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domenica 11 novembre 2012

LE RINNOVABILI DEVASTANO IL MOLISE


L'immorale federalismo eolico che sta devastando il Molise




 L'affare delle migliaia di «aerogeneratori» in una piccola regione
Per chi nutrisse ancora qualche dubbio circa il disastro che ha significato per il Bel Paese il passaggio alle Regioni di gran parte dei poteri in materia ambientale, il caso del Molise rappresenta una utile lezione riassuntiva. Anche perché esso se l'è dovuta vedere con uno dei peggiori flagelli che si è abbattuto nell'ultimo quindicennio su tutta la Penisola, l'invasione delle pale eoliche: quei piloni e quelle eliche sempre più gigantesche che in un numero sempre maggiore hanno alterato per sempre il profilo costiero, la linea delle colline, lo sfondo paesistico di migliaia di chilometri quadrati del territorio italiano. Un pervasivo insediamento cementizio tanto più irresistibile in quanto promosso dai potenti interessi economici delle società elettriche, le quali hanno tutti i mezzi (e la spregiudicatezza) per «convincere» il ceto di governo locale: non solo perlopiù di fragile livello culturale e di altrettanto fragile tenuta morale, ma in genere avidissimo di benefici d'ogni tipo.
Il Molise è una regione piccolissima (neppure 4.500 chilometri quadrati) e di eccezionale bellezza. Basti pensare che, tenuto conto dei vincoli di varia natura amministrativa, tra cui beninteso quelli emanati dalla stessa autorità regionale, ben il 72,5 per cento dell'intero suo territorio è stato dichiarato di interesse paesaggistico. E negli stessi documenti ufficiali della pianificazione ambientale si precisa che «la realizzazione di antenne e/o ripetitori non dovrà costituire barriere od ostacoli oppure escludere la visione di aspetti caratteristici del paesaggio».
Peccato che i fatti siano andati in direzione esattamente contraria a queste belle parole. Già alla data di dicembre di due anni fa, infatti, risultava autorizzata dagli uffici regionali l'installazione di ben 408 «aerogeneratori» mentre erano in corso progetti per realizzarne altri 2.131. Sì, avete letto bene: 2.131. Il che vuol dire niente altro che una pala eolica — la cui altezza oscilla tra i 125 i 170 metri: ognuna con una base di calcestruzzo di 20 metri di lato per 3 di spessore, nonché pali di fondazione sprofondati nel terreno per almeno 20-25 metri — una pala eolica di tal genere per ogni chilometro e mezzo circa di superficie della regione. Figuriamoci se non ci fosse stato il vincolo paesistico di cui sopra!
È facile immaginare l'effetto devastante di questa autentica pazzia. In pratica, per dirne solo una, tutti i fertili territori del Basso Molise degradanti verso l'Adriatico, terre fertilissime di cerealicoltura, di vigne e di uliveti, sede da millenni di quella preziosa testimonianza degli insediamenti umani che sono i «tratturi», e con esse tutti gli antichi casolari che le popolano, sono schiacciate, di fatto visivamente annichilite, da una sequela di queste macchine gigantesche. La cui installazione, dalla quale i molisani non ricavano alcun vantaggio, porta però un bel rivolo di quattrini all'amministrazione regionale, che infatti incassa dalle imprese che presentano progetti, per il semplice esame istruttorio, lo 0,03 per cento del costo dei progetti stessi e, se approvati, la stessa percentuale sul valore delle opere infrastrutturali eseguite (in pratica circa 90 mila euro per ogni progetto semplicemente presentato).
Ciò che è significativo è che in tutti questi anni, contro lo strapotere delle società elettriche, contro il permissivismo cieco (se non peggio…) della Giunta regionale molisana, e in difesa degli interessi autentici delle popolazioni, della loro storia e della loro identità, una sola istituzione ha fatto sentire la sua voce: la Direzione regionale per i Beni Culturali — cioè l'articolazione sul territorio del ministero romano — nella persona del suo dirigente, un funzionario fedele di cui è giusto non dimenticare il nome: il dottor Gino Famiglietti. Verificando con attenzione, cercando di fare quel non molto che poteva, valutando caso per caso e talvolta dando anche parere positivo, ma sempre regolarmente osteggiato e denigrato dal governo regionale, la cui massima autorità in più di un'occasione neppure si è degnata di rispondere ai suoi rilievi.
Dobbiamo rendercene conto una buona volta. Questa è la realtà del federalismo che abbiamo realizzato in Italia. In un numero altissimo di casi il decentramento dei poteri alle periferie, con la virtuale cancellazione di qualunque capacità vera di controllo e di interdizione da parte del centro, ha voluto dire semplicemente una paurosa diminuzione di tutela di tutto ciò che è pubblico, a cominciare per l'appunto dalla natura dal paesaggio. Su questo piano, per oltre un secolo, lo Stato nazionale, le sue classi politiche e le sue burocrazie, hanno dimostrato una capacità enormemente superiore a quella dimostrata dai gruppi dirigenti regionali e comunali e dai loro uffici, assai più permeabili a ogni genere di tentazione ma soprattutto sempre dominati spasmodicamente dal problema del consenso. Quel che è successo ai beni ambientali e al paesaggio italiano ne è testimonianza vivente: negli ultimi trent'anni, grazie al cosiddetto federalismo, esso ha subito danni di qualità e quantità tali che ormai ogni giorno di più l'Italia che tanti di noi hanno conosciuto e amato rischia di non essere altro che un semplice ricordo.
 (FONTE: ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA, CORRIERE DELL SERA | 11 NOVEMBRE 2012 )

Il Molise è una delle regioni più verdi d'Italia. La devastazione in atto denunciata da Galli della Loggia è tra le più gravi per quel che resta del paesaggio italiano, che è il nostro patrimonio nazionale più prezioso. L' edificazione massiccia di queste megastrutture di cemento e acciaio con un impatto ambientale catastrofico è un esempio della demagogia ( e della corruzione) che si sta bevendo le nostre campagne e i nostri paesaggi. Insieme alle pale eoliche si assiste in tante parti del territorio ai non meno devastanti impianti di pannelli fotovoltaici che oltre ad alterare il paesaggio, tolgono sole e aria alla terra condannandola all'inaridimento. Il tutto per una produzione di energia scarsa, discontinua, insicura e di difficile stoccaggio.Tanto è vero che per andare avanti l'installazione delle rinnovabili ha bisogno di sussidi di pubblico denaro, altrimenti nessuno si sognerebbe di impiantarle.  Corollario alle turrite pale eoliche e alle cappe di plastica e silicio che soffocano le campagne ci sono gli elettrodotti con l'inquinamento elettromagnetico dei territori. Anche le rinnovabili contribuiscono così al quotidiano consumo di territorio e all'inquinamento ambientale di questo povero paese. La mia modesta proposta è quella togliere alla speculazione di imprese e politici  i miliardi di euro di incentivi che regaliamo ogni anno alla demagogia delle rinnovabili, e di destinarli invece all'agricoltura e alla cura delle campagne e del paesaggio. Ne guadagneremmo tutti, in salute, in bellezza della nostra terra, in turismo e benessere economico.

venerdì 9 novembre 2012

L'EUROPA E LA SOVRAPPOPOLAZIONE: PER SFAMARCI MANGEREMO CAVALLETTE




Riporto la seguente notizia tratta dal Giornale di oggi 9 novembre 2012:

Bruxelles non vuole sganciare i soldi per gli abitanti delle zone colpite dal sisma. Ma ha deciso di stanziare 3 milioni di euro per ogni Paese che promuoverà l'alimentazione a base di insetti. Un investimento che potrebbe superare i 70 milioni di euro

L'Europa non sgancia i soldi per i terremotati dell'Emilia Romagna, ma in compenso vuole farci mangiare le cavallette.
Non è una battuta. E' la cronaca, ellittica, assurda ma veritiera, di alcune delle decisioni prese da Bruxelles nel corso degli ultimi dodici mesi. Ricapitoliamo: Germania, Olanda, Finlandia, Svezia e Gran Bretagna hanno bloccato gli aiuti Ue alle zone colpite dal terremoto del 20 maggio scorso. I 670 milioni di euro sono congelati finché gli euroburocrati non si mettono d'accordo. E intanto l'Emilia, la fiera Emilia che ha già ricominciato - da sola - a tirar su capannoni e case, aspetta tra le macerie. E a Bruxelles filosofeggiano. Nella stessa Bruxelles dove pochi giorni fa, gli stessi euroburocrati, hanno deciso di stanziare 3 milioni di euro per ogni paese dell'Unione che decida di mangiare insetti. Sì, proprio insetti. Locuste, grilli, ragni, vermi, fomriche, quella roba lì.Tre milioni per ogni Paese che abbia il coraggio di mettere in tavola un piatto brulicante di insetti. Un investimento che, moltiplicato per i 27 paesi della Ue, potrebbe superare i settanta milioni di euro. Per carità, non sono i seicento milioni di euro che dovrebbero piovere sulle zone colpite dal terremoto, ma non sono nemmeno noccioline. Sono insetti, purtroppo. Lo scopo, almeno nelle intenzioni, è senza dubbio nobile. Nel 2050 - dicono gli scienziati - il pianeta avrà più di nove miliardi di abitanti e per poter sfamare tutta la popolazione bisogna moficare la nostra alimentazione. Partendo da alghe e insetti. Un po' schifoso, ma sicuramente giustissimo. Il problema è che nel frattempo, prima che le nostre dispense si riempiano di locuste, c'è chi non ha più nemmeno una casa.
A Mirandola, oggi, nel 2012 non nel 2050, ci sono ancora decine di persone che abitano nelle tende. Glielo vadano a spiegare a loro, gli euroburocrati, che è più importante sovvenzionare chi mangia cavallette.  
Dunque par di capire che per gli EUROBUROCRATI non ci sono problemi, la popolazione umana del pianeta può crescere indefinitamente. Tanto ci sono gli insetti, miliardi di insetti con cui ci potremo sfamare. Polpette di scorpione e soufflè di cavallette. Ci aspetta un mondo veramente straordinario, dove sarà bello vivere e cenare al lume di candela con gli scarafaggi arrosto. E una bella bottiglia di spremuta di vermi fermentata (del 2039, una buona annata...). E perché no un bello spiedino di topi abbrustoliti? Se queste sono le idee dei burocrati europei per risolvere il problema della sovrappopolazione le sorti del pianeta sono segnate. Con o senza insetti.

mercoledì 7 novembre 2012

CORMAC CULLINAN: I DIRITTI DELLA NATURA






 DIRITTI DELLA NATURA
«Anche un albero
ha diritto di denuncia»
La giurisprudenza umana non basta più, è tempo di sottostare alla Legge universale di Natura. Parola dell'avvocato Cullinan
C'è una Magna Carta universale che gli umani faticano a riconoscere e però sovrasta qualsiasi Costituzione scritta dagli umani stessi. Cormac Cullinan, socio fondatore della Cullinan&Associates Inc., studio legale di Città del Capo, in Sud Africa, la chiama Wild Law (guardai dieci punti caldi del pianeta), o legge della natura: «Siamo così abituati a conformarci a un diritto che punta al controllo e allo sfruttamento della natura, che la sola idea che la legge debba piuttosto essere al servizio delle forze naturali ci pare assurda, una contraddizione. Invece, dovremmo riflettere sul fatto che gran parte delle nostre leggi contribuisce alla soppressione della wildness, l'ambiente incontaminato». Insomma, è tempo di ribaltare la filosofia antropocentrica che ha forgiato la giurisprudenza moderna e recuperare quei principi universali che governano l'esistenza di tutti i membri della comunità terrestre.

I tutori di un fiume. Qualche esempio? È la legge di natura che determina quando le concentrazioni di gas serra in atmosfera, raggiunto un certo livello, provocano cambiamenti climatici irreversibili. Eppure, le leggi umane non sono state scritte tenendo nel giusto conto questo principio universale. Anzi, la maggior parte delle attività che contribuiscono al cambiamento climatico sono assolutamente legali. Nel mondo giuridico idealizzato da Cormac, e teorizzato nella Dichiarazione Universale dei Diritti della Madre Terra che ha presentato due anni fa all'Onu, «qualsiasi essere umano dovrebbe avere il diritto di farsi parte civile in un giudizio per difendere i diritti di un altro membro della Terra, sia esso un animale, un albero o un lago. Un po' come già avviene, nei sistemi legali vigenti, quando persone che non possono intraprendere un'azione legale (per esempio, un minorenne) vengono rappresentate in giudizio dai tutori legali». Non si tratta di una rivoluzione utopistica, ma di ampliare principi legali esistenti. Accade in Ecuador, la cui Costituzione riconosce i «diritti della natura»: nel 2011 il fiume Vilcambamba «vinse» una causa per impedire che il suo letto fosse utilizzato come discarica per i detriti provenienti dalla costruzione di una strada.
Oggetti o «aventi causa»? Negli ultimi anni, anche grazie alla spinta delle convenzioni internazionali, si è ampliato il campo della cosiddetta «giurisprudenza ambientale». Eppure Cormac mette subito in chiaro che la Wild Law è un'altra cosa: «Le leggi ambientali modificano i sistemi legali esistenti proibendo o limitando la possibilità di danni all'ambiente, per esempio attraverso l'introduzione di permessi per l'attività mineraria, il disboscamento, l'edilizia, l'inquinamento ». Leggi che non contrastano, però, la concezione di base della nostra giurisprudenza, e cioè che il mondo è una collezione di «oggetti» (o risorse naturali) a disposizione dell'uomo. «Le leggi ambientali impongono alcune restrizioni al diritto di proprietà ma continuano a considerare il mondo naturale come una proprietà. In base alla Wild Law, invece, lo scopo del sistema legale non è di permettere agli uomini di dominare e sfruttare gli altri membri della comunità terrestre, con un'attitudine coloniale, ma di mantenere un equilibrio fra gli interessi degli uni e degli altri, garantendo l'integrità dell'intero ecosistema. «Le leggi ambientali sono l'equivalente delle leggi che limitavano il diritto di punizione di un possidente sul proprio schiavo, mentre la Wild Law vuole abolire la schiavitù, cioè impedire all'uomo di trattare la Natura come uno schiavo», sostiene Cormac. Un passo in più anche rispetto ai cosiddetti «diritti animali», perché secondo la Wild Law sono soggetti legali, e quindi detentori di diritti, anche fiumi, montagne, mari, piante... «Il diritto umano alla vita, all'acqua, al cibo, perde ogni significato se l'ecosistema che produce quell'acqua e quel cibo non ha diritti e se la popolazione non può far causa contro chi quei diritti non rispetta». Realtà o utopia? La maggior parte delle attività umane emette CO2. Nel mondo ideale di Cormac, sarebbero tutte illecite? «L'intenzione non è di proibire qualsiasi attività umana che impatti sulla natura. Significherebbe che non potremmo neppure mangiare. Il punto è come impedire agli umani di danneggiare la natura per motivi futili o egoistici. Se riusciamo a costruire auto che non impattano sui sistemi ecologici, non è necessario rinunciare alla guida. Se invece l'industria automobilistica mette a repentaglio la vita delle generazioni future, è meglio spegnere i motori».
(Dal Corriere della Sera, 5 luglio 2012)
Cullinan ci richiama al fatto che per l'uomo non esistono solo diritti. E che i diritti non sono solo degli uomini. I diritti infiniti dell'uomo presuppongono che l'uomo sia posto di fronte al nulla. Secondo l'ideologia dei diritti assoluti dell'uomo (ideologia che è attualmente maggioritaria sia nelle nostre democrazie che nei regimi totalitari), l'uomo può fare tutto e tutto il resto è niente, non conta niente. Non esiste natura, non esistono animali, non esistono piante, alberi, mari, acque cristalline...ma un gigantesco magazzino di materiali a disposizione dell'uomo e del suo egoismo antropocentrico. Questo forse poteva andar bene quando gli umani erano poche centinaia di migliaia, o alcuni milioni. Oggi che sono più di sette miliardi questa etica dei diritti infiniti dell'uomo è un'etica tragica e distruttiva: è un'etica da catastrofe planetaria. Come ci ha insegnato Hans Jonas questa etica antropocentrica ci ha portato ad una situazione disperante e apocalittica: l'uomo è diventato un pericolo per la natura e per il pianeta. Jonas ci richiama al principio di responsabilità, ai doveri dell'uomo come essere naturale in un mondo limitato. Svanite le certezze di sviluppo fondato sull'asservimento tecnologico della natura e l'"euforia del sogno faustiano" della modernità, nasce con Jonas un'etica del dovere ("dovere" una parola dimenticata dalla follia metafisica dei diritti assoluti dell'uomo su tutti e su tutto), un dovere dell'uomo verso la natura cui apparteniamo inestricabilmente e la cui distruzione sarà la nostra distruzione. Cullinan riprende la visione di Jonas dando voce ai diritti della natura che oggi dobbiamo ascoltare. O sarà la Natura a parlare in prima persona e per noi sarà troppo tardi.

