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martedì 16 giugno 2015

Konrad Lorenz: un antesignano



Chi non ha letto gli Otto peccati capitali? Se c'è ancora qualcuno che non ha letto quel libretto così piccolo (come numero di pagine) eppure così grande per il messaggio che contiene, deve farlo al più presto. La sua capacità di analisi e previsione di ciò che sarebbe accaduto e che sta accadendo sotto i nostri occhi è strabiliante. Consideriamo che fu scritto nel 1973, quando la popolazione umana del pianeta era la metà di oggi. Capitoli come "La sovrappopolazione (il secondo), come la devastazione dello spazio vitale (il terzo), l'estinguersi dei sentimenti (il quinto), ebbero un impatto sconvolgente su lettori che non avevano ancora la minima idea di ciò che era la crisi ambientale determinata dalla pressione antropica che si andava delineando. Lorenz aveva dedotto queste verità dallo studio, fatto con amore e precisione scientifica, del comportamento degli animali in base alle situazioni ambientali diverse e alla influenza della densità di popolazione in un dato territorio. Il grande etologo  rimane un Maestro per tutti i veri ambientalisti, ingiustamente e colpevolmente dimenticato dai falsi ecologisti che vogliono propagandare, dietro lo schermo di un ecologismo basato su pregiudizi ideologici,  i diritti assoluti di Homo su tutta la natura.  Riporto, da un intervento su questo blog pubblicato nel 2011, una sintesi di alcune pagine del secondo capitolo degli "Otto peccati capitali".



LA SOVRAPPOPOLAZIONE

Tutti i vantaggi che l'uomo ha ricavato da una conoscenza sempre più approfondita della natura che lo circonda, i progressi della tecnologia, delle scienze chimiche e mediche, tutto ciò che sembrerebbe destinato a lenire le sofferenze umane, tende invece, per terribile paradosso, a favorire la rovina dell'umanità. Questa, infatti, minaccia di soccombere a un destino altrimenti quasi sconosciuto ai sistemi viventi: l'autosoffocazione. Ma la cosa più terribile di questo processo apocalittico è che, con tutta probabilità, le prime a essere travolte saranno proprio le più elevate e le più nobili qualità e attitudini dell'individuo, proprio quelle che giustamente consideriamo e apprezziamo come specificamente umane.
Nessuno di noi, che viviamo in paesi civilizzati densamente popolati, o addirittura nelle grandi città, è ormai più consapevole della nostra carenza generale di affetto e di calore umano. Bisogna avere fatto una volta l'esperienza di arrivare all'improvviso, ospite inatteso, in una casa situata in una regione poco popolata, dove i vicini siano separati da molti chilometri di strade disagiate, per riuscire a valutare quanto ospitale e generoso possa essere l'uomo quando la sua disponibilità ai contatti sociali non viene sottoposta di continuo a eccessive sollecitazioni. Me ne sono reso conto tempo fa, grazie ad un episodio che non ho più potuto dimenticare: avevo ospiti presso di me due coniugi americani del Wisconsin, che si occupavano di protezione della natura e abitavano in una casa completamente isolata nel bosco. Mentre stavamo andando a tavola per cena, suonò il campanello della porta di casa e io esclamai infastidito: "Chi è che viene a disturbarci a quest'ora?". Se avessi pronunciato la peggiore sequela di insulti i miei ospiti non ne sarebbero rimasti meno sbalorditi. Che il suono del campanello potesse suscitare una reazione che non fosse di gioia, era per loro scandaloso.
E' in larga misura colpa dell'affollarsi di grandi masse nelle metropoli moderne se, nel caleidoscopio di immagini umane che mutano e si sovrappongono e si cancellano a vicenda, non riusciamo più a riconoscere il volto del nostro prossimo. L'amore per il prossimo, per un prossimo troppo numeroso e troppo vicino, si diluisce sino a svanire senza lasciare più traccia. Chi desideri ancora coltivare sentimenti di calore e cordialità per gli altri deve concentrarli su di un esiguo numero di amici; noi non siamo, infatti, capaci di amare tutti gli uomini, per quanto ciò possa corrispondere a una norma giusta e morale. Siamo quindi costretti ad operare delle scelte, dobbiamo cioè 'tenere a distanza' in senso affettivo, molte altre persone che sarebbero altrettanto degne della nostra amicizia. L'atteggiamento del not to get emotionally involved (non lasciarsi coinvolgere emotivamente) costituisce una delle preoccupazioni primarie per molti abitanti dei grandi centri urbani. Questa posizione, entro certi limiti inevitabile per ciascuno di noi, è però viziata da una componente di disumanità; essa ci richiama infatti alla mente il comportamento degli antichi proprietari di piantagione americani che trattavano molto umanamente i loro negri 'di casa' mentre gli schiavi delle loro piantagioni venivano considerati, nella migliore delle ipotesi poco più che animali domestici di un certo valore. Questo schermo deliberatamente interposto per impedire i contatti umani, sommandosi con il generale appiattimento dei sentimenti di cui tratteremo in seguito, finisce per condurre a quelle spaventose manifestazioni di indifferenza di cui parlano ogni giorno i nostri giornali*. Man mano che aumenta la massificazione delle persone, l'esigenza del not to get involved diviene per il singolo sempre più pressante, al punto che proprio nei grandi centri urbani possono oggi verificarsi episodi di rapine, assassini, violenze in pieno giorno e nelle strade più frequentate senza che alcun 'passante' intervenga.
L'accalcarsi di molti individui in uno spazio ristretto non solo provoca indirettamente, attraverso il progressivo dissolversi e insabbiarsi dei rapporti fra gli uomini, vere e proprie manifestazioni di disumanità, ma scatena anche direttamente il comportamento aggressivo. Molti esperimenti hanno dimostrato che l'aggressività intraspecifica viene incrementata se gli animali sono alloggiati in gran numero nella stessa gabbia. Chi non abbia conosciuto di persona la prigionia in tempo di guerra o analoghe aggregazioni forzate di molti individui, non può valutare a quale livello di meschina irritabilità si possa giungere in tali circostanze. E proprio se uno cerca di controllarsi impegnandosi a dimostrare quotidianamente e in ogni momento un comportamento cortese, cioè amichevole, verso altri uomini che tuttavia non sono amici, la situazione diventa un vero supplizio. La generale scortesia che si osserva in tutti i grandi centri urbani è chiaramente proporzionale alla densità delle masse umane ammucchiate in un dato luogo. Punte massime spaventose vengono raggiunte, ad esempio, nelle grandi stazioni ferroviarie o nel Bus-Terminal di New York.
La sovrappopolazione provoca indirettamente tutti quegli inconvenienti e quei fenomeni di decadenza che saranno l'argomento dei prossimi sette capitoli: la credenza che attraverso un adeguato 'condizionamento' si possa formare un nuovo tipo di individuo immunizzato contro le conseguenze nefaste del sovraffollamento mi sembra rappresentare un'illusione pericolosa.

