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venerdì 26 maggio 2017

Vaccinazioni e incongruenze

Allora cerchiamo di ricapitolare alcuni punti in tema di malattie infettive e vaccinazioni in Italia. Il Ministero della sanità ci rassicura che i casi di meningite da meningococco in Italia sono in linea con quelli degli anni scorsi, e sono stabili da decenni. Bene, ma allora, se non ci sono aumenti di casi in corso, perché inserire la vaccinazione antimeningococco B e C tra quelle obbligatorie con il recente decreto legge?
Sempre al riguardo del vaccino anti-meningite ci viene detto che non è vero che il meningococco ci venga portato dai migranti dell'area africana (soprattutto zona sub-sahariana). Lì ci sono molti casi di meningite ma non hanno nulla a che vedere con i casi in Italia (dove prevalgono i ceppi B e C) in quanto i casi africani sono da ceppi e sottogruppi diversi dai nostri, è il mantra che continuamente ci ripetono giornalisti, politici ed esperti del ministero. Bene, ma allora perché se uno va sul sito "Viaggiaresicuri" del Ministero degli Esteri vi trova che per viaggiare nell'Africa sub-sahariana è necessario vaccinarsi contro il meningococco B e C?
Per quanto riguarda il morbillo ci dice il Ministro della Sanità che ci sono 2000 casi solo in questi primi mesi del 2017 a fronte dei 200 dell'anno scorso. Anche in questo caso la colpa, dice il Ministro, è degli Italiani che non si vaccinano, pertanto viene introdotta l'obbligatorietà per i bambini. L'obbligo, spiegano, serve non solo a proteggere dalla malattia ma anche a ridurre i portatori del virus che spesso alberga nei non vaccinati. Con una certa demagogia ci viene spiegato che vaccinarsi è un obbligo sociale perché protegge anche i bambini e adulti sensibili per immunodeficienza e in ogni caso riduce l'incidenza e le complicazioni, tra cui le invalidità permanenti (ad esempio per encefalite) e la mortalità da morbillo. Vaccinando tutti i bambini e diminuendo il numero complessivo dei non vaccinati, ci spiegano, si riduce la circolazione del virus. Anche a questo scopo viene introdotta l'obbligatorietà. Benissimo.
Ma sempre leggendo il sito Viaggiareinformati del Ministero degli Esteri si scopre che il morbillo è endemico in varie zone dell'Africa e del Medio Oriente e per recarsi in quei paesi è necessario vaccinarsi. Vuoi vedere allora che l'aumento di casi in atto in Italia viene sia a causa degli italiani che non si vaccinano, sia da coloro che immigrano illegalmente senza essere soggetti a controllo sanitario e obbligo alla profilassi vaccinale? Che l'immigrazione possa portare il morbillo lo testimonia una legge dell'Arabia Saudita, paese che riceve ogni anno centinaia di migliaia di pellegrini alla Mecca e dove il politicamente corretto non vige. L'Arabia, si scopre leggendo le regole per il pellegrinaggio, prevede l'obbligo per il pellegrino di vaccinarsi contro il morbillo e di fornire alle autorità locali il certificato di avvenuta vaccinazione.
Come mai il Ministero italiano introduce l'obbligo di vaccinarsi per i bambini italiani e lo raccomanda per molti adulti a rischio e non prevede nessun obbligo per chi arriva nel nostro paese sui barconi? Perché non si fa come in altri paesi che vaccinano obbligatoriamente i richiedenti asilo? Demagogia dopo demagogia siamo l'unico paese al mondo che prevede l'obbligatorietà per i propri cittadini per ben dodici vaccinazioni con gravi pene per i non adempienti, tra cui la perdita della genitorialità. Molti paese europei non hanno alcuna vaccinazione obbligatoria, tra cui Inghilterra, Austria e Germania. La Francia prevede l'obbligo per solo 4 vaccini. Il Belgio per uno. Negli Stati Uniti sette vaccini sono raccomandati per l'iscrizione nelle scuole, ma sono ammesse deroghe per credenze religiose o filosofiche (non sono previste sanzioni). L'Italia è il paese con il più alto numero di obblighi vaccinali per i suoi cittadini, e nessun obbligo sanitario per chi è illegale, a cui è riservato solo un superficiale ed inefficace controllo di scabbia e altre malattie cutanee, unendo ad una abissale inefficienza una altrettanta abissale arroganza di stato. Si concedono a gogo diritti e assistenza, ma non si sottopongono a controlli sufficienti e a obblighi vaccinali i migranti lasciando -all'italiana- che operatori della marina e ong si proteggano con mascherine e tute anticontagio, e abbandonando poi il resto della popolazione ai rischi di un mancato controllo sanitario. Quanti di quelli che arrivano sono già vaccinati? Con quale sicurezza sanitaria immettiamo nel nostro paese persone provenienti da aree endemiche (tbc, poliomielite, meningite, aids, morbillo, lehismaniosi, ecc.)senza alcuna profilassi? Il tema della vaccinazione e rigorosi controlli sarebbe un buon esempio di concessione di diritti in cambio di doveri.