martedì 6 novembre 2012

Gary Peters: Fermare subito la crescita demografica




LA CRESCITA DEMOGRAFICA DEVE CESSARE
Di Gary Peters*.
La popolazione della Terra si sta avvicinando ai sette miliardi di individui, nel momento stesso in cui i limiti delle risorse e il degrado ambientale stanno diventando ogni giorno sempre più evidenti. Le nazioni ricche hanno da tempo assicurato alle nazioni povere che anche loro, un giorno sarebbero state ricche e che i loro tassi di crescita demografica sarebbero calati, ma non è più certo che questo si verifichi per la maggior parte dei Paesi poveri di oggi. La scarsità di risorse, in particolare di petrolio, limitano la futura crescita economica; la transizione demografica che in passato ha accompagnato la crescita economica, oggi potrebbe non essere possibile per molte nazioni. Quasi 220.000 persone si aggiungono al pianeta ogni giorno, aggravando ulteriormente i problemi ambientali e quelli relativi alla scarsità di risorse. Gli Stati Uniti aggiungono alla popolazione un persona nuova ogni undici secondi. Non possiamo più aspettare che l’aumento della ricchezza determini una riduzione della fertilità nelle restanti nazioni ad alta fertilità, abbiamo bisogno di politiche ed incentivi per fermare la crescita demografica ora. Molto è stato scritto circa la crescita della popolazione fin dalla prima edizione del famoso saggio di Malthus pubblicato nel 1798. Tuttavia, una verità di fondo è di solito sottaciuta: la crescita della popolazione sulla Terra deve cessare. E’ più sensato per l’uomo fermare la crescita regolando verso il basso i tassi di natalità in modi umani piuttosto che aspettare che siano i tassi di mortalità a risalire alla ricomparsa dei quattro cavalieri dell’Apocalisse. Coloro che pensano che il controllo della fertilità umana sia disumano non hanno mai sperimentato le condizioni di vita delle baraccopoli del Terzo Mondo, dove la gente lotta giorno per giorno al solo fine di sopravvivere. Nel 1970 Norman Borlaug vinse il premio Nobel per la Pace per il suo lavoro sullo sviluppo di nuovi varietà di piante, che hanno costituito la base per la Rivoluzione Verde che aveva avuto inizio all’inizio degli anni 60. Tuttavia, nel suo discorso di accettazione del Nobel Borlaug disse: “Non ci può essere progresso permanente nella battaglia contro la fame fino a quando le istituzioni che si battono per un aumento della produzione di cibo e quelle che lottano per il controllo della popolazione non si uniranno in un impegno comune. Combattendo da sole, possono vincere scaramucce temporanee, ma unite possono ottenere una vittoria decisiva e duratura per fornire il cibo e le altre amenità di una civiltà progressiva, a vantaggio di tutta l’umanità.” Questo è accaduto quattro decenni fa. Durante questo tempo la popolazione mondiale è aumentata di oltre tre miliardi e la lotta per nutrire, vestire, dare una casa, ed educare un numero sempre crescente di persone continua. Le “Scaramucce temporanee” sembrano un fatto persistente, se non definitivo. Certi autori, talvolta, fanno confusione sulle questioni demografiche. Ad esempio, nel suo post, “E’ stata disinnescata la bomba demografica?”, Fred Pearce ha scritto che” La bomba demografica è stata disinnescata con una notevole rapidità”. Egli confonde i tassi di crescita con i numeri assoluti. È vero che il tasso di crescita della popolazione mondiale è diminuito dal 1970, tuttavia, nello stesso periodo la popolazione globale è cresciuta di oltre tre miliardi di individui;. così attualmente aggiungiamo ogni anno 80 milioni o più persone sul pianeta, fatto che non sembra possibile definire come “disinnesco della bomba demografica”! Gli autori hanno a volte la memoria corta quando scrivono circa la crescita della popolazione. Il post di Fred Pearce in “I Consumi superano la popolazione come principale minaccia ambientale”, è un esempio di tale tipo di dimenticanza. Il post di George Monbiot sul tema “Il mito della popolazione”, è un’altro. Entrambi gli autori sembrano aver scoperto che il nostro tasso di consumo è un problema, minimizzano la questione della popolazione e si concentrano sulle nostre abitudini di consumo. Nessuno dei due cita il lavoro di Paul Ehrlich e la sua equazione I = PAT, dove I appresenta il nostro impatto sulla Terra, la P è uguale popolazione, A è uguale alla ricchezza (e quindi al consumo), e la T sta per tecnologia. Sia la popolazione che il consumo sono parte del problema – nessuno dei due può essere ignorato e entrambi aggravano l’impatto umano sulla Terra. Più penoso, però, è che molti di noi neppure si accorgono del fatto che la crescita della popolazione e quella del benessere creano problemi che pesano su un pianeta finito. Fingere che l’aggiunta di 80 milioni di persone all’anno non sia un problema perché sono tutti nelle nazioni povere del mondo non ha alcun senso. Molti di loro finiranno nelle nazioni ricche, migrando, legalmente o illegalmente, e tutto farà ulteriormente aggravare i problemi ambientali, dalle tensioni sul petrolio e su altre risorse fossili, alla deforestazione e alle emissioni di gas a effetto serra. Come Kenneth Boulding ha notato decenni fa, “Chiunque creda che la crescita esponenziale possa continuare all’infinito in un mondo finito è o un pazzo o un economista”. La popolazione, i consumi e le emissioni di gas serra continueranno a crescere fino a che non prenderemo atto del fatto che ci sono limiti fisici alla nostra Terra oppure fino a quando ci troveremo di fronte ad una catastrofe di dimensioni sufficienti da farci modificare la nostra rotta attuale. Secondo Jared Diamond se cinesi, indiani ed altri paesi del mondo più povero raggiungessero livelli di consumi pari a quelli attuali occidentali sarebbe come se la popolazione della Terra aumentasse d’improvviso a 72 miliardi. Lo stesso Diamond ha poi scritto: “Alcuni ottimisti affermano che si possa sostenere un mondo con nove miliardi di persone, ma non ho incontrato nessuno così pazzo da affermare che si possa sostenere una popolazione di 72 miliardi di persone. Eppure spesso noi promettiamo ai paesi in via di sviluppo che se adottano buone politiche - ad esempio, istituire governi onesti e una libera economia di mercato - anche loro saranno in grado di godere di uno stile di vita da primo mondo. Questa promessa è impossibile, una beffa crudele: abbiamo difficoltà a sostenere uno stile di vita da primo mondo già anche per un solo miliardo di persone”. Spesso le persone che fanno questa promessa credono che la crescita della popolazione si fermerà grazie alla transizione demografica, opportunamente