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venerdì 26 maggio 2017

Vaccinazioni e incongruenze

Allora cerchiamo di ricapitolare alcuni punti in tema di malattie infettive e vaccinazioni in Italia. Il Ministero della sanità ci rassicura che i casi di meningite da meningococco in Italia sono in linea con quelli degli anni scorsi, e sono stabili da decenni. Bene, ma allora, se non ci sono aumenti di casi in corso, perché inserire la vaccinazione antimeningococco B e C tra quelle obbligatorie con il recente decreto legge?
Sempre al riguardo del vaccino anti-meningite ci viene detto che non è vero che il meningococco ci venga portato dai migranti dell'area africana (soprattutto zona sub-sahariana). Lì ci sono molti casi di meningite ma non hanno nulla a che vedere con i casi in Italia (dove prevalgono i ceppi B e C) in quanto i casi africani sono da ceppi e sottogruppi diversi dai nostri, è il mantra che continuamente ci ripetono giornalisti, politici ed esperti del ministero. Bene, ma allora perché se uno va sul sito "Viaggiaresicuri" del Ministero degli Esteri vi trova che per viaggiare nell'Africa sub-sahariana è necessario vaccinarsi contro il meningococco B e C?
Per quanto riguarda il morbillo ci dice il Ministro della Sanità che ci sono 2000 casi solo in questi primi mesi del 2017 a fronte dei 200 dell'anno scorso. Anche in questo caso la colpa, dice il Ministro, è degli Italiani che non si vaccinano, pertanto viene introdotta l'obbligatorietà per i bambini. L'obbligo, spiegano, serve non solo a proteggere dalla malattia ma anche a ridurre i portatori del virus che spesso alberga nei non vaccinati. Con una certa demagogia ci viene spiegato che vaccinarsi è un obbligo sociale perché protegge anche i bambini e adulti sensibili per immunodeficienza e in ogni caso riduce l'incidenza e le complicazioni, tra cui le invalidità permanenti (ad esempio per encefalite) e la mortalità da morbillo. Vaccinando tutti i bambini e diminuendo il numero complessivo dei non vaccinati, ci spiegano, si riduce la circolazione del virus. Anche a questo scopo viene introdotta l'obbligatorietà. Benissimo.
Ma sempre leggendo il sito Viaggiareinformati del Ministero degli Esteri si scopre che il morbillo è endemico in varie zone dell'Africa e del Medio Oriente e per recarsi in quei paesi è necessario vaccinarsi. Vuoi vedere allora che l'aumento di casi in atto in Italia viene sia a causa degli italiani che non si vaccinano, sia da coloro che immigrano illegalmente senza essere soggetti a controllo sanitario e obbligo alla profilassi vaccinale? Che l'immigrazione possa portare il morbillo lo testimonia una legge dell'Arabia Saudita, paese che riceve ogni anno centinaia di migliaia di pellegrini alla Mecca e dove il politicamente corretto non vige. L'Arabia, si scopre leggendo le regole per il pellegrinaggio, prevede l'obbligo per il pellegrino di vaccinarsi contro il morbillo e di fornire alle autorità locali il certificato di avvenuta vaccinazione.
Come mai il Ministero italiano introduce l'obbligo di vaccinarsi per i bambini italiani e lo raccomanda per molti adulti a rischio e non prevede nessun obbligo per chi arriva nel nostro paese sui barconi? Perché non si fa come in altri paesi che vaccinano obbligatoriamente i richiedenti asilo? Demagogia dopo demagogia siamo l'unico paese al mondo che prevede l'obbligatorietà per i propri cittadini per ben dodici vaccinazioni con gravi pene per i non adempienti, tra cui la perdita della genitorialità. Molti paese europei non hanno alcuna vaccinazione obbligatoria, tra cui Inghilterra, Austria e Germania. La Francia prevede l'obbligo per solo 4 vaccini. Il Belgio per uno. Negli Stati Uniti sette vaccini sono raccomandati per l'iscrizione nelle scuole, ma sono ammesse deroghe per credenze religiose o filosofiche (non sono previste sanzioni). L'Italia è il paese con il più alto numero di obblighi vaccinali per i suoi cittadini, e nessun obbligo sanitario per chi è illegale, a cui è riservato solo un superficiale ed inefficace controllo di scabbia e altre malattie cutanee, unendo ad una abissale inefficienza una altrettanta abissale arroganza di stato. Si concedono a gogo diritti e assistenza, ma non si sottopongono a controlli sufficienti e a obblighi vaccinali i migranti lasciando -all'italiana- che operatori della marina e ong si proteggano con mascherine e tute anticontagio, e abbandonando poi il resto della popolazione ai rischi di un mancato controllo sanitario. Quanti di quelli che arrivano sono già vaccinati? Con quale sicurezza sanitaria immettiamo nel nostro paese persone provenienti da aree endemiche (tbc, poliomielite, meningite, aids, morbillo, lehismaniosi, ecc.)senza alcuna profilassi? Il tema della vaccinazione e rigorosi controlli sarebbe un buon esempio di concessione di diritti in cambio di doveri.

martedì 23 maggio 2017

La Riserva Selvaggia in Europa

Patrice Longour con un bisonte nella sua Riserva di Thorenc
La Riserva del delta del fiume Okavango, in Botswana, sta diventando un arido deserto. Eppure era un paradiso quando la vide per la prima volta il veterinario francese Patrice Longour, ecologista innamorato dell'Africa. Fu lui a darsi da fare per salvare la riserva , per proteggere gli animali selvaggi, tra cui Leoni e Ippopotami, in pericolo. Ma la Grande Riserva del Delta dell'Okavango stava morendo per cause più' grandi di lui e delle sue possibilità'. L'acqua del fiume era sempre di meno, la terra sempre più' arida e le piante e la foresta stavano morendo lasciando un deserto assetato. Il riscaldamento globale e la maggiore richiesta di acqua da parte di una popolazione in crescita esplosiva stavano prosciugando il fiume, facendo morire di sete gli animali e distruggendo la vegetazione. Il Botswana non fa eccezione rispetto agli altri paesi africani, ha una popolazione che cresce rapidamente e ha bisogno di cibo e soprattutto acqua. Le donne fanno ancora dai sette ai dieci figli ciascuna. Nessuno gli da limiti, ne il governo ne le organizzazioni religiose o laiche che dovrebbero educarle. Anzi negano a loro il diritto alla contraccezione, per assurdità' di precetti religiosi o peggio ideologici. Il risultato e' disastroso. Le città' dell'interno , o sarebbe meglio parlare di bidonville visto che la povertà' e la fame la fanno da padroni,hanno una popolazione che non sa più' dove reperire il minimo necessario a sopravvivere e la gente fugge nell'emigrazione o si trasferisce in massa sulle rive del fiume in cerca di acqua per mantenersi in vita, mentre per il resto manca tutto: lavoro, case, cibo, mezzi di trasporto, medicine, servizi. Manca tutto, ma la gente cerca l'acqua. Si e' cercato un accordo con la Namibia che di acqua ne ha di più' ma poi e' saltato tutto e ora si rischia un conflitto per l'acqua. Ci sono stati scontri a fuoco al confine e la lotta per l'acqua e' solo all'inizio. Tutto questo è avvenuto nella indifferenza dei governanti del Botswana, che non hanno mai accettato la riserva se non come occasione di guadagno dal turismo. In queste condizione Patrice Longour ha dovuto abbandonare la lotta, ma un funzionario del governo del Botswana gli ha dato un'idea. Come racconta Longour, il funzionario africano, in risposta alla sua richiesta che il governo locale provvedesse a salvare la riserva con gli animali e la foresta, gli rispose con una frase che lo colpi':" noi abbiamo bisogno del fiume, ne ha bisogno la gente per sopravvivere. La riserva non ci serve. Ma se tieni tanto alla riserva, perché' non la vai a fare a casa tua? Falla in Francia la riserva e lasciaci in pace".
Patrice ci penso' su. Forse il funzionario del Botswana aveva ragione. Forse anche la Francia, la civilissima Francia, la patria dell'Illuminismo e della democrazia occidentale, aveva bisogno di una riserva. Ma una riserva vera, non una scusa par turisti: una riserva che proteggesse animali selvaggi in via di sparizione in Europa, che avesse una adeguata estensione in ettari, che servisse non all'uomo, ma all'ambiente e agli animali , e non fosse solo apparenza. Invece di imporlo agli Africani forse era giusto che gli europei guardassero la trave nei propri occhi e imponessero a se stessi il rispetto e la salvaguardia per le specie che stiamo distruggendo. Pretendiamo che gli africani ci mantengano integri i paradisi terrestri del loro continente con la fauna e la flora originaria di un ambiente unico, ma poi in casa nostra cementifichiamo tutto e ce ne infischiamo dei paradisi, creando un ambiente avvelenato che e' un vero e proprio inferno sulla terra. Patrice accetto' la sfida e torno' in Francia con lo scopo di creare una grande riserva che salvasse animali europei in pericolo per l'azione distruttiva dell'uomo. L'idea di fondo per Patrice era questa: le riserve africane sono un modo per rispettare e preservare la natura in un momento in cui la crescita umana e i consumi che comporta stanno mettendo in pericolo ambiente e le specie animali originarie. A maggior ragione questo e' necessario in un continente come l'Europa massicciamente antropizzato, dove di naturale è rimasto poco. Selvaggio poi per noi europei ha un significato quasi spregiativo, mentre ci sembra civile tutto ciò che è costruito ed artificiale. Una ideologia devastante che ci sta portando alla distruzione del territorio e a porre in pericolo l'uomo stesso, oltre agli animali. Ma l'intento del veterinario francese non era quello di fare l'ennesimo parco ad uso turistico, una operazione commerciale e un modo più' soft di antropizzare. L'intento era quello di fare una riserva vera nel continente europeo che restituisse un territorio ancora incontaminato, la sua flora e la sua fauna, al suo senso originario. Dopo dieci anni di una lotta estenuante contro la burocrazia, contro gli scettici,contro mille difficoltà', Patrice Longour instancabile veterinario di 56 anni, ha convinto sua moglie, Alena, e pochi amici a seguirlo. Ha parlato con tanti amanti della natura, con i politici e con gli investitori, ed e' riuscito a superare l'inerzia dell'amministrazione, convincendo anche un ministro dell'Ecologia. Longour e' andato a cercare un ambiente naturale del sud della Francia e vi ha portato specie selvaggie europee in pericolo come il bisonte europeo, cervi, cavalli di Przewalski, camosci, l'aquila reale e molte altre,libere di vivere in un ambiente unico con praterie e boschi per una estensione di 700 ettari. La riserva si trova a Thorenc nei pressi di Andon nella Provenza, tra le Alpi e la costa azzurra. Oggi, dati i risultati positivi dell'integrazione della fauna selvatica in questo ambiente del sud della Francia, il Dr. Patrice Longour intende estendere il suo progetto ambientale, in particolare dove l'agricoltura moderna non può garantire la sopravvivenza delle aziende agricole tradizionali. Longour ha creato un modello di "ritorno alla natura" in un continente che finora ha visto solo crescere il cemento e la presenza umana. Ha accettato per la sua riserva una quantità' ridotta di visitatori, non con intenti commerciali ma allo scopo di finanziare il progetto; il parco e' più che altro rivolto a favorire l'attività' di ricercatori ed etologi interessati alla protezione delle specie selvatiche europee rimaste. La sua è un'idea nuova: un'idea africana in Europa. Una idea semplice e rivoluzionaria perché si basa su un no netto all'antropizzazione del territorio come modello unico. Un modo concreto per uscire dal modello consueto della urbanizzazione consumistica come unica idea di sviluppo per l'Europa. Un'idea africana per dare ad un continente cementificato una nuova speranza.

mercoledì 17 maggio 2017

Agricoltura e popolazione.