martedì 23 maggio 2017

La Riserva Selvaggia in Europa

Patrice Longour con un bisonte nella sua Riserva di Thorenc
La Riserva del delta del fiume Okavango, in Botswana, sta diventando un arido deserto. Eppure era un paradiso quando la vide per la prima volta il veterinario francese Patrice Longour, ecologista innamorato dell'Africa. Fu lui a darsi da fare per salvare la riserva , per proteggere gli animali selvaggi, tra cui Leoni e Ippopotami, in pericolo. Ma la Grande Riserva del Delta dell'Okavango stava morendo per cause più' grandi di lui e delle sue possibilità'. L'acqua del fiume era sempre di meno, la terra sempre più' arida e le piante e la foresta stavano morendo lasciando un deserto assetato. Il riscaldamento globale e la maggiore richiesta di acqua da parte di una popolazione in crescita esplosiva stavano prosciugando il fiume, facendo morire di sete gli animali e distruggendo la vegetazione. Il Botswana non fa eccezione rispetto agli altri paesi africani, ha una popolazione che cresce rapidamente e ha bisogno di cibo e soprattutto acqua. Le donne fanno ancora dai sette ai dieci figli ciascuna. Nessuno gli da limiti, ne il governo ne le organizzazioni religiose o laiche che dovrebbero educarle. Anzi negano a loro il diritto alla contraccezione, per assurdità' di precetti religiosi o peggio ideologici. Il risultato e' disastroso. Le città' dell'interno , o sarebbe meglio parlare di bidonville visto che la povertà' e la fame la fanno da padroni,hanno una popolazione che non sa più' dove reperire il minimo necessario a sopravvivere e la gente fugge nell'emigrazione o si trasferisce in massa sulle rive del fiume in cerca di acqua per mantenersi in vita, mentre per il resto manca tutto: lavoro, case, cibo, mezzi di trasporto, medicine, servizi. Manca tutto, ma la gente cerca l'acqua. Si e' cercato un accordo con la Namibia che di acqua ne ha di più' ma poi e' saltato tutto e ora si rischia un conflitto per l'acqua. Ci sono stati scontri a fuoco al confine e la lotta per l'acqua e' solo all'inizio. Tutto questo è avvenuto nella indifferenza dei governanti del Botswana, che non hanno mai accettato la riserva se non come occasione di guadagno dal turismo. In queste condizione Patrice Longour ha dovuto abbandonare la lotta, ma un funzionario del governo del Botswana gli ha dato un'idea. Come racconta Longour, il funzionario africano, in risposta alla sua richiesta che il governo locale provvedesse a salvare la riserva con gli animali e la foresta, gli rispose con una frase che lo colpi':" noi abbiamo bisogno del fiume, ne ha bisogno la gente per sopravvivere. La riserva non ci serve. Ma se tieni tanto alla riserva, perché' non la vai a fare a casa tua? Falla in Francia la riserva e lasciaci in pace".
Patrice ci penso' su. Forse il funzionario del Botswana aveva ragione. Forse anche la Francia, la civilissima Francia, la patria dell'Illuminismo e della democrazia occidentale, aveva bisogno di una riserva. Ma una riserva vera, non una scusa par turisti: una riserva che proteggesse animali selvaggi in via di sparizione in Europa, che avesse una adeguata estensione in ettari, che servisse non all'uomo, ma all'ambiente e agli animali , e non fosse solo apparenza. Invece di imporlo agli Africani forse era giusto che gli europei guardassero la trave nei propri occhi e imponessero a se stessi il rispetto e la salvaguardia per le specie che stiamo distruggendo. Pretendiamo che gli africani ci mantengano integri i paradisi terrestri del loro continente con la fauna e la flora originaria di un ambiente unico, ma poi in casa nostra cementifichiamo tutto e ce ne infischiamo dei paradisi, creando un ambiente avvelenato che e' un vero e proprio inferno sulla terra. Patrice accetto' la sfida e torno' in Francia con lo scopo di creare una grande riserva che salvasse animali europei in pericolo per l'azione distruttiva dell'uomo. L'idea di fondo per Patrice era questa: le riserve africane sono un modo per rispettare e preservare la natura in un momento in cui la crescita umana e i consumi che comporta stanno mettendo in pericolo ambiente e le specie animali originarie. A maggior ragione questo e' necessario in un continente come l'Europa massicciamente antropizzato, dove di naturale è rimasto poco. Selvaggio poi per noi europei ha un significato quasi spregiativo, mentre ci sembra civile tutto ciò che è costruito ed artificiale. Una ideologia devastante che ci sta portando alla distruzione del territorio e a porre in pericolo l'uomo stesso, oltre agli animali. Ma l'intento del veterinario francese non era quello di fare l'ennesimo parco ad uso turistico, una operazione commerciale e un modo più' soft di antropizzare. L'intento era quello di fare una riserva vera nel continente europeo che restituisse un territorio ancora incontaminato, la sua flora e la sua fauna, al