ricorre anche al terrore: l'invecchiamento della popolazione viene visto come una sciagura, e non come una risorsa di equilibrio, bassi consumi, saggezza, moderazione sociale e risorsa per la formazione dei giovani. Si paventa che non si riescano a pagare le pensioni mentre si tace sui costi della natalità elevata che sottrae risorse a settori quali la ricerca e l'assistenza. Si tende a colpevolizzare i pensionati rei di sottrarre risorse economiche alla produzione e di consumare poco rispetto ai giovani. Questo stravolgimento della realtà è tanto più evidente quando si comparano le società europee,stabili, pacifiche, non propense alla guerra, legate alla libertà e ai diritti, con quanto avviene nelle società limitrofe sull'altra sponda del mediterraneo dove società con alta natalità e alte percentuali di giovani danno luogo a conflitti, violenze, terrorismo, aggressioni verso vicini, espansionismo, radicalizzazioni ed estremismi.
Riporto l'interessante post con cui Maria Luisa Coehn commenta gli articoli dell'Herald Tribune in cui si paventa l'invecchiamento della popolazione e si chiedono politiche pro-nataliste.
"Maria Luisa Cohen "Abbasso la vecchiaia" di Marisa Cohen Stampa E-mail
Parliamo un po' di decremento demografico e della sua più terrorizzante conseguenza: l'aumento dei "vecchi".
Per ben tre giorni l'Herald Tribune ha pubblicato degli articoli sulla crisi demografica europea. Gli articoli sono apparsi in prima pagina o, in posizione preminente, nella seconda, per segnalare la loro importanza . Il tono è apocalittico. Fa parte di una serie di articoli intitolati "EMPTY NESTS, Europe without children". Ecco i titoli: "EUROPE: EAST AND WEST, WRESTLES WITH BIRTHRATES, Long decline threatening economy" (Lunedì 4 settembre); "IN GENOA, EUROPE GETS VISION OF FUTURE, Plunging birthrates leaves city 'a place for old people'" (martedì 5 settembre); "IN SPAIN, A SHORT TERM SALVE TO LOW BIRTH RATES, Immigration helps but it has problema" ( mercoledì 6 settembre).
Non so da dove cominciare, e non ho il tempo di tradurre in italiano tutti i tre articoli, ma rilevo che
1) Scegliere di pubblicare tre articoli sul "problema" da un giornale cosi influente come l'Herald Tribune,
2) Il tono preoccupato e one-sided ( non c'è il contradditorio d'altri punti di vista ),
3) L'accanimento ideologico contro la vecchiaia e la sottintesa glamourizzazione della gioventu'
sono tutti fattori di propaganda insistente (pagata da chi?) concertata con una pregiudiziale diffusa e oramai accettata da tutti, a cominciare dai demografi giù-giù fino all'ultimo cittadino ignaro di essere oggetto di una campagna di brain-washing bene articolata, e diretta come una sinfonia.
Veniamo a sapere che i figli sono un bene per la crescita e che senza di loro ahimé, chi pagherà le pensioni? La Spagna sembra abbia risolto il problema, perché il governo spagnolo ha chiuso un occhio e mezzo al flusso migratorio e le statistiche dell'Istituto nazionale spagnolo indicano che in futuro il paese continuerà ad assorbire 250.000 immigranti l'anno. Ah, ma si sentono già i soliti rumori di un conflitto sociale, reazioni razziste, eccetera.
Naturalmente i richiami all'economia non bastano. Come un giornalista navigato sa, ci vogliono i richiami al cuore e in questo ramo è da segnalare la descrizione delle vie di Genova svuotate della presenza di bambini. Come una canzonetta sentimentale del periodo fascista, strappalacrime, dove il leit-motif è sempre il trio amore-mamma-bambino.