(Tratto da: KONRAD LORENZ: GLI OTTO PECCATI CAPITALI DELLA NOSTRA CIVILTA', Adelphi, 1974, capitolo II).

domenica 7 giugno 2015

Hans Jonas: I limiti dell'uomo




Il rapporto di uomo e natura è entrato in una nuova fase. Qual è la novità e come si è arrivati ad essa? Un fattore è quello biologico della nostra vertiginosa moltiplicazione, il cui solo fabbisogno organico minaccia di esaurire le fonti alimentari planetarie.Ma alla base di esso vi è già un fattore del tutto inorganico; il salto qualitativo nella nostra potenza tecnologica, che fu causato non più di duecento anni fa dal patto fra tecnica e scienze esatte. Attraverso questa epocale e unicamente occidentale messa in pratica della pura teoria, la superiorità dell’uomo è divenuta così unilaterale, i suoi interventi, per ordine di grandezza, tipo e profondità, così minacciosi per il tutto dell’attuale e della futura natura terrestre, che la libertà anche in ciò è dovuta diventare finalmente veggente. Essa vede: la vittoria troppo grande minaccia il vincitore stesso…Mai in precedenza l’artificio si è tanto avvicinato nei suoi elementi alla natura.Ora dal punto più basso domina su quello più alto, da quello più piccolo su quello più grande.Questa creatività intorno al “nucleo” comporta insieme a un nuovo potere anche nuovi pericoli. Uno è l’inquinamento dell’ambiente con sostanze a cui il suo metabolismo non è in grado di far fronte.Alla devastazione meccanica si aggiunge l’avvelenamento chimico e radioattivo. E nella biologia molecolare compare la tentazione prometeica di manipolare partendo dal seme, a scopo di miglioramento, la nostra propria immagine. L’aumentato potere deriva quindi dall’aumentata conoscenza. La medesima conoscenza ora, che domina nella tecnica,ci mette anche in grado di calcolare i suoi effetti globali e futuri. Resa per questo veggente, la libertà deve conoscere: attraverso se medesima è in gioco il tutto ed essa soltanto ne è responsabile. Con ciò giungo dalla radice e dal potere al dovere della nostra libertà.
Primo compito di ogni libertà, anzi condizione del suo sussistere, è di porsi dei limiti. Infatti solo così la società è possibile, senza la quale l’uomo non può esistere e neppure il suo dominio sulla natura. Quanto più libera è la società stessa, quanto meno dunque la naturale libertà della specie è lesa dal dominio dell’uomo su altri uomini, tanto più evidente e inevitabile diviene nel rapporto interumano il dovere della limitazione volontaria.Una cosa paragonabile accade ora nel rapporto dell’umanità con la natura. Andando di pari passo con le azioni del nostro potere, il nostro dovere si estende ora a tutta la terra e al lontano futuro. Qui e ora il dovere ci impone di frenare il nostro potere, quindi di diminuire i nostri consumi per un’umanità futura che i nostri occhi non vedranno. Giustizia, rispetto, compassione, amore –impulsi di questo tipo che sono sopiti in noi e vengono risvegliati nel concreto convivere- ci aiutano ad uscire dall’angustia dell’egoismo. Niente di simile suscita in noi l’idea astratta di ipotetici esseri umani futuri; e la paura di una ritorsione viene qui del tutto a mancare. Ma noi abbiamo l’idea della responsabilità, siamo fieri di esserne capaci; e il sentimento di ciò, profondamente radicato in noi, che si manifesta in modo così originario nel rapporto tra genitori e figli, questo sentimento steso a idea può gettare il ponte fra l’etica del prossimo e quella di colui che è lontano…
Dalla nostra opulenza si può quindi ben pretendere una limitazione. Sarebbe osceno predicare agli affamati dei paesi poveri della terra il rispetto dell’ambiente per il bene futuro e addirittura di quello globale. Il crudo bisogno quotidiano li costringe proprio a quel distruggere che condurrà ad un bisogno ancora maggiore negli anni successivi. Il fine di ogni aiuto allo sviluppo deve essere quello di liberarli anzitutto da questa costrizione, a cui dovrebbero però contribuire da parte loro almeno limitando le nascite.
Il potere tecnologico è collettivo, non individuale. Quindi solo il potere collettivo, e ciò significa alla fine quello politico, può frenarlo. Per questo attraverso la libertà politica anche ogni singolo è soggetto del nuovo dovere. Ma sono le maggioranze a decidere e queste non sono in genere dalla parte dell’altruistica lungimiranza, con la rinuncia all’interesse del momento che questa richiede. Quel che ho detto una volta a proposito dello “spettro della tirannia” è stato inteso non come monito ma come raccomandazione,; come se avessi parlato in favore della dittatura per la soluzione dei nostri problemi.Ciò che intendevo era che in situazioni estreme non resta spazio per i complicati processi decisionali della democrazia e che non dobbiamo nemmeno far sì che vi si giunga. La libertà di specie dell’uomo, la sua dote biologica, può perire solo con lui; ma la libertà politica, una forma particolare e storicamente rara di questa, può anche perdersi di nuovo.Prevenire la sciagura richiede cambiamenti nelle nostre abitudini di consumatori, quindi nello stile di vita di noi tutti, e con ciò nella intera struttura economica. Come questo possa accadere senza causare da parte sua sciagure come la disoccupazione di massa, che spaventerebbe ancor più del male da prevenire nel tempo, io non sono in grado di dirlo. Trovare qui un cammino percorribile sulla cresta di due abissi è un compito per gli economisti politici. Sicuramente ciò imporrebbe dei sacrifici rispetto alla libertà di mercato, ma la libertà politica può sopravvivere…
Una cosa deve esserci chiara in conclusione: una soluzione sicura per il nostro problema, una panacea per la nostra malattia non esiste. La sindrome tecnologica è troppo complessa ed è fuori discussione che si possa uscirne. Persino con una grande conversione e riforma dei nostri costumi il problema fondamentale non sparirebbe. Infatti, l’avventura tecnologica stessa deve continuare; già le correzioni rivolte alla salvezza esigono un impiego sempre nuovo d’ingegno tecnico e scientifico, che provoca i suoi propri nuovi rischi. Ciò significa che dobbiamo vivere in futuro all’ombra della minaccia di una calamità. Essere tuttavia coscienti dell’ombra, come appunto stiamo ora divenendo, diventa il paradossale spiraglio di speranza: esso non lascia ammutolire la voce della responsabilità. Questa luce non brilla come quella dell’utopia, ma il suo monito rischiara il nostro cammino, insieme alla fede nella libertà e nella ragione. Così alla fine, il principio-responsabilità e il principio-speranza si incontrano: non più l’esagerata speranza in un paradiso terrestre, bensì quella più modesta della vivibilità anche futura del mondo e in una sopravvivenza umanamente degna della nostra specie.