suo senso originario. Dopo dieci anni di una lotta estenuante contro la burocrazia, contro gli scettici,contro mille difficoltà', Patrice Longour instancabile veterinario di 56 anni, ha convinto sua moglie, Alena, e pochi amici a seguirlo. Ha parlato con tanti amanti della natura, con i politici e con gli investitori, ed e' riuscito a superare l'inerzia dell'amministrazione, convincendo anche un ministro dell'Ecologia. Longour e' andato a cercare un ambiente naturale del sud della Francia e vi ha portato specie selvaggie europee in pericolo come il bisonte europeo, cervi, cavalli di Przewalski, camosci, l'aquila reale e molte altre,libere di vivere in un ambiente unico con praterie e boschi per una estensione di 700 ettari. La riserva si trova a Thorenc nei pressi di Andon nella Provenza, tra le Alpi e la costa azzurra. Oggi, dati i risultati positivi dell'integrazione della fauna selvatica in questo ambiente del sud della Francia, il Dr. Patrice Longour intende estendere il suo progetto ambientale, in particolare dove l'agricoltura moderna non può garantire la sopravvivenza delle aziende agricole tradizionali. Longour ha creato un modello di "ritorno alla natura" in un continente che finora ha visto solo crescere il cemento e la presenza umana. Ha accettato per la sua riserva una quantità' ridotta di visitatori, non con intenti commerciali ma allo scopo di finanziare il progetto; il parco e' più che altro rivolto a favorire l'attività' di ricercatori ed etologi interessati alla protezione delle specie selvatiche europee rimaste. La sua è un'idea nuova: un'idea africana in Europa. Una idea semplice e rivoluzionaria perché si basa su un no netto all'antropizzazione del territorio come modello unico. Un modo concreto per uscire dal modello consueto della urbanizzazione consumistica come unica idea di sviluppo per l'Europa. Un'idea africana per dare ad un continente cementificato una nuova speranza.

mercoledì 17 maggio 2017

Agricoltura e popolazione.

Se analizziamo chimicamente i tessuti di un individuo americano, di un europeo, di un cinese o un indiano, sia che si tratti di un anziano o di un bambino, vi troviamo una discreta quantità di diclorodimetiltricloroetano (DDT). Si tratta di un pesticida insetticida di cui fu vietata la produzione e la vendita negli anni 70 (in Italia nel 1978)perché altamente tossico per l'uomo. Eppure dal 1939 era stato ampiamente impiegato contro zanzare e pidocchi per combattere malaria e tifo. L'uso in agricoltura fu enorme in ogni parte del mondo. Fu molto usato anche in ambito domestico per combattere le mosche. L'esplosione della popolazione mondiale prima durante e dopo la seconda guerra mondiale ne aveva reso necessario l'uso per impedire epidemie e carestie, tanto che nel 1948 il suo scopritore Herman Muller fu insignito del premio Nobel. Un Nobel al veleno. Peccato che fu poi scoperto che si trattava di un prodotto cancerogeno e altamente tossico per uomini e animali. L'ambientalista americana Rachel Carson pubblicò un libro, Primavera Silenziosa uscito nel 1962 , per denunciare la scomparsa di molte specie di uccelli e animali selvatici a causa dell'uso massiccio dell'insetticida. Il DDT è inoltre non degradabile e si mantiene indifinitamente sia nei suoli e nelle acque che negli organismi viventi dove si deposita a livello del tessuto adiposo e nel sistema nervoso.E' questo il motivo per cui, nonostante da molti anni sia proibito, si ritrova tuttora nei nostri tessuti. Oltre che causa di tumori è ritenuto responsabile o corresponsabile di malattie degenerative del sistema nervoso come Alzheimer e Parkinson. L'uso massiccio dei pesticidi era ed è tuttavia necessario in agricoltura, non solo per gli interessi commerciali dei produttori. Una popolazione mondiale cresciuta rapidamente in pochi decenni dal miliardo e mezzo di individui nel dopoguerra agli attuali sette miliardi e mezzo, ha bisogno di una forte crescita della produzione agricola di alimenti. Negli anni 60 si ebbero numerose carestie sia in oriente (India) che in Africa, in quanto le risorse agricole locali non erano in grado di fornire cibo a sufficienza, con milioni di morti per fame e denutrizione. L'uso di pesticidi e fertilizzanti chimici per una agricoltura intensiva che permettesse di sfamare la popolazione in crescita divenne obbligatorio e da allora le carestie si sono ridotte in numero e limitate geograficamente. Il businnes dei fertilizzanti e dei pesticidi si sviluppò enormemente generando alti profitti per i produttori. Al posto del DDT furono sviluppati moltissimi prodotti chimici pesticidi, diserbanti e insetticidi. Le grandi multinazionali come Bayer e Monsanto si misero a produrre e commercializzare una serie di prodotti che hanno invaso tutto il pianeta: dal Toxafene al Cicloesano, agli organofosforici senza o con atomi di zolfo (Parathion), molti dei quali responsabili di cancro (cancro al seno come il Ciclopentadiene, cancro alla vescica o leucemie per gli organofosforici come il Diazinone) o di malattie neurodegenerative in quanto non degradabili e soggetti ad accumulo nei tessuti lipidici e nervosi di uomini e animali. Per la frutta sono largamente diffusi il Malathion, l'Azinfos e il Fosalone potentemente tossici che si accumulano non solo sulla buccia ma anche nella polpa. Molti di questi prodotti bloccano la trasmissione sinaptica del mediatore chimico dell'impulso nervoso (acetilcolina) dando come effetti nausea tremori, disturbi della motilità e dell'equilibrio, deficit cognitivi e a volte perdita di coscienza fino al coma. I carbammati (Carbofuran) con cui sono stati sostituiti alcuni organofosforici si sono rivelati ugualmente tossici e hanno contribuito all'inquinamento diffuso dei suoli e delle acque in tutto il mondo. L'esigenza di aumentare le produzioni per la forte richiesta mondiale di cereali e altri prodotti agricoli come la soia e altri legumi , connessa alla crescita esplosiva della popolazione dalla seconda metà del secolo XX, ha portato all'abbandono della sarchiatura a mano lunga e costosa e all'uso di erbicidi che favorissero l'eliminazione di erbacce e piante estranee alla coltivazione intensiva come l'Atrazina, un composto altamente tossico usato tra l'altro anche nelle guerre o a scopo di deforestazione. Purtroppo l'Atrazina e altri diserbanti hanno oggi un vasto uso mondiale per abbassare i costi e assicurare alte produzioni come richiesto dalla forte necessità di soia e grano dovuta all'eccesso della popolazione planetaria. Anche la creazione di nuovi pascoli per la produzione di carne per far fronte alla richiesta mondiale, richiede l'uso preventivo dei diserbanti e poi di svariati fertilizzanti. Sempre più usati sono i fitormoni e altri ormoni per la crescita degli ortaggi, della frutta o per gli allevamenti con pesanti ripercussioni sulla salute umana (tra l'altro la frutta e la verdura gonfiata con i fitormoni non sa di nulla).
Nel mentre la popolazione umana cresceva a ritmi mai visti, i terreni agricoli diminuivano in maniera altrettanto veloce. Un esempio di questa perdita di terreno agricolo dovuto all'eccesso di popolazione lo abbiamo in Italia nella Val Padana. L'espansione urbana, la cementificazione delle periferie e delle autostrade, le infrastrutture, l'urbanizzazione delle campagne, i centri commerciali, le aree industriali sono tutti fenomeni legati all'antropizzazione del territorio che tolgono suolo all'agricoltura. Ma la crescita della popolazione determina altre condizioni che riducono in molte aree del pianeta i suoli agricoli. Il riscaldamento globale determina siccità in molti luoghi precedentemente fertili. La distruzione delle foreste, gli incendi, l'eccesso di pascolo, la scadente gestione del territorio, la salinizzazione e l'impaludamento dei campi irrigati, il compattamento del suolo per la mancanza di vegetazione, l'esaurimento delle fonti idriche, sono tutti fenomeni dovuti all'eccesso di antropizzazione che riducono i suoli fertili. I cambiamenti climatici stanno inaridendo molte zone dell'Africa e dell'Asia con la modifica del ciclo delle pioggie e l'avanzare della desertificazione. Altre zone, specialmente quelle costiere e del delta di grandi fiumi vanno invece incontro a inondazioni e salificazione. Oggi poi si assiste ad un fenomeno nuovo: l'uso dei terreni per impiantarvi pannelli solari e altre rinnovabili, un uso sempre più diffuso che riduce ulteriormente il suolo agricolo. La continua richiesta di energia da rinnovabili è anch'essa un portato dell'aumento della popolazione residente. La riduzione del suolo agricolo produttivo e il contestuale aumento della richiesta di cibo per la crescita demografica diviene così un cocktail micidiale che, onde evitare carestie catastrofiche richiede necessariamente il ricorso alla chimica, con i fertilizzanti e i pesticidi. Si innesca un circolo vizioso in cui l'aumento della popolazione aumenta l'uso di tossici e questi ricadono a loro volta sulla popolazione perché non solo inquinano l'ambiente di vita antropica ma vi persistono accumulandosi. Tutti noi attraverso il cibo e l'acqua assumiamo i composti organofosforici e gli altri pesticidi usati nei tempi recenti ma anche quelli usati decine di anni fa, come è il caso del DDT. Ogni bambino che nasce ha già nel suo corpo gli inquinanti assunti attraverso la madre e dall'ambiente. Il problema è che quegli inquinanti che intossicano i neonati sono gli stessi che consentono a tanti neonati di nascere, assicurando cibo sufficiente a loro e alle madri. Anche l'uomo diviene così una pro-duzione, un prodotto che si replica per la presenza di altri prodotti in un processo continuo che è fine a se stesso. Fine e e causa allo stesso tempo.