Se analizziamo chimicamente i tessuti di un individuo americano, di un europeo, di un cinese o un indiano, sia che si tratti di un anziano o di un bambino, vi troviamo una discreta quantità di diclorodimetiltricloroetano (DDT). Si tratta di un pesticida insetticida di cui fu vietata la produzione e la vendita negli anni 70 (in Italia nel 1978)perché altamente tossico per l'uomo. Eppure dal 1939 era stato ampiamente impiegato contro zanzare e pidocchi per combattere malaria e tifo. L'uso in agricoltura fu enorme in ogni parte del mondo. Fu molto usato anche in ambito domestico per combattere le mosche. L'esplosione della popolazione mondiale prima durante e dopo la seconda guerra mondiale ne aveva reso necessario l'uso per impedire epidemie e carestie, tanto che nel 1948 il suo scopritore Herman Muller fu insignito del premio Nobel. Un Nobel al veleno. Peccato che fu poi scoperto che si trattava di un prodotto cancerogeno e altamente tossico per uomini e animali. L'ambientalista americana Rachel Carson pubblicò un libro, Primavera Silenziosa uscito nel 1962 , per denunciare la scomparsa di molte specie di uccelli e animali selvatici a causa dell'uso massiccio dell'insetticida. Il DDT è inoltre non degradabile e si mantiene indifinitamente sia nei suoli e nelle acque che negli organismi viventi dove si deposita a livello del tessuto adiposo e nel sistema nervoso.E' questo il motivo per cui, nonostante da molti anni sia proibito, si ritrova tuttora nei nostri tessuti. Oltre che causa di tumori è ritenuto responsabile o corresponsabile di malattie degenerative del sistema nervoso come Alzheimer e Parkinson. L'uso massiccio dei pesticidi era ed è tuttavia necessario in agricoltura, non solo per gli interessi commerciali dei produttori. Una popolazione mondiale cresciuta rapidamente in pochi decenni dal miliardo e mezzo di individui nel dopoguerra agli attuali sette miliardi e mezzo, ha bisogno di una forte crescita della produzione agricola di alimenti. Negli anni 60 si ebbero numerose carestie sia in oriente (India) che in Africa, in quanto le risorse agricole locali non erano in grado di fornire cibo a sufficienza, con milioni di morti per fame e denutrizione. L'uso di pesticidi e fertilizzanti chimici per una agricoltura intensiva che permettesse di sfamare la popolazione in crescita divenne obbligatorio e da allora le carestie si sono ridotte in numero e limitate geograficamente. Il businnes dei fertilizzanti e dei pesticidi si sviluppò enormemente generando alti profitti per i produttori. Al posto del DDT furono sviluppati moltissimi prodotti chimici pesticidi, diserbanti e insetticidi. Le grandi multinazionali come Bayer e Monsanto si misero a produrre e commercializzare una serie di prodotti che hanno invaso tutto il pianeta: dal Toxafene al Cicloesano, agli organofosforici senza o con atomi di zolfo (Parathion), molti dei quali responsabili di cancro (cancro al seno come il Ciclopentadiene, cancro alla vescica o leucemie per gli organofosforici come il Diazinone) o di malattie neurodegenerative in quanto non degradabili e soggetti ad accumulo nei tessuti lipidici e nervosi di uomini e animali. Per la frutta sono largamente diffusi il Malathion, l'Azinfos e il Fosalone potentemente tossici che si accumulano non solo sulla buccia ma anche nella polpa. Molti di questi prodotti bloccano la trasmissione sinaptica del mediatore chimico dell'impulso nervoso (acetilcolina) dando come effetti nausea tremori, disturbi della motilità e dell'equilibrio, deficit cognitivi e a volte perdita di coscienza fino al coma. I carbammati (Carbofuran) con cui sono stati sostituiti alcuni organofosforici si sono rivelati ugualmente tossici e hanno contribuito all'inquinamento diffuso dei suoli e delle acque in tutto il mondo. L'esigenza di aumentare le produzioni per la forte richiesta mondiale di cereali e altri prodotti agricoli come la soia e altri legumi , connessa alla crescita esplosiva della popolazione dalla seconda metà del secolo XX, ha portato all'abbandono della sarchiatura a mano lunga e costosa e all'uso di erbicidi che favorissero l'eliminazione di erbacce e piante estranee alla coltivazione intensiva come l'Atrazina, un composto altamente tossico usato tra l'altro anche nelle guerre o a scopo di deforestazione. Purtroppo l'Atrazina e altri diserbanti hanno oggi un vasto uso mondiale per abbassare i costi e assicurare alte produzioni come richiesto dalla forte necessità di soia e grano dovuta all'eccesso della popolazione planetaria. Anche la creazione di nuovi pascoli per la produzione di carne per far fronte alla richiesta mondiale, richiede l'uso preventivo dei diserbanti e poi di svariati fertilizzanti. Sempre più usati sono i fitormoni e altri ormoni per la crescita degli ortaggi, della frutta o per gli allevamenti con pesanti ripercussioni sulla salute umana (tra l'altro la frutta e la verdura gonfiata con i fitormoni non sa di nulla).
Nel mentre la popolazione umana cresceva a ritmi mai visti, i terreni agricoli diminuivano in maniera altrettanto veloce. Un esempio di questa perdita di terreno agricolo dovuto all'eccesso di popolazione lo abbiamo in Italia nella Val Padana. L'espansione urbana, la cementificazione delle periferie e delle autostrade, le infrastrutture, l'urbanizzazione delle campagne, i centri commerciali, le aree industriali sono tutti fenomeni legati all'antropizzazione del territorio che tolgono suolo all'agricoltura. Ma la crescita della popolazione determina altre condizioni che riducono in molte aree del pianeta i suoli agricoli. Il riscaldamento globale determina siccità in molti luoghi precedentemente fertili. La distruzione delle foreste, gli incendi, l'eccesso di pascolo, la scadente gestione del territorio, la salinizzazione e l'impaludamento dei campi irrigati, il compattamento del suolo per la mancanza di vegetazione, l'esaurimento delle fonti idriche, sono tutti fenomeni dovuti all'eccesso di antropizzazione che riducono i suoli fertili. I cambiamenti climatici stanno inaridendo molte zone dell'Africa e dell'Asia con la modifica del ciclo delle pioggie e l'avanzare della desertificazione. Altre zone, specialmente quelle costiere e del delta di grandi fiumi vanno invece incontro a inondazioni e salificazione. Oggi poi si assiste ad un fenomeno nuovo: l'uso dei terreni per impiantarvi pannelli solari e altre rinnovabili, un uso sempre più diffuso che riduce ulteriormente il suolo agricolo. La continua richiesta di energia da rinnovabili è anch'essa un portato dell'aumento della popolazione residente. La riduzione del suolo agricolo produttivo e il contestuale aumento della richiesta di cibo per la crescita demografica diviene così un cocktail micidiale che, onde evitare carestie catastrofiche richiede necessariamente il ricorso alla chimica, con i fertilizzanti e i pesticidi. Si innesca un circolo vizioso in cui l'aumento della popolazione aumenta l'uso di tossici e questi ricadono a loro volta sulla popolazione perché non solo inquinano l'ambiente di vita antropica ma vi persistono accumulandosi. Tutti noi attraverso il cibo e l'acqua assumiamo i composti organofosforici e gli altri pesticidi usati nei tempi recenti ma anche quelli usati decine di anni fa, come è il caso del DDT. Ogni bambino che nasce ha già nel suo corpo gli inquinanti assunti attraverso la madre e dall'ambiente. Il problema è che quegli inquinanti che intossicano i neonati sono gli stessi che consentono a tanti neonati di nascere, assicurando cibo sufficiente a loro e alle madri. Anche l'uomo diviene così una pro-duzione, un prodotto che si replica per la presenza di altri prodotti in un processo continuo che è fine a se stesso. Fine e e causa allo stesso tempo.
La trasformazione che la sovrappopolazione porta nell'agricoltura è drammatica. A questa trasformazione danno il loro fondamentale contributo le ditte specializzate nel settore che hanno beneficiato da oltre un secolo delle maggiori richieste di cibo dovute all'esplosione demografica, portandole ai vertici di Wall Street. Vediamo quanto accaduto nel caso Monsanto, la multinazionale che fabbrica fertilizzanti e antiparassitari in agricoltura che oggi, sulla spinta degli sviluppi tecnologici si dedica anche al settore biotech. La Monsanto nata nel 1901 a Saint Luis ha inondato prima gli Stati Uniti e poi il mondo intero dei suoi pesticidi per poi evolversi negli anni 60 nella produzione strategica di erbicidi come il famigerato Agente Orange usato in Vietnam con il pazzesco proposito di distruggere tutta la vegetazione e le foglie degli alberi di tutto il paese per scovare i Vietcong. Negli anni ottanta la Monsanto scopre il il glifosato, sostanza base per molti erbicidi, e soprattutto del tristemente famoso Roundup. Il Roundup è un pesticida potente, e conveniente, che dà alla Monsanto profitti del 20% annui, facendole scalare il top delle multinazionali. Però ha un difetto: fa male agli umani. I disordini provocati dal glifosato sono noti e documentati, ma le lobbies pro-pesticidi sono ormai potentissime, inarrestabili. La Monsanto non si ferma perché i profitti sono alle stelle e le esigenze degli agricoltori crescono insieme alla richiesta mondiale di cibo. Si dedica allora alle biotecnologie e alle modifiche del Dna delle piante. La Monsanto viene fuori con una nuova tecnologia che apre campi inesplorati. La grande pensata è questa: fabbrichiamo una specie di semente resistente al glifosato, così possiamo vendere le sementi super-resistenti, che si chiameranno Roundup ready, insieme al Roundup stesso. Così possiamo continuare a prendere due piccioni con una fava: vendere le sementi, e ancor più pesticida Roundup, un pacchetto doppio che abbiamo solo noi. Dal 1997 la Monsanto comincia a vendere soia, mais e colza transgenici, cioè con un gene che li fa resistenti al Roundup. Ci prova anche con il cotone, ma gli va male. Però soia, mais e colza vanno bene, e arriveranno, per vie traverse e spesso complicate, sulle tavole di tutto il mondo, ormai abituate a prodotti con dentro di tutto. Le sementi vendute dalla multinazionale oltre al trattamento del Dna subiscono quanto segue: immerse in acidi che aumentano la permeabilità, vengono intrise di antiparassitari altamente tossici, e dopo asciugate vendute piene di veleni che evitano al seme di venire mangiato dai parassiti prima della nascita della pianta. Una tecnologia estrema che avvelena la pianta e il terreno già a partire dal seme.
La vendita delle sementi-alien è certa perché gli agricoltori non vogliono perdite e i margini sono già stretti. Così come è certa la vendita dei prodotti, basta che siano colorati, pubblicizzati e venduti nei supermercati come prodotti nuovi, con i nomi degli ingredienti così piccoli che non li legge neanche un notaio. E non è finita. Nel 1998 una delle nuove aziende Biotech, la Delta e Pine Land, si è inventata e brevettata una tecnica di nome «sistema di protezione della tecnologia» che è una modifica genetica alla pianta, a molte piante, che le fa sterili. Come ogni persona di buon senso può capire, è peggio della bomba atomica. Possono sterilizzare una pianta, e quindi, se ti costringono a usare i loro semi, te li possono rivendere anno dopo anno: sei nelle loro mani. Ora tutto questo non avviene , come sento spesso dire dai verdi, perché alla Monsanto sono brutti e cattivi. O almeno non solo per questo. Semplicemente fanno i loro interessi in un mondo che viaggia sulla produzione e la produzione richiede profitti. La Monsanto e le altre multinazionali della chimica applicata alla produzione di cibo prosperano perché il mondo richiede sempre maggiori quantità di cibo e questa maggiore necessità si accompagna a minore disponibilità di terre e a un cambiamento climatico che sta distruggendo l'agricoltura tradizionale. E se il mondo in questi ultimi 50 anni ha decuplicato le richieste di cibo non è perché ci sono le multinazionali che lo producono o lo fanno produrre. Ma è perché il pianeta è passato in pochi decenni da due a ben otto miliardi di bocche da sfamare. La Monsanto e le altre multinazionali che producono la chimica che assicura questa trasformazione dell'agricoltura continueranno a prosperare e a fare altri danni fintanto che la popolazione continuerà a crescere nel modo in cui è cresciuta in questi decenni. E noi e i nostri figli continueremo ad essere avvelenati dai tossici necessari a mantenere alta la produzione agricola. Ogni anno migliaia e migliaia di tonnellate di fertilizzanti, diserbanti e pesticidi si aggiungeranno e si diffonderanno nei suoli e nelle acque del nostro pianeta e nessuno riuscirà a fermare la produzione e la commercializzazione dei veleni fino a ché le grandi menti degli ambientalisti e l'opinione pubblica mondiale prenderà coscienza che il problema è uno solo: la demografia impazzita della nostra specie.

