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sabato 5 gennaio 2013

LA PAROLA DEI NEGAZIONISTI






Ringrazio Laura Bernardi che nel suo blog “Al di là del dire” segnala l’articolo seguente che esprime posizioni pro-nataliste e negazioniste rispetto al problema della sovrappopolazione. L’articolo è di estremo interesse per vari motivi. Prima di tutto si tratta delle idee attualmente dominanti, secondo le quali se c’è qualche problema del pianeta, esso deriva esclusivamente da una diseguaglianza nella distribuzione delle risorse. 
In secondo luogo l'articolo nega che 7 miliardi di umani siano troppi: "La scarsità di risorse che porta a molti dei nostri principali problemi, è il risultato delle azioni che gli esseri umani stanno intraprendendo, mentre su questa Terra - se le persone si rispettassero a vicenda e rispettassero il loro ambiente allora potremmo facilmente sostenere altri 7 miliardi di persone".
Addirittura tra le situazioni di sofferenza dei popoli viene citata "la mancanza di infrastrutture". Infine si nega che ci siano problemi di fame nel mondo: il cibo prodotto sarebbe sufficiente "ma purtroppo alcune persone non possono procurarsi quel cibo ed altri vivono in zone dove non ci sono neanche strutture adeguate per il trasporto". 
Molto interessante è poi il tentativo di far passare il sospetto che coloro che parlano di sovrappopolazione siano artefici di un disegno nascosto per distruggere tutta o una parte dell'umanità e si afferma che: se la tendenza alla diminuzione delle nascite prosegue, " inizierà un declino misterioso e pericoloso  della popolazione mondiale". Per fortuna che esiste l'immigrazione, dice l'autore dell'articolo, che ripopola le zone in cui le nascite sono in calo. L'idea stessa di sovrappopolazione, si afferma,  è stata introdotta da un aristocratico, tale Thomas Malthus, che architettava l'uccisione di bambini poveri. 
La demonizzazione di coloro che parlano di sovrappopolazione è poi ben evidenziata dalla introduzione all'articolo, in cui costoro vengono descritti come "diaboliche persone" appartenenti alla elite finanziaria che architettano con "mezzi crudeli" l'eliminazione delle persone povere per avere più ricchezza e potere.
Unico commento, doloroso, che posso fare è che queste posizioni sono sovrapponibili a quelle di molti ambientalisti e ricalcano -parola per parola- quanto affermano molti appartenenti ai movimenti dei verdi.


 MARTEDÌ 8 NOVEMBRE 2011

Quando la parola "Popolazione" diventa una parolaccia, la parola "Umanità" scompare

La verità è che Malthus era una persona orrenda, così come sono orrende le diaboliche persone che appartengono all'elite corporativo-finanziaria che persegue e finanzia politiche di spopolamento, assottigliamento della popolazione, con mezzi crudeli. 

Mentre le persone povere del mondo continuano ad essere sterilizzate, perseguitate, uccise, loro guadagnano sempre più ricchezza e potere. La verità è che le politiche di spopolamento si possono definire con una sola parola: "eugenetica". 

Nessuno di quelli che sostengono, direttamente o indirettamente, tali politiche, devono sentirsi assolti. Non esistono persone caritatevoli che vogliono migliorare la nostra vita; non esistono e non sono mai esistiti metodi intelligenti o pietosi per controllare la popolazione; si tratta e si è trattato sempre di vere e proprie uccisioni gratuite degli strati più deboli, da parte di persone orribili che vogliono solo trarre profitto, sulla pelle dei poveri e dei deboli. 
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Sono persone orribili, mentre gli altri, soprattutto i poveri, sono...stupende persone (Anna Moffa) 

7 miliardi di Belle Persone 
  
JG Vibes 
Activist Post
overpopulation
La scorsa settimana le Nazioni Unite hanno annunciato che il mondo è ora abitato da 7 miliardi di esseri umani. Questa notizia è stataaccompagnata da un violento attacco di propaganda mediatica relativa al cosiddetto problema della  "sovrappopolazione". Questo tipo di isteria non è una novità, la supposta crisi della sovrappopolazione è stata utilizzata dalle élite per oltre 200 anni per giustificare i loro maltrattamenti al pubblico.
Ogni volta che nel corso della storia la popolazione umana è aumentata notevolmente, alla gente comune è stato detto che alla crescita della loro comunità avrebbe fatto seguito il caos e la massiccia scarsità di risorse. Ovviamente, queste previsioni non si sono avverate, perché la popolazione umana della Terra in realtà ha molto poco a che fare con la scarsità che esiste su questo pianeta. La scarsità di risorse che porta a molti dei nostri principali problemi, è il risultato delle azioni che gli esseri umani stanno intraprendendo, mentre su questa Terra - se le persone si rispettassero a vicenda e rispettassero il loro ambiente allora potremmo facilmente sostenere altri 7 miliardi di persone. Per comprendere appieno la truffa della sovrappopolazione, diamo uno sguardo all'origine di  alcune di queste idee.
Un aristocratico di nome Thomas Malthus è stato uno dei primi ad esporre queste idee in un lavoro pubblico. In una pubblicazione del 1798 intitolata "Saggio sul principio della popolazione", Malthus suggeriva che la prevista scarsità di cibo avrebbe potuto essere utilizzata per diminuire la popolazione povera, per fame. Questa è stata la radice dell'idea di "controllo della popolazione", perché una popolazione di grandi dimensioni è molto difficile da gestire per l'elite, anche se continua a mantenere la sua ricchezza e il suo potere.
Malthus suggeriva che le strade fossero meno frequentate e che la maggior parte delle persone fosse  ammassata in quartieri, per favorire le condizioni che avrebbero riportato la peste. 

In questo stesso saggio affermava che i villaggi dovevano essere costruiti vicino alla pozze stagnanti dove i germi potevano imputridire  e tutti i rimedi e le cure dovevano essere a disposizione solo di chi poteva permetterselo. 

Secondo le sue stesse parole, "siamo tenuti per giustizia e onore a negare formalmente il diritto dei poveri al sostentamento. A tal fine, proporrei di fare un regolamento che dichiarasse che nessun neonato ha diritto all'assistenza parrocchiale. Questo bambino, relativamente parlando, è di poco valore per la società, poichè altri prenderanno immediatamente il suo posto ... Tutti i bambini al di sopra di quanto sarebbe necessario per mantenere la popolazione a questo livello, devono perire, a meno che non si creasse spazio per loro dalla morte di persone cresciute ». [1]
Quindi, quello che proponeva in sostanza era stabilire un limite nazionale sulle nascite dei bambini, e l'esecuzione di qualsiasi bambino nato, passato quel limite.