La trasformazione che la sovrappopolazione porta nell'agricoltura è drammatica. A questa trasformazione danno il loro fondamentale contributo le ditte specializzate nel settore che hanno beneficiato da oltre un secolo delle maggiori richieste di cibo dovute all'esplosione demografica, portandole ai vertici di Wall Street. Vediamo quanto accaduto nel caso Monsanto, la multinazionale che fabbrica fertilizzanti e antiparassitari in agricoltura che oggi, sulla spinta degli sviluppi tecnologici si dedica anche al settore biotech. La Monsanto nata nel 1901 a Saint Luis ha inondato prima gli Stati Uniti e poi il mondo intero dei suoi pesticidi per poi evolversi negli anni 60 nella produzione strategica di erbicidi come il famigerato Agente Orange usato in Vietnam con il pazzesco proposito di distruggere tutta la vegetazione e le foglie degli alberi di tutto il paese per scovare i Vietcong. Negli anni ottanta la Monsanto scopre il il glifosato, sostanza base per molti erbicidi, e soprattutto del tristemente famoso Roundup. Il Roundup è un pesticida potente, e conveniente, che dà alla Monsanto profitti del 20% annui, facendole scalare il top delle multinazionali. Però ha un difetto: fa male agli umani. I disordini provocati dal glifosato sono noti e documentati, ma le lobbies pro-pesticidi sono ormai potentissime, inarrestabili. La Monsanto non si ferma perché i profitti sono alle stelle e le esigenze degli agricoltori crescono insieme alla richiesta mondiale di cibo. Si dedica allora alle biotecnologie e alle modifiche del Dna delle piante. La Monsanto viene fuori con una nuova tecnologia che apre campi inesplorati. La grande pensata è questa: fabbrichiamo una specie di semente resistente al glifosato, così possiamo vendere le sementi super-resistenti, che si chiameranno Roundup ready, insieme al Roundup stesso. Così possiamo continuare a prendere due piccioni con una fava: vendere le sementi, e ancor più pesticida Roundup, un pacchetto doppio che abbiamo solo noi. Dal 1997 la Monsanto comincia a vendere soia, mais e colza transgenici, cioè con un gene che li fa resistenti al Roundup. Ci prova anche con il cotone, ma gli va male. Però soia, mais e colza vanno bene, e arriveranno, per vie traverse e spesso complicate, sulle tavole di tutto il mondo, ormai abituate a prodotti con dentro di tutto. Le sementi vendute dalla multinazionale oltre al trattamento del Dna subiscono quanto segue: immerse in acidi che aumentano la permeabilità, vengono intrise di antiparassitari altamente tossici, e dopo asciugate vendute piene di veleni che evitano al seme di venire mangiato dai parassiti prima della nascita della pianta. Una tecnologia estrema che avvelena la pianta e il terreno già a partire dal seme.
La vendita delle sementi-alien è certa perché gli agricoltori non vogliono perdite e i margini sono già stretti. Così come è certa la vendita dei prodotti, basta che siano colorati, pubblicizzati e venduti nei supermercati come prodotti nuovi, con i nomi degli ingredienti così piccoli che non li legge neanche un notaio. E non è finita. Nel 1998 una delle nuove aziende Biotech, la Delta e Pine Land, si è inventata e brevettata una tecnica di nome «sistema di protezione della tecnologia» che è una modifica genetica alla pianta, a molte piante, che le fa sterili. Come ogni persona di buon senso può capire, è peggio della bomba atomica. Possono sterilizzare una pianta, e quindi, se ti costringono a usare i loro semi, te li possono rivendere anno dopo anno: sei nelle loro mani. Ora tutto questo non avviene , come sento spesso dire dai verdi, perché alla Monsanto sono brutti e cattivi. O almeno non solo per questo. Semplicemente fanno i loro interessi in un mondo che viaggia sulla produzione e la produzione richiede profitti. La Monsanto e le altre multinazionali della chimica applicata alla produzione di cibo prosperano perché il mondo richiede sempre maggiori quantità di cibo e questa maggiore necessità si accompagna a minore disponibilità di terre e a un cambiamento climatico che sta distruggendo l'agricoltura tradizionale. E se il mondo in questi ultimi 50 anni ha decuplicato le richieste di cibo non è perché ci sono le multinazionali che lo producono o lo fanno produrre. Ma è perché il pianeta è passato in pochi decenni da due a ben otto miliardi di bocche da sfamare. La Monsanto e le altre multinazionali che producono la chimica che assicura questa trasformazione dell'agricoltura continueranno a prosperare e a fare altri danni fintanto che la popolazione continuerà a crescere nel modo in cui è cresciuta in questi decenni. E noi e i nostri figli continueremo ad essere avvelenati dai tossici necessari a mantenere alta la produzione agricola. Ogni anno migliaia e migliaia di tonnellate di fertilizzanti, diserbanti e pesticidi si aggiungeranno e si diffonderanno nei suoli e nelle acque del nostro pianeta e nessuno riuscirà a fermare la produzione e la commercializzazione dei veleni fino a ché le grandi menti degli ambientalisti e l'opinione pubblica mondiale prenderà coscienza che il problema è uno solo: la demografia impazzita della nostra specie.