sabato 6 maggio 2017

Transizione e Fake news

Come l'Araba Fenice che vi sia ciascun lo dice dove sia nessun lo sa. Mi riferisco all'idea, tanto cara agli ambientalisti, di transizione demografica. Durante la trasmissione di notizie e commenti sulla radio Rai due del mattino, giovedì scorso dedicata al riscaldamento atmosferico globale, un ascoltatore ha l'impudenza di dichiarare: "quando io sono nato, nel 1951, c'erano nel mondo 1,5 miliardi di abitanti ed oggi, nell'arco della mia vita, ce ne sono quasi otto miliardi. Questo è il problema principale. Questa è la causa, insieme ai consumi aumentati di conseguenza, del riscaldamento globale". Silenzio ed imbarazzo per qualche secondo in studio. Poi il giornalista che conduce chiama in aiuto l'ambientalista presente (di cui non ricordo il nome, ma che potremmo chiamare Morfeo)il quale subito tranquillizza gli ascoltatori: questo della sovrappopolazione è un falso problema, in quanto al sopraggiungere dei 9 miliardi sul pianeta ci sarà la Transizione Demografica e la popolazione si stabilizzerà per poi lentamente calare.
Io invece ritengo che se qualcosa di falso c'è in tutto questo è proprio l'idea della transizione demografica. Si tratta di un classico esempio di Fake News. Lo stesso Onu, in particolare la Commissione di esperti che si interessa dei temi demografici e ambientali, ha dovuto recentemente rivedere per l'ennesima volta le sue stime sulla transizione. La storia della transizione è lunga. Con il termine “transizione demografica”, i demografi intendono il passaggio dal regime demografico tradizionale, basato su alti livelli sia di natalità sia di mortalità, soprattutto infantile, al regime demografico moderno, che è viceversa caratterizzato dai bassi livelli sia delle nascite sia dei decessi. La transizione demografica passa attraverso due fasi: nella prima si verifica una forte crescita della popolazione, perché la mortalità inizia a calare prima della natalità; nella seconda fase della transizione demografica la crescita rallenta, fino ad azzerarsi. Va sottolineato che è la crescita a diminuire, non la popolazione in termini assoluti: questa continua a crescere, sia pure più lentamente, perché il calo della mortalità consente a molte più persone di vivere molto più a lungo. Negli anni 70 i demografi stimavano che la transizione alla dinamica demografica moderna (bassa natalità e bassa mortalità globale nel pianeta) si potesse raggiungere superati i tre miliardi di umani. I fatti li smentirono rapidamente. I demografi si erano concentrati sull'occidente, dimenticandosi il resto del mondo; pensavano che tutti si sarebbero adeguati ai tassi occidentali con l'arrivo dello sviluppo ma, a parte che questo era un processo molto più lento del previsto, altri fattori influivano sulle dinamiche allontanando la transizione. I demografi fissarono allora l'asticella ai 6 miliardi e dopo il 2000, poi sarebbe intervenuta la transizione. Ma anche questa volta l'Araba Fenice non era là. Nel frattempo il pianeta correva verso l'inquinamento, l'esaurimento delle risorse, l'avvelenamento dell'aria e delle acque, la plastificazione dei mari, la deforestazione, la desertificazione, la cementificazione, lo scioglimento dei poli, il riscaldamento globale. I gran cervelloni delle statistiche demografiche trovarono così una nuova soglia, i nove miliardi, raggiunta la quale il mondo sarebbe passato dalla crescita iperbolica alla stabilità demografica. Si fissò la soglia temporale alla fine del XXI secolo, poi resisi conto che i nove miliardi sarebbero stati raggiunti molto prima si parlò del 2050. E' della fine del 2015 l'ennesimo cambio di prospettiva degli esperti dell'Onu: preso atto che la popolazione mondiale continua a crescere di circa 90 milioni di umani ogni anno(un paese come il Pakistan che ogni anno si aggiunge al pianeta) e non vi sono segni di rallentamento, hanno spostata l'asticella a 11 miliardi per la fine del secolo. A quando la prossima correzione in avanti? Arriveranno i 15 miliardi, poi i venti...poi bisognerà vedere se il pianeta ci sarà ancora.
Che cosa non funziona nell'idea di Transizione?
La transizione demografica dipende da fattori diversi (i progressi agricoli, l'inurbamento delle popolazioni e il modello di vita urbano e industriale, la scolarizzazione, e altri processi a questi connessi, primo tra tutti l’emancipazione femminile) che nel loro insieme vengono chiamati modernizzazione. Come noto, essa ha riguardato per primi i paesi economicamente avanzati del cosiddetto “Nord del mondo” (Europa, Nord America, Giappone, Australia); solo in seguito, e con tempi e ritmi molto diversi, essa ha coinvolto i paesi poveri del cosiddetto “Sud del mondo” (Asia, Africa, America Latina). Nel “regime demografico tradizionale”, cioè dalla rivoluzione neolitica fino alla metà del Settecento in Europa (ma fino al Novecento, nel resto del mondo), la crescita della popolazione era lenta e discontinua: mediamente, ogni donna generava 5-6 figli, ma oltre la metà di essi moriva in età infantile o prima di arrivare all’età adulta. A un’alta natalità corrispondeva perciò un’alta mortalità, soprattutto infantile, per cui la popolazione era composta in gran parte da giovani: tra i molti che nascevano, pochi diventavano vecchi. Inoltre, la popolazione aumentava lentamente perché le fasi di crescita demografica (legate a un aumento di risorse alimentari disponibili) erano seguite da drammatiche fasi di calo, dovute a carestie alimentari e a epidemie di malattie infettive, a guerre. La prima fase della transizione demografica, cioè un intenso e prolungato aumento della popolazione, iniziò in Europa occidentale nella seconda metà del Settecento e si estese all’Europa orientale e meridionale nel secondo Ottocento. Tale aumento fu dovuto al fatto che la natalità rimase alta ma la mortalità diminuì, a causa della scomparsa della peste, dell’aumento delle risorse alimentari, poi delle migliorate condizioni igieniche delle città: queste cause erano in gran parte legate alle rivoluzioni agricola, industriale e dei trasporti, e ciò spiega la precocità della transizione in Inghilterra e nell’Europa nord-occidentale, rispetto al resto del continente. I progressi della medicina contribuirono alla riduzione delle epidemie e della mortalità, in particolare le regole di antisepsi e le vaccinazioni. Con un’alta natalità e una mortalità in calo, la popolazione europea aumentò molto e rapidamente tra l’Ottocento e il 1914, tanto che in quel periodo 50 milioni di europei emigrarono verso le Americhe e l’Australia. Fu un esodo di dimensioni senza precedenti nella storia, reso possibile da condizioni particolarissime: quei continenti erano semi-spopolati, anche per il tracollo demografico dei nativi, provocato dal contatto con gli europei a seguito delle conquiste coloniali dei secoli precedenti. Una conseguenza involontaria di quella prima grande esplosione demografica fu l'aumento della aggressività e della conflittualità nel continente europeo, che fu tra le cause che portarono al primo conflitto mondiale.
Poi, dall’inizio del Novecento (anche prima, in Europa nord-occidentale; ma solo dopo la Prima guerra mondiale nell’Europa orientale e meridionale), iniziò la seconda fase della cosidetta transizione demografica, cioè il progressivo rallentamento della crescita. Ciò fu dovuto al fatto che, mentre proseguiva il calo della mortalità (ora dovuto soprattutto ai progressi medico-sanitari), iniziò a rallentare anche la natalità, per cause legate all’industrializzazione e all’urbanizzazione: mentre per i contadini i figli costituivano, già dall’infanzia, utili braccia da lavoro nei campi, in città essi diventavano bocche da sfamare, tanto più costose quanto più si diffondeva la scolarizzazione obbligatoria e venivano posti limiti al lavoro minorile in fabbrica. Il calo della natalità fu anche un effetto del calo della mortalità: nelle società agrarie tradizionali, che non avevano sistemi pensionistici, i figli erano “il bastone della vecchiaia”, e proprio l’alta mortalità spingeva all’alta procreazione. Man mano che aumentarono i figli che sopravvivevano, i genitori iniziarono a generarne un numero minore. Ciò fu al contempo causa ed effetto di una grande trasformazione della mentalità e dei comportamenti, in cui ebbe un ruolo fondamentale la progressiva emancipazione femminile, nella seconda metà del Novecento: si passò da un sistema di procreazione naturale a forme sempre più efficaci di controllo e di programmazione delle nascite (la “pillola” contraccettiva iniziò a diffondersi negli anni ’60). L'emencipazione femminile è in rapporto di causa effetto con la natalità, in quanto un minor numero di figli significa più tempo da dedicare allo studio, al lavoro, al progresso sociale e alla presa di coscienza sui diritti della donna. In tutta Europa il calo della natalità iniziò negli anni ’20 e fu molto forte durante la Seconda guerra mondiale. Dopo una temporanea inversione di tendenza dal dopoguerra agli anni ’60 (il cosiddetto “baby-boom”), la natalità tornò a calare fino a toccare negli anni settanta la cosiddetta “crescita 0”, cioè un equilibrio al ribasso tra nati e morti, in tutto il Nord del mondo: così si concluse la transizione, che instaurò il regime demografico moderno, ma solo in una parte dell'occidente. Questo modello non è così automatico come si potrebbe pensare. In particolare su di esso influiscono le condizioni ambientali, culturali, le tradizioni, la tecnologia a disposizione, le modificazioni dei trasporti, le visioni del mondo, le dinamiche interne alle varie nazioni e molto altro. Quello che era accaduto in occidente non si è verificato in altre regioni del mondo e in altre culture. Nel Sud del mondo, la grande crescita legata alla prima fase della transizione demografica iniziò nella prima metà del Novecento – proprio quando nel Nord stava rallentando – e si manifestò soprattutto tra gli anni ‘50 e i ‘70, cioè in un arco di tempo molto più breve e in modo molto più intenso di quanto era accaduto nel Nord. Ciò accadde per effetto di due fenomeni combinati: 1. la mortalità diminuì rapidamente, a causa della diffusione dal Nord al Sud degli antibiotici e delle vaccinazioni contro le malattie infettive (anche se la mortalità è rimasta molto più alta che nel Nord); 2. la natalità continuò a essere alta, per il permanere di modelli culturali tradizionali, in società agrarie, basate su una forte subalternità delle donne, che iniziavano prestissimo (14-15 anni) a generare figli. Questa mentalità, a differenza dell'occidente, si è dimostrata molto più radicata per effetto di tradizioni e influenze religiose. Si innescò così in quei paesi la cosiddetta “bomba demografica”, cioè un enorme aumento della popolazione. A queste cause si sono aggiunte fattori come la globalizzazione e la perdita delle identità nazionali dovuti alla finanziarizzazione degli stati. Se in occidente ciò si è tradotto in una perdita di significato delle frontiere e dei confini nazionali, nel sud del mondo la globalizzazione ha aperte aspettative e speranze di un rapido salto di qualità nel modo di vivere e ha spinto le famiglie a mantenere alti i tassi di natalità, nonostante l'assenza di adeguate risorse locali. Con la diffusione delle tecniche sanitarie e gli aiuti alimentari dai paesi avanzati sono venuti a mancare importanti fattori di limitazione spontanea delle nascite in molte regioni del globo, come l'africa sub-sahariana o l'estremo oriente. La natalità, ad esempio, è divenuta in certe regioni fattore di crescita economica in quanto rende l'emigrazione una risorsa sia con le rimesse che con l'aumento dei rapporti commerciali. Inoltre, gli aiuti a pioggia permettono la sopravvivenza di economie basate sull'agricoltura in forme poco organizzate e scarsa tecnologia, che richiedono quindi la presenza di molte braccia e rendono conveniente ancora gli alti tassi di natalità, pur in presenza di una importante riduzione della mortalità sia infantile che degli adulti. Al mantenimento della crescita della popolazione in numero assoluto (al di fuori delle statistiche che parlano di riduzioni percentuali) sta poi il fenomeno dell'ampliamento della base numerica cui si applicano i tassi di natalità: anche quando questi si riducono leggermente l'applicazione a un numero sempre più grande di donne fertili assicura crescita netta della popolazione come numeri assoluti. Un tasso ad esempio di 2,5 ha significato diverso su una base di 10 milioni di individui rispetto ad una di 100 milioni, anche se statisticamente la natalità rimane stabile. A questo proposito vediamo quello che si è verificato e che si verificherà in prospettiva fino al 2050 in due paesi europei e in due africani (pur diversi tra loro per economia e dinamiche sociali) nella seguente tabella:
Come si può vedere tra i paesi europei, mentre in Francia la popolazione continua a crescere ad un certo ritmo soprattutto per la natalità tra gli immigrati, in Italia c'è secondo i demografi una stabilizzazione (tutta da verificare, in presenza degli attuali tassi di natalità e immigrazione). Nei paesi Africani invece prevale un boom demografico di cui, nonostante le chiacchiere sulla transizione demografica, non si prevede un rallentamento. Per l'Egitto alcuni parlano addirittura di 145 milioni per il 2050, ma quello che colpisce è l'Etiopia passata da 4 milioni nel 1900 a 190 milioni nel 2050. Nella tabella non è riportata la Nigeria in cui si prevedono 400 milioni nel 2050 (gli abitanti di tutta l'africa negli anni 60 del novecento). Tutto questo accade in un pianeta sempre più sconvolto dagli effetti della sovrappopolazione. Nessuna favoletta sulla transizione, una transizione di cui per ora non si vede il minimo segno nonostante tutte le balle raccontate dai demografi, può essere una scusa per non fare nulla, come ha affermato con sicumera l'ambientalista su Radio2. Non si può affidare la nostra salvezza e quella di tutte le altre specie viventi ad una attesa messianica che non si verificherà mai se non faremo subito qualcosa per arrestare il tumore umano.

