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martedì 21 febbraio 2017

Il Papa e la guerra dei preservativi

In occidente c'è qualcuno che crede ancora nel dio cristiano, e fino a qualche decennio fa erano sempre meno. La religione stava divenendo fenomeno marginale per bacchettoni. Ma recentemente qualcosa e' cambiato: una idolatria monoteista come quella ebraica e cristiana, l'islam, ha lanciato il guanto di sfida alla modernità'. I quattro aerei dirottati da islamisti contro le torri gemelle e pentagono nel settembre 2001 è stato il segno della nuova sfida. L'immensa immigrazione di masse islamiche hanno portato altra benzina al fuoco del ritorno religioso. Nell'ultimo decennio il secolarismo ha subito una battuta d'arresto. Il papa argentino ha capito subito che le nuove masse di migranti costituivano una grande opportunità' per un cattolicesimo in agonia. La modernità' stessa forniva i mezzi per la rimonta integralista del cristianesimo, che anziché vedere nell'islam un concorrente, lo considera un alleato contro la secolarizzazione. La globalizzazione ha messo in crisi l'occidente laico e l'insicurezza diffusa crea nuovi potenziali credenti. L'economia in crisi, le difficoltà' del ceto medio impoverito, la sfida del jhadismo, lo spostamento delle produzioni e dei mercati, la crisi energetica hanno modificato il mondo. La superstizione religiosa si ripresenta, dopo duecento anni di illuminismo, più' forte e agguerrita che mai. La popolazione del pianeta è di otto miliardi e le megalopoli crescono a macchia d'olio trasformando il paesaggio globale. Il papa della crisi della Chiesa ha capito che per salvare la chiesa deve cavalcare le trasformazioni impetuose che stanno investendo l'occidente e il pianeta. La nostra società, quella delle sconfinate periferie delle grandi città europee è abissalmente cambiata rispetto alla società che negli anni settanta votava per il divorzio e l'aborto e lasciava vuote le chiese. Ora nascono in tutte le città occidentali nuove moschee e le chiese tornano ad accogliere fedeli. Nuovi integralismi fanno da avanguardia ad un ritorno alla religione di massa e la CEI ha ripetutamente parlato della necessità di un nuovo spirito missionario questa volta nelle città dell'occidente secolarizzate. Le periferie delle grandi città occidentali stanno divenendo luoghi in rapida crescita demografica e con forti dinamiche sociali, in cui masse immense di nuovi poveri senza appartenenze e di molteplici etnie sono terreno fertile per una nuova evangelizzazione. Qui la chiesa può tornare ad avere un ruolo addirittura più forte di ogni ideologia politica. Nello spaesamento e nella mancanza di valori delle nuove masse la chiesa vede la possibilità di riappropriarsi di un potere che aveva perso. Se le chiese vuote nelle città laiche e borghesi del passato erano un segnale di morte per la religione, nelle bainleu in forte espansione e prive di riferimenti c'è la rinascita della fede e la rivincita religiosa sull'illuminismo. La modernità secolarizzata è in un vicolo cieco. Ecco allora le nuove mitologie della salvezza: natalità e sbarchi. Uno dei primi atti del nuovo papa, dopo le dimissioni di Benedetto -altro segno della crisi - è stato quello di andare a Lampedusa per lanciare il messaggio: voi che arrivate non siete un problema, ma siete la salvezza. Per voi e per noi, anzi più per noi, uomini senza fede in crisi irreversibile. L'Italia , fa intendere il papa, e tutta l'europa non hanno confini perché non hanno più storia. L'Italia e l'europa come terra promessa per le migrazioni epocali, solo così possono ritrovare un senso e una ricrescita nella fede. Nascite e sbarchi sono la salvezza di un mondo che era diventato senza dio e dedito solo al profitto. La concezione religiosa alla base di questa visione è un delirio antropocentrico in cui la natura non ha più senso. Ma qui è in gioco un pensiero totalizzante che riporta la chiesa al centro, con un compito di salvezza ed un messaggio globale che le restituiscono un ruolo che aveva perso. Il papa in occasione del recente natale ha voluto piantare un barcone, uno di quelli usati dai migranti, a san pietro; e subito qualcuno propone di portare un barcone davanti al duomo di Milano: sono i simboli di un nuovo significato della città. Da luogo identitario e di appartenenza storica, residenza di una classe media prevalentemente laica, a luogo di accoglienza per la nuova povertà globale nel tempo dell'esplosione demografica. E', secondo la chiesa, una rivincita dell'uomo, proprio quando la crisi ambientale stava ponendo in crisi il ruolo dell'uomo in un pianeta inquinato. Una occasione imperdibile per una chiesa di nuovo protagonista. L'esplosione demografica africana è una benedizione per chi vede nella natalità la nuove opportunità per una rivincita religiosa sul laicismo e sulle critiche ecologiche all'antropocentrismo.
Durante l'Angelus del 5 febbraio scorso, il papa ha fatto un chiaro discorso sull'imminente spopolamento della terra. Il papa ha parlato del nichilismo che l'aborto e la contraccezione stanno portando nelle nostre società moderne . E l'Osservatore ha subito commentato le parole del papa: "non si deve scomodare un demografo per analizzare il fatto che la natalità sia scesa sotto il tasso di sostituzione dopo la legge sul divorzio del 1970 e che sia crollato dopo quella sull'aborto varata nel 1978". La visione cattolica è di un mondo in pieno crollo demografico, in via di desertificazione e spopolamento,dove hanno la meglio idee estranee alla religione che guardano alla salvezza della natura e non a quella dell'uomo come figlio di dio. Ecco allora i temi che il papa costantemente ripete ad ogni occasione, le nuove idolatrie, il vitello d'oro