(Hans Jonas: Tecnica, medicina ed etica. Prassi del principio responsabilità. Einaudi 1997).

sabato 6 giugno 2015

Come la demografia cambia il mondo


(In alto: il candidato alla presidenza Usa Marco Rubio di origine cubana).

Il presidente degli Stati Uniti è un uomo di colore, una cosa impensabile solo qualche decennio fa. Il prossimo presidente americano potrebbe essere di madre lingua spagnola e di origini cubane, un certo Rubio. Obama è stato eletto per il voto determinante delle forti comunità di immigrati latinos e per il bacino elettorale di colore in forte espansione negli Usa, in seguito ai tassi di natalità assai più alti rispetto a quelli delle popolazioni bianche di origine europea. E' così che tutto l'assetto geo-politico dell'america del nord si sta modificando, con forti ripercussioni sulla politica internazionale. Gli stessi tradizionali poteri finanziari nordamericani si stanno adeguando, modificando le loro strategie in funzione delle nuove popolazioni emergenti. In politica interna si fanno strada politiche redistributive e di forte intervento dello Stato che non avevano mai avuto in precedenza molta rilevanza negli Stati Uniti e in Canada. Negli ultimi decenni la politica estera americana ha visto diminuire di molto l'interesse verso l'Europa, sia per una minore transazione finanziaria che di scambi industriali, sia per un minor interesse militare. Le truppe americane in Germania e Italia si sono ridotte a poche migliaia, e gli interessi militari si sono spostati verso il medio oriente sia per l'importanza delle risorse energetiche che per la forte instabilità di quell'area in seguito anche alla grande espansione demografica successiva agli anni 70 del secolo scorso e al gran numero di giovani che hanno creato insoddisfazioni e tensioni in quelle popolazioni. Molti interessi americani si stanno indirizzando verso l'america latina, conseguenza diretta del cambiamento nello stesso senso della popolazione nord-americana. Al cambiamento di scenario geo-politico contribuisce l'imponente fenomeno migratorio conseguenza diretta dell'eplosione demografica nord africana e medio orientale. L'Europa sta rapidamente cambiando la sua popolazione in senso multietnico e multiculturale, le grandi città europee si avviano a divenire megalopoli con forti minoranze o, in alcuni casi e nei prossimi anni, a maggioranza di etnie ad origine  extra-europea.
L'economia mondiale, sulla spinta delle forti crescite demografiche di Cina e India, si sta modificando a vista d'occhio con lo spostamento di grandi interessi finanziari in oriente. La Cina ha acquistato in anni recenti grandi quantità di titoli di stato del debito pubblico americano ed ha oggi una influenza diretta sulla finanza nord americana. In seguito alla necessità di acquisizione di aree con riserve energetiche e possibilità di espansione il colosso orientale ha iniziato da qualche decennio una serie di acquisizioni di vaste aree africane e di attività edilizie e industriali nel continente nero. Estese aree di savana  e di foreste stanno andando distrutte, gli animali sono cacciati via, gli viene tolto ogni abitat e si vanno estinguendo.  Intere regioni vengono adibite a discariche di materiali spesso tossici provenienti dalla Cina e altri paesi  portando a danni irreversibili di tutto un ecosistema. Anche l'india sta ampliando i suoi interessi africani dietro un certo movimento immigratorio di lavoratori indiani in africa e in altri paesi (soprattutto medio-oriente). L'espansione demografica del Pakistan e del Bangla Desh sta riacuendo i conflitti religiosi tra islamici e induisti e i contrasti tra le varie nazioni del continente indiano. Un fenomeno analogo si configura in estremo oriente tra Thailandia e Vietnam e Cina. In Malesia i conflitti religiosi si sommano agli interessi industriali e finanziari che, sull'onda dell'esplosione demografica di quella regione, sta portando alla perdita di tanti scenari naturali e alla deforestazione di intere aree fluviali. Le migrazioni da Malesia Borneo e Indonesia stanno creando tensioni con l'Australia e Nuova Zelanda. Questi ultimi contrastano con una certa efficacia il fenomeno, anche per salvaguardare dalla antropizzazione gli ultimi paesaggi vergini del pianeta. Se analizziamo i vari cambiamenti demografici dinamicamente nei prossimi decenni assistiamo ad una perdita di rilevanza economica e politica oltre che culturale di molte popolazioni che in precedenza rivestivano un ruolo di potenza egemone come quelle della vecchia europa o di derivazione europea in Nord america, e all'espansione di nuove popolazioni non solo demografica, ma anche economica e politica. L'espansione di queste nuove popolazioni  appartenenti ad altre aree etniche e culturali  avrà conseguenze sul mondo di domani che  si attueranno nella seconda metà di questo secolo, disegnando scenari che -anche per l'impostazione politically correct di molti studiosi- non sono stati ancora analizzati a sufficienza. Gli Stati Uniti a maggioranza di neri e latinos rivestiranno ancora il ruolo di potenza egemone dell'occidente? Una Europa multietnica e multiculturale avrà ancora il suo ruolo di area di libertà e democrazia o non sarà invece preda di conflitti interetnici e tra culture diverse? Quali saranno le influenze cinesi nella politica mondiale dopo il 2050? La democrazia potrà essere a rischio in un pianeta dominato da culture spesso autoritarie o a sfondo religioso? Come cambieranno gli scenari energetici? Quale sarà la geografia dei consumi e le conseguenze sull'ambiente di un mondo profondamente mutato rispetto ad oggi e sovrappopolato? Come si porrà il problema del cibo e delle risorse idriche? Quale ruolo mondiale avrà un continente africano abitato da due miliardi di persone senza risorse sufficienti? Quale il destino di tante specie animali?