sabato 22 aprile 2017

Via libera alla cementificazione in Italia

La commissione Giustizia del Senato, il 12 aprile, ha dato via libera, all'unanimità, al testo del ddl sull'abusivismo. Nel testo viene fatta una distinzione tra "abusivismo di speculazione" e un "abusivismo di necessità". Di fatto il ddl è una sanatoria per tutti gli edifici ad uso abitativo ed anche per quelli industriali il cui proprietario ne dimostri l'utilità per la sua attività. Per quanto riguarda gli abbattimenti delle costruzioni illegali passa questa semplice regola: possono venire abbattuti gli edifici su terreno demaniale o con vincolo, oppure in uso dei mafiosi; tutti gli altri sono di fatto abbonati e soprattutto viene posto un divieto all'abbattimento e requisizione se sono "abitati". Se consideriamo che gli edifici abusivi, già ora, non vengono abbattuti nella stragrande maggioranza, il ddl di fatto sana e incentiva alla libera cementificazione tutto quel che resta del suolo italiano libero da cemento e asfalto. Si parla anche di sanatoria sociale e varie regioni si apprestano a sanare e incentificare gli abusi dietro la scusa della necessità sociale.
In Campania, secondo i dati di Legambiente, su 70 mila case abusive vi sono state solo 4600 ordinanze di demolizione (questo oggi, prima che entri in vigore il ddl) ma quelle eseguite davvero si contano sulle dita di una mano. Con i nuovi criteri voluti da tutte le principali forze politiche del parlamento, non saranno demolite mai.Il governatore De Luca -come se non bastasse quello che combina il parlamento nazionale- si appresta a varare una legge regionale che blocca le demolizioni, in teoria per facilitare le requisizioni e l'esproprio, in pratica per lasciare le cose come stanno visto che si lascia l'uso della abitazione all'autore dell'abuso. Nel Lazio, nella provincia di Roma, le edificazioni abusive continuano indisturbate e stanno scomparendo sotto gli occhi allibiti dei pochi ambientalisti "veri", le ultime zone agricole mangiate dalla cementificazione selvaggia sociale, abitativa o industriale che sia. Nessuno interviene e la magistratura rincorre i ladri di polli mentre migliaia di ettari di suolo verde scompaiono, preda di illegalità e criminalità più o meno organizzata. In Sicilia per demolire poche villette costruite direttamente sulla spiaggia a Licata è dovuto intervenire l'esercito e il sindaco e gli assessori debbono uscire con la scorta: alle minacce hanno fatto seguito l'incendio di case di proprietà del sindaco e l'auto della moglie. Ma con il nuovo ddl gli abusivi avranno via libera direttamente dal parlamento.
La legge approvata in commissione al senato toglie inoltre la facoltà delle demolizioni ai sindaci (che già facevano poco e niente perché bloccati da ricorsi o minacce) e pone le demolizioni a carico dei prefetti. Potrebbe in apparenza sembrare un fatto positivo. Salvo che poi lo stanziamento del ddl per consentire ai prefetti le demolizioni è di soli 10 milioni l'anno fino al 2020. Una beffa, un siparietto comico da avanspettacolo se non fosse che si tratta invece della realtà, di una legge dello stato italiano non più sensibile neanche al ridicolo. Poiché ogni demolizione costa 80 mila euro in media si potrebbero demolire (notare il condizionale) appena 130 edifici l'anno. Attualmente sono 46.760 le ordinanze di demolizione che attendono esecuzione (dati del 2011) e ogni anno si costruiscono almeno 20.000 edifici abusivi. Ci sono regioni - come la Calabria o la Campania- dove più del 60% delle costruzioni sono abusive. In Sicilia il 56 % e in Molise quasi il 70 %. In Lazio e in Umbria quasi il 30 %. Ma anche al nord si registrano percentuali di abusivismo elevate come in Liguria (20 %) o addirittura in Emilia Romagna (vicino al 10%).
Con la nuova legge cambia tutto. L'edificazione diviene libera, basterà dimostrarne la necessità. E in ogni caso basterà abitarci per evitare l'abbattimento e consentire la sanatoria. Anche gli immigrati irregolari, come già avviene nel Lazio, potranno farsi la casetta: per loro non c'è neanche bisogno di dimostrare la necessità...come invece avverrà per i cittadini italiani. Un altro robusto passo verso la distruzione del paesaggio e della campagna italiana grazie a parlamento e governo. Della legge che si voleva introdurre qualche anno fa sul divieto di edificazione del suolo verde e in favore del riuso del già costruito non si parla più. E' finita nel dimenticatoio, e la colpa non è solo dei politici che vedono nell'edilizia speculativa fonte di guadagni e di "sviluppo" economico - oltre che di corruzione-. La colpa è anche delle associazioni cosiddette ambientaliste o verdi. Hanno smesso di puntare sulla legge per salvaguardare il paesaggio e il territorio agricolo, in favore di politiche più "umanitarie" che vedono nella cementificazione un ruolo per consentire il ripopolamento italiano, in un paese dove preti e ambientalisti, destra e sinistra, conservatori e progressisti, partiti e movimenti, tutti insieme piangono le culle vuote.