Il problema, sottinteso ma non troppo, è il rigetto della vecchiaia, come categoria dell'essere umano, ma che si presenta come una nuova realtà mai prima cosi evidente. Rinunciamo ad indagare le ragioni psicologiche di tale rifiuto della vecchiaia, Diomiguardi! Rifiutando di riconoscere nell'anziano insignificante come materiale riproduttivo e nell'anziana priva di attrazione e capacità riproduttiva, fantasmi che camminano lungo i muri cui bisogna dare spazio e precedenza, il proprio destino umano. I vecchi che crescono numericamente, fanno paura. Sono una minaccia , un peso per la società del welfare,un impedimento al nostro godere pienamente la vita senza la testimonianza triste di un'immagine del declino che ci aspetta e senza che le spese di una crescente "dependency ratio" ci faccia tutti più poveri. Nonsenso. Una "dependency ratio" dovuta all'aumento degli anziani sarebbe parzialmente compensata da una diminuzione dei nuovi nati, e quindi la riduzione della "dependency ratio" dei più giovani (se siamo cosi fortunati da ridurre la crescita demografica).
Ma parallelamente all'odio per la vecchiaia e la decadenza fisica fa riscontro fa riscontro la mitizzazione della giovinezza e della sua forza redentrice. Si teme la riduzione delle nascite come la peste.
Eppure l'allungamento della vita, cui si sono sempre tesi tutti gli sforzi della medicina e dell'igiene, è causa di celebrazione. La regina d'Inghilterra ha appena compiuto 80 anni e la sua stamina e determinazione le permette di sopportare 378 eventi all'anno, il più dei casi in piedi sempre sotto lo scrutino pubblico. A parte il numero sempre crescente di "vecchi" famosi e piu' che mai attivi, consideriamo le orde di anziani ignorati dalla pubblicità, dalla politica, che devono subire il fetish del pregiudizio che li vuole ad ogni costo deboli (anche di mente), dipendenti, malati .
Questi pregiudizi non hanno riscontro nella realtà: i votanti, per ricordare ai politici il potere degli ultrasessantenni, comprano più libri, guardano più Tv, sono quelli che visitano musei, gallerie, giardini e si occupano dei nipotini e della famiglia, sono le colonne portanti della società, del volontariato. Questi pregiudizi indicano inoltre che noi non riconosciamo più il valore della saggezza, dell'esperienza, della memoria, della stabilità emotiva. L'idea che essi siano dispensabili è un insulto a risultati della scienza e nega il valore del loro possibile contributo alla società.
Premetto che io amo i bambini, quelli ancora non corrotti, che aprono gli occhi con stupore al mondo e giorno per giorno scoprono e sperimentano i suoni e i colori, e hanno bisogno d'amore e protezione, ma il loro fascino decresce man mano che crescono e diventano adolescenti, con il peso dei loro pregiudizi, assorbiti nel collettivo dell'età, prigionieri delle loro ossessioni. autoreferenziali. Studiare l'aprirsi della coscienza di un bambino è un'esperienza meravigliosa, ma l'adulto non offre più curiosità, è oramai "fatto".
La mia posizione è frenare le nascite, in quanto tutta questa crescita senza senso è rovinosa per i bambini stessi, l'umanità, il pianeta, le altre specie. Le recenti minacciose iniziative di questo governo, pazzo perché più efficiente sul piano concreto di quello precedente, offrono denaro e altre facilitazioni alle famiglie povere per fare più figli, come se fare figli, quando uno non ha i mezzi per mantenerli, meritasse un premio e non un disincentivo. Cosi avremo donne e uomini che si accoppieranno per 2500 Euro e altri vantaggi economici. Fantastico, copulare e anche essere pagati.
Boh, pensavo che uno degli obiettivi del Millennio strombazzati da tutti i NGO, fosse la diminuzione della povertà. Quale migliore mezzo di ridurre la povertà del ridurre il numero dei poveri? Questo mio suona come un discorso reazionario, proprio perché è ragionevole. La ragione non è politicamente corretta.