dimenticandosi delle eccezioni come la Cina. Come Tom Athanasiou ha sostenuto, in Divided Planet: The Ecology of rich and poor “In un mondo diviso tra opulenza e povertà, i realisti pazzi dicono ai poveri, che devono vivere giorno per giorno, che tutto andrà bene nel lungo periodo. In mezzo all’approfondirsi delle crisi ecologiche, si precipitano ad adottare piccoli adattamenti cosmetici.” L’accettazione diffusa e l’influenza politica della moderna economia neoclassica è una parte centrale del nostro problema globale. In un ampiamento usato libro di testo di economia, Principi di Economia, Greg Mankiw ha scritto che “una popolazione numerosa significa più lavoratori per produrre beni e servizi. Allo stesso tempo, significa più persone a consumare tali prodotti e servizi”. Parlando a nome di molti economisti neoclassici, Tim Harford ha concluso, nel suo libro “The logic of life”, che “più di noi ci sono nel mondo, a vivere la nostra vita logica, maggiori sono le nostre possibilità di vedere il prossimo milione di anni”. L’assurdità della dichiarazione di Harford deve essere riconosciuta e messa in discussione. Gli economisti non meritano tutta la colpa. Come ha osservato Thomas Berry, nel grande lavoro: “La nostra strada verso il Futuro”, la civiltà occidentale, dominata dall’arroganza culturale, non poteva accettare il fatto che l’uomo, come ogni specie, sia vincolato da limiti in relazione agli altri membri della comunità della terra.” Sul suo blog intitolato Arcidruid, John Greer ha aggiunto l’osservazione che “la mitologia della nostra cultura del progresso prevede come obiettivo della civiltà uno stato utopico in cui la povertà, la malattia, la morte, e ogni altro aspetto della condizione umana siano stati trasformati in problemi e risolti dalla tecnologia “. Non vogliamo sentir parlare di limiti. In nessun luogo l’accettazione delle due torri gemelle costituite dalla crescita economica e dall’aumento dei consumi è più evidente che negli Stati Uniti, dove “far crescere l’economia” è ancora fondamentale, nonostante ciò che resta di un tracollo finanziario creato da un sistema bancario impazzito e con il Golfo devastato dal petrolio. Come osservato Andrew Bacevich, ne “I limiti del potere: The End of American Exceptionalism” “Per la maggioranza degli americani contemporanei, l’essenza della vita, della libertà e del perseguimento della felicità è incentrato sulla ricerca personale incessante di acquisire, consumare, indulgere, e di eliminare qualsiasi vincolo che possa interferire con tale intento”. Ma abbiamo ampie evidenze che l’economia moderna ha lasciato indietro la maggioranza delle persone. Più di due decenni fa, Edward Abbey ha scritto, in “Una vita alla volta, per favore”, che “si può vedere che la religione della crescita senza fine -
come ogni religione basata sulla fede cieca piuttosto che sulla ragione - è una sorta di mania, una forma di follia, anzi una malattia “, aggiungendo che “la crescita fine a se stessa è l’ideologia delle cellule cancerose “. Egli ha anche espresso la sua preoccupazione riguardante l’economia moderna con queste parole: “L’economia, a prescindere da quanto pretende di essere econometrica, assomiglia più alla meteorologia che alla matematica. Una scienza inconsistente quanto le nuvole, che non significa niente”. Allo stesso modo, Nassim Taleb ha scritto, in Il Cigno Nero:, che “L’economia è la più insulare delle materie, è quella più autoreferenziale”. Gus Speth sostiene nel suo “In The Bridge at the End of the World: Capitalism, the Environment, and Crossing from Crisis to Sustainability” che: “Alla fine, ciò che deve essere modificato è l’impegno costante per la crescita economica - la crescita che sta consumando capitale ambientale e sociale, che iniziano a scarseggiare”. Barbara Ehrenreich ha scritto, in “Questa terra è la loro terra!”: “Strana fissazione quella degli economisti sulla crescita come misura del benessere economico, essa li mette in un universo parallelo [...] il mantra della crescita ci ha ingannato per troppo tempo “. Sia a livello locale, negli Stati Uniti, o nel mondo, nessun problema che mi viene in mente sarà più facilmente risolto aggiungendo altri milioni di persone. La futura produzione di petrolio avverrà a costi crescenti. Come Bill McKibbin+ ha notato, in Deep Economy: “i combustibili fossili abbondanti e a buon mercato [in particolare il petrolio] hanno plasmato il sistema agricolo che ci siamo abituati a pensare come normale; è il motivo principale per cui si può andare al supermercato e acquisire tutto quello che vogliamo in qualsiasi momento e con poca spesa.” Un aumento del prezzo del petrolio andrà ad intaccare la produzione alimentare mondiale, soprattutto se si continuerà ad utilizzare prodotti alimentari per riempire i serbatoi delle auto. Gli scienziati devono incoraggiare una riflessione più profonda e realistica sulla crescita della popolazione in un pianeta finito e sui suoi effetti su molti dei grandi temi del nostro tempo. Ignoreremo le implicazioni della crescita della popolazione a nostro rischio e pericolo. Nel 1971 Wilbur Zelinsky, in un articolo intitolato “Oltre gli esponenziali” disse che “Il problema che scuote la nostra fiducia nella perpetuazione e dell’arricchimento della civile esistenza umana o addirittura della nostra sopravvivenza biologica è quello della crescita: del tasso, del volume e del tipo di crescita, e se essi possono essere controllati in modo intelligente e ben finalizzato”. La continua la crescita della popolazione è insostenibile, così come la continua crescita della produzione di petrolio e di altri combustibili fossili. Come Lester Brown ha sostenuto, in Plan B: “Se non riusciamo a stabilizzare la popolazione e se non riusciamo a stabilizzare il clima, non c’è ecosistema sulla terra che si possa salvare.” Come ha scritto Alan Weisman, in Il mondo senza di noi, “La soluzione intelligente [al problema della crescita della popolazione] richiederebbe il coraggio e la saggezza di mettere la nostra conoscenza alla prova. E di porre ad ogni femmina umana fertile sulla Terra il limite di partorire un solo figlio. “ Una tale politica scelta adesso, potrebbe ridurre la popolazione della Terra a circa 1,6 miliardi entro il 2100, circa la stessa popolazione mondiale nel 1900. Se avessimo mantenuto la popolazione della Terra a quel livello non staremmo facendo queste considerazioni.
(Trad. Alberto Licheri)
*Gary Peters è un professore di geografia esperto in demografia, che cura da anni l’interesse per le questioni legate alla popolazione. Questo articolo è uscito in inglese su The Oil Drum