mercoledì 20 maggio 2015

La Rimozione




Sette miliardi di umani si affaccendano sulla superficie del pianeta cercando di distruggere quel che resta della natura. Tutti sono animati dal sacro furore del proprio Ego ipertrofico, vedono solo se stessi, tutto il resto è considerato un magazzino per i propri bisogni, un terreno vuoto da riempire di cemento e manufatti. Gli animali, le altre specie torturate e seviziate, inseguite cacciate e uccise, oppure asfissiate togliendo loro l’ambiente, il cibo, l’acqua, l’aria, tutto. Peggio ancora rinchiuse in allevamenti intensivi, in una specie di campo di concentramento e di tortura, poi uccise in maniera industriale, con l’uso dei mezzi tecnici moderni. Per la Terra e la sua superficie la presenza ipertrofica umana rappresenta una vera e propria infezione cancrenosa, una parassitosi, una infestazione velenosa in cui il parassita che è cresciuto fino a soffocarla è la specie autodenominata Homo. Questa malattia della Terra è davanti a noi, manifesta in tutta la sua evidenza, eppure ci rifiutiamo di vederla e riconoscerla, aggiriamo il problema con gli artifizi dialettici, usando parole totem che hanno poco o nessun senso come sostenibilità, eco-compatibilità, rinnovabili, resilienza, eccetera. Il senso vero della tragedia della Terra  viene accuratamente nascosto: l’incredibile, inusitata, spaventosa crescita numerica della nostra specie, una infestazione di un pianeta malato.
Eppure questa crescita esplosiva così chiara, così evidente,  è passata sotto silenzio. Dai governi, dai parlamenti, dai politici di tutte le fazioni, dai verdi e dagli ambientalisti che corrono dietro alle conseguenze di quella crescita distruttiva, senza vederne l’origine, oppure vedendone l’origine ma tacendola per pregiudizio e ideologia, bloccati da una visione antropocentrica che vede solo Homo e i suoi diritti assoluti. Una crescita senza precedenti e senza paragoni taciuta dai giornali, dalle Tv, e perfino dagli scienziati, da chi si occupa in maniera professionale di ambiente e di fenomeni naturali. Qualcuno si azzarda a dire che si consuma troppo, che basterebbe ridurre i consumi sia a livello individuale che collettivo. I fautori della decrescita hanno l’aspetto di chi ha capito tutto, declamano le loro verità come se tutti gli altri fossero emeriti imbecilli. Ricordano, ed a volte lo sono stati realmente nel loro passato, gli epigoni del marxismo che avevano capito tutto della storia del mondo. Ma costoro si fermano alla decrescita dei consumi, non parlano di altro. Anche loro sono preda della grande rimozione. Vedono con un occhio solo le curve che mostrano le impennate di consumi di merci e di energia. Ma poi chiudono ambedue gli occhi quando hanno davanti le curve verticali dell’esplosione demografica dell’ultimo secolo. Lì, davanti all’evidenza più chiara, divengono ciechi e muti. No, secondo costoro, le curve demografiche non contano; contano solo i consumi, il prodotto interno lordo. Ma se i consumi crescono con il crescere della popolazione? A quel punto ci vuole una bella rimozione del problema, cosciente o incosciente che sia (ma io credo che lo sappiano bene!). Non vedono le masse umane di migranti: sembra quasi che i migranti vengano dal nulla, forse scendono da barconi-astronavi provenienti da altri pianeti. Non vedono i tassi di natalità di zone della Terra sempre più vaste; non vedono come –uno dopo l’altro- falliscono i tentativi di contenere la crescita della popolazione fatta dai governi più accorti, spesso del terzo mondo stesso. Se in occidente la popolazione si era stabilizzata in passato ciò era avvenuto per motivi economici: i figli costano sia in Europa che in Us. Ma ormai anche in Europa e in Us la popolazione torna impetuosamente a crescere per le migrazioni: Cosa cercano i migranti? La pace?
Si in piccola quota-parte. Diciamolo a La Touche: la grande maggioranza dei migranti cerca i consumi, si i consumi. Cercano di vivere meglio. E come? Consumando di più: più caldo di inverno, più fresco di estate, più cibo, più mezzi, più cellulari, più auto, più vestiti, più elettrodomestici,  più viaggi, più case, più cemento, più strade, più rifiuti. E allora insegnamo ai vari fautori della decrescita felice, che questa si potrà sperare solo regolamentando i consumi, ma  a fronte di una decrescita – e si qui bisogna dire le cose che non si vogliono sentire…- a fronte di decrescita demografica, minori tassi di natalità, minor numero di figli, minor numero di bimbi dagli occhi grossi e dai volti magri che vengono sfornati senza sapere come fare per nutrirli e per crescerli…tanto poi ci pensano in Europa. Invece di denunciare questa irresponsabilità nel mettere al mondo figli destinati ai barconi, tutti tacciono, tutti fanno le anime belle, tutti si riempiono di parole umanitarie senza senso finché ci sarà la grande rimozione, finché ci nasconderemo l’origine del problema, anche a noi stessi. Dietro questo falso umanitarismo c’è il più radicale anti-umanesimo possibile: quello che minaccia l’uomo nella sua esistenza e nella sua essenza. Vanno denunciati preti e organizzazioni falsamente umanitarie per le loro irresponsabilità. Ma lì si può capire: lì ci speculano, ci ricavano soldi e carriere sotto le bandiere dell’umanitarismo solidaristico d’accatto. Quello che non si capisce è il grande silenzio dei verdi e degli ambientalisti europei. Eppure in gioco ormai non c’è più la politica, il potere, la gestione delle risorse economiche. In gioco ormai è il pianeta stesso, la sopravvivenza della specie Homo e quella (purtroppo) di tutte le altre specie che non hanno colpa.