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La retorica sul controllo della popolazione implica che la classe operaia è povera non a causa di ineguaglianza e di corruzione, ma perché è troppo numerosa e non ci sono abbastanza risorse  per tutti. Questa bugia è incredibilmente offensiva quando si dà un'occhiata alla vasta disparità che esiste nel mondo, dove c'è letteralmente una classe dominante e una classe serva, quasi ovunque si guardi.
Oggi le cause principali della fame e della povertà sono la guerra, lo sfollamento, la mancanza di infrastrutture e l'eccessivo sfruttamento delle risorse (in genere da parte di governi e grandi imprese multinazionali), ma da nessuna parte sul pianeta viene ufficialmente riconosciuto che la sovrappopolazione ha una parte nella fame nel mondo. In effetti, viene prodotto cibo più che sufficiente nell'industria agricola di oggi per alimentare il mondo intero e anche di più, ma purtroppo alcune persone non possono procurarsi quel cibo ed altri vivono in zone dove non ci sono neanche strutture adeguate per il trasporto. La riduzione della popolazione mondiale non aiuterebbe la popolazione rimanente a procurarsi il cibo, quindi, non avrebbe alcun effetto sulla fame nel mondo o sulla povertà.

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In molte società oppressive, nel corso della storia, la classe dirigente ha cercato di controllare ogni aspetto della vita del cittadino - anche la riproduzione. Questo è stato suggerito da Platone ne La Repubblica, la riproduzione selettiva e il controllo della crescita della popolazione del sottoproletariato è stata un'ossessione dell'élite, anche fin dai tempi dell'antica Grecia. 




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Secondo il professor Steven W. Mosher  dell'international Population Research Institute, le popolazioni in Europa e Nord America, sarebbero in realtà in declino, se non fosse per le persone che emigrano verso quei paesi. [2]
Il numero delle nascite in tutto il mondo è stato in netto calo negli ultimi 20 anni. Se questa tendenza continua allora la popolazione mondiale raggiungerà presto un picco e poi inizierà un declino misterioso e pericoloso. Inoltre, a suggerire che la riduzione della popolazione mondiale possa effettivamente migliorare la qualità della vita per le persone che rimangono, poggia sul malinteso che la fame è il risultato della sovrappopolazione.

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Per migliorare la vita delle persone sulla Terra, abbiamo bisogno di trovare il modo di far capire alla gente di cosa ha bisogno, e ridurre la quantità di persone non aiuterà quelli ai quali viene concesso di ottenere ciò di cui hanno bisogno.
La stragrande maggioranza della ricchezza del mondo, delle risorse e dell'ingegno umano viene sprecata in guerra e dominio, controllata da pochi eletti cattivi amministratori con una distorta visione del mondo. Non ci dovrebbe essere alcun dubbio sul perché non ce n'è abbastanza per tutti.

giovedì 3 gennaio 2013

MENO NATALITA’ PER SALVARE LA TERRA



A  firma di Sandro Modeo è apparso su “La Lettura”, inserto letterario del Corriere della Sera, un articolo che –in controcorrente rispetto a tanti articoli del Corrierone nazionale- indica nella eccessiva natalità della specie Homo il principale problema del pianeta, da cui derivano tutti gli altri come l’inquinamento, l’effetto serra, la devastazione del paesaggio e della natura, le megalopoli e la vita stressante dell’uomo contemporaneo.
Modeo ricorda il famoso rapporto del Mit sui «limiti dello sviluppo», uscito nel 1972 e commissionato dal Club di Roma di Aurelio Peccei, manager di Fiat e Olivetti, come uno dei primi documenti che riportano ad una nuova sensibilità verso la salvezza del pianeta minacciato dalla sovrappopolazione umana.
“Una sensibilità assente, al contrario, in tanti «analisti» carismatici come Serge Latouche, che nel suo ultimo libro sulla spremitura del pianeta (Limite, Bollati Boringhieri, pp. 113, € 9) riesce a eludere totalmente — pur citando il rapporto del Mit — la «questione demografica». Con poche eccezioni — come i refrain di Giovanni Sartori —, nessuno allarga il campo visivo dalle «crisi» attuali, economiche, sociali e ambientali, all’impatto della popolazione mondiale: allargamento che invece aiuterebbe a decifrare le cause rimosse e profonde di tante emergenze, materiali e psicologiche."
 L’articolo prosegue riportando i dati e le riflessioni dell’ormai classica “Storia minima della popolazione mondiale” di Massimo Livi Bacci (Il Mulino) –vedi post sul libro in questione in questo blog- che denuncia la spaventosa esplosione demografica in atto sulla Terra nell’ultimo secolo, paragonandola alla lenta crescita nei secoli passati. Decisiva per questa aberrazione è stata la risposta scientifico-tecnologia e bio-medica che ha influenzato  la dialettica tra biologia e ambiente, fuori dagli schemi classici della natura. Già nel neolitico, quando i cacciatori-raccoglitori inventarono l’agricoltura e l’allevamento si ebbe l’ampliamento artificiale del ventaglio alimentare, premessa a ciò che sarebbe accaduto dopo in termini demografici.

Ma lo vediamo bene anche oggi, in una fase che forse non è il semplice prolungamento della transizione industriale, ma un’ulteriore transizione in sé. Da un lato, è evidente come proprio la tecnoscienza e la medicina possano rispondere a crisi di produzione agro-alimentare (con gli Ogm), al bisogno di nuove soluzioni energetiche in rapporto al riscaldamento globale, (con tecnologie sempre più sofisticate) o alle nuove emergenze epidemiologiche (antibiotici di nuova generazione contro batteri più plastici e aggressivi). Dall’altro, i dati impressionanti non solo sulla crescita demografica, ma soprattutto sulla concentrazione urbana (arrivata nel 2010 al 50,5%, il famoso «sorpasso» sulle campagne), spiegano tante accelerazioni-metamorfosi come l’«informatizzazione» postindustriale. Per inciso, la densità urbana — insieme al mismatch, cioè alla «dissonanza» che si crea tra comportamenti adattativi acquisiti al tempo della caccia/raccolta e i contesti attuali — spiega problemi e patologie in modo più profondo, svelandone la genesi remota. Come un’alimentazione ipercalorica (necessaria in un contesto di fuga e predazione) diventa, in una società sazia e sedentaria, fonte potenziale di diabete/infarto, così un cervello «tarato» per interagire in comunità di 100-150 individui, gerarchiche ma molto solidali, ha difficoltà in folte comunità claustrofobiche e alienanti, all’origine sia di disagi lievi come l’impossibilità di gestire troppe amicizie su Facebook, sia di varie psicopatologie ansioso-depressive.”
L’Autore riconosce la necessità assoluta di includere nella pianificazione del futuro la “questione demografica”. Per far questo sono necessarie a volte strategie controintuitive. Il controllo volontario delle nascite (che resta il timone operativo, ma deve scontrarsi con attriti ideologico-religiosi trasversali) può essere infatti perseguito, specie nei paesi in via di sviluppo, soprattutto diminuendo la mortalità infantile, cioè spingendo a una riproduzione “di economia” anziché “di dispendio” (a non fare tanti figli per aumentare la possibilità di sopravvivenza). Un altro pilastro di una strategia denatalista è la diffusione di istruzione e consapevolezza, più importante della ricchezza nell’esercizio del contenimento demografico civilizzato (non più legato a pratiche come l’aborto selettivo sulle femmine). Conclude Modeo che la partita è aperta perché la spinta primordiale a figliare è provvista di una forza di inerzia difficile da combattere. Ma non affrontare subito il problema  ci porterà a scenari che già si prefigurano concretamente nel mondo contemporaneo, scenari sempre più simili a quelli previsti nel rapporto del Mit del 1972.
L’articolo mi sembra interessante perché esprime una presa di coscienza importante anche da parte del Corriere, che finora –con l’eccezione degli articoli di Sartori- ha dato troppo spazio alle posizioni della Chiesa e a quelle iper-nataliste della politica italiana (compresa l’ultima veramente deprimente del premier uscente Monti). La consapevolezza lentamente si fa strada, nonostante le afasie di Latouche e di tanti ambientalisti.