venerdì 2 novembre 2012

Negli Stati Uniti scoppia la febbre della Fusione Fredda




    Mentre in Italia ci si concentra su Rossi e il suo E-Cat tra lo scetticismo della scienza ufficiale, negli Stati Uniti in numero ogni giorno maggiore molti centri di ricerca universitari e privati si stanno dedicando alle ricerce sulle LENR. I primi furono quelli dello Spawar, laboratorio  dell’Us Navy, poi i ricercatori del Mit di  Boston, attualmente guidati dal professor Hagelstein. Ma ormai le notizie di nuove ricerche si susseguono giorno dopo giorno con sempre nuovi laboratori. Tra questi ricordo il professor Gustav Fralick del NASA Glenn Research Center di Cleveland (Ohio), Bin  Liu sempre della Nasa, il Professor Miley dell'Università dell'Illinois  che ha recentemente ottenuto, per la prima volta in America, il brevetto di una reattore Lenr.
Nuovi interessanti sviluppi si stanno avendo dalle ricerche in corso presso l’ Elettric Power Research Institute di Palo Alto condotte dal professor B. Ahem e collaboratori. Lo sviluppo di un reattore a nanoparticelle di nikel rivestite di ossido di zirconio inserite in campi magnetici, hanno portato i ricercatori dell’EPRI a risultati importanti come sviluppi di elevate temperature (fino a 525 C°)  con capacità di produrre energia elettrica mediante turbine ad alta pressione. Cruciali nell’ottenimento dei risultati  sono state le dimensioni delle nanoparticelle e alcuni accorgimenti tecnici come sistemi di valvole e isolamento della nanoparticelle con rivestimenti morbidi come il Teflon. Van Waeyenberge in un articolo su Nature ha ipotizzato, in seguito a misurazioni dei campi magnetici e alle interazioni magnetiche delle nanoparticelle, che alla base della produzione di energia nelle LENR ci sia una nuova forma di super-ferromagnetismo.
Ricerche sulle LENR sono attualmente in atto in numerosi istituti privati, tra cui National Instruments e Boeing, e  università degli Usa, come l’University Insitute della Virginia, University of LaVerne in California, University of Illinois, Montclair State University del New Jersey, ecc. E’ un vero fiorire di nuove iniziative di ricerca sulla scoperta del 1989 di Fleischmann e Pons che fino a qualche anno fa sarebbe stato impensabile.
E’ infine di qualche giorno fa la notizia che l’Università del Missouri ha assunto come collaboratori tre tecnici di alto livello della Energetics Technologies LCC (New Jersey) per continuare nei propri laboratori le ricerche sulle LENR e portare allo sviluppo di nuovi reattori.
(Notizie tratte dai siti di New Energy Times, Nasa- Glenn Research Insitute, National Instruments, EPRI).



lunedì 29 ottobre 2012

1960-2012: I CINQUANT'ANNI DEL SACCO D'ITALIA




In cinquant’anni è scomparsa una cultura, un paesaggio, un’idea, persino l’immagine interiore del bel paese, lasciando un ricordo amaro e struggente in chi visse quel cambiamento drammatico. In cinquant’anni è scomparsa l’Italia rurale, l’Italia di piccoli paesi, delle cittadine, delle campagne, delle piccole comunità, dei dialetti, dei mille campanili. Il paese è stato stravolto sia nell’antropologia che nel paesaggio. Si è persa la varietà delle popolazioni e dei dialetti (segno di appartenenza e tradizione legata ai luoghi), si è persa un'Italia fondata sull'agricoltura e la campagna. Al verde paesaggio, ricco di prodotti e tradizioni secolari, si è sostituita una uniforme distesa di case, palazzi, capannoni, tralicci, strade. Le residue campagne sono per lo più abbandonate, stanno lì quasi per caso in attesa di una prossima colata di cemento e asfalto. Le città, un tempo piccole e diverse una dall’altra, ciascuna con le sue peculiarità, ognuna raccolta intorno ad un centro religioso o al palazzo del potere, costruite nei secoli con pietra locale, sono divenute uniformi e grigie di cemento, estese alle campagne intorno in una edificazione piatta, spaventosamente brutta, di pessima qualità, omologata nello squallore. La gente è cambiata, economicamente in meglio (almeno fino a poco tempo fa) , ma appiattita su una vita monotona, in una cultura del consumo fine a se stessa. Ricordo la straordinaria descrizione di questo cambiamento antropologico, sociale e ambientale fatta da Pasolini nel testo famoso delle lucciole.

