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mercoledì 24 ottobre 2012

UGO MORELLI: MENTE E PAESAGGIO. PERCHE’ L’UOMO HA ROTTO IL PATTO CON LA NATURA.




La specie Homo sapiens potrebbe avere presto un triste primato. Avere distrutto tutte le altre specie viventi e se stessa nel giro di 50000 anni, il ciclo della sua esistenza. E’ un ciclo breve, brevissimo in termini evolutivi, un nulla rispetto alla durata di altre specie. Lo scorpione, ad esempio, esiste da 400 milioni di anni. Paradossalmente questo brevissimo ciclo di vita deriva dal possesso di una qualità della specie Homo: la sua mente provvista di intelligenza. Un amaro paradosso. Ugo Morelli nel suo ultimo libro “Mente e Paesaggio: una teoria della vivibilità” si chiede che cos’è che non ha funzionato nella mente dell’uomo e nel suo rapporto con il mondo naturale. L’Autore individua subito il centro del problema: “Dobbiamo rivalutare un pensiero diverso dall’oggettivismo scientifico che ci ha portato a vedere nel mondo un insieme di cose di cui appropriarci e da trasformare e stravolgere in base alle nostre esclusive esigenze di specie (pensiero antropocentrico)”. Per uscire dal vicolo cieco ci sono oggi le indicazioni delle neuroscienze e l’approccio innovativo della fenomenologia che ha messo al centro l’importanza del corpo e delle emozioni nella esperienza, rivalutando un soggetto non più distaccato nel dualismo anima-mondo, ma come parte della natura che ritrova nel rapporto tra mente  e natura il senso della vita. Il nuovo soggetto non è più quindi un padrone assoluto, ma il referente di un rapporto che superi il muro del dualismo che da Cartesio a Hegel lo ha contrapposto alla natura. Al  posto di quel dualismo ci deve essere una prospettiva integrata volta a comprendere la coscienza, la mente incarnata, le emozioni, l’affettività e la persona al centro dell’esperienza estetica: una appartenenza ritrovata. Ciò fa si che “per noi appartenenti alla specie Homo sapiens sapiens una cosa non sia mai solo una cosa ma il significato che noi le attribuiamo nelle relazioni e nei giochi linguistici, ci consenste di cambiare idea sul mondo, di vederlo con altri occhi, di generare l’inedito, di accedere all’estetica del mondo o esteticamente al mondo.  Il paesaggio è un’eccedenza di senso rispetto ad un luogo e a un territorio ed emerge dall’accesso al mondo intorno a noi e dal riconoscimento della sua estetica. –Il paesaggio non è natura: è cultura proiettata su montagne, oceani, foreste, vulcani e deserti- scrive Remo Bodei…Appare perciò necessario prestare attenzione ai segni e alle risposte corporeo-psichiche profonde che le immagini del mondo lasciano emergere nell’esperienza umana”…”L’idea di un uomo solo che guarda il paesaggio può quindi essere messa in discussione, sviluppando una posizione critica allo spiritualismo. La mente relazionale, incorporata, situata in una cultura, non è ma diviene mentre il cervello fa. E’ il corpo a dar forma alla mente…” e quindi è il paesaggio che ci trasforma mentre ne percepiamo la bellezza, ci trasmette senso e ci identifica.
Ma allora perché la nostra civiltà sta distruggendo il paesaggio, la natura e con essa le altre specie viventi? Che cos’è che ci ha fatto dimenticare la nostra appartenenza alla natura, il nostro corpo come parte di un tutto, che ci ha portato a renderci distruttori della vita e di noi stessi? Certamente c’è lo sfruttamento economico delle risorse, l’appagamento delle nostre brame di possesso e sfruttamento, espressione di un pensiero distaccato dalla natura. “Il primo cambiamento necessario appare quello di giungere a far convivere nell’immaginario e nell’esperienza pratica la nostra appartenenza locale con una coscienza planetaria. Ernesto de Martino ha detto che solo chi ha un villaggio nel cuore ha la possibilità di misurarsi ed esprimersi nel mondo”. Poi ritrovare il nostro posto tra la natura senza egoismi di specie.  Stephen Jay Gould così comprende la nostra posizione: “ Io temo che l’Homo sapiens sia una cosa minima in un vasto universo, un evento evolutivo estremamente improbabile nell’ambito della contingenza” e ciò è una fonte di libertà e di consapevole responsabilità morale. Riconoscere che la nostra evoluzione è frutto della contingenza e che potevamo non esserci, ammettere il ruolo determinante del caso ci permette di riconoscere la nostra appartenenza alla natura e creare le condizioni di una nuova vivibilità. Ciò è ovviamente in contrasto totale con il pensiero religioso che vede l’universo come finalizzato all’uomo, espressione pura di antropocentrismo. Pensiero che non appartiene solo alla religione ma anche a tante posizioni laiche. Ciò che non è uomo, il