mercoledì 12 aprile 2017

Energia e popolazione. Perché non credo alla decrescita solo economica

Nel gruppo di discussione fb di Assisi Nature Council è stato pubblicato un post sul tema della sovrappopolazione a cura di M.L. Cohen a proposito di un articolo del World Population Balance (presieduta da Dave Paxson) in cui vengono affrontati questioni riguardanti il significato di termini "Overshoot" "Overpopulation" e "Growth" e quali sono i problemi che oggi si debbono affrontare da parte di chi ha coscienza del problema e intende agire per la salvezza del pianeta. A questo scopo si confrontano le visioni di chi vuole la decrescita (in tutte le sue accezione e varianti), chi si limita agli aspetti economici e della produzione, chi valuta la sostenibilità dal punto di vista energetico e del consumo eccessivo di idrocarburi, chi vede il problema solo nella dualità uguaglianza-disuguaglianza, chi considera rilevante la giustizia internazionale, i diritti e l'accesso alle risorse, chi invece vuole intervenire direttamente sulla natalità considerando cruciale un numero di abitanti del pianeta che sia sostenibile, sia in termini ambientali che al fine della sopravvivenza delle altre specie viventi. Nei commenti sono intervenuti Maria Luisa Cohen e Bill Everett oltre al conduttore di questo blog. Riporto l'articolo del World Population Balance nella presentazione di M.L.Cohen e la mia replica ad alcuni dei commenti pubblicati (testi in inglese).
We received and print it : Dave Paxson, President of World Population Balance, recently sent in the following essay, of which he is a co-author. In the work, Dave and his colleagues make a case around what they believe to be appropriate messaging when dealing with the population issue. Through my reading of the piece, it seems they believe strongly that both the term and the concept of "overpopulation" need to take precedence in the minds, programs and public relations materials of those involved in the work of population and population-related advocacy. That said, I know Dave and his team would welcome any feedback on the essay based on your own reading of the material. Please feel free to send me your comments, which I will happily pass through to him. Alternatively, there is an email address at the end of this PMC Daily which you can use to contact World Population Balance. Regarding Population Messaging, Exactly What's the Problem: Growth or Overpopulation? by David Paxson and co-authors, Alan Ware, Karen Shragg and Carolyn VandenDolder Do you believe the Earth's resources can support 7-10 billion people -- sustainably, long term? If you answered "yes" to this question, please go find something else to read. We need to have the below conversation with people who already understand that the world is overpopulated relative to many of the planet's declining vital resources, and this overpopulation is also a major driver of the killing of species, increasing dire poverty and other global crises. If you answered "no" to the question and believe the overpopulation issue is real, then please read on. And do join us in an upstream conversation -- about stopping overpopulation -- rather than downstream talk about stopping the growth. This upstream conversation is absolutely vital to the future viability and health of humanity and all other living things on the planet. Much of the messaging coming from population organizations lacks clarity -- both about the problem and what it will take to humanely solve the problem. Before people will take effective action on any issue, they need crystal clear messaging and direction about both of these aspects. Sustainable Global Population Increasing numbers of resource experts put truly sustainable global population in a range between 300 million and four billion, depending on assumptions they make about living standards. As far back as 1994 David Pimentel set sustainable population in the range of two billion people, living at a level of consumption equivalent to Western Europe. (Pimentel, David. and R. Harman. Natural Resources and an Optimum Human Population. Population and Environment. 15. (1994): 347-369) He also estimated the sustainable U.S. population to be 200 million. Global Footprint Network data shows that the Earth's sustainable population is in the range of 2.5 billion, assuming an average European level of consumption. Asset manager and economic bubble expert, Jeremy Grantham, founder of Grantham Mayo Van Otterloo (which manages over $100 billion in assets) and The Grantham Foundation for the Environment, has determined that sustainable population ranges between four billion (Charlie Rose Show; March 11, 2013) and possibly as low as 300 million (Accounting for Sustainability Forum, St. James's Palace, London: December 11, 2011). While the above range is wide, it is significantly below the current 7.1 billion. Amazing Learning Experience In all of our talks and media interviews, we have been clearly stating that many of the declining vital resources of the planet can sustainably support only about two billion people -- at an average European level of consumption. We have been pleased by the positive acceptance of this realistic 2 billion figure from all but a few people. At a talk last summer I had an amazing learning experience with a college student. After speaking to Olee's class, she explained that she was born in an Asian refugee camp thirty years ago. She came to the U.S. when she was a year old. Married for a couple of years, she had a darling nine month old daughter. After several questions she asked: "Why are you saying it is important that we have only one child? Why not two?" It was obvious that she loved having a baby and was eagerly looking forward to having another. I went to the board to explain why we need average birth rates down close to one child per couple. Before I could figure out how to answer, she said, "I get it! . . . We have waited too long!" She was absolutely right. We have waited too long. We have kicked the can -- of population reduction -- down the road for decades. Deeper Realizations A few days later I was recalling our conversation and pondering the "Stop at Two" slogan that was popular in the '70s. It quickly dawned on me that -- assuming sustainable, long-term global population is only in the 2 billion range -- the "Stop at Two" slogan of those days was not close to being a winning slogan, or goal, even at that time. Since world population was already some 3.5 billion, even if we had reduced births to a two-child average, that would not have helped us decline to two billion. Then I began to think about this question: Assuming our ancestors had understood that two billion people was the truly sustainable global level, when would they have needed to promote a two child average in order to have a "soft landing" at two billion people on the planet? The answer to that is probably between 1870-1890 when population was approaching 1.5 billion. Only in that way would humanity have avoided overshooting above the two billion range. Our Task It is critical that we population leaders do the right thing in our messaging about this global over-population crisis. Many of the current messages that obfuscate the truth are only adding to people's paralysis, confusion, argument and inaction. We must create a new, informed, cultural norm. We must speak this truth: "The world and nation are overpopulated. Therefore, it is crucial that couples are encouraged to voluntarily choose to have only one child." Without "over-population/one-child" messaging, humanely reaching a 1-4 billion global -- and 150-200 million U.S. -- population is impossible. With one-child messaging, we will begin heading in the right direction. Will we humanely get to the top of that mountain? Maybe not. But if we don't head in that direction, we know we won't, for certain! As Gandhi put it, our task is to do the right thing: "It's the action, not the fruit of the action, that's important. You have to do the right thing. It may not be in your power, may not be in your time, that there'll be any fruit. But that doesn't mean you stop doing the right thing. You may never know what results come from your action. But if you do nothing, there will be no result." -- M.K Gandhi
David Paxson, President; Alan Ware, Senior Research Fellow; Karen Shragg, Advisory Board Member; Carolyn VandenDolder, Secretary to the Board; World Population Balance Thank you, Joe --- Joseph J. Bish Population Outreach Manager Population Media Center 145 Pine Haven Shores Road, Suite 2011 P.O. Box 547 Shelburne, Vermont 05482-0547 U.S.A.
Il mio intervento nei commenti:
Dear Maria Luisa let me express a very different opinion than the opinion of mainstream environmentalists.
I believe that the main problem of the planet, one that puts at stake its survival, is the excessive growth of the human population, rather than being inequality nor the consumption of oil and other hydrocarbons.
Inequality is part of biology and economics is used to stimulate human creativity. To believe that inequality is at the root of overshoot and environmental catastrophe is to me simply a nonsense (or a way to get back through the window that communism had been kicked by people who had suffered).
For those who believe that excessive consumption of hydrocarbon energy is the cause of overshoot can tell you that it is true that the use of oil has led to atmospheric warming and pollution, but the overshoot and the population explosion It has causes that go beyond merely increasing the oil consumption. The oil and coal led to increased production which led to higher consumption, more food and population. However, the large supply of energy of these last hundred years has also led to more technology, more scientific discoveries, such as medicines and cures for diseases, as well as the invention of the birth control pills and contraceptive methods. Also more oil gave greater development, the more you earn, the more free time and the opportunity to live well with less children than in the past. Europe and the US have had a developed economy based on hydrocarbons and, at the same time, a decline in population; while areas of the planet most economically backward have birth rates much higher along with less available technology and an overall poorer life.
Ecologists suggest that a drop in consumption and abandonment of energy from hydrocarbons are convinced that they will get in this way a cleaner planet and ecological. I argue the opposite. The abandonment of oil and other hydrocarbons will lead to an increase in energy prices as renewables have lower yields and higher costs. There would be more widespread poverty, less technology, a poor quality of life. The increase in oil prices was behind the economic crisis of the second millennium that has affected Europe, America and China and we are still passing, one of the worst in modern economic history. This is a test of what would happen with the decrease wishing mainstream ecologists. But while the Western economy shoulder the world has not improved anything. indeed environmental problems have worsened and the population continues to grow, generating poverty, migration, war and struggle for resources. The block of Western development aggravates the crisis of the underdeveloped countries instead of promoting development. In conditions of general crisis of economy the African and Asian populations have only one way to survive: have more children and send them as migrants in the West where it is still possible to work and find resources including sending them back to the land of origin for relatives. I argue that only the development in the West ensures the right resources to help poor countries to have enough economy to support their economies with both the trade with aid. It is true that this inequality would be, that I think people who understand the ideology, but is instead more opportunities for poor countries to benefit from aid and technology from developed countries to create their own modern economy. A lower availability of cheap energy would instead be the cause of a crisis of the West and would not help the world's poor. We would all be poorer at a generally lower standard of living and with more and higher birth rates. The slow technology products less suitable to sustain the population. A contrary development in the West means more technology and more resources for poor countries and more development opportunities for them. To this end, it is critical for backward countries a reduction in the birth rate that allows the use of resources for development and not for the existence of starving populations.
agobit