lunedì 31 dicembre 2012

SOYLENT GREEN (2022: I SOPRAVVISSUTI) VERSO L'ESTINZIONE




2013
Siamo sette miliardi e mezzo. Continuiamo a crescere al ritmo di 80-90  milioni ogni anno. Il film del 1973 Soylent Green  ("2022: i Sopravvissuti") ci mostra quello che ci aspetta. Nessuno si preoccupa, gli ambientalisti pensano ad altro, Monti dice che ci vogliono più figli, il Vaticano si preoccupa dello "spopolamento" di un'Italia soffocata da 62 milioni di persone in continuo aumento. Il mondo che sta correndo verso una situazione invivibile e catastrofica è pieno di ciechi parlanti. Tutti parlano, tutti hanno la ricetta per un mondo più equo, solidale e...sovrappopolato. Nessuno però vuol vedere. Le altre specie muoiono giorno per giorno. Scompare il paesaggio, scompare l'aria, la campagna, le coste. L'acqua è sempre più inquinata. Il cemento ricopre sempre più suolo, in ogni parte del mondo. La terra grida in mille modi, si scatenano tifoni e tornado, inondazioni. Il clima sta sciogliendo le calotte polari, i mari crescono minacciando le città, isole, territori abitati. Ma tutti tacciono. Anzi peggio: invocano  più figli, più bambini, più culle piene. Si va a predicare la natalità persino in zone dove manca il cibo e l'acqua. Dove non c'è economia, ma solo povertà e fame. Più bambini si, perché i bambini sono belli. Tutti vogliamo bene ai bambini. Ma troppi bambini sono una malattia. La Terra è malata. Se una sola specie invade in maniera massiccia tutte le terre, inquina fiumi e mari e l'aria del cielo, c'è un problema. Stiamo parassitando il pianeta, e in genere il parassita muore insieme all'organismo parassitato, in questo caso la Terra. Non sono solo belli i bambini, sono anche belli i cuccioli degli animali, i piccoli pesci, la ricchezza delle varietà della natura. Sono belle le piante, le foreste, le grandi praterie, le mandrie al pascolo, i cieli azzurri, le acque incontaminate, gli stormi di uccelli che volteggiano tra le nubi, i fiumi e i laghi celestini tra le colline verdi. Tutto questo sta per scomparire, come ci avverte il film Soylent green. Come ci ammoniscono le parole di Edwuard G. Robinson nella sua ultima apparizione. Buon 2013.

sabato 29 dicembre 2012

GUERRA DI SPIE TRA FRANCIA E CINA PER LA CORSA AL NUCLEARE




Nel mentre in Italia ci si crogiola con i mulini a vento e gli specchietti solari che dovrebbero essere l’ “energia del futuro”, e altre favolette simili, i paesi che stanno effettivamente lavorando per il loro futuro si fanno la guerra di spie per impossessarsi dei segreti del nucleare di terza generazione. I cinesi sono sempre stati avidi dei segreti atomici francesi, e si sa negli ambienti tecnici specializzati, che le numerose centrali nuclaeari funzionanti in Cina  sono basate soprattutto sulle tecnologie costruttive sviluppate dai francesi.
Della nuova guerra di spionaggio si è saputo da un articolo del “Canard enchainé”, il settimanale più informato sui fatti “non alla luce del sole” della classe dirigente di Parigi.
Il «Canard» mette il becco in casa Edf, il gigante pubblico dell’elettricità (156 mila impiegati, 65,3 miliardi di fatturato) e rivela che l’Ispettorato generale delle Finanze, formato da alti funzionari del relativo ministero, sta indagando su un misterioso accordo firmato nel novembre 2011 da Henri Proglio, boss di Edf, con la Cgnpc, la China Guangdong Nuclear Power Company. Oggetto: la realizzazione in Cina di un nuovo reattore nucleare di tipo Epr. Con due stranezze: non sono chiari i termini del trasferimento di know-how ai cinesi e, misteriosamente, all’accordo non è associato l’altro colosso del nucleare francese, Areva (47 mila dipendenti, 8,8 miliardi di fatturato), cosa tanto più strana perché è Areva che costruisce le centrali: Edf si limita a sfruttarle. Fatto sta che l’11 aprile scorso il Comitato strategico di Edf boccia l’accordo. Di più: interviene l’Agenzia delle partecipazioni di Stato e di conseguenza il 18 aprile, pochi giorni prima delle elezioni, il ministro sarkozysta dell’Economia, François Baroin, lo blocca.  Nel frattempo, Edf ridiscute con i cinesi includendo stavolta anche Areva. Il risultato è un accordo a tre, i due francesi e la Cgnpc, firmato il 19 ottobre ad Avignone, per sviluppare insieme un nuovo reattore da mille megawatt”
  (Da un articolo de La Stampa dei giorni scorsi).