resto della natura diviene per costoro uno sfondo, in parte minaccioso. E’ con questo pensiero oggettivante ed egoistico che siamo giunti ad una soglia pericolosa e sempre più vicina che può portarci alla distruzione e all’autodistruzione. Oggi abbiamo una prima e anche ultima possibilità. Prima perché oggi abbiamo gli strumenti teorici per intervenire. “Agli spiazzamenti o ferite inferti alla nostra vanità e alla nostra presunzione di centralità, che già Freud aveva segnalato, riguardanti lo spodestamento della Terra dal centro dell’universo da parte di Copernico, la ricollocazione dell’uomo nel flusso evolutivo da parte di Darwin, la scoperta dell’inconscio e del fatto di non essere padroni in casa propria da parte dello stesso Freud, si aggiunge oggi il riconoscimento dei rischi di specie riguardanti la forma di sviluppo autodistruttivo che ci siamo dati”. Ultima perché il tempo è scaduto e ciò che sta accadendo al pianeta con il riscaldamento globale e la distruzione generalizzata degli ambienti naturali, con l'esaurimento delle risorse, dell'acqua e l'inquinamento generale, sono talmente evidenti e davanti agli occhi che anche le menti più antropocentriche si stanno allarmando.
Sul problema pratico del “che fare” Morelli propone giustamente una rivoluzione nei modelli che configuri nuove proposte rispetto al modello classico della crescita infinita. A questo scopo occorre ri-figurarsi, ripensare il paesaggio e la vivibilità con l’apprendimento e l’educazione. “In particolare l’educazione può concorrere a elaborare i conflitti fra i nostri comportamenti effettivi e consolidati e le nostre capacità di apprendimento e innovazione. Il paesaggio che creiamo contiene e si naturalizza mentre lo creiamo.” Una scienza della formazione basata sull’apprendimento è in realtà  una scienza dei sistemi sociali, o una scienza delle modalità evolutive dei sistemi umani e sociali, perché l’apprendimento non è solo un problema di aule scolastiche, universitarie o di scuole materne. L’apprendimento ha a che fare con i vincoli e le possibilità che incontriamo a livello delle menti individuali e menti collettive ogni volta che siamo di fronte al cambiare idea su qualcosa, a cambiare comportamento intorno a qualcosa. Il cambiamento di idee e comportamenti intorno al paesaggio come spazio di vita e alla vivibilità è di portata epocale e intriso di profonde difficoltà. Dobbiamo rivedere tutto dal concetto di crescita a quello di esercizio del potere, alla asimmetria dei diritti che spesso ci alienano dalla responsabilità verso il resto della natura. Citando Bateson, noi non possiamo pensare di comprendere, né tanto meno di cambiare, un sistema vivente senza farne parte. Riconoscere questa inevitabile interdipendenza è importante per ogni processo di conoscenza e di cambiamento.
Ma aggiungo che lo stimolante testo di Morelli si ferma anch’esso su una soglia, su quella stessa soglia su cui si fermano tenti discorsi ambientalisti contemporanei. Eppure questa soglia che sembra richiedere tanto coraggio da parte del movimento ecologista è essenziale a capire i problemi e invertire la rotta . La soglia che neanche Morelli è in grado di varcare è quella della denuncia aperta e chiara del problema della sovrappopolazione. Il problema dei problemi, quello che esprime in maniera paradigmatica a cosa ci sta portando il pensiero antropocentrico:  il vedere l’uomo solo l’uomo e i suoi infiniti diritti di crescita. Perché la crescita che ci sta portando alla distruzione non è solo quella economica, anzi questa è un derivato dell’altra ben più pericolosa e insostenibile: la natalità eccessiva della specie  con i sette miliardi di umani che soffocano il pianeta. Da Morelli ci aspettavamo un po’ più di coraggio e una presa di posizione più netta che rendesse  più incisivo e veritiero il suo saggio.

2 commenti:

  1. << La soglia che neanche Morelli è in grado di varcare è quella della denuncia aperta e chiara del problema della sovrappopolazione. >>

    Caro Agobit, mi associo alla tua sconsolata denuncia.
    Il fatto è che quasi tutti coloro che auspicano un ritrovato equilibrio tra uomo e natura stanno inseguendo (invano) l'uomo nuovo (che non arriverà mai) e dimenticano quello vecchio.
    Un uomo che è intrinsecamente (geneticamente) egoista, ma proprio perchè tale, può capire che limitare la popolazione mondiale E' NEL SUO INTERESSE EGOISTICO.
    Peccato.

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  2. Caro Lumen,
    la demagogia dell' "uomo nuovo" ha, come giustamente fai notare, fatto molti danni. Ora si tratta di lanciare un nuovo slogan: "meno uomini più natura".

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