mercoledì 9 marzo 2016
Il boicottaggio degli scienziati americani
I malthusiani americani hanno una lunga storia che ha contribuito alla formazione di un vasto movimento ecologista soprattutto a partire dagli anni ‘60. Le pubblicazioni di Stephanie Mills contenenti le prime denuncie del problema sovrappopolazione risalgono agli inizi degli anni 60. The Population Bomb di Paul Ehrlich è del 1968. Ehrlich poneva in risalto in modo chiaro nel suo libro che la sovrappopolazione non era solo un problema di discrepanza tra numero di umani e disponibilità di cibo –come i più ritenevano allora- ma sul fatto che la sovrappopolazione era all’origine del degrado ambientale e del collasso degli ecosistemi, e che sarebbe stata la causa di problemi epocali che avrebbero comportato la morte di milioni di persone e la povertà di intere popolazioni di vaste zone del pianeta. In maniera preveggente sia Ehrlich che Mills allertavano contro il rischio che un mancato controllo delle nascite avrebbe portato ad alterazioni irreversibili ambientali e climatiche e alla migrazione di vaste masse di popolazioni alla ricerca di sostentamento e di migliori condizioni di vita. Agli inizi il movimento ebbe l’appoggio della politica e della opinione pubblica. Il Presidente Lyndon Johnson nel suo discorso sullo Stato dell’Unione del 1965 allertò sul fatto che “ la crescita esplosiva della popolazione mondiale” avrebbe portato all’esaurimento di molte risorse e sarebbe stata all’origine di problemi mondiali mai visti prima. Nel luglio del 1968 un editoriale del New York Time parlava di “ una esplosiva crescita della popolazione mondiale che minacciava di spingere gran parte del mondo in una povertà senza speranza e nel caos politico ed economico”. Nel 1969 il Presidente Richard Nixon dichiarava al Congresso: “ Population growth is one of most serious challenges to human destiny in the last third of this century”.
Negli anni successivi la situazione è cambiata profondamente, il movimento maltusiano è stato silenziato politicamente e culturalmente, sia per l’influenza dei movimenti religiosi di destra che del pensiero politicamente corretto della sinistra liberal che vedeva nel movimento contro la sovrappopolazione un potenziale endorsement a chiusure reazionarie e xenofobe. Soprattutto ha contato però la discesa in campo dei grandi interessi finanziari e del commercio globale i quali vedevano nell’aumento della popolazione sia americana che planetaria l’occasione per diminuire i costi del lavoro e per assicurare l’aumento costante del Pil, dei consumi, degli scambi commerciali e degli affari internazionali. Oggi il problema è silenziato sia nei media che nelle istituzioni, nelle università e nelle scuole di ogni grado. I partiti politici si guardano bene di affrontare il tema demografico. Siamo giunti addirittura al boicottaggio diretto. Parlare di sovrappopolazione è praticamente vietato nel paese di Mills e di Ehrlich che ha originato la rinascita del movimento ambientalista su basi malthusiane. Sebbene le previsioni del movimento si siano realizzate con il disastro ambientale che abbiamo sotto gli occhi, il riscaldamento climatico, la distruzione delle foreste, le migrazioni epocali, le guerre e la crisi economica globale, il boicottaggio contro coloro che parlano di sovrappopolazione prosegue sempre più forte. Negli ultimi quattro anni tre diverse ONG americane incentrate sul problema della esplosione demografica hanno cercato di avere stand degli espositori alle riunioni della the American Association for Advancement of Science –AAAS- (Società che edita la prestigiosa rivista “Science”). Tutte sono state rifiutate. Sulla rivista di punta della Associazione sono stati regolarmente rifiutati contributi da parte di ONG come I “Californiani per la stabilizzazione della popolazione” o come “Population Institute of Canada” sul tema della crescita eccessiva della popolazione mondiale come primo problema ambientale e di sostenibilità ecologica. Se questo fosse accaduto per qualsiasi altra associazione su qualsiasi altro argomento, da parte degli scienziati si sarebbe urlato a squarciagola contro l’attentato alla libertà di pensiero e alla conoscenza. Le battaglie di questi anni contro l’esplosione demografica e i boicottaggi subiti hanno condotto tuttavia, per reazione, alla formazione di nuove associazioni sensibili al problema tra cui l’importante organizzazione SEPS (Scientists and Environmentalists for population Stabilization). SEPS si batte denunciando non solo le questioni demografiche ma anche il problema della censura dei movimenti malthusiani da parte di alcune associazioni scientifiche. Anche per la riunione di Washington del 2016 la AAAS ha rifiutato lo stand della SEPS con pretesti in malafede e sconcertanti. Il CEO della AAAS Rush Holt ha affermato che gli stand sono stati rifiutati per “divergenze sulla missione, obiettivi e azioni” della propria organizzazione con quelli della SEPS. Cosa sta dunque causando tutto questo timore da parte della AAAS che porta a censurare le iniziative della SEPS?