martedì 12 maggio 2015

Stop a cemento e rinnovabili su suolo verde





Riporto questo articolo pubblicato su olambientalista.it contro il consumo di suolo, anche se il consumo avviene per impiantarvi rinnovabili. Non esiste solo la cementificazione ad uso abitativo o infrastrutturale infatti. Spesso viene distrutto suolo verde dietro il paravento delle cosiddette rinnovabili, il più delle volte a scarso rendimento energetico e che vengono impiantate a scopo speculativo più per intascare incentivi che per reale utilità. Anche queste campagne cui si dedica l'articolo tuttavia rischiano di essere pure declamazioni senza seguito se non si inquadra il problema nel più vasto tema della sovrappopolazione della specie Homo e nella pressione antropica sui suoli. Non si tratta solo della demagogia delle rinnovabili o di lotta alle speculazioni: se non si arresta la crescita esplosiva planetaria del numero della popolazione umana non ci saranno speranze. E purtroppo questo è l'ennesimo articolo che dimentica questa verità: al problema neanche un cenno. Se ad esempio, la popolazione residente sulla disastrata terra italiana continuerà a crescere di un milione ogni due anni (come sta avvenendo ormai stabilmente in particolare per i massicci fenomeni immigratori) non ci saranno denunce o leggi che potranno arrestare la distruzione di suolo. Ormai tutta l'Italia è urbanizzata e anche le campagne che restano sono interessate da una rete di cemento e infrastrutture sempre più fitta. 

Difesa del Suolo e “follia” delle rinnovabili su suoli coltivabili. Stop alla devastazione e alla speculazione [di Donato Cancellara*]

domenica 3 maggio 2015

Expo e sovrappopolazione

All'Expo di Milano si parla di cibo, una ottima occasione per denunciare i problemi della sovrappopolazione del pianeta da parte della specie Homo. Invece pare che del tema in questione non freghi niente a nessuno. Almeno a livello istituzionale o degli interessi dei produttori. A margine della manifestazione è stato anzi presentato un libro sul futuro della alimentazione umana, in cui si sostiene che presto saremo -che bello!- 9 miliardi e che ci dobbiamo attrezzare per mangiare gli insetti, magari allevati come si allevano oggi le galline. Uno dei presentatori del libro ha affermato: solo 20 anni fa ci pareva strano mangiare il sushi, così oggi ci pare strano mangiare insetti, ma vi assicuro che saremo tutti contenti e felici (tutti, si intende, i 9 miliardi di umani!). A questa visione ottimistica e priva di dubbi si uniforma tutto il politically correct che gira intorno alla manifestazione di Milano. Tutto va ben madama la marchesa il mondo avanza verso i 9 miliardi di abitanti, le migrazioni ci inondano di milioni di clandestini, la cementificazione avanza ovunque, l'inquinamento dilaga, l'aria è irrespirabile, il clima si surriscalda, le specie diverse da Homo spariscono, i barconi affondano, l'acqua scarseggia, le foreste scompaiono, gli oceani si riempiono di plastica, l'Africa avrà i suoi due miliardi di umani e la scomparsa di savane, elefanti e leoni, e mangeremo insetti, ma non c'è nessun problema. Le industrie continueranno a produrre cibi contaminati e a base di insetti, il Pil crescerà ancora, ci saranno più consumatori e il Titanic affonderà in un mare di merda ma con i passeggeri che cantano e ballano felici pieni di champagne e di tossici. Per fortuna la consapevolezza del problema comincia ad inquietare qualcuno. Scrive un tale Gian Mario Roggeri nelle lettere al direttore pubblicate sul settimanale Sette del Corriere ( 1 maggio 2015- numero 18):
"Forse non ci vogliamo rendere conto che uno dei più grandi problemi a livello mondiale sia oggi la sovrappopolazione. Quando sento che in Italia o altrove nascono pochi figli,ne sono soddisfatto: vuol dire che almeno qualche popolo "intelligente" c'è ancora. Come si conciliano i dati allarmanti sulla disoccupazione, sulla povertà, sulla (anche) conseguente criminalità, con l'augurio di più nascite o con la tacita accettazione di una immigrazione sempre più fuori controllo? A me pare che l'ipocrisia ed il falso buonismo trionfino in questa Italia allo sbando. Non mi esprimo su altre religioni, ma l'influenza nefasta della Chiesa Cattolica nel mondo ed in Italia in particolare, impedisce di guardare in faccia la realtà: perché dobbiamo commuoverci per milioni di bambini denutriti o malati in Paesi già poveri di per sé? Non sarebbe più logico, anziché sperperare denaro in progetti destinati al fallimento, investire su politiche serie di limitazione delle nascite? L'ignoranza di queste popolazioni fa sì che mettano al mondo figli in modo scriteriato, tanto qualcuno ci penserà e se muoiono se ne faranno degli altri. Nel mio Comune (ma è così ormai ovunque) le famiglie più numerose sono quelle di albanesi, marocchini, ecc., magari con il capofamiglia disoccupato e bisognoso di assistenza da parte dei Servizi Sociali, alla faccia della tanto sbandierata procreazione responsabile. Senza lavoro ma con 4 o 5 figli ed in altre parti del mondo va pure peggio. Siamo troppi sulla Terra e lo sa anche lei, direttore, come sa che l'Africa non diventerà mai un granaio e che ricchi e poveri, grassi e denutriti ci sono sempre stati e sempre ci saranno. Se siamo 7 miliardi, il traguardo ultimo non è quello di dare da mangiare a tutti, ma ridurre questo numero fino a condizioni di vita migliori per tutti. Perché allora dare lapidarie risposte politically correct? (Gian Mario Roggeri).
Alle giuste parole del signor Roggeri risponde il direttore in puro stile politically correct: "Gentile Gian Mario, lei solleva problemi reali ma giunge a conclusioni a mio avviso aberranti." Certo ha ragione il direttore, mica vogliamo guastare la festa delle imprese che hanno puntato tutto sull'Expo e sul mercato prossimo venturo di 9 miliardi di clienti! Berremo acqua avvelenata e mangeremo insetti, ma gli affari finanziari continueranno a crescere insieme alla popolazione. Almeno finché reggerà il pianeta.