venerdì 24 marzo 2017

La rivoluzione robotica

C'è una rivoluzione alle porte. Non è Lenin e neanche una rivoluzione politica. Come sempre nella storia dell'umanità non è la politica che porta le grandi innovazioni, ma la tecnologia. E' una rivoluzione tecnologica che cambierà la nostra vita e quelle di otto miliardi di umani. Si parlerà di questo al CeBIT, la Fiera della Intelligenza Artificiale che si tiene in questi giorni ad Hannover. Quale opportunità si aprono con la digitalizzazione della mobilità, della salute, delle comunicazioni, delle armi, e di tutto il mondo che ci gira intorno? E' prossima la creazione di umanoidi artificiali che sostituiranno l'uomo nelle fabbriche, nei servizi terziari, nel commercio, nell'assistenza domestica. Tre mila aziende di settanta paesi ci mostreranno quello che avverrà non fra decenni ma nel prossimo futuro. Tutta l'economia verrà rivoluzionata. Chi starà fuori dalla tecnologia digitale e la robotica rientrerà nel medio evo e nuove economie surclasseranno le vecchie. Nel campo della vita individuale un robot fornito di AI ci affiancherà nei compiti quotidiani e risolverà molti problemi nella vita di tutti i giorni. Nei paesi in cui la decrescita demografica costituisce un problema verranno superate molte tematiche sulla mancanza di forza lavoro: nelle fabbriche e nelle case, nella mobilità e nella medicina ci saranno i robot a svolgere i compiti umani. Lo faranno meglio di noi, costeranno di meno e consumeranno meno e saranno meno inquinanti di un esemplare di homo s. L'intelligenza artificiale accelererà la ricerca e si produrranno nuove scoperte e nuovi prodotti. La fusione tra intelligenza artificiale e intelligenza biologica porterà nuove opportunità di innovazione tecnologica. E' in pieno sviluppo il machine learning che permette alle macchine intelligenti di sviluppare esperienza e farne tesoro durante l'attività. Il tedesco German Aerospace Center ha creato un robot capace di imparare ed eseguire compiti di elevata ingegneria, grazie anche alla capacità di immagazzinare milioni di dati che l'intelligenza umana deve invece consultare volta per volta. I big della Silicon Valley, da Google a Facebook stanno investendo milioni di dollari sulla realtà virtuale e sulla realtà aumentata, con grandi risvolti, non solo per l'entertainment, ma anche per la medicina, l'architettura, la meccanica, le comunicazioni. L'AI sta cominciando a vivere nelle nostre case grazie all'assistente virtuale e alla gestione dei sistemi; ma la tecnologia si sta espandendo su nuovi orizzonti come la smart city: mobilità sicurezza ed ecologia per le nuove megalopoli. Infrastrutture urbane e standardizzazione dei sistemi, industria e business sarà tutto collegato. 5 miliardi di persone saranno presto connesse in cui i sistemi cittadini e gli oggetti quotidiani saranno tutti collegati in rete. Ciò consentirà di gestire il tempo, di guidare con sistemi robotici gli autoveicoli, di fornire servizi tutti on line e in maniera automatica. Guida autonoma ed auto elettrica smaltiranno il traffico e libereranno le città da molto inquinamento. I droni e i robot volanti svolgeranno molte mansioni tra cui la sorveglianza, l'esplorazione spaziale, la guerra senza l'utilizzo di umani.Ormai la gestione dei conflitti armati è al 50 % di tipo informatico. Chi sa criptare meglio i propri sistemi e attaccare quelli degli altri può determinare l'esito di un conflitto. Saranno più frequenti gli attacchi Hakcer e, come dimostrato dalle recenti elezioni americane, ci saranno problemi di sicurezza e di lotta al cybercrime.
Le nuove tecnologie basate su AI e robotizzazione stanno cambiando la geografia economica e politica mondiale. Il peso economico e lo sviluppo industriale si spostano verso le aree a più alto tasso di innovazione e ricerca nel settore, come il Giappone e la Cina. Vecchie economie strutturate ma con minor tasso di innovazione stanno declinando verso posizioni più arretrate come l'Europa (in cui tiene ancora solo la Germania) e, in misura minore, gli Usa. Chi gestirà meglio le innovazioni e la tecnologia guiderà i cambiamenti economici e di riflesso la politica planetaria.
Che impatto avrà la nuova rivoluzione sul problema dei problemi: la sovrappopolazione della specie umana e l'effetto devastante delle attività umane sul pianeta? Forse la chiave per superare gli effetti e le cause dell'esplosione demografica di Homo è proprio nella tecnologia. Un mondo dove l'AI e i robot sostituiranno l'uomo in molte funzioni appare una via di uscita al collasso ecologico in cui oggi ci troviamo. Una terra dei robot sarà un pianeta più razionale e più ordinato e avrà meno egoismo e più equità. I sistemi inquinanti potranno essere messi sotto controllo e regolati in maniera più efficiente per evitare i danni ambientali. L'innovazione tecnologica non è incompatibile con un ritorno alla natura, anzi ne è la premessa necessaria in presenza di una popolazione umana che ha superato tutti i limiti e che sta mettendo a rischio la sopravvivenza della vita sul pianeta.
L'utopia agreste è ancora molto forte tra i cosidetti verdi. Ma la loro idea di ritorno all'agricoltura e ad una economia sostenibile è basata sulla negazione di un ruolo al progresso tecnologico. Questo è quanto pensano la maggioranza degli ambientalisti, autocondannandosi ad un ruolo di retroguardia e di nostalgici. Progresso tecnologico significa economia di sviluppo, ed è assolutamente all'opposto del concetto di decrescita economica fine a se stessa. Gli ambientalisti ortodossi credono che il mondo si possa salvare con un salto indietro alla civiltà contadina. Con ciò commettono un doppio errore d'ordine politico e filosofico. Errore politico perché ritengono che le masse popolari possano accettare una società con più agricoltura e meno tecnologie, e quindi più povera (e questo in presenza di una crescita costante della popolazione, cui la maggioranza degli ambientalisti non si oppone!). Una regressione ad una economia a bassa tecnologia è teoricamente possibile ma al prezzo di un governo repressivo che controlli autoritariamente la vita dei cittadini, regoli e imponga le tipologie di consumi, reprima le tecnologie e ne impedisca l'applicazione. Errore filosofico perché giudicano la tecnica una variante dipendente dall'azione umana. La civiltà della tecnica è invece oggi indipendente dalle scelte politiche. La ricerca e l'avanzamento delle tecnologie possono essere rallentate e ostacolate, ma il progresso tecnologico è l'elemento su cui poggia la società contemporanea, ne è il suo fondamento.Quello a cui assistiamo ai giorni nostri, le guerre in atto, i processi di globalizzazione, i nuovi fondamentalismi, la massificazione delle megalopoli e le migrazioni di massa, sono tutti fenomeni che sono il portato di un confronto tra tecnologia e le culture laiche o religiose tradizionali, tra economia globale e società locali. La globalizzazione non è che l'aspetto eclatante con cui si manifesta questa autonomia della tecnica nel mondo attuale. La robotizzazione è componente essenziale di questo processo di autonomia della potenza tecnica, anzi ne è l'aspetto caratterizzante insieme alla ricerca di nuove fonti energetiche.
Un ritorno alla agricoltura è auspicabile. Abbiamo bisogno di ritrovare un rapporto con la terra e i suoi prodotti. Ma questo ritorno non sarà una restaurazione di un mondo che non c'è più. Sarà invece uno sviluppo di nuove tecnologie per una agricoltura completamente diversa dal passato. Abbiamo assistito nel 900 alla meccanizzazione dell'agricoltura e all'avvento della chimica nelle campagne. Ma quello che è in arrivo sarà una rivoluzione ancora più grande. La terra potrà essere coltivata da mezzi robotizzati, con un controllo umano a distanza, tecniche di raccolta e lavorazione dei prodotti completamente automatizzate e su economie di scala. E queste innovazioni non riguarderanno solo l'agricoltura ma anche gli altri settori dell'economia. L'industria proprio ai nostri giorni sta cambiando rapidamente in maniera da rivoluzionare tutti i processi di produzione. Le fabbriche produrranno molto di più e avranno bisogno di un numero assai inferiore di addetti rispetto ad oggi. Produzione, imballaggio e trasporto dei prodotti saranno organizzati da macchine e autonomizzati. Le incombenze domestiche potranno essere svolte da umanoidi tecnologici e non sarà più necessario guidare le auto. Treni ed aerei avranno guide automatiche robotizzate. Queste innovazioni tecnologiche saranno una grande opportunità per un rientro demografico della specie umana. Esse rendono possibili politiche che prevedano una riduzione costante e controllata della natalità senza allo stesso tempo creare problemi di mancanza di mano d'opera, declino economico o carenza di assistenza per gli anziani. Il prodotto interno lordo può essere così mantenuto a livelli costanti, o ridotto e modificato in base alle esigenze ecologiche, senza costi sociali per le popolazioni. In presenza di automazione e robotizzazione verranno meno molte esigenze della società sovrappopolata di massa quali: necessità di dare lavoro aumentando i posti e la produzione, assicurare le pensioni dei vecchi con il lavoro di un numero sempre crescente di lavoratori, aumentare i guadagni e le transazioni economiche, espandere l'edilizia per città sempre più grandi, aumentare la costruzione di infrastrutture e la cementificazione del territorio, aumentare i consumi e la produzione di rifiuti. La robotizzazione comporta che i compiti di una società complessa vengano svolte da macchine che non richiedono consumi ulteriori e non producono rifiuti,che possono funzionare secondo standard ecologici programmati, che possono variare la produzione senza innescare crisi di sotto o sovra produzione, e senza necessità di aumentare costantemente la produzione, garantendo così un minor impatto ambientale con minor inquinamento, una ridotta immissione di carbonio in atmosfera, un minor uso di energie inquinanti da fonti non rinnovabili. Se, come previsto dagli esperti, tra qualche decennio sarà possibile disporre di energia nucleare pulita da fusione, le macchine robotizzate potranno funzionare con energia elettrica assolutamente pulita e non inquinante, priva completamente di emissioni di carbonio e risolvere così il problema del riscaldamento atmosferico. Una economia carbon free con un numero minore di consumatori e un pianeta più pulito e verde potrebbe assicurare una qualità della vita umana migliore degli attuali modelli, all'interno di città più piccole inserite in un contesto ambientale con più verde, in cui anche gli animali possano ritrovare un ambiente di vita naturale. Robot e intelligenza artificiale possono convivere con piante e animali in un ambiente naturale che ridarebbe senso anche alla presenza umana. Non tutto è positivo nell'avvento della rivoluzione robotica. Ci saranno nuovi poteri e nuovi pericoli. Chi produrrà queste macchine avrà anche un enorme potere sulla società, e potrà indirizzarne gli aspetti politici ed economici. Chi controllerà le grandi multinazionali della AI e delle fabbriche di robot? C'è il rischio che, come già vediamo oggi con i gestori dei social network, che questi nuovi poteri controllino le nostre vite attraverso le nuove macchine. Come sempre nella storia umana si aprono nuove prospettive e insieme ci saranno nuovi rischi. A meno che le nuove macchine intelligenti -come accade in certi film di fantascienza- si rivelino migliori dell'animale uomo.

martedì 7 marzo 2017

Il ritorno dei muri

Come alle origini del medio evo, in seguito alla caduta dell'impero romano, torna ai nostri tempi la costruzione dei muri a difesa di intere nazioni, a difesa di frontiere, passaggi o valichi, a difesa di città o quartieri o singoli edifici. E' in atto un nuovo incastellamento come quando i feudatari si chiudevano in castelli con alte mura, torri e contrafforti. Anche nelle nostre moderne città si comincia a costruire muri. A Treviso si è costruito un borgo fortificato con un muro di cinta alto tre metri, e nonostante lo sgradevole effetto estetico le villette di abitazione sono state tutte vendute. Muri di protezione di quartieri o borghi sono presenti da alcuni anni ad Arese, Jesolo, Pordenone, Padova, Roma. Caseggiati isolati o ville di campagna cominciano ad essere blindati con muri, e le abitazioni di tutte le città si attrezzano con inferriate, grate a porte e finestre, telecamere, sistemi di allarme. La sorveglianza con telecamere o con ronde si sta diffondendo in tante cittadine specie nel nord italia indipendentemente dal colore politico delle amministrazioni. Il fenomeno non è solo italiano, ma riguarda molti paesi europei e americani. Anche in oriente si costruiscono muri, e i nuovi quartieri sono sorvegliati da guardie e telecamere. I grattacieli asiatici, sempre più numerosi, hanno ingressi blindati con guardie e sistemi elettronici.
In un affresco sulla decadenza dell'Impero del IV secolo,lo storico della tarda latinità Ammiano Marcellino descrive nelle sue Storie una società in cui prevale il sentimento della fine di una grande civiltà, e soprattutto qualcosa che ci riguarda da vicino a noi moderni: una dilagante paura provocata da un potere sempre più corrotto, dalle devastanti incursioni dei barbari, dalla precarietà economica e della vita stessa. Nel mondo descritto da Ammiano c'è questo senso della fine, della precarietà di tutto: l'esercito romano, quello che era stata una delle più potenti organizzazioni militari della storia e che, insieme al grande corpus delle leggi del diritto romano, aveva assicurato sicurezza e protezione per più di cinque secoli, era ormai ridotto a bande disorganizzate e impotenti, agli ordini di generali che badavano più a se stessi che alla salvezza di quel che rimaneva dell'Impero. Ovunque erano corruzione, assassini, terrore e guerra. Fu in quel mondo, con quelle paure e in quelle condizioni, che le comunità cominciarono a rinchiudersi in se stesse, ad apprestare difese. Le campagne si spopolarono essendo divenute insicure e luoghi di agguati e razzie, e i borghi accolsero popolazioni impoverite in cerca di sicurezza. Si cominciarono a costruire muri perimetrali per proteggere la cittadinanza e le attività economiche e a edificare castelli per il ricovero delle truppe di guarnigione e per la protezione ultima delle popolazioni. Il muro -prima della vita e della proprietà- è sempre stato la difesa di una cultura, di una appartenenza. La cultura, minacciata dal venir meno delle istituzioni e dallo sfaldarsi delle classi colte, si ritrasse sia nei castelli dove veniva tramandata con opere d'arte e con le maniere di corte (la vita cortigiana), ma soprattutto nei conventi fortificati, in cui vennero allestite biblioteche e centri ammanuensi per la conservazione e la copiatura dei testi antichi, il grande patrimonio culturale della classicità. Mai opera umana fu più utile di quei muri: essi salvarono innumerevoli vite, preservarono comunità e individui, tradizioni e lavoro, conoscenze riguardanti la produzione artigianale e agricola. Salvarono società unite dalla stessa fede, il patrimonio religioso, usanze, costumi, opere d'arte e opere letterarie, conoscenze e documenti storici, saperi tecnici. Permisero di avere il tempo e le risorse intellettuali per copiare decine di migliaia di documenti e libri, preservando un patrimonio inestimabile che è giunto fino a noi. Città ricche di storia e d'arte, cinte di mura, sopravvissero alle scorrerie e alle predazioni. Tra le mura più famose ci sono quelle di Costantinopoli che permisero all'Impero romano d'oriente di sopravvivere nonostante i ripetuti tentativi di invasione da parte dei Turchi almeno fino alla caduta nel 1453.
Fa una certa impressione nel mondo di oggi, al tempo della tecnologia e del web, della democrazia e della globalizzazione, veder tornare i muri. Anche nel 900 abbiamo assistito alla edificazione di forti difese come la linea Maginot, o quella del muro di Berlino con il compito di impedire la fuga da parte dei cittadini della Germania comunista nella parte occidentale. Ma erano casi particolari legati a situazioni contingenti. Poi il mondo è radicalmente cambiato. Una esplosione demografica senza precedenti della specie umana ha creato le condizioni per nuove migrazioni di interi popoli, per una nuova diffusa povertà, per la messa in crisi di economie fino ad allora fiorenti. L'economia globalizzata ha creato nuove opportunità ma ha soprattutto messo in crisi le economie occidentali fino ad allora dominanti, i cui mercati erano cresciuti per decine di anni protetti da regole e accordi locali. L'esplosione demografica ha creato le premesse per la crisi del vecchio mondo delle democrazie liberali e fatto crollare quelle che erano appendici culturali dell'occidente, come il comunismo sovietico e cinese. Si è così materializzato in pochi decenni un mondo nuovo dove i vecchi confini nazionali hanno perso la loro funzione, i popoli hanno cominciato a spostarsi in base alle convenienze economiche, sono nate nuove potenze politiche e andate in crisi le vecchie. Intere aree del pianeta, come quella medio-orientale, si sono destabilizzate. Sono aumentate le guerre e il terrorismo. Gli stati non riescono più a controllare gli eventi su scala globale o locale. Le nuove precarietà e insicurezze, i nuovi pericoli incombenti reali o meno, portano alla richiesta di nuove protezioni e al ritorno della costruzione dei muri. Israele costruisce muri per difendersi dal terrorismo arabo. Un muro di metallo e filo spinato è stato costruito dall'Ungheria al suo confine meridionale. La Serbia costruisce un muro di filo spinato al confine con la Bulgaria e così fa la Bulgaria con la Grecia. Un muro finanziato dalla Gran Bretagna è in costruzione a Calais contro le invasioni di migranti dal sud. La Germania costruisce un muro virtuale finanziando la Turchia con sei miliardi di euro purché fermi i migranti siriani e medio-orientali. Nuove fortificazioni sono preparate dall'Austria al confine con l'Italia nel caso di aumento dei flussi di migranti. E barriere sono pure a Ventimiglia dove lo Stato francese blocca chi viene dall'Italia per recarsi in Francia. Un muro di migliaia di chilometri già esiste in parte, e verrà ampliato dal nuovo presidente Trump, tra Usa e Messico contro i migranti messicani e i trafficanti di droga sudamericani.
La costruzione dei nuovi muri non riguarda solo i confini nazionali. Si ricorre ai muri per proteggere quartieri di residenti da quelli di altre etnie e culture ritenute estranee o aggressive , come è successo a Padova o in alcuni rioni di Milano. Si creano quartieri ghetto separati dal resto della città. La gente si barrica nelle case e lo stato non sembra in grado di rassicurare i cittadini. Le ville isolate sono luogo di terrore per i residenti che vivono assediati da bande di rapinatori. Eppure basta chiedere ai nostri anziani, specie quelli che hanno vissuto nelle piccole città, per sentir ricordare che fino agli anni 60 del novecento ovunque si viveva con una certa sicurezza, spesso le case non avevano allarmi, le porte addirittura si lasciavano praticamente aperte. Le strade erano sicure e si viveva di notte nelle piazze e nei locali senza paure. Gli anziani che hanno vissuto in campagna ricordano con nostalgia le serate estive passate all'aperto, accompagnate spesso da bevute, canti e balli, in piccole comunità agricole in cui era forte un sentimento di partecipazione e di aiuto reciproco, dopo il lavoro nelle campagne. Viene da chiedersi se i muri servano effettivamente al mondo di oggi, consumistico e tecnologico, in cui domina l'economia di mercato globalizzata. E se siano legali nelle democrazie più o meno liberali dell'occidente in cui prevalgono i diritti e scompaiono i doveri. In un mondo di otto miliardi di abitanti con grandi possibilità di movimento e con confini labili, in presenza di una economia che non tollera più confini allo scambio di prodotti e consumatori, e in cui le risorse cominciano a scarseggiare, hanno ancora senso i muri? C'è ancora una cultura ed una appartenenza da difendere?
Le risposta è inesorabilmente negativa. I muri di oggi hanno un significato esclusivamente difensivo della proprietà e della vita. Ci si illude che possano difendere un relativo benessere che ancora distingue il nostro mondo sempre più assediato. Non sono il simbolo di una rinascita, ma di una disperazione. Non ci sono più valori da difendere. Non c'è più una cultura e un retroterra: da una parte e dall'altra del muro domina la stessa civiltà del denaro e del consumo. Tra chi sta dietro e davanti alle mura c'è solo una differenza di capacità economica ma lo stesso pensiero unico. Tutti puntano a soldi e consumi e da una parte del muro c'è chi vuole difendere i propri, e dall'altra quelli che assaltano il muro per appropriarsene. I muri serviranno temporaneamente, poi cadranno perché l'assalto delle nuove genti avviene in un deserto. Dietro le mura medioevali c'era da difendere il duomo cittadino, ricco di opere d'arte e di fede, e le tradizioni del luogo fatte di cultura lingua e storia. Oggi dietro i nuovi muri c'è solo un centro commerciale, villette di cemento di qualche speculatore, o un rivenditore di auto usate. Che cosa può difendere un muro se non c'è nulla da difendere? La sovrappopolazione non ci ha regalato solo i migranti alle porte. Ci ha anche massificato tutto quello che avevamo: cultura, storia, città, usanze. Tutto è diventato uguale e le periferie si assomigliano tutte. Squallido cemento per dormitori e centri commerciali in cui popolazioni stipate come polli di allevamento conducono una vita assurda e senza senso fatta di lavoro e consumo. I centri storici, quando rimasti, sono centri di attrazione turistica, specie di luna park venduti come si fa con la cultura oggi: un tanto al chilo. Costruito il muro, si venderanno anche quello.