sabato 6 maggio 2017

Transizione e Fake news

Come l'Araba Fenice che vi sia ciascun lo dice dove sia nessun lo sa. Mi riferisco all'idea, tanto cara agli ambientalisti, di transizione demografica. Durante la trasmissione di notizie e commenti sulla radio Rai due del mattino, giovedì scorso dedicata al riscaldamento atmosferico globale, un ascoltatore ha l'impudenza di dichiarare: "quando io sono nato, nel 1951, c'erano nel mondo 1,5 miliardi di abitanti ed oggi, nell'arco della mia vita, ce ne sono quasi otto miliardi. Questo è il problema principale. Questa è la causa, insieme ai consumi aumentati di conseguenza, del riscaldamento globale". Silenzio ed imbarazzo per qualche secondo in studio. Poi il giornalista che conduce chiama in aiuto l'ambientalista presente (di cui non ricordo il nome, ma che potremmo chiamare Morfeo)il quale subito tranquillizza gli ascoltatori: questo della sovrappopolazione è un falso problema, in quanto al sopraggiungere dei 9 miliardi sul pianeta ci sarà la Transizione Demografica e la popolazione si stabilizzerà per poi lentamente calare.
Io invece ritengo che se qualcosa di falso c'è in tutto questo è proprio l'idea della transizione demografica. Si tratta di un classico esempio di Fake News. Lo stesso Onu, in particolare la Commissione di esperti che si interessa dei temi demografici e ambientali, ha dovuto recentemente rivedere per l'ennesima volta le sue stime sulla transizione. La storia della transizione è lunga. Con il termine “transizione demografica”, i demografi intendono il passaggio dal regime demografico tradizionale, basato su alti livelli sia di natalità sia di mortalità, soprattutto infantile, al regime demografico moderno, che è viceversa caratterizzato dai bassi livelli sia delle nascite sia dei decessi. La transizione demografica passa attraverso due fasi: nella prima si verifica una forte crescita della popolazione, perché la mortalità inizia a calare prima della natalità; nella seconda fase della transizione demografica la crescita rallenta, fino ad azzerarsi. Va sottolineato che è la crescita a diminuire, non la popolazione in termini assoluti: questa continua a crescere, sia pure più lentamente, perché il calo della mortalità consente a molte più persone di vivere molto più a lungo. Negli anni 70 i demografi stimavano che la transizione alla dinamica demografica moderna (bassa natalità e bassa mortalità globale nel pianeta) si potesse raggiungere superati i tre miliardi di umani. I fatti li smentirono rapidamente. I demografi si erano concentrati sull'occidente, dimenticandosi il resto del mondo; pensavano che tutti si sarebbero adeguati ai tassi occidentali con l'arrivo dello sviluppo ma, a parte che questo era un processo molto più lento del previsto, altri fattori influivano sulle dinamiche allontanando la transizione. I demografi fissarono allora l'asticella ai 6 miliardi e dopo il 2000, poi sarebbe intervenuta la transizione. Ma anche questa volta l'Araba Fenice non era là. Nel frattempo il pianeta correva verso l'inquinamento, l'esaurimento delle risorse, l'avvelenamento dell'aria e delle acque, la plastificazione dei mari, la deforestazione, la desertificazione, la cementificazione, lo scioglimento dei poli, il riscaldamento globale. I gran cervelloni delle statistiche demografiche trovarono così una nuova soglia, i nove miliardi, raggiunta la quale il mondo sarebbe passato dalla crescita iperbolica alla stabilità demografica. Si fissò la soglia temporale alla fine del XXI secolo, poi resisi conto che i nove miliardi sarebbero stati raggiunti molto prima si parlò del 2050. E' della fine del 2015 l'ennesimo cambio di prospettiva degli esperti dell'Onu: preso atto che la popolazione mondiale continua a crescere di circa 90 milioni di umani ogni anno(un paese come il Pakistan che ogni anno si aggiunge al pianeta) e non vi sono segni di rallentamento, hanno spostata l'asticella a 11 miliardi per la fine del secolo. A quando la prossima correzione in avanti? Arriveranno i 15 miliardi, poi i venti...poi bisognerà vedere se il pianeta ci sarà ancora.
Che cosa non funziona nell'idea di Transizione?