L’accordo è stato firmato in gran segreto, senza la presenza di alcun ministro francese, e nessuno ha spiegato a quali tecnologie abbiano accesso i cinesi e in cambio di cosa. 
Una sindacalista di Areva, Maureen Kearney,  comincia a insistere per saperne di più. Minaccia azioni legali, contatta ministri e deputati, allerta la stampa. Il 17 dicembre, a casa sua, viene assalita, legata, minacciata e infine i misteriosi aggressori se ne vanno disegnandole addosso una «A». Insomma la vicenda assume tutti i caratteri di una vera guerra di spionaggio, al cui centro sta la sospetta trasmissione di segreti nucleari francesi, riguardanti le centrali di nuova generazione, sul cui sviluppo è in atto una corsa ad accaparrarsi la tecnologia tra tutti i principali paesi del mondo sviluppato, considerandola la nuova fonte di energia del futuro in presenza di una salita ormai costante dei prezzi del petrolio (tutti gli indicatori dicono che il picco di produzione è ormai raggiunto) e di un probabile futuro stop all’energia basata  sulla liberazione di carbonio in atmosfera.
“Finché mercoledì il «Canard» fa esplodere la bomba. Di inchieste su Proglio ce ne sarebbero addirittura due: una delle Finanze, che vogliono sapere se davvero, nell’accordo originale, era previsto di consegnare ai cinesi «i codici di calcolo francesi riservati», «gli strumenti di simulazione» e l’accesso al segreto «centro di crisi di Edf» e alla sua non meno segreta «documentazione operativa». L’altra dei servizi segreti, che indagherebbero «sulla natura dei legami fra i dirigenti Edf e i loro partner cinesi».” (Da  il quotidiano La Stampa).
Il portavoce di Edf, Hervé Machenaud, ha negato che l’accordo sottoscritto metta in pericolo i segreti atomici francesi e che vi siano passaggi di conoscenze tecnologiche innovative e ancora riservate. Nel frattempo il ministero dell’Economia francese sta esaminando tutta la questione per fare un bilancio complessivo e sembra che Henri Proglio, non molto amato da Hollande, possa rischiare il posto.
A commento della vicenda posso solo aggiungere alcune considerazioni: sebbene in pubblico se ne parli poco, per evidenti ragioni di opportunità politica, nelle principali economie del mondo dagli Usa, al Brasile, alla Francia, alla Germania, alla Russia, alla Cina e India, fervono gli studi, i progetti e le realizzazioni – alcune già operative, altre in parte ancora sperimentali- per le centrali di terza e quarta generazione. Le ricerche, come risulta dai siti dedicati, vanno avanti anche in Italia. Ma in Italia i politici non ne possono parlare. Da noi impera la demagogia del politically correct. E ciò significa che quando si parla in pubblico di futuro dell’energia si possa solo parlare di fotovoltaico ed eolico. Energie cosiddette rinnovabili che nelle maggiori economie mondiali sono considerati marginali e tutt’al più, di supporto. Quello che molti ambientalisti non comprendono è che non si tratta solo di banale strategia energetica. Sulle opzioni energetiche è in gioco tutto l'assetto geopolitico dei prossimi decenni. Chi avrà a disposizione energia in quantità elevata ad un prezzo basso sarà in grado di assumere la guida economica e politica in vaste aree del pianeta. In presenza di prezzi del petrolio crescenti (per il picco raggiunto e per i maggiori costi di estrazione del "tight oil") e in presenza di tassi di carbonio atmosferico crescenti anch'essi, i consumi di carbone, gas e petrolio andranno incontro ad un platou con lenta discesa. A quel punto chi avrà a disposizione energia a zero emissioni di carbonio e a costi compatibili con i vecchi idrocarburi, avrà il potere economico, politico (e militare) per dettare le politiche future, comprese quelle ambientali e demografiche.  Ciò significa che c'è il rischio per l'Italia di rimanere indietro, e di dover ricorrere sempre di più in futuro a fonti energetiche tutt'altro che Carbon-free, anzi all'opposto Carbon-full, insieme alle economie più arretrate. La nave Italia continuerà a viaggiare a tutto vapore, anzi a tutto carbone, verso le coste dell'Africa.  Il futuro si giocherà sul nucleare di fissione di terza-quarta generazione e, tra qualche decennio, sulle centrali a fusione (l’Unione Europea continua a finanziare il progetto Iter). E’ solo da noi in Italia -questo disgraziato paese fatto di demagoghi ideologici e sognatori cialtroni- che ci si continua a illudere con le favole stile “mulino bianco”.






mercoledì 26 dicembre 2012

KONRAD LORENZ: L'AMBIENTALISTA DIMENTICATO



Chi tra i cosidetti ambientalisti ricorda "Gli otto peccati capitali", un piccolo libro di Konrad Lorenz? E' stato scritto nel 1972 e costituisce un'opera rivoluzionaria per la presa di coscienza delle devastazioni che la sovrappopolazione e l'ideologia antropocentrica hanno apportato al pianeta.  Per me la sua lettura fu fondamentale, da allora la mia visione del mondo è mutata radicalmente. Perché Lorenz non è più di moda, e forse non lo è mai stato, in certo ambientalismo nostrano? Forse perché parla chiaro, fuori dagli schemi ideologici prevalenti. Lorenz era un etologo, studiava gli animali. La prospettiva con cui guardava il pianeta era quella di tutte le specie viventi. E considerare l'uomo come una delle tante specie viventi offende quell'antropocentrico che è dentro  ognuno di noi. "Ma come fino a ieri non eravamo fatti a somiglianza di dio, padroni dell'universo"? E questo Lorenz ci viene a dire che tra me e un gallo cedrone non c'è poi tanta differenza! Nel senso che apparteniamo al regno animale, con un corredo genetico confrontabile, e rispondiamo a sistemi biologici e ambientali complessi con cui sia noi che le altre specie interagiamo. Purtroppo il destino cui stiamo avviando il pianeta ci dice ancora di più: che si può essere anche peggio dei galli cedroni.
Riporto alcuni brani de "gli otto peccati capitali"che riguardano la devastazione dello spazio naturale e l'iperattività distruttiva della specie umana.