martedì 21 febbraio 2017

Il Papa e la guerra dei preservativi

In occidente c'è qualcuno che crede ancora nel dio cristiano, e fino a qualche decennio fa erano sempre meno. La religione stava divenendo fenomeno marginale per bacchettoni. Ma recentemente qualcosa e' cambiato: una idolatria monoteista come quella ebraica e cristiana, l'islam, ha lanciato il guanto di sfida alla modernità'. I quattro aerei dirottati da islamisti contro le torri gemelle e pentagono nel settembre 2001 è stato il segno della nuova sfida. L'immensa immigrazione di masse islamiche hanno portato altra benzina al fuoco del ritorno religioso. Nell'ultimo decennio il secolarismo ha subito una battuta d'arresto. Il papa argentino ha capito subito che le nuove masse di migranti costituivano una grande opportunità' per un cattolicesimo in agonia. La modernità' stessa forniva i mezzi per la rimonta integralista del cristianesimo, che anziché vedere nell'islam un concorrente, lo considera un alleato contro la secolarizzazione. La globalizzazione ha messo in crisi l'occidente laico e l'insicurezza diffusa crea nuovi potenziali credenti. L'economia in crisi, le difficoltà' del ceto medio impoverito, la sfida del jhadismo, lo spostamento delle produzioni e dei mercati, la crisi energetica hanno modificato il mondo. La superstizione religiosa si ripresenta, dopo duecento anni di illuminismo, più' forte e agguerrita che mai. La popolazione del pianeta è di otto miliardi e le megalopoli crescono a macchia d'olio trasformando il paesaggio globale. Il papa della crisi della Chiesa ha capito che per salvare la chiesa deve cavalcare le trasformazioni impetuose che stanno investendo l'occidente e il pianeta. La nostra società, quella delle sconfinate periferie delle grandi città europee è abissalmente cambiata rispetto alla società che negli anni settanta votava per il divorzio e l'aborto e lasciava vuote le chiese. Ora nascono in tutte le città occidentali nuove moschee e le chiese tornano ad accogliere fedeli. Nuovi integralismi fanno da avanguardia ad un ritorno alla religione di massa e la CEI ha ripetutamente parlato della necessità di un nuovo spirito missionario questa volta nelle città dell'occidente secolarizzate. Le periferie delle grandi città occidentali stanno divenendo luoghi in rapida crescita demografica e con forti dinamiche sociali, in cui masse immense di nuovi poveri senza appartenenze e di molteplici etnie sono terreno fertile per una nuova evangelizzazione. Qui la chiesa può tornare ad avere un ruolo addirittura più forte di ogni ideologia politica. Nello spaesamento e nella mancanza di valori delle nuove masse la chiesa vede la possibilità di riappropriarsi di un potere che aveva perso. Se le chiese vuote nelle città laiche e borghesi del passato erano un segnale di morte per la religione, nelle bainleu in forte espansione e prive di riferimenti c'è la rinascita della fede e la rivincita religiosa sull'illuminismo. La modernità secolarizzata è in un vicolo cieco. Ecco allora le nuove mitologie della salvezza: natalità e sbarchi. Uno dei primi atti del nuovo papa, dopo le dimissioni di Benedetto -altro segno della crisi - è stato quello di andare a Lampedusa per lanciare il messaggio: voi che arrivate non siete un problema, ma siete la salvezza. Per voi e per noi, anzi più per noi, uomini senza fede in crisi irreversibile. L'Italia , fa intendere il papa, e tutta l'europa non hanno confini perché non hanno più storia. L'Italia e l'europa come terra promessa per le migrazioni epocali, solo così possono ritrovare un senso e una ricrescita nella fede. Nascite e sbarchi sono la salvezza di un mondo che era diventato senza dio e dedito solo al profitto. La concezione religiosa alla base di questa visione è un delirio antropocentrico in cui la natura non ha più senso. Ma qui è in gioco un pensiero totalizzante che riporta la chiesa al centro, con un compito di salvezza ed un messaggio globale che le restituiscono un ruolo che aveva perso. Il papa in occasione del recente natale ha voluto piantare un barcone, uno di quelli usati dai migranti, a san pietro; e subito qualcuno propone di portare un barcone davanti al duomo di Milano: sono i simboli di un nuovo significato della città. Da luogo identitario e di appartenenza storica, residenza di una classe media prevalentemente laica, a luogo di accoglienza per la nuova povertà globale nel tempo dell'esplosione demografica. E', secondo la chiesa, una rivincita dell'uomo, proprio quando la crisi ambientale stava ponendo in crisi il ruolo dell'uomo in un pianeta inquinato. Una occasione imperdibile per una chiesa di nuovo protagonista. L'esplosione demografica africana è una benedizione per chi vede nella natalità la nuove opportunità per una rivincita religiosa sul laicismo e sulle critiche ecologiche all'antropocentrismo.
Durante l'Angelus del 5 febbraio scorso, il papa ha fatto un chiaro discorso sull'imminente spopolamento della terra. Il papa ha parlato del nichilismo che l'aborto e la contraccezione stanno portando nelle nostre società moderne . E l'Osservatore ha subito commentato le parole del papa: "non si deve scomodare un demografo per analizzare il fatto che la natalità sia scesa sotto il tasso di sostituzione dopo la legge sul divorzio del 1970 e che sia crollato dopo quella sull'aborto varata nel 1978". La visione cattolica è di un mondo in pieno crollo demografico, in via di desertificazione e spopolamento,dove hanno la meglio idee estranee alla religione che guardano alla salvezza della natura e non a quella dell'uomo come figlio di dio. Ecco allora i temi che il papa costantemente ripete ad ogni occasione, le nuove idolatrie, il vitello d'oro da offrire alle masse spaesate e depresse dalla crisi economica e dalla perdita delle appartenenze: la mitologia del bambinello, del neonato che simboleggia la rinascita e la centralità' dell'uomo come dominatore del cosmo. Il papa richiama alla sacra immagine della madonna come archetipo della donna madre che fa della gravidanza l'atto puro della salvazione eterna, e ne fa l'icona della Hybris natalista salvatrice del mondo dalla desertificazione e dal nichilismo. Per il cattolicesimo, come per le altre religioni monoteiste, il mondo e' proprietà dell'uomo e interamente al suo servizio. Il discorso che il papa sottintende è chiaro: la secolarizzazione ha portato a questa crisi senza sbocco. Il papa non si è fatto scrupolo di ricorrere persino all'ecologia in una enciclica sulla preservazione della natura .L' enciclica esprime una ecologia distorta e paradossale in cui la natura non è quella che descrive la scienza, in equilibrio precario e soggetta a limiti fisici. Si tratta di una natura divinizzata, generata da dio per la gloria dell'uomo, e solo in questo senso meritevole di conservazione. Una natura, secondo il papa, senza senso se priva dell'uomo e che va protetta solo in quanto proprietà da trasmettere ai (si spera) numerosissimi discendenti. Nella enciclica si percepisce l'artificio con cui, attraverso una ostentata preservazione di alcuni aspetti esteriori del mondo naturale, si vuole reintrodurre una fede totalizzante che contrasti il laicismo della scienza. Nella visone del papa e dei nuovi integralisti, solo la natalità può riportare l'ordine divino. Senza la natalità in costante crescita il mondo è deserto e spopolato, privo di senso. Siamo in piena follia natalista, in cui la mistificazione la fa da padrona: si vuol far passare per un mondo in via di spopolamento e desertificazione un pianeta di otto miliardi di umani. L'intenzione laica di porre un freno alla natalità incontrollata è considerata un abominio. Solo accennare a questo, è percepito dai cattolici e dal papa come puro nichilismo,un auspicare la desertificazione del pianeta. Di qui la lotta senza quartiere a contraccezione e aborto. In questa nuova visione natalista per contrastare la secolarizzazione vanno superate tutte le pregresse divisioni tra conservatori e progressisti all'interno della chiesa. Esemplare in questo senso è quanto avvenuto nella cosiddetta "guerra dei preservativi" che ha riguardato il sovrano Ordine di Malta. Un episodio ha riacceso un conflitto intestino nell'Ordine di Malta che vedeva contrapposti il Gran maestro Festing e il gran Cancelliere Von Boeselager. Il gran Cancelliere, vicino alle posizioni sociali del papa, è molto stimato, ma con l’arrivo quale cardinale patrono dell'Ordine del porporato americano conservatore Raymond Leo Burke, Festing trova un alleato. L’occasione per la resa dei conti è una storia accaduta nel 2013, quando Boeselager, non ancora Cancelliere, si occupava delle iniziative assistenziali nel mondo. Una ONG che collabora con i Cavalieri di Malta aveva distribuito dei preservativi in Myanmar. E lui, secondo l’accusa, ne sarebbe stato a conoscenza. Il papa, che ricordiamo è un gesuita e come tutti i gesuiti si intende di propaganda e media, timoroso dello scandalo, ha imposto a Festing di minimizzare per il momento, in attesa dei riscontri di una commissione incaricata riservatamente di valutare il caso. L’Ordine però resiste e Festing rimuove dalla carica Von Boeselager. Bergoglio decide allora di nominare una commissione d’inchiesta ufficiale sulla rimozione appena avvenuta e ne affida la guida all’arcivescovo Silvano Tomasi. Il Gran Maestro Festing controbatte in modo durissimo, con un comunicato nel quale rivendica l’autonomia dei Cavalieri, non riconosce alcuna legittimità alla commissione e impone ai vertici dell’Ordine di non collaborare. Gli investigatori vaticani, grazie a molte testimonianze e documenti, scoprono che a Francesco non è stata raccontata la verità e che il rapporto sul caso dei condom non sarebbe stato riportato correttamente e integralmente. Boeselager, conlcude la commissione, non ha responsabilità: appena venuto a sapere della distribuzione dei preservativi aveva interrotto la collaborazione con l’ONG. A quel punto Francesco imponeva al Capo dell'Ordine le dimissioni e, di conseguenza, il reintegro del Gran Cancelliere con la promessa di essere più' aderente alle disposizioni papali. Il cardinale Burke nelle ore successive tenta di dissuadere Festing dalle dimissioni, mettendosi dunque apertamente contro il Papa. Alla fine prevale l'ordine di Bergoglio: mettere tutto a tacere. Non è più tempo di divisioni e si deve essere tutti compatti, specie nei temi caldi della lotta a contraccezione e aborto, nella nuova chiesa destinata a rievangelizzare l'occidente . In gioco c'è la grande lotta alla secolarizzazione e la conquista delle sterminate periferie delle megalopoli in crescita.