"Nei primi anni Sessanta, a causa dell’inquinamento dell’aria, e, soprattutto, in campagna, a causa dell’inquinamento dell’acqua (gli azzurri fiumi e le rogge trasparenti) sono cominciate a scomparire le lucciole. Il fenomeno è stato fulmineo e folgorante. Dopo pochi anni le lucciole non c’erano più. (Sono ora un ricordo, abbastanza straziante, del passato: e un uomo anziano che abbia un tale ricordo, non può riconoscere nei nuovi giovani se stesso giovane, e dunque non può più avere i bei rimpianti di una volta). Quel “qualcosa” che è accaduto una decina di anni fa lo chiamerò dunque “scomparsa delle lucciole”.
Prima della scomparsa delle lucciole. La continuità tra fascismo fascista e fascismo democristiano è completa e assoluta…La democrazia che gli antifascisti democristiani opponevano alla dittatura fascista, era spudoratamente formale. Si fondava su una maggioranza assoluta ottenuta attraverso i voti di enormi strati di ceti medi e di enormi masse contadine, gestiti dal Vaticano. Tale gestione del Vaticano era possibile solo se fondata su un regime totalmente repressivo. In tale universo i “valori” che contavano erano gli stessi che per il fascismo: la Chiesa, la patria, la famiglia, l’obbedienza, la disciplina, l’ordine, il risparmio, la moralità. Tali “valori” (come del resto durante il fascismo) erano “anche reali”: appartenevano cioè alle culture particolari e concrete che costituivano l’Italia arcaicamente agricola e paleoindustriale. Ma nel momento in cui venivano assunti a “valori” nazionali non potevano che perdere  ogni realtà, e divenire atroce, stupido, repressivo conformismo di Stato…
Durante la scomparsa delle lucciole…sia il grande paese che si stava formando dentro il paese- sia gli intellettuali anche più avanzati e critici, non si erano accorti che “le lucciole stavano scomparendo”. Essi erano informati abbastanza bene dalla sociologia ( che in quegli anni aveva messo in crisi il metodo dell’analisi marxista): ma erano informazioni ancora non vissute, in sostanza formalistiche. Nessuno poteva sospettare la realtà storica che sarebbe stato l’immediato futuro: né identificare quello che allora si chiamava “benessere” con lo “sviluppo” che avrebbe dovuto realizzare in Italia per la prima volta pienamente il “genocidio” di cui nel Manifesto parlava Marx.
Dopo la scomparsa delle lucciole. I "valori”, nazionalizzati e quindi falsificati, del vecchio universo agricolo e paleocapitalistico, di colpo non contano più. Chiesa, patria, famiglia, obbedienza, ordine, risparmio, moralità non contano più. E non servono neanche più in quanto falsi. A sostituirli sono i “valori” di un nuovo tipo di civiltà, totalmente “altra” rispetto alla civiltà contadina e paleoindustriale… In Italia sta succedendo qualcosa di simile a quello avvenuto in Germania al tempo di Weimar: e con ancora maggiore violenza, poiché l’industrializzazione degli anni Settanta costituisce una “mutazione” decisiva anche rispetto a quella tedesca di cinquant’anni fa. Non siamo più di fronte, come tutti ormai sanno, a “tempi nuovi”, ma a una nuova epoca della storia umana: di quella storia umana le cui scadenze sono millenaristiche. Era impossibile che gli italiani reagissero peggio di così a tale trauma storico. Essi sono divenuti in pochi anni (specie nel Centro-sud) un popolo degenerato, ridicolo, mostruoso, criminale. Basta soltanto uscire per strada per capirlo…Ho visto dunque con i miei sensi il comportamento coatto del potere dei consumi ricreare e deformare la coscienza del popolo italiano, fino ad una irreversibile degradazione. Cosa che non era accaduta durante il fascismo fascista, periodo in cui il comportamento era completamente dissociato dalla coscienza. Vanamente il potere “totalitario” iterava e reiterava  le sue imposizioni comportamentistiche: la coscienza non ne era implicata. I “modelli” fascisti non erano che maschere, da mettere e levare. Quando il fascismo fascista è caduto, tutto è tornato come prima.Tutti i miei lettori si saranno certamente accorti del cambiamento dei potenti democristiani: in pochi mesi, essi sono diventati delle maschere funebri…in realtà essi sono appunto delle maschere…La spiegazione è semplice: oggi in realtà in Italia c’è un drammatico vuoto di potere. Come siamo giunti a questo vuoto? O meglio, “come ci sono giunti gli uomini di potere”? La spiegazione, ancora, è semplice: gli uomini di potere democristiani sono passati dalla “fase delle lucciole” alla “fase  della scomparsa delle lucciole” senza accorgersene. Per quanto ciò possa sembrare prossimo alla criminalità la loro inconsapevolezza su questo punto è stata assoluta: non hanno sospettato minimamente che il potere, che essi detenevano e gestivano, non stava semplicemente subendo una “normale” evoluzione, ma stava cambiando radicalmente natura.
Essi si sono illusi che nel loro regime tutto sostanzialmente sarebbe stato uguale; che, per esempio, avrebbero potuto contare in eterno sul Vaticano: senza accorgersi che il potere, che essi continuavano a detenere e a gestire, non sapeva più che farsene del Vaticano quale centro di  vita contadina, retrograda, povera. Essi si erano illusi di poter contare in eterno su un esercito nazionalista (come appunto i loro predecessori fascisti): e non vedevano che il potere, che essi stessi continuavano a detenere e a gestire, già manovrava per gettare la base di eserciti nuovi in quanto transnazionali, quasi polizie tecnocratiche. E lo stesso si dica  per la famiglia,  costretta, senza soluzione di continuità dai tempi del fascismo, al risparmio, alla moralità: ora il potere dei consumi imponeva ad essa cambiamenti radicali, fino ad accettare il divorzio, e ormai, potenzialmente, tutto il resto, senza più limiti (o almeno fino ai limiti consentiti dalla permissività del nuovo potere, peggio che totalitario in quanto violentemente totalizzante). Gli uomini del potere democristiani hanno subito tutto questo, credendo di amministrarselo. Non si sono accorti che esso era “altro”: incommensurabile non solo a loro ma a tutta una forma di civiltà…Il potere reale procede senza di loro: ed essi non hanno più nelle mani che quegli inutili apparati che, di essi, rendono reale nient’altro che il luttuoso doppiopetto.
Tuttavia nella storia il “vuoto” non può sussistere…E’ probabile che il vuoto stia già riempiendosi, attraverso una crisi e un riassestamento che non può non sconvolgere l’intera nazione. Quasi che si trattasse soltanto di “sostituire” il gruppo di uomini che ci ha tanto spaventosamente governati per trent’anni, portando l’Italia al disastro economico, ecologico, urbanistico, antropologico. In realtà la falsa sostituzione di queste “teste di legno” con altre “teste di legno” (non meno, anzi più funereamente carnevalesche) non servirebbe a niente. Il potere reale che da una decina di anni le “teste di legno” hanno servito senza accorgersi della sua realtà: ecco qualcosa che potrebbe aver riempito  il “vuoto”. Di tale “potere reale” noi abbiamo immagini astratte e in fondo apocalittiche: non sappiamo raffigurarci quali “forme” esso assumerebbe sostituendosi direttamente ai servi che lo hanno preso per una semplice “modernizzazione” di tecniche. Ad ogni modo, quanto a me (se ciò ha qualche interesse per il lettore) sia chiaro: io, ancorché multinazionale, darei l’intera Montedison per una lucciola."
(Pier Paolo Pasolini, Scritti corsari (1970), Mondadori I Meridiani pag 404 e seg.).

La lucidità e l’acume visionario di Pasolini è sorprendente: riesce a cogliere magistralmente il cambiamento culturale e antropologico del popolo italiano, a percepire la crisi irreversibile della politica e della rappresentanza, della democrazia stessa in Italia più che in altri paesi europei, forse anticipando una tendenza generale in occidente  che oggi sta evidenziandosi sempre più con l’espropriazione della politica tradizionale a vantaggio di nuovi poteri sovranazionali di tipo finanziario e tecnocratico. Ma in Italia il processo è più doloroso e distruttivo per la mancanza di classi dirigenti e forme istituzionali di governo adeguate. Lo scempio del territorio, preda di mafie e speculatori,  ne è una tragica conseguenza. Un popolo si riflette nel paesaggio che abita e quel paesaggio è lo spirito di quel popolo. La spoliazione brutale del territorio durante gli anni che vanno dal dopoguerra   alla fine del secolo e proseguono fino ad oggi, l’inquinamento generalizzato dell’ambiente, l’esplosione demografica degli anni 50-70, il fenomeno immigratorio successivo senza regole e caotico, l’illegalità diffusa, la speculazione, le sanatorie a raffica, l’impunità dei potenti e degli arroganti, la depredazione del pubblico, la corruzione del privato, tutto ha concorso ad un degrado e una devastazione di un paese che ha pochi precedenti e nessun eguale al mondo. Riferendosi a Roma, Antonio Cederna così descriveva, già alla metà degli anni Cinquanta, il processo di degrado in atto (e poi proseguito per decenni fino ad oggi) in luoghi storici e di grande bellezza ambientale, che avrebbero dovuto essere protetti e tenuti in ben altro modo in un paese con un minimo di civiltà:

La distruzione d’italia è il riflesso di tutti i mali che affliggono il nostro paese. Rovina chiama rovina, fino a che le rovine particolari e disperse si saldano in una rovina generale e continua: a parte i casi più clamorosi, è in atto lo smantellamento metodico, la degradazione costante, a corrosione lenta e minuta del patrimonio artistico e naturale delle nostre città. Valga per tutti il caso della via Appia Antica, di cui pochi ancora hanno capito l’esemplare gravità. Ogni nuova villa tra i ruderi, nata dal gusto cafonesco degli arricchiti e dalla colpevole incompetenza delle autorità, ha man mano legittimato l’invasione edilizia di tutta la campagna: le case si addensano in quartieri, in sudice o sfarzose borgate:vengono tracciate nuove strade, allargate le esistenti, ogni proprietà viene cintata e chiusa; l’Appia da regina della campagna diventa un meschino corridoio murato. I monumenti vengono sgretolati, limati, sfregiati, rapinati dei loro frammenti decorativi, usati come materiale da costruzione: le selci della pavimentazione vengono strappate, i marciapiedi demoliti, gli orli erbosi ridotti a terra bruciata; in qualche anno la via illustre è decaduta più che in tutti i secoli precedenti.L’ambiente dei ruderi, il panorama, l’orizzonte scompare: una delle meraviglie del mondo è stata inutilmente, stupidamente, allegramente liquidata. La campagna meridionale di Roma, che prima entrava fin nel cuore della città (dall’Appia antica alla Passeggiata Archologica al Celio al Palatino al Foro), e che costituiva, avanzi antichi a parte, una riserva naturale e salutare di verde, si è ora trasformata in una squallida, turpe periferia. Basta mascherare le case con filari di cipressi , dicono gli interessati imbecilli; e intanto i mercanti di aree ingrassano, le proprietà si frazionano, le lottizzazioni aumentano, e perfino lo Stato incrementa lo scempio, finanziando decine di cooperative, autorizzando la costruzione di grossi quartieri: dietro l’ufficiale spinta dello Stato, si precipitano sull’Appia ordini religiosi, società immobiliari, speculatori di ogni razza: si costruiscono conventi, pagode, castelli, piscine; l’ultima parvenza di rispetto crolla, e si progetta la costruzione di uno stadio olimpico sulle Catacombe. Uno dopo l’altro, se ne va un tratto della Via, come un castello di carte; nuovi problemi si presentano, congestione del traffico, necessità di collegamenti, di trasporti, di servizi pubblici, con nuovo aggravio, disordine e disdoro per le pubbliche amministrazioni…si addensano nuove borgate, la città dilaga senza soluzione di continuità, come un’infezione. Scompare il distacco tra città e colli, tutto diventa una ininterrotta serie di sciatti, lerci sobborghi: una nuova immensa escrescenza si propaga al sud, con tutti i suoi deleteri effetti sulla città, conferma dell’anarchica espansione a macchia d’olio, scomparsa di tutte le zone verdi sotto un’unica colata cementizia, congestione e minaccia di distruzione del centro storico, sconfitta di ogni impegno di razionale pianificazione, ecc. Incompetenza di autorità, disordine amministrativo, strapotenza dei più retrivi interessi economici, viltà di politici, imprevidenza sociale, invadenza clericale, illegalità, ignoranza corruzione: dalla distruzione di un meraviglioso complesso antico e naturale derivano all’intera comunità conseguenze disastrose, nel presente e nell’avvenire. Ma dalla rovina in atto i vandali e i loro fiancheggiatori  prendono pretesto per perseverare: e qualunque tentativo di arginarla, restaurando il prestigio tramortito delle leggi, appare un attentato illegale, sedizioso ed eversivo contro i sacri ed inviolabili diritti della speculazione.
Moltiplichiamo questo per mille: la situazione  in Italia si avvia a diventare disperata. Abituati a intimidire e corrompere i vandali si trovano sconcertati di fronte all’inflessibile denuncia: la loro potenza è fatta di viltà altrui. Abituati a violare, impuniti, la legge e a spacciare per “esigenze tecniche” la loro avidità, non sanno che fare contro chi svela pubblicamente i loro raggiri.
(Antonio Cederna: I Vandali in casa (1955), da Brandelli d’Italia. Newton ).

Oggi si sente la mancanza di un Antonio Cederna, oggi che la devastazione del paese è giunta alle estreme conseguenze e continua immutabile.
Di questo disastro ambientale ed umano, del cinquantennio dei vandali, noi siamo gli eredi. I tempi sono cambiati ma gli imbecilli sono rimasti gli stessi.  Oggi spariscono ogni giorno nel nostro paese  centinaia di ettari di prezioso verde rimasto. Tutto continua senza imparare mai niente, senza neanche ammettere con umiltà gli errori, ma rivendicandoli con protervia (alcuni politici orfani dei “bei tempi” si richiamano ancora alla Dc come all’età dell’oro e si circondano ancora di palazzinari incalliti e danarosi). Si continuano a costruire case, doppie case, triple case, anche fuori da  ogni mercato quasi per forza di inerzia (ed interessi speculativi); si edificano nuovi centri commerciali di cui nessuno ha bisogno. Ovunque strade, parcheggi, escavazioni, colate di cemento, muri, capannoni, ponteggi, viadotti, gallerie. Eppure, in questo brulicare umano, di una umanità afflitta e indaffarata da un fare continuo, senza senso se non quello del denaro per il denaro, c’è qualcuno che piange sulla natalità troppo bassa, sui bambini troppo pochi, troppo poca l’antropizzazione di questa terra. Non basta il carnaio delle periferie, la solitudine tra l’affollamento, la droga, la depressione, l’alienazione di un’umanità che perdendo il contatto con la natura perde il senso della propria vita. Non basta, in questo paese sovraffollato ci voleva, benvenuto da molti, l’arrivo ogni anno di centinaia di migliaia di immigrati clandestini che hanno portato in pochi anni, nonostante il calo delle nascite degli autoctoni, a più di sessanta milioni la popolazione nazionale -solo a contare i regolari. Preti e demagoghi, politici di tutte le tendenze e di tutte le risme continuano ad invocare più gente, più consumatori, più consumi, più cemento, più rifiuti, più merce, più supermercati. Parola d’ordine: cementificare tutto.  

mercoledì 24 ottobre 2012

UGO MORELLI: MENTE E PAESAGGIO. PERCHE’ L’UOMO HA ROTTO IL PATTO CON LA NATURA.