"I rapporti interattivi nel complesso delle molte specie di animali, piante o funghi che coabitano nello stesso spazio vitale, formando una comunità biotica o biocenosi, sono numerosi e molto complessi. L'adattamento delle diverse specie viventi ha richiesto tempi che rispondono all'ordine delle ere geologiche, non a quelle della storia dell'uomo, e ha raggiunto uno stadio di equilibrio tanto ammirevole quanto delicato. Molti meccanismi regolatori proteggono tale equilibrio contro le inevitabili perturbazioni dovute a ragioni climatiche e di altro genere. Tutte le modificazioni che si instaurano lentamente, come quelle provocate dalla evoluzione della specie o da graduali alterazioni del clima, non costituiscono un pericolo per l'equilibrio di uno spazio vitale. Una modificazione improvvisa, invece, per quanto possa sembrare di scarso rilievo, può produrre effetti sbalorditivi e anche catastrofici. L'introduzione di una specie animale apparentemente del tutto innocua può provocare la letterale devastazione di ampie zone di terra, come è avvenuto in Australia in seguito al diffondersi dei conigli. In questo caso l'intervento nell'equilibrio di un biotipo è avvenuto per opera dell'uomo; gli stessi effetti sono tuttavia teoricamente possibili anche senza il suo intervento, sebbene si tratti di una eventualità più rara. L'ecologia dell'uomo è soggetta a cambiamenti di gran lunga più rapidi  di quella degli altri esseri viventi. I tempi ne sono dettati dal progresso della sua tecnologia, che è continuo e la cui accelerazione cresce in proporzione geometrica. L'uomo, quindi, non può non provocare alterazioni radicali e, troppo spesso, la rovina totale delle biocenosi nelle quali e delle quali vive. Fanno eccezione a questa regola soltanto pochissime tribù "selvagge", come ad esempio certi indios della foresta sudamericana, che vivono raccogliendo cibo o cacciando la selvaggina, oppure gli abitanti di alcune isole dell'Oceania che coltivano un poco la terra e vivono soprattutto di noci di cocco e di pesca. Tali culture influiscono sul biotipo in maniera non diversa dalle popolazioni di una specie animale. Questo è uno dei modi in cui l'uomo teoricamente dispone per vivere in armonia con il suo biotipo; l'altro consiste nel crearsi, servendosi dell'agricoltura e dell'allevamento del bestiame, una biocenosi completamente nuova che corrisponda in tutto e per tutto alle sue esigenze e che potrebbe anche, in linea di principio, dimostrarsi altrettanto duratura di quella che fosse sorta senza il suo intervento. Questo vale per alcune antiche civiltà contadine che abitano da molte generazioni sulla stessa terra, che amano, e alla quale, grazie alle conoscenze ecologiche acquistate attraverso la pratica, restituiscono ciò che da essa hanno ricevuto.
Il contadino, infatti, sa qualcosa che l'intera umanità civilizzata sembra aver dimenticato: cioè che le fonti di vita del nostro pianeta non sono inesauribili. Da quando in vaste zone dell'America l'erosione causata dallo sfruttamento insensato ha trasformato in deserto terreni un tempo fertili, da quando grandi territori si sono inariditi in seguito al disboscamento e innumerevoli specie animali utili si sono estinte, si è cominciato, a poco a poco, a far di nuovo conoscenza con questa realtà. E ciò soprattutto per il fatto che le grandi imprese industriali che agivano nell'ambito dell'agricoltura, della pesca e della caccia alla balena hanno risentito gravemente, sotto l'aspetto commerciale, di tali effetti. E tuttavia questi fatti non vengono generalmente riconosciuti e non sono ancora penetrati nella coscienza pubblica!
La fretta affannosa del nostro tempo non lascia il tempo agli uomini di vagliare le circostanze e di riflettere prima di agire. Ci si vanta anzi, da veri incoscienti, di essere dei "doers", della gente che agisce, mentre si agisce a danno della natura e di se stessi. Veri misfatti vengono oggi compiuti dovunque con l'uso di prodotti chimici, per esempio nell'agricoltura e nella frutticoltura dove servono a distruggere gli insetti; ma in modo quasi altrettanto irresponsabile si agisce con i farmaci. Gli immunologi manifestano serie preoccupazioni anche per quel che riguarda l'uso di farmaci molto diffusi. Il bisogno psicologico di avere tutto subito, fa sì che alcune branche dell'indistria chimica diffondano con delittuosa leggerezza dei medicamenti il cui effetto a lungo termine è assolutamente imprevedibile. Sia per quanto concerne il futuro ecologico dell'agricoltura, sia in campo medico, vige una quasi incredibile superficialità. Chi ha cercato di mettere in guardia contro l'uso indiscriminato di sostanze tossiche è stato screditato e messo a tacere nel modo più infame.
Devastando in maniera cieca e vandalica la natura che la circonda e da cui trae il suo nutrimento, l'umanità civilizzata attira su di sé la minaccia della rovina ecologica. Forse riconoscerà i propri errori quando comincerà a sentirne le conseguenze sul piano economico, ma allora, molto probabilmente, sarà troppo tardi. Ciò che in questo barbaro processo l'uomo avverte di meno è tuttavia il danno che esso arreca alla sua anima. L'alienazione generale, e sempre più diffusa, dalla natura vivente è in larga  misura responsabile dell'abbrutimento estetico e morale dell'uomo civilizzato.
Come  può un individuo in fase di sviluppo imparare ad avere rispetto di qualche cosa, quando tutto ciò che lo circonda è opera, per giunta estremamente brutta e banale, dell'uomo? In una grande città i grattacieli e l'atmosfera inquinata dai prodotti chimici non permettono nemmeno più di vedere il cielo stellato. Non c'è perciò da stupirsi se il diffondersi della civilizzazione va di pari passo con un così deplorevole deturpamento delle città e delle campagne. Basta confrontare con occhi spassionati il vecchio centro di una qualsiasi città con la sua periferia moderna, oppure quest'ultima, vera lebbra che rapidamente aggredisce le campagne circostanti, con i piccoli paesi ancora intatti. Si confronti poi il quadro istologico di un tessuto organico normale con quello di un tumore maligno, e si troveranno sorprendenti analogie! Se consideriamo, obiettivamente queste differenze e le esprimiamo in forma numerica anziché estetica, constateremo che si tratta essenzialmente di una perdita di informazione. La cellula neoplastica si distingue da quella normale principalmente per aver perduto l'informazione genetica necessaria a fare di essa un membro utile alla comunità di interessi rappresentata dal corpo. Essa si comporta perciò come un animale unicellulare o, meglio ancora,come una giovane cellula embrionale: è priva di strutture specifiche e si riproduce senza misura e senza ritegni, con la conseguenza che il tessuto tumorale si infiltra nei tessuti vicini ancora sani e li distrugge.  