La transizione demografica dipende da fattori diversi (i progressi agricoli, l'inurbamento delle popolazioni e il modello di vita urbano e industriale, la scolarizzazione, e altri processi a questi connessi, primo tra tutti l’emancipazione femminile) che nel loro insieme vengono chiamati modernizzazione. Come noto, essa ha riguardato per primi i paesi economicamente avanzati del cosiddetto “Nord del mondo” (Europa, Nord America, Giappone, Australia); solo in seguito, e con tempi e ritmi molto diversi, essa ha coinvolto i paesi poveri del cosiddetto “Sud del mondo” (Asia, Africa, America Latina). Nel “regime demografico tradizionale”, cioè dalla rivoluzione neolitica fino alla metà del Settecento in Europa (ma fino al Novecento, nel resto del mondo), la crescita della popolazione era lenta e discontinua: mediamente, ogni donna generava 5-6 figli, ma oltre la metà di essi moriva in età infantile o prima di arrivare all’età adulta. A un’alta natalità corrispondeva perciò un’alta mortalità, soprattutto infantile, per cui la popolazione era composta in gran parte da giovani: tra i molti che nascevano, pochi diventavano vecchi. Inoltre, la popolazione aumentava lentamente perché le fasi di crescita demografica (legate a un aumento di risorse alimentari disponibili) erano seguite da drammatiche fasi di calo, dovute a carestie alimentari e a epidemie di malattie infettive, a guerre. La prima fase della transizione demografica, cioè un intenso e prolungato aumento della popolazione, iniziò in Europa occidentale nella seconda metà del Settecento e si estese all’Europa orientale e meridionale nel secondo Ottocento. Tale aumento fu dovuto al fatto che la natalità rimase alta ma la mortalità diminuì, a causa della scomparsa della peste, dell’aumento delle risorse alimentari, poi delle migliorate condizioni igieniche delle città: queste cause erano in gran parte legate alle rivoluzioni agricola, industriale e dei trasporti, e ciò spiega la precocità della transizione in Inghilterra e nell’Europa nord-occidentale, rispetto al resto del continente. I progressi della medicina contribuirono alla riduzione delle epidemie e della mortalità, in particolare le regole di antisepsi e le vaccinazioni. Con un’alta natalità e una mortalità in calo, la popolazione europea aumentò molto e rapidamente tra l’Ottocento e il 1914, tanto che in quel periodo 50 milioni di europei emigrarono verso le Americhe e l’Australia. Fu un esodo di dimensioni senza precedenti nella storia, reso possibile da condizioni particolarissime: quei continenti erano semi-spopolati, anche per il tracollo demografico dei nativi, provocato dal contatto con gli europei a seguito delle conquiste coloniali dei secoli precedenti. Una conseguenza involontaria di quella prima grande esplosione demografica fu l'aumento della aggressività e della conflittualità nel continente europeo, che fu tra le cause che portarono al primo conflitto mondiale.
Poi, dall’inizio del Novecento (anche prima, in Europa nord-occidentale; ma solo dopo la Prima guerra mondiale nell’Europa orientale e meridionale), iniziò la seconda fase della cosidetta transizione demografica, cioè il progressivo rallentamento della crescita. Ciò fu dovuto al fatto che, mentre proseguiva il calo della mortalità (ora dovuto soprattutto ai progressi medico-sanitari), iniziò a rallentare anche la natalità, per cause legate all’industrializzazione e all’urbanizzazione: mentre per i contadini i figli costituivano, già dall’infanzia, utili braccia da lavoro nei campi, in città essi diventavano bocche da sfamare, tanto più costose quanto più si diffondeva la scolarizzazione obbligatoria e venivano posti limiti al lavoro minorile in fabbrica. Il calo della natalità fu anche un effetto del calo della mortalità: nelle società agrarie tradizionali, che non avevano sistemi pensionistici, i figli erano “il bastone della vecchiaia”, e proprio l’alta mortalità spingeva all’alta procreazione. Man mano che aumentarono i figli che sopravvivevano, i genitori iniziarono a generarne un numero minore. Ciò fu al contempo causa ed effetto di una grande trasformazione della mentalità e dei comportamenti, in cui ebbe un ruolo fondamentale la progressiva emancipazione femminile, nella seconda metà del Novecento: si passò da un sistema di procreazione naturale a forme sempre più efficaci di controllo e di programmazione delle nascite (la “pillola” contraccettiva iniziò a diffondersi negli anni ’60). L'emencipazione femminile è in rapporto di causa effetto con la natalità, in quanto un minor numero di figli significa più tempo da dedicare allo studio, al lavoro, al progresso sociale e alla presa di coscienza sui diritti della donna. In tutta Europa il calo della natalità iniziò negli anni ’20 e fu molto forte durante la Seconda guerra mondiale. Dopo una temporanea inversione di tendenza dal dopoguerra agli anni ’60 (il cosiddetto “baby-boom”), la natalità tornò a calare fino a toccare negli anni settanta la cosiddetta “crescita 0”, cioè un equilibrio al ribasso tra nati e morti, in tutto il Nord del mondo: così si concluse la transizione, che instaurò il regime demografico moderno, ma solo in una parte dell'occidente. Questo modello non è così automatico come si potrebbe pensare. In particolare su di esso influiscono le condizioni ambientali, culturali, le tradizioni, la tecnologia a disposizione, le modificazioni dei trasporti, le visioni del mondo, le dinamiche interne alle varie nazioni e molto altro. Quello che era accaduto in occidente non si è verificato in altre regioni del mondo e in altre culture. Nel Sud del mondo, la grande crescita legata alla prima fase della transizione demografica iniziò nella prima metà del Novecento – proprio quando nel Nord stava rallentando – e si manifestò soprattutto tra gli anni ‘50 e i ‘70, cioè in un arco di tempo molto più breve e in modo molto più intenso di quanto era accaduto nel Nord. Ciò accadde per effetto di due fenomeni combinati: 1. la mortalità diminuì rapidamente, a causa della diffusione dal Nord al Sud degli antibiotici e delle vaccinazioni contro le malattie infettive (anche se la mortalità è rimasta molto più alta che nel Nord); 2. la natalità continuò a essere alta, per il permanere di modelli culturali tradizionali, in società agrarie, basate su una forte subalternità delle donne, che iniziavano prestissimo (14-15 anni) a generare figli. Questa mentalità, a differenza dell'occidente, si è dimostrata molto più radicata per effetto di tradizioni e influenze religiose. Si innescò così in quei paesi la cosiddetta “bomba demografica”, cioè un enorme aumento della popolazione. A queste cause si sono aggiunte fattori come la globalizzazione e la perdita delle identità nazionali dovuti alla finanziarizzazione degli stati. Se in occidente ciò si è tradotto in una perdita di significato delle frontiere e dei confini nazionali, nel sud del mondo la globalizzazione ha aperte aspettative e speranze di un rapido salto di qualità nel modo di vivere e ha spinto le famiglie a mantenere alti i tassi di natalità, nonostante l'assenza di adeguate risorse locali. Con la diffusione delle tecniche sanitarie e gli aiuti alimentari dai paesi avanzati sono venuti a mancare importanti fattori di limitazione spontanea delle nascite in molte regioni del globo, come l'africa sub-sahariana o l'estremo oriente. La natalità, ad esempio, è divenuta in certe regioni fattore di crescita economica in quanto rende l'emigrazione una risorsa sia con le rimesse che con l'aumento dei rapporti commerciali. Inoltre, gli aiuti a pioggia permettono la sopravvivenza di economie basate sull'agricoltura in forme poco organizzate e scarsa tecnologia, che richiedono quindi la presenza di molte braccia e rendono conveniente ancora gli alti tassi di natalità, pur in presenza di una importante riduzione della mortalità sia infantile che degli adulti. Al mantenimento della crescita della popolazione in numero assoluto (al di fuori delle statistiche che parlano di riduzioni percentuali) sta poi il fenomeno dell'ampliamento della base numerica cui si applicano i tassi di natalità: anche quando questi si riducono leggermente l'applicazione a un numero sempre più grande di donne fertili assicura crescita netta della popolazione come numeri assoluti. Un tasso ad esempio di 2,5 ha significato diverso su una base di 10 milioni di individui rispetto ad una di 100 milioni, anche se statisticamente la natalità rimane stabile. A questo proposito vediamo quello che si è verificato e che si verificherà in prospettiva fino al 2050 in due paesi europei e in due africani (pur diversi tra loro per economia e dinamiche sociali) nella seguente tabella:
Come si può vedere tra i paesi europei, mentre in Francia la popolazione continua a crescere ad un certo ritmo soprattutto per la natalità tra gli immigrati, in Italia c'è secondo i demografi una stabilizzazione (tutta da verificare, in presenza degli attuali tassi di natalità e immigrazione). Nei paesi Africani invece prevale un boom demografico di cui, nonostante le chiacchiere sulla transizione demografica, non si prevede un rallentamento. Per l'Egitto alcuni parlano addirittura di 145 milioni per il 2050, ma quello che colpisce è l'Etiopia passata da 4 milioni nel 1900 a 190 milioni nel 2050. Nella tabella non è riportata la Nigeria in cui si prevedono 400 milioni nel 2050 (gli abitanti di tutta l'africa negli anni 60 del novecento). Tutto questo accade in un pianeta sempre più sconvolto dagli effetti della sovrappopolazione. Nessuna favoletta sulla transizione, una transizione di cui per ora non si vede il minimo segno nonostante tutte le balle raccontate dai demografi, può essere una scusa per non fare nulla, come ha affermato con sicumera l'ambientalista su Radio2. Non si può affidare la nostra salvezza e quella di tutte le altre specie viventi ad una attesa messianica che non si verificherà mai se non faremo subito qualcosa per arrestare il tumore umano.