martedì 24 gennaio 2017

Ecce homo

All'apparire del killer i primi a scomparire furono gli esemplari della megafauna. Nel giro di alcune migliaia di anni sparirono i Mammuth, gli ittiosauri, il diprotodonte l'ultimo grande marsupiale, il moa (grande volatile della Nuova Zelanda), l'elefante di Cuvier con le sue lunghe zanne in nordamerica, gli Smilodon felini dai denti a sciabola, gli ippopotami nani e l'elefante nano di Cipro, il procoptodonte un gigantesco canguro dal muso corto, e tanti tanti altri mammiferi, rettili e uccelli di grandi dimensioni. Chi era il grande killer che era apparso circa cinquantamila anni fa, in coincidenza con la fine dell'ultima glaciazione, e che ovunque si espandeva come specie garantiva la scomparsa delle altre specie (soprattutto di grandi animali) nel giro di pochi secoli? Già Wallace nell'800 aveva scritto nel suo The World of Life: "mi sono convinto che la rapidità con cui si è verificata l'estinzione di così tanti grandi mammiferi è dovuta all'azione dell'uomo".
L'estinzione della megafauna, ormai è assodato, si verificò a più riprese e sempre in coincidenza con l'arrivo del killer : l'uomo. Una delle più grandi si verificò 50 mila anni fa e spazzò via i giganti australiani proprio dopo l'arrivo del "sapiens" nel continente. Una seconda ondata interessò il Nord e il Sudamerica circa venticinquemila anni fa - anche lì all'apparire del sapiens-. Il Sapiens assicurò l'estinzione anche della specie affine: l'Homo Neandertaliensis, forse con una diretta azione prototipo di ogni successivo olocausto. I lemuri giganti del Madagascar, gli ippopotami pigmei e gli uccelli elefante sopravvissero fino al Medioevo (alcune centinaia di anni dopo l'arrivo dell'uomo). I moa della Nuova Zelanda riuscirono a resistere fino al Rinascimento, cioè fino all'arrivo dei Maori sull'isola. La sequenza delle ondate di estinzione e la sequenza degli insediamenti umani sono quasi perfettamente allineate. "La comparsa dell'uomo emerge quale unica spiegazione ragionevole delle estinzioni di tante specie della megafauna", scrive Paul Martin dell'università dell'Arizona in Prehistoric Overkill. Anche Jared Diamond conferma: "gli animali della megafauna erano sopravvissuti a innumerevoli periodi di siccità e avverse condizioni nella millenaria storia australiana, per poi morire tutti in poco tempo, quasi insieme e all'improvviso, proprio quando l'uomo ha fatto la sua comparsa". Ma la carriera del Big Killer non è finita qui, anzi. Noi spesso identifichiamo l'uomo distruttore della fauna e della flora nell'uomo moderno che con l'introduzione della tecnologia ha avuto la forza di alterare la natura. Ma le estinzioni della Megafauna lasciano intendere qualcosa di diverso. Anche se è politicamente corretto immaginare un uomo che un tempo viveva in armonia con la natura , sembra che in realtà non sia andata proprio così. L'uomo è sempre stato in conflitto con gli animali, a parte quelli che gli erano utili. Gli animali che erano di grandi dimensioni furono i primi a soccombere, perché erano lenti a riprodursi ed esposti alla caccia e ai cambiamenti ambientali. Poi venne il turno dei più piccoli o di quelli più vicini all'uomo come le scimmie, di cui è prossima l'estinzione del 60 % delle specie. Oggi tocca agli animali selvaggi dell'Africa, alle tigri dell'asia, a tante specie di uccelli del sud america, al bisonte americano, agli orang utang e tante altre specie di scimmie che stanno perdendo il loro habitat per la distruzione delle foreste pluviali e l'espansione delle città e delle terre coltivate. Il rinoceronte di Sumatra si è estinto praticamente ai nostri giorni. Nei prossimi decenni è prevista l'estinzione delle giraffe, delle tigri, dei leoni, di altri grandi felini come le pantere, dei rinoceronti sempre più ridotti di numero. Oggi sono in pericolo anche gli orsi polari, il cui ambiente sta scomparendo per il surriscaldamento climatico. A ritmo crescente spariscono o si avviano all'estinzione molte specie di uccelli. Diverse specie della foresta equatoriale del sud america stanno sparendo durante l'arco di tempo della nostra vita individuale. Molto a rischio sono gli elefanti ancora massacrati ogni giorno per procurarsi l'avorio delle zanne, infame mercato che meriterebbe la pena di morte per cacciatori e spacciatori. Ugualmente devastante la pesca massiva, le sostanze chimiche prodotte dall'uomo e le plastiche che inquinano gli oceani e che stanno avviando all'estinzione molte specie di pesci e di fauna marina.
Nell'ultimo secolo il Big Killer si è trasformato velocemente. La popolazione umana che fino all'ottocento era giunta ad un miliardo (in una lenta crescita durata centomila anni) è letteralmente esplosa nell'ultimo secolo fino a 7,5 miliardi. Se prima il killer delle specie e dell'ambiente agiva lentamente con i ritmi della propria espansione sulla terra, ora Homo con la sua crescita esplosiva agisce come una macchina del massacro specista. Le trasformazioni del paesaggio si sono accelerate in maniera altrettanto esplosiva. Scompaiono le foreste pluviali, scompaiono le savane, si cementificano e si asfaltano praterie e boschi, pianure e colline, coste e paesaggi alpini.Le megalopoli si espandono apparendo dalle foto satellitari come gancrene grigiastre che letteralmente fagocitano il residuo suolo verde e le foreste. Nello stesso tempo vengono messe a coltura intensiva i suoli disponibili per sfamare una popolazione di miliardi di umani e produrre carne negli allevamenti intensivi. Il pianeta cambia a vista d'occhio, giorno per giorno, caratterizzando l'Antropocene come la fine degli ambienti naturali sulla terra e l'alterazione irreversibile chimica e fisica della biosfera. In questo modo la grande estinzione accelera con la fine degli animali selvaggi e migliaia di specie di fauna e flora. La combinazione tra la potenza tecnologica e la moltiplicazione numerica di Homo ha portato alla creazione di una vera e propria "macchina" delle estinzioni in cui la specie umana divora letteralmente le altre specie viventi annichilendo quello che non le serve e addomesticando alla produzione tecnologica le specie ridotte a servizio alimentare (o di svago) della specie killer, come gli animali di allevamento e le piante per l'alimentazione. Homo distrugge tutto tranne ciò che ritiene utile alla sua ulteriore crescita senza limiti. La distorsione delle leggi naturali raggiunge così il suo massimo e la specie Homo sta distruggendo il fondamento da cui ha preso vita, taglia le radici della propria stessa sussistenza in quanto specie tra le specie. Homo non si è formato da solo ma per selezione naturale attraverso l'interazione con tutte le altre specie. Senza la base vivente da cui è nato l'uomo porterà alla fine il pianeta e se stesso in una hybris autodistruttiva. Quello che colpisce in tutto questo è l'assoluta insensibilità degli esemplari di homo verso quello che sta accadendo. Tutto questo assassinio di specie avviene per l'agire insensato di un animale che le vecchie religioni definivano fornito di anima, ma che invece si sta rivelando fornito solo di un egoismo assoluto e violento.
Quando si vedono gli spot televisivi finanziati da organizzazioni cosidette "umanitarie" e fondati su un cieco antropocentrismo in cui vengono mostrati piccoli umani devastati da fame e malattie, nessuno si chiede il perché di queste sofferenze umane. Nessuno dice che quei bambini sono ridotti in quello stato dalla mancanza di limiti demografici che assicurino un rapporto più equilibrato tra risorse del territorio e natalità, e che se non provvediamo a ridurre l'eccessiva crescita demografica la situazione dell'uomo e del pianeta andrà inevitabilmente peggiorando.Queste organizzazioni cosidette "umanitarie" non osano o non sanno farsi le domande essenziali: quale cieco egoismo di specie mi fa vedere solo l'uomo e le sue esigenze, mentre distruggiamo tutta la vita che ci circonda nella meravigliosa varietà di specie che la natura ci ha consegnato? perché non vediamo la violenza che stiamo applicando agli animali facendo estinguere per sempre dal pianeta delle specie ormai ridotte a pochi esemplari, mentre non mettiamo limiti alla nostra riproduzione che ci sta portando verso gli otto miliardi di esemplari? Perché abbiamo perso l'anima prima di ogni altra cosa, relegando il nostro pensiero in assurde idolatrie che vedono solo l'uomo e distruggono tutto il resto? Domande a cui Homo non ha nemmeno iniziato a rispondere, e che peseranno sul nostro destino.