Tra l'immagine della periferia urbana e quella del tumore esistono evidenti analogie: in entrambi i casi vi era uno spazio ancora sano in cui sono state realizzate una molteplicità di strutture molto diverse, anche se sottilmente differenziate fra loro e reciprocamente complementari, il cui saggio equilibrio poggiava su un bagaglio di informazioni raccolte nel corso di un lungo sviluppo storico; laddove nelle zone devastate dal tumore o dalla tecnologia moderna il quadro è dominato da un esiguo numero di strutture estremamente semplificate. Il panorama istologico delle cellule cancerogene, uniformi e poco strutturate, presenta una somiglianza disperante con la veduta aerea di un sobborgo moderno con le sue case standardizzate, frettolosamente disegnate in concorsi lampo da architetti privi ormai di ogni cultura. Gli sviluppi di questa competizione dell'umanità con se stessa esercitano sull'edilizia un effetto distruttivo. Non soltanto il principio economico secondo il quale è più conveniente produrre in serie gli elementi costruttivi, ma anche il fattore livellatore della moda, fanno sì che ai margini dei centri urbani di tutti i paesi civilizzati sorgano centinaia di migliaia di abitazioni di massa che si distinguono tra loro solo per i loro numeri civici; esse infatti non meritano il nome di "case" dal momento che, tutt'al più, si tratta di batterie di stalle per "uomini da lavoro", chiamati così proprio per  analogia con i cosiddetti "animali da lavoro". L'allevamento di galline livornesi in batterie viene giustamente considerato una tortura per gli animali e una vergogna della nostra civiltà. L'applicazione di metodi analoghi all'uomo è invece considerata del tutto lecita, anche se proprio l'uomo sopporta meno di tutti questo trattamento che è disumano nel vero senso della parola. La coscienza del proprio valore da parte dell'uomo normale favorisce a giusto titolo l'affermazione della sua personalità. L'uomo non è stato costruito nel corso della filogenesi per essere trattato come una formica o una termite, elementi anonimi e intercambiabili di una collettività di milioni di individui assolutamente uguali tra loro. Basta guardare un gruppo di orticelli di periferia per capire quali effetti può produrre l'impulso dell'uomo a esprimere la propria individualità. A chi abita nelle batterie degli  "uomini da lavoro" resta una sola via per conservare la stima di sé: essa consiste nel rimuovere dalla coscienza l'esistenza dei molti compagni di sventura e nel rinchiudersi in assoluto isolamento. In molte abitazioni di massa i balconi dei singoli appartamenti sono separati da tramezzi che nascondono la vista del vicino. Non si può né si vuole stabilire con lui un contatto sociale "attraverso la grata" perché si ha troppa paura di vedere riflessa nel suo volto la propria immagine disperata. Anche per questa via gli agglomerati umani conducono alla solitudine e all'indifferenza verso il prossimo.
Il senso estetico e quello morale sono evidentemente strettamente collegati, e gli uomini che sono costretti a vivere nelle condizioni sopra descritte vanno chiaramente incontro all'atrofia di entrambi.  Sia la bellezza della natura sia quella dell'ambiente culturale creato dall'uomo sono manifestamente necessarie per mantenere l'uomo psichicamente e spiritualmente sano. La totale cecità psichica di fronte alla bellezza in tutte le sue forme, che oggi dilaga ovunque così rapidamente, costituisce una malattia mentale che non va sottovalutata, se non altro, perché va di pari passo con l'insensibilità verso tutto ciò che è moralmente condannabile.
Coloro cui spetta la decisione di costruire una strada, o una centrale elettrica o una fabbrica che deturperà per sempre la bellezza di una vasta zona sono del tutto insensibili alle istanze estetiche. Dal sindaco di un piccolo paese al ministro dell'economia di una grande nazione, tutti sono d'accordo nel ritenere che non valga la pena di fare sacrifici economici, e tanto meno politici, per difendere la bellezza del paesaggio. I pochi scienziati e difensori della natura che vedono lucidamente approssimarsi la tragedia sono totalmente impotenti. Avviene infatti che un comune che possiede piccoli appezzamenti di terreno sul limitare di un bosco scopra che questi aumenteranno di valore se saranno collegati da una strada; e ciò basta perché il grazioso ruscello che attraversa il paese venga deviato, incanalato e ricoperto di cemento, e perché un bel viottolo di campagna venga immediatamente trasformato in una orrenda strada di periferia.(.............). Il mio maestro Oskar Heinroth diceva, nel suo solito moto drastico: "Dopo lo sbatter d'ali del fagiano argo, il ritmo di lavoro dell'umanità moderna costituisce il più stupido prodotto della selezione intraspecifica". Per l'argo, come per molti altri animali con sviluppo analogo, le influenze ambientali impediscono che la specie proceda, per effetto della selezione intraspecifica, su strade evolutive mostruose e infine verso la catastrofe. Ma nessuna forza esercita un salutare effetto regolatore di questo tipo sullo sviluppo culturale dell'umanità; per sua sventura essa ha imparato a dominare tutte le potenze dell'ambiente estranee alla sua specie, e tuttavia sa così poco di se stessa da trovarsi inerme in balia delle conseguenze diaboliche della selezione intraspecifica. "Homo homini lupus": anche questo detto, come la frase di Heinroth, è ormai divenuto un understatement. L'uomo, che è l'unico fattore selettivo a determinare l'ulteriore sviluppo della propria specie, è, ahimé, di gran lunga più pericoloso del più feroce predatore. La competizione fra uomo e uomo agisce, come nessun fattore biologico ha mai agito, in senso direttamente opposto a quella "potenza eternamente attiva, beneficamente creatrice" e così distrugge con fredda e diabolica brutalità tutti i valori che ha creato, mossa esclusivamente dalle più cieche considerazioni utilitaristiche...Ogni mezzo che serve a questo fine viene considerato, a torto, un valore in sé. L'errore dell'utilitarismo, gravido di conseguenze deleterie, sta proprio in questo: nel confondere il fine con i mezzi. Il denaro era in origine un mezzo, e infatti nel linguaggio di tutti i giorni si dice ancora:"è una persona con molti mezzi". Ma quanta gente è oggi in grado di capirci quando cerchiamo di spiegare che il denaro in sé non ha valore alcuno? Lo stesso si può dire del tempo: Time is money significa, per coloro i quali attribuiscono al denaro un valore assoluto, che essi apprezzano in egual misura ogni secondo risparmiato. Se è possibile costruire un aereo in grado di sorvolare l'Atlantico in un tempo leggermente inferiore a quello attuale, nessuno si chiede quale sia la contropartita nel necessario prolungamento delle piste degli aereoporti, nella maggiore velocità di atterraggio e di decollo che comporta rischi maggiori, nell'aumento del rumore, ecc. La mezz'ora guadagnata rappresenta agli occhi di tutti un valore intrinseco per il quale nessun sacrificio è troppo grande. Ogni fabbrica di automobili deve cercare di produrre un nuovo tipo di vettura che sia più veloce di quello precedente, tutte le strade vanno allargate, tutte le curve rettificate...Sorge spontaneo il quesito se all'anima dell'uomo odierno procuri maggiore danno l'accecante sete di denaro oppure la fretta logorante. Qualunque sia la risposta, coloro che detengono il potere, indipendentemente dall'orientamento politico, hanno interesse a favorire entrambi questi fattori e a ingigantire le motivazioni che spingono l'individuo alla competizione. Non mi risulta che esista finora una analisi psicologica profonda di queste motivazioni; ritengo tuttavia molto probabile che, oltre alla brama del possesso e all'ambizione, un ruolo molto importante sia svolto in entrambe dalla paura: paura di essere superati dai concorrenti, paura di diventare poveri, paura di prendere decisioni sbagliate e di non essere all'altezza di una situazione estenuante. L'angoscia in tutte le sue forme è certamente il fattore determinante nel minare la salute dell'uomo moderno, ed è causa di ipertensioni arteriose, di nefrosclerosi, di infarti cardiaci precoci e di altri malanni del genere. L'uomo che ha perpetuamente fretta non insegue solo il possesso, poiché la meta più allettante non potrebbe indurlo ad essere tanto autolesionista: egli è spinto da qualcosa, e ciò che lo spinge è solamente l'angoscia. La fretta, l'angoscia, inscindibili come sono l'una dall'altra, contribuiscono a privare l'uomo delle sua qualità essenziali: Una di queste è la riflessione. Un essere che non riflette più corre il rischio di perdere tutte le qualità e attività specificamente umane."