martedì 28 aprile 2015

Sovrappopolazione e massificazione




(Il testo di Marcuse è una delle denunce sulla massificazione moderna della persona umana)

Che cosa accomuna fenomeni storici  tragici dell’ultimo secolo come i campi di battaglia della prima guerra mondiale con le sue armi tecnologiche (tra cui la mitraglia che massifica l’uccisione del nemico), i campi di sterminio organizzati scientificamente durante il nazismo, le bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki, le grandi pandemie come la spagnola e l’asiatica e quella più lenta ma tutt’ora attiva  dell’Aids, fino alle migrazioni epocali che stanno interessando il nostro continente al giorno d’oggi con le connesse stragi in mare?
Se vediamo i fenomeni assai meno tragici ma ugualmente significativi dell’enorme movimento di popolazione dalle campagne alle città che ha interessato nell’ultimo secolo l’intero pianeta, comprendiamo un altro aspetto della massificazione in atto. Questo fenomeno, collegato alla fine della civiltà contadina, ha determinato la crescita delle megalopoli, più o meno regolata, in grandi periferie disorganizzate (bidonville) o nello scenografico cambiamento dello sky-line dominato in tutte le grandi città da alti grattacieli di vetro e cemento contenitori massificati di milioni di persone-consumatori. I grattacieli e le strutture in cemento  stanno uniformando il paesaggio urbano di tutto il pianeta, mentre i territori naturali si riducono sempre di più sotto la pressione della massiccia antropizzazione del territorio. Ci si chiede: qual è il fattore che muove questa gigantesca trasformazione dell’abitare umano?
Ugualmente da interpretare sono i cambiamenti nello stile di vita di sette miliardi di persone. La scomparsa delle tradizioni e delle culture locali, ha accompagnato la trasformazione del mondo agricolo, prima con la meccanizzazione, poi con la riduzione della percentuale di popolazione che vi si dedica, fino a quote residuali molto minoritarie. La vita nelle città con l’impiego nel terziario e nell’industria ha comportato la uniformizzazione dell’organizzazione della esistenza di milioni di persone. I consumi si sono strutturati in merci standard la cui vendita è stata assicurata dai modelli pubblicitari. La scuola ha ottemperato alla sua funzione massificante con l'appiattimento della formazione e la stereotipia delle informazioni regolata dalla cibernetica. Oggi la virtualità dei mezzi di conoscenza e comunicazione ha generato altre uniformità e modi standard di utilizzare il tempo del lavoro e il tempo libero. Anche in questo caso si può parlare di un fenomeno sottostante che ha determinato la necessità dei nuovi modelli di vita (quello che generalmente definiamo con il termine onnicomprensivo di modernità, e che negli aspetti di crisi e ripensamento hanno dato luogo al cosiddetto fenomeno del post-moderno).
La mia tesi è che dietro questi fenomeni e trasformazioni non ci siano modelli sociali ed economici precostituiti, ad esempio il capitalismo e il socialismo, come si era creduto per tutto il novecento. O gli interessi di grandi nazioni o quelli di forti poteri costituiti, i quali hanno solo fatto il lavoro “sporco” la cui necessità aveva al contrario ben altre cause. Ritengo che queste profonde trasformazioni siano state guidate dall’enorme sviluppo tecnologico che le nuove scienze naturali avevano assicurato a partire dalla fine del settecento e interessato tutto il XIX e XX secolo. Ma soprattutto siano state originate dall’impatto sul pianeta della crescita esponenziale della popolazione umana  generata dalla tecnologia, crescita che   ha imposto    una massificazione dell'organizzazione sociale e della cultura. Tale massificazione   ha interessato tutti gli aspetti delle società umane, dalla guerra, alla morte pianificata, allo sviluppo urbano, al consumo delle risorse naturali, agli stili di vita, al tempo libero, alla visione del mondo. La trasformazione della terra da parte della tecnologia e la sua furiosa crescita di potenza nell’ultimo secolo è stato l’elemento massificante per eccellenza agendo direttamente sul numero di umani, fino a porre a rischio la vita di tutte le specie non umane dapprima, poi dell’uomo stesso. Questa massificazione ha comportato uno sradicamento dell’uomo dalla sua appartenenza ai luoghi e alla terra, alle abitudini e alle tradizioni storiche. Che cosa si deve intendere con il termine massificazione? Essa consiste innanzi tutto in una perdita dell'uomo che viene privato della sua essenza per divenire numero, cosa, oggetto. La perdita di essenza è una perdita di senso. In questo modo l'uomo moderno, sottoposto all'agire tecnico, perde il suo mondo storico: l'uomo moderno è un uomo senza mondo, senza appartenenza. l'assenza diviene assenza di suolo, di fondo e fondamento; perdita di radici, l'impossibilità di fare corpo con la terra, l'espropriazione costitutiva, la spaesatezza, l'eteronomia, il non essere a casa, presso di sé, l'estraneità irriducibile, quella che Marcuse chiamava alienazione. La scomparsa del suolo, del paesaggio tradizionale è qualcosa cui la modernità ci ha assuefatto. La scienza con la sua razionalità senza fine, ripetitiva, numerica, ci ha dato una distanza dal mondo che ci appartiene sempre di meno, serrato in una rete di