Vediamo quale è la missione della SEPS riportata nel suo statuto: “La nostra missione è quella di migliorare la comprensione all’interno delle comunità scientifiche, educative ed ambientali degli Stati Uniti, della realtà della sovrappopolazione e le sue conseguenze sociali, economiche e ambientali sia a livello nazionale che globale. Noi sosteniamo la stabilizzazione della popolazione degli Stati Uniti, seguita dalla sua progressiva riduzione ad un livello sostenibile per le risorse ambientali ed umane, senza mezzi coercitivi”.
I temi portati avanti della SEPS sono incentrati sugli Stati Uniti in quanto: “le nostre politiche demografiche sono così poco efficienti e poco seguite che non abbiamo titolo per consigliare strategie o interferire nella politica demografica di altre nazioni”. Per gli Stati Uniti, SEPS sostiene un ritorno a livelli moderati di immigrazione (come hanno fatto molte altre organizzazioni non governative, commissioni nazionali del passato, politici e scienziati ambientali), incentivi fiscali per le piccole famiglie (non più di due figli), e libero accesso ai servizi di consulenza e di pianificazione familiare. Vengono sostenute anche politiche economiche americane e globali basate sulla attenzione alla ecologia, ad una prosperità che non dipenda più dall’aumento continuo generazione dopo generazione del Pil e del numero di lavoratori-consumatori e di contribuenti. Questi temi, essendo boicottati dai media e dalla stampa mainstream, vengono portati avanti ricorrendo alla informazione diretta con convegni mirati e con stand organizzati presso le principali riunioni delle società scientifiche e culturali americane. Gli stand che propone la società sono semplici, con display grafici, libri sul tema, monitor che riproducono pochi importanti articoli, opuscoli che chiariscono il problema sovrappopolazione. Si organizzano inoltre dibattiti su libri ambientalisti in uscita, e discussioni sul tema sovrappopolazione tra studenti, professori, ricercatori ed altri.
Che cos’è dunque che fa tanta paura da far boicottare questa e le altre associazioni che denunciano il problema demografico?
Eppure i giovani sono interessati, tra coloro che si avvicinano agli stand molti dicono di essere consci del problema, ma di non averne mai sentito parlare. Quasi tutti coloro che sono iscritti a corsi di laurea o master in ecologia riferiscono che “Questi argomenti non sono trattati nel mio corso” e non sono mai stati trattati sia in maniera ufficiale che non ufficiale in altri corsi o altri tipi di scuole. Molti ex studenti e professionisti dichiarano di essere contenti che finalmente si affronti il tema e domandano: “Ma dove siete stati in questi ultimi trent’anni? Grazie per mettere questi temi sul tavolo”.
Ciò nonostante alle riunioni dell’AAAS, la più importante associazione degli scienziati americani, il tema è tabù, le bocche sono cucite, e appena si accenna al tema si cambia argomento e si fa finta di niente. Semplicemente il tema non esiste. La sovrappopolazione non è un problema secondo gli scienziati americani, né per gli Stati Uniti né per il mondo. La pressione antropica non esiste. Tutto si riduce ad un problema di consumi, a spostare sulle rinnovabili le fonti energetiche e a fottersene se la popolazione mondiale raggiungerà in pochi anni gli undici o i quindici miliardi. Secondo la più importante associazione degli scienziati americani questo fatto non avrà nessun impatto ambientale sul pianeta. Le organizzazioni per la stabilizzazione della popolazione hanno chiesto un consiglio indipendente di inchiesta che faccia luce sulle ragioni del boicottaggio e sui motivi reconditi di questo comportamento dell’AAAS. Altre associazioni scientifiche hanno assicurato appoggio agli ambientalisti che si occupano di sovrappopolazione, ma sono ancora minoranza. La lotta per la coscienza e la conoscenza del problema demografico prosegue.
(Fonte: il sito della Associazione "Californians for Population Stabilization"- riportato da Prof. Stuart Hurlbert).
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