La specie Homo sapiens potrebbe avere presto un triste primato. Avere distrutto tutte le altre specie viventi e se stessa nel giro di 50000 anni, il ciclo della sua esistenza. E’ un ciclo breve, brevissimo in termini evolutivi, un nulla rispetto alla durata di altre specie. Lo scorpione, ad esempio, esiste da 400 milioni di anni. Paradossalmente questo brevissimo ciclo di vita deriva dal possesso di una qualità della specie Homo: la sua mente provvista di intelligenza. Un amaro paradosso. Ugo Morelli nel suo ultimo libro “Mente e Paesaggio: una teoria della vivibilità” si chiede che cos’è che non ha funzionato nella mente dell’uomo e nel suo rapporto con il mondo naturale. L’Autore individua subito il centro del problema: “Dobbiamo rivalutare un pensiero diverso dall’oggettivismo scientifico che ci ha portato a vedere nel mondo un insieme di cose di cui appropriarci e da trasformare e stravolgere in base alle nostre esclusive esigenze di specie (pensiero antropocentrico)”. Per uscire dal vicolo cieco ci sono oggi le indicazioni delle neuroscienze e l’approccio innovativo della fenomenologia che ha messo al centro l’importanza del corpo e delle emozioni nella esperienza, rivalutando un soggetto non più distaccato nel dualismo anima-mondo, ma come parte della natura che ritrova nel rapporto tra mente  e natura il senso della vita. Il nuovo soggetto non è più quindi un padrone assoluto, ma il referente di un rapporto che superi il muro del dualismo che da Cartesio a Hegel lo ha contrapposto alla natura. Al  posto di quel dualismo ci deve essere una prospettiva integrata volta a comprendere la coscienza, la mente incarnata, le emozioni, l’affettività e la persona al centro dell’esperienza estetica: una appartenenza ritrovata. Ciò fa si che “per noi appartenenti alla specie Homo sapiens sapiens una cosa non sia mai solo una cosa ma il significato che noi le attribuiamo nelle relazioni e nei giochi linguistici, ci consenste di cambiare idea sul mondo, di vederlo con altri occhi, di generare l’inedito, di accedere all’estetica del mondo o esteticamente al mondo.  Il paesaggio è un’eccedenza di senso rispetto ad un luogo e a un territorio ed emerge dall’accesso al mondo intorno a noi e dal riconoscimento della sua estetica. –Il paesaggio non è natura: è cultura proiettata su montagne, oceani, foreste, vulcani e deserti- scrive Remo Bodei…Appare perciò necessario prestare attenzione ai segni e alle risposte corporeo-psichiche profonde che le immagini del mondo lasciano emergere nell’esperienza umana”…”L’idea di un uomo solo che guarda il paesaggio può quindi essere messa in discussione, sviluppando una posizione critica allo spiritualismo. La mente relazionale, incorporata, situata in una cultura, non è ma diviene mentre il cervello fa. E’ il corpo a dar forma alla mente…” e quindi è il paesaggio che ci trasforma mentre ne percepiamo la bellezza, ci trasmette senso e ci identifica.
Ma allora perché la nostra civiltà sta distruggendo il paesaggio, la natura e con essa le altre specie viventi? Che cos’è che ci ha fatto dimenticare la nostra appartenenza alla natura, il nostro corpo come parte di un tutto, che ci ha portato a renderci distruttori della vita e di noi stessi? Certamente c’è lo sfruttamento economico delle risorse, l’appagamento delle nostre brame di possesso e sfruttamento, espressione di un pensiero distaccato dalla natura. “Il primo cambiamento necessario appare quello di giungere a far convivere nell’immaginario e nell’esperienza pratica la nostra appartenenza locale con una coscienza planetaria. Ernesto de Martino ha detto che solo chi ha un villaggio nel cuore ha la possibilità di misurarsi ed esprimersi nel mondo”. Poi ritrovare il nostro posto tra la natura senza egoismi di specie.  Stephen Jay Gould così comprende la nostra posizione: “ Io temo che l’Homo sapiens sia una cosa minima in un vasto universo, un evento evolutivo estremamente improbabile nell’ambito della contingenza” e ciò è una fonte di libertà e di consapevole responsabilità morale. Riconoscere che la nostra evoluzione è frutto della contingenza e che potevamo non esserci, ammettere il ruolo determinante del caso ci permette di riconoscere la nostra appartenenza alla natura e creare le condizioni di una nuova vivibilità. Ciò è ovviamente in contrasto totale con il pensiero religioso che vede l’universo come finalizzato all’uomo, espressione pura di antropocentrismo. Pensiero che non appartiene solo alla religione ma anche a tante posizioni laiche. Ciò che non è uomo, il resto della natura diviene per costoro uno sfondo, in parte minaccioso. E’ con questo pensiero oggettivante ed egoistico che siamo giunti ad una soglia pericolosa e sempre più vicina che può portarci alla distruzione e all’autodistruzione. Oggi abbiamo una prima e anche ultima possibilità. Prima perché oggi abbiamo gli strumenti teorici per intervenire. “Agli spiazzamenti o ferite inferti alla nostra vanità e alla nostra presunzione di centralità, che già Freud aveva segnalato, riguardanti lo spodestamento della Terra dal centro dell’universo da parte di Copernico, la ricollocazione dell’uomo nel flusso evolutivo da parte di Darwin, la scoperta dell’inconscio e del fatto di non essere padroni in casa propria da parte dello stesso Freud, si aggiunge oggi il riconoscimento dei rischi di specie riguardanti la forma di sviluppo autodistruttivo che ci siamo dati”. Ultima perché il tempo è scaduto e ciò che sta accadendo al pianeta con il riscaldamento globale e la distruzione generalizzata degli ambienti naturali, con l'esaurimento delle risorse, dell'acqua e l'inquinamento generale, sono talmente evidenti e davanti agli occhi che anche le menti più antropocentriche si stanno allarmando.
Sul problema pratico del “che fare” Morelli propone giustamente una rivoluzione nei modelli che configuri nuove proposte rispetto al modello classico della crescita infinita. A questo scopo occorre ri-figurarsi, ripensare il paesaggio e la vivibilità con l’apprendimento e l’educazione. “In particolare l’educazione può concorrere a elaborare i conflitti fra i nostri comportamenti effettivi e consolidati e le nostre capacità di apprendimento e innovazione. Il paesaggio che creiamo contiene e si naturalizza mentre lo creiamo.” Una scienza della formazione basata sull’apprendimento è in realtà  una scienza dei sistemi sociali, o una scienza delle modalità evolutive dei sistemi umani e sociali, perché l’apprendimento non è solo un problema di aule scolastiche, universitarie o di scuole materne. L’apprendimento ha a che fare con i vincoli e le possibilità che incontriamo a livello delle menti individuali e menti collettive ogni volta che siamo di fronte al cambiare idea su qualcosa, a cambiare comportamento intorno a qualcosa. Il cambiamento di idee e comportamenti intorno al paesaggio come spazio di vita e alla vivibilità è di portata epocale e intriso di profonde difficoltà. Dobbiamo rivedere tutto dal concetto di crescita a quello di esercizio del potere, alla asimmetria dei diritti che spesso ci alienano dalla responsabilità verso il resto della natura. Citando Bateson, noi non possiamo pensare di comprendere, né tanto meno di cambiare, un sistema vivente senza farne parte. Riconoscere questa inevitabile interdipendenza è importante per ogni processo di conoscenza e di cambiamento.
Ma aggiungo che lo stimolante testo di Morelli si ferma anch’esso su una soglia, su quella stessa soglia su cui si fermano tenti discorsi ambientalisti contemporanei. Eppure questa soglia che sembra richiedere tanto coraggio da parte del movimento ecologista è essenziale a capire i problemi e invertire la rotta . La soglia che neanche Morelli è in grado di varcare è quella della denuncia aperta e chiara del problema della sovrappopolazione. Il problema dei problemi, quello che esprime in maniera paradigmatica a cosa ci sta portando il pensiero antropocentrico:  il vedere l’uomo solo l’uomo e i suoi infiniti diritti di crescita. Perché la crescita che ci sta portando alla distruzione non è solo quella economica, anzi questa è un derivato dell’altra ben più pericolosa e insostenibile: la natalità eccessiva della specie  con i sette miliardi di umani che soffocano il pianeta. Da Morelli ci aspettavamo un po’ più di coraggio e una presa di posizione più netta che rendesse  più incisivo e veritiero il suo saggio.