(Konrad Lorenz : Gli otto peccati capitali della nostra civiltà. Adelphi, 1974, pagg. 34-47.)

domenica 23 dicembre 2012

ANCHE MONTI CADE NELLA BANALITA' DEL "FARE PIU' FIGLI"



Nel suo discorso alla conferenza stampa di fine anno, il premier Monti - sulle cui affermazioni politiche non esprimo commenti, non essendo questo un blog politico- ha dichiarato di essere preoccupato per la scarsa natalità delle donne italiane e per i risvolti demografici della scarsa natalità. Purtroppo ciò dimostra che anche ai massimi livelli del potere,  la cultura   ambientalista e di salvaguardia del pianeta fatica a farsi strada, rimanendo la visione politica nel campo del pensiero antropocentrico pro-natalista. Sembrava di sentir parlare Casini o gli altri leader natalisti (tutti, compreso Vendola, Bersani e Berlusconi). Compresi anche i verdi purtroppo, i quali però si vergognano a dirsi apertamente natalisti -c'è ancora un poco di pudore?- e preferiscono tacere e nascondere la testa sotto la sabbia. Eppure l'Italia è un paese che, per molti versi, costituisce un "modello" di come la sovrappopolazione abbia procurato danni ambientali ed ecologici irreparabili. La cementificazione delle campagne, delle coste, delle rive di fiumi e laghi italiani ha pochi esempi al mondo. Basta vedere come è stata ridotta la verde (una volta)  campagna lombarda, le campagne venete intorno a Venezia, oppure la campagna romana. Per non parlare del Sud del paese, dove le ecomafie la fanno da padrone.  La trasformazione della Campania, una delle più belle campagne d'Europa ancora ai primi del novecento, in una discarica immonda e deposito di materiali tossici, non ha altri esempi al mondo e in europa. Ma il catalogo sarebbero infinito. E non sono state solo la mancanza di regole e il non rispetto della legge a produrre tutto questo. Fondamentale è stata infatti la fortissima pressione antropica che ha visto crescere in 50 anni la popolazione italiana da trenta a sessanta milioni. E oggi Monti ci viene a piangere sulla poca natalità delle donne in Italia. Se si avvera quanto auspica Monti, in pochi anni l'Italia vedrà altre decine di milioni di abitanti aggiungersi alla attuale sovrappopolazione. Chissà se quando saremo 70 o 80 milioni  l'Italia sarà un paese più verde, con meno cemento e meno inquinato? La domanda è ovviamente retorica. L'unica speranza perché ciò che resta del paesaggio italiano si conservi ancora per qualche generazione in futuro, è proprio che i tassi di natalità delle italiane (e delle donne immigrate) si assesti a quello che è oggi: 1,43 figli per donna. Ma assai meglio sarebbe  1 figlio per donna. Per fare questo bisogna lottare per cambiare la mentalità natalista che, come dimostrano le parole di Monti, è ancora forte e maggioritaria nel paese. La natalità non solo non deve crescere, ma deve scendere. Siamo ancora pochi ad affermarlo, e in politica specialmente non c'è nessuno ad affermarlo. Sarà anche per questo che l'Italia è stata ridotta allo stato in cui si trova da questa classe politica. Una classe politica inqualificabile e senza cultura verso l'ambiente, il paesaggio, le altre specie viventi.

venerdì 21 dicembre 2012

LA SOCIETA' ITALIANA DI FISICA: TORNARE AL NUCLEARE



(Nella foto: Centrale nucleare in Carinzia -Austria-)


Che il mondo non ne verrà fuori se continua così è ormai evidente a tutti. Non solo in termini di inquinamento ambientale, disastro ecologico e global warming. Anche in termini economici. Come ricordo in un post pubblicato qualche giorno fa in questo blog: "Le vere cause della crisi economica mondiale", la crisi che investe il sistema economico occidentale origina non nella speculazione finanziaria (che è solo un riflesso), ma nel vertiginoso aumento dei prezzi del petrolio degli ultimi anni. Gli uomini sono portati ai sogni, e spesso i sogni ci allontanano dalla realtà. Molti politici e molti sognatori incalliti ritengono che tutto si salverà con la decrescita economica e riempiendo le nostre residue campagne di pannelli fotovoltaici e torri eoliche. Ma purtroppo il mondo non è quello del mulino bianco e delle favole della nonna. Mentre in europa, ma soprattutto in Italia  ci si culla nelle idee della decrescita - ed in effetti l'economia è in piena crisi di decrescita- in altre parti del mondo non si va tanto per il sottile, aumentando l'estrazione e l'utilizzo di petrolio e carbone, costruendo nuove centrali, differenziando le fonti energetiche e relegando le rinnovabili a quello che sono, un supporto alle altre energie. La società italiana di fisica, fortunatamente, non è composta da sognatori, ma in gran parte da seri scienziati e ricercatori. In un suo documento ufficiale  riporta le proprie valutazioni sul documento di Strategia Energetica Nazionale recentemente pubblicato dal governo italiano. In queste valutazioni spicca il richiamo alla necessità di riaprire il discorso sull'energia nucleare, se vogliamo raggiungere due importanti obiettivi: 
1) ridurre in Italia il costo dell'energia, più alto del trenta per cento rispetto al resto d'europa (senza parlare degli Usa), e 
2) ridurre le immissioni di anidride carbonica e altri gas serra in atmosfera (oltre che di altri inquinanti come pm10 e particolato cancerogeno).
Speriamo che il documento della SIF contribuisca a riportare la politica energetica in Italia ad una strategia realistica e realmente ambientalista facendola uscire dal mondo dei sogni. Riporto un' ampia parte del documento della SIF:


"Tra le sue molte attività la SIF si è occupata con continuità e grande interesse delle questioni energetiche. In particolare, nel 1987 ha promosso e organizzato il primo Convegno nazionale sul  tema “Energia, Sviluppo e Ambiente“, di notevole risonanza per gli argomenti discussi e la  dichiarazione, firmata da un panel significativamente rappresentativo e sottoscritta da mille fisici  italiani, per un Piano Energetico Nazionale aperto ad un mix di fonti per uno sviluppo sostenibile  senza discriminazioni, che non rinunciasse all’opzione nucleare.
Più recentemente la SIF, all’inizio del 2008, ha pubblicato il Libro Bianco “Energia in Italia;
problemi e prospettive (1990-2020)”, che fotografa la situazione degli anni 90 e le prospettive delle  varie fonti di energia nel nostro Paese, suggerendo alcune possibili linee guida. In esso viene in primo luogo segnalata l’esigenza di un Piano Energetico Nazionale redatto in armonia con il  contesto europeo e, soprattutto, con il coinvolgimento di un arco di forze politiche il più ampio  possibile, in modo da rendere trascurabile il rischio di ripensamenti di parte o a livello locale.
Viene poi presentato, come proposta percorribile nel decennio in corso, uno scenario articolato in  cui trovano spazio un aumento consistente delle fonti energetiche rinnovabili e delle importazioni  di energia elettronucleare, un utilizzo contenuto delle fonti fossili, intese soprattutto come carbone  e gas, e una convinta riapertura all’opzione nucleare. Si tratta di una ipotesi equilibrata e  lungimirante, basata sullo sviluppo delle tecnologie innovative che consentono all’industria  italiana di recuperare posizioni a livello internazionale. La SIF partecipa anche all’Energy Group dell’EPS per discutere e promuovere strategie europee
atte ad affrontare l’attuale sfida energetica ed ambientale, il futuro dell’energia nucleare e delle  energie rinnovabili, il risparmio di energia e l’efficienza energetica".



Osservazioni sul Documento di Strategia Energetica Nazionale del governo.

La SIF ritiene il documento emanato dal Governo un significativo passo avanti rispetto alla carenza, ormai pluridecennale, di un Piano Energetico Nazionale. Una strategia energetica che contempli, da  una parte, la necessità di un piano di sviluppo atto a superare l’impasse tecnologico  nell’innovazione dei mezzi di produzione di energia e, dall’altra, il superamento delle cause legate  alla crisi economica che impediscono un serio e corretto confronto delle varie opzioni energetiche, è  quanto mai opportuna. La SIF sottolinea l’esigenza di coniugare la sostenibilità ambientale con la  necessità di un mix di fonti di energia affidabili, non aleatorie, non sbilanciate economicamente e fondate su una corretta valutazione tecnico-scientifica.
La SIF ritiene che il documento in oggetto possa fornire una base di discussione ampia e
documentata che, tuttavia, a suo parere dovrebbe portare ad una più rigorosa e realistica valutazione  delle possibilità offerte dalle varie opzioni, sia a breve che a medio e lungo termine.
La SIF indica, pertanto, i punti salienti che, a suo avviso, in base alle indicazioni del documento  governativo meritano un approfondimento.
1) Giustamente il documento richiama gli aspetti peculiari e le criticità dell’attuale assetto
energetico del nostro Paese, rilevando, in particolare, la debolezza del sistema nazionale legata  alla forte dipendenza energetica dall’estero, alla elevata incentivazione a certe fonti rinnovabili,  che forse richiederebbero una più attenta valutazione, e all’eccessivo costo della bolletta  elettrica, la più elevata in sede europea (cfr. “svantaggio rispetto a concorrenti internazionali”).
A tale riguardo, il confronto con le realtà di altri Paesi dell’Unione Europea rende esplicito un rilievo sottinteso e, cioè, la mancanza di una politica energetica di ampio respiro che avrebbe dovuto considerare più attentamente la necessità di un più equilibrato mix energetico che includa, in modo sia pur oculato e con criteri programmatici chiari, anche l’opzione nucleare.  
2) Delle priorità segnalate, l’efficienza energetica è certamente importante e da migliorare rispetto  agli standard attuali (peraltro già significativi), così come lo sviluppo delle infrastrutture e del  mercato elettrico. Più problematici appaiono, nel breve-medio termine, lo sviluppo sostenibile  delle energie rinnovabili, da una parte, e la produzione sostenibile di idrocarburi nazionali,  dall’altra. 
Per il raggiungimento di obiettivi quali, nel primo caso, il superamento degli obiettivi europei
20-20-20, a parte l’apprezzamento per un miglior bilanciamento a favore delle rinnovabili
termiche, una riduzione dei costi di incentivazione è sicuramente necessaria per una
sostenibilità economica ragionevole, anche per evitare una forzatura costosa di una concorrenza  artificialmente introdotta. Nel secondo caso, relativo alla produzione di idrocarburi nazionali, i  vincoli imposti da ragioni di sicurezza e ambientali sembrano costituire una barriera  difficilmente superabile nel nostro Paese. 
3)  L’enfasi data alla ricerca, in particolare per ciò che riguarda lo sviluppo delle fonti rinnovabili innovative e gli studi relativi ai materiali e all’efficienza energetica, dovrebbe evidenziare  l’importanza di una maggiore attenzione e di un pianificato coinvolgimento delle risorse  materiali ed umane dell’Univerità e degli Enti di Ricerca. In questo contesto la ricerca, a livello  accademico e industriale, relativa a tutte le opzioni, inclusa l’energia nucleare (reattori a fissione di IV generazione, tecnologie innovative della fissione nucleare, fusione nucleare) dovrebbe essere considerata tra le priorità essenziali per una corretta impostazione della  strategia energetica anche a lungo termine. Il rafforzamento delle risorse pubbliche ad accesso competitivo atto a favorire il partenariato università-centri di ricerca-imprese, nonché la razionalizzazione dell’attuale segmentazione delle iniziative dei vari Enti di Ricerca, previsti nel documento, sono certamente validi strumenti allo scopo.   
4)  Un punto essenziale, che in qualche modo viene evidenziato nel documento, riguarda la
compartecipazione dei vari elementi interessati (amministrazioni locali, stakeholder nazionali, istanze istituzionali, coinvolgimento territoriale, ecc. ) nel sistema di governance, che tuttavia  dovrebbe tener presente due fattori importanti: la ridefinizione del rapporto Stato-Regioni (positivo il disegno di riportare allo Stato le competenze in materia di energia), e il coinvolgimento coordinato di Enti di ricerca e rappresentanze tecnico-scientifiche adeguate e non condizionabili. E, parte non trascurabile, il fattore informazione non disgiunto da una organica operazione di acculturamento dell’opinione pubblica, cui istanze come quelle della  SIF potrebbero dare un valido contributo.
(.........................)
 Tali incontri avrebbero potuto (potrebbero) essere utili rilevando e tenendo nel debito conto le analisi e gli studi già effettuati (cfr. le pubblicazioni della SIF) in merito a realistiche strategie energetiche basate su possibili ed equilibrati mix delle varie fonti per le quali i criteri di scelta siano non soltanto di tipo economico-ambientale ma anche supportati da rigorose valutazioni tecnico-scientifiche.
 ( Dal sito ufficiale della Società Italiana di Fisica).