strutture che lo rendono artificiale e non più naturale.Qui l'aumento numerico degli individui della specie non è che un aspetto di questa realtà artificiale che rende l'esistenza un puro ripetersi, un reiterare all'infinito l'individuo, privato della sua storia e della sua appartenenza per divenire soggetto virtuale e oggetto reale, sottoposto alle leggi di produzione e mercato come tutti gli altri oggetti. Spezzare questo circolo chiuso, questa coazione a ripetere, non può che passare per una interruzione di questa moltiplicazione senza senso cui la tecnica ha portato la nostra specie, a scapito di tutte le altre forme di vita e fuori da ogni rapporto equilibrato con la natura. In particolare questo fenomeno di massificazione ha cominciato ad agire e prodotto le sue conseguenze  sull’europa, la cui identità si è avviata verso l’annichilimento già nella prima metà del novecento (vedi il “Tramonto dell’Occidente” di Spengler, 1923). Ancora bisogna chiedersi: quale è la causa che ha visto l’illuminismo portare allo sradicamento dell’uomo occidentale, alla globalizzazione dei diritti dell’uomo divinizzato a padrone assoluto della natura, proprio nel momento in cui il significato del divino veniva perso e svalorizzato? Le grandi migrazioni attuali non sono che un aspetto di questo sradicamento. Milioni di uomini abbandonano i propri luoghi di origine, le proprie tradizioni, la famiglia  e la propria storia per raggiungere la terra promessa dei prodotti stereotipi replicabili e abbondanti della modernità tecnologica. Vogliono uniformare la propria vita a quella dei modelli dominanti. Spinti in parte dalla fame e dalle guerre, ma anche questi sono aspetti derivati da un eccesso, dalle troppe nascite in luoghi che non hanno risorse. La tecnologia che ha consentito l’eccedenza innaturale ne indica anche la soluzione ugualmente artificiale: la migrazione verso i luoghi in cui la tecnologia e l’economia da essa derivata ne assicura le risorse.  In questo processo di espansione numerica eccessiva  umana quello che perde è la natura, l’ambiente naturale, le altre specie viventi, la salubrità e la bellezza del pianeta. Quello che colpisce in questo sradicamento è questa ossessione moderna della reiterazione, della replicazione, della moltiplicazione, ben rappresentata dal Taylorismo della produzione meccanizzata, dalla catena di montaggio della fabbrica moderna, portata sullo schermo da film come Metropolis o da quelli umoristici di Chaplin. “E perciò si ripete, in un vortice che gira su se stesso, in una eterna ripetizione di un uguale che, tuttavia, viene ogni volta spacciato per nuovo. La ripetizione richiede così una accelerazione per ammantarsi di progresso, per far apparire differente quel che è uguale, nuovo quel che è vecchio, sul modello della cronaca giornalistica, paradigma di questo eterno ritorno, che promuove la fase finale a stato permanente, e prolunga la fine in una durata senza fine.  Il progresso, in tutti i suoi possibili travestimenti, è l’idolo. Nell’assenza della decisione il progresso protrae il crepuscolo. Non c’è nulla di peggio di questo protrarsi senza fine del crepuscolo. Perché come può venire il giorno, se è preclusa la notte? “ (M. Heidegger - Schwarze Hefte).
Ora quello che Adorno chiamava la ragione astratta , Marcuse l’uomo ad una dimensione, Jonas l’asservimento tecnologico della natura, è in realtà lo stesso concetto di massificazione dell’uomo, della sua riduzione a numero, del suo completo annichilimento in quanto essenza umana (nel senso naturale del termine) alla grande macchina della società moderna della produzione e della ri-produzione stereotipa e massificata secondo procedure che, dietro l’apparenza di una libertà fittizia, sradicano l’uomo dalla sua appartenenza alla natura.
Questo processo di annichilimento dell’uomo ha la sua orrenda simbologia nella shoah del popolo ebraico degli anni 1940-1945. Come, ugualmente terribile nel suo significato simbolico, fu l’annientamento degli innocenti abitanti di Hiroshima e Nagasaki in un millesimo di secondo in seguito all’esplosione delle due prime bombe nucleari, altro simbolo dello strapotere tecnologico e della riduzione dell’uomo a uomo-massa, a simbolo e mezzo. Ciò che importava nella distruzione delle città giapponesi non erano ragioni strategiche o tattiche militari. Si trattava invece di dare la notizia della distruzione e della morte istantanea di centinaia di migliaia di persone, a scopo psicologico. Effetto che le due bombe atomiche ottennero con facilità. Anche la morte è tecnologizzata e può essere ottimizzata per grandi numeri, come qualsiasi altro prodotto. Ma l’aspetto più drammatico  di questo destino del pianeta terra è quel che è avvenuto dopo, dal ’45 ai giorni nostri. L’annichilimento dell’essenza dell’uomo è passato dalla simbolizzazione alla realizzazione sostanziale. Dal genocidio di milioni di ebrei, dalla carbonizzazione nucleare istantanea di centinaia di migliaia di persone,  e dallo strapotere della tecnica, la massificazione ha trovato la sua piena realizzazione nella spaventosa moltiplicazione del numero di umani, nella sovrappopolazione che ha portato alla devastazione ambientale e alla perdita di ogni senso della vita umana. Tutto è conchiuso nel ciclo produzione-consumo, la vita del singolo è divenuta stereotipo ripetibile all’infinito secondo uno schema che tende ad abolire ogni differenza e a pianificare tutta l’esistenza all’interno del ciclo suddetto. Quello che in passato era il fascino della differenza e della scoperta oggi non ha più senso. Dietro una assurda metafisica dei diritti assoluti di Homo si assiste ad un pareggiamento livellante di ogni esistenza che deve essere simile ai prodotti industriali: replicabile, priva di difetti (differenze), delocalizzata (sradicata da ogni appartenenza), intercambiabile, inserita nel mercato cioè nel nuovo assoluto orizzonte di significato per ogni oggetto naturale, sia esso un paesaggio, una casa, un animale, un automobile, un viaggio, e infine l’uomo stesso. Questa massificazione svuota l’essenza stessa dell’uomo. Paradossalmente, uno dei paradossi cui la modernità ci ha abituato, questo annientamento di umanità ha il nome di “umanismo” o –con termine attuale- “antropocentrismo”.
Jonas si richiama al principio di Responsabilità verso la natura per porre un freno alla visione antropocentrica di possesso umano del cosmo. L’umanismo, dietro l’apparenza della difesa dei diritti assoluti di Homo nasconde il pericolo mortale della perdita dell’uomo stesso   nella massa umana priva di senso. Nel nostro mondo di sette miliardi di umani ci avviamo ad un trionfo della uniformizzazione degli stili e dei prodotti, pur nella loro apparente varietà, in quanto il ciclo produzione e vendita deve essere ottimizzato per un mercato di massa composto da sette miliardi di consumatori-fruitori. In questa massificazione le megalopoli assumono il ruolo di macchina di realizzazione pratica e di retroterra culturale e idelogico di questo umanismo tecnologizzato. I luoghi si trasformano in “mondo artificiale” dove gli umani sono irrigimentati in vite stereotipe simili dalla nascita alla bara. La nascita e la morte divengono prodotti commerciali, la pietas umana ancora viva nei piccoli paesi, diviene fredda assistenza tecnologica nelle sale parto e nelle sale di rianimazione dove i numeri sostituiscono i nomi delle persone. Si abita in spaventosi agglomerati di cemento, ci si muove su nastri di asfalto, si consuma tutti le stesse cose prodotte da sistemi automatizzati e inculcati nelle coscienze come necessità con stereotipie pubblicitarie simili in tutto il pianeta. L’offerta uniforme è mascherata dalla varietà delle apparenze esteriori. A questo scopo si veda il prodotto auto: sempre più la struttura base e la motorizzazione è uniformata da produttori centralizzati che lavorano per vari marchi; alla struttura base, uguale per tutti a seconda dei modelli, viene sovrapposta la carrozzeria provvista di varianti esteriori che assicurano la multiformità apparente contrapposta ad una sostanziale uniformità di struttura. Questo vale per molti prodotti e addirittura per la vita umana stessa, sempre più uniforme nella sua organizzazione di base, su cui poi si inseriscono le varianti come hobby, tempo libero, appartenenza sportiva, politica ecc.  Più aumenta il numero di umani più la vita individuale perde senso e diviene pura replica. La virtualità delle comunicazioni lasciano le apparenze di una libertà e di una ricchezza di esperienze che in realtà è una ripetitiva procedura tecnologica. I viaggi, una volta sinonimo di scoperta di nuove culture  e possibilità, quando la terra aveva ancora aspetti inesplorati o poco conosciuti,  divengono oggi prodotto di consumo di massa, turismo commerciale. Ogni angolo del pianeta è esplorato e trasformato in prodotto di consumo. Le differenze tra i vari luoghi e le varie culture tendono ad appiattirsi e a scomparire man mano che avanzano le megalopoli e i processi di urbanizzazione massiccia delle popolazioni. Le foreste, le montagne, i laghi, i parchi naturali sono prodotti preconfezionati e venduti a pacchetti commerciali. Gli animali in via di estinzione vengono mantenuti in vita al solo scopo di sfruttamento commerciale (quando mancherà la convenienza economica, si lasceranno estinguere). Ogni aspetto della realtà diviene fruizione, e siccome la realtà non basta si crea una iper-realtà virtuale che consenta di moltiplicare la fruizione e il consumo per la massa di sette miliardi di consumatori. Tutto questo sta corrodendo dall’interno la cultura occidentale e ne sta decretando il tramonto. Insieme alla fine dell’occidente si assiste alla massificazione della cultura mondiale, all’emergere di nuove potenze che cavalcano la modernità meglio della vecchia Europa. Lo sfrenato processo di massificazione non è più, come nel dopoguerra, prerogativa delle potenze emerse dal conflitto, Usa e Russia sovietica. Oggi lo stesso schema lo stanno applicando, in maniera ancora più “violenta” la Cina e l’India o il Brasile in sud america,  in via di forte sviluppo, come è già accaduto con l’asia e il Giappone. L’espansione cinese in Africa con l’edificazione di città fatte di grattacieli pronti ad essere riempiti di nuove famiglie in crescita numerica, di strade e infrastrutture e la conseguente  distruzione delle foreste e delle savane, degli ambienti naturali e l’estinzione di animali selvaggi, per essere sostituiti da megalopoli e umani che reiterano se stessi, è un esempio di questo processo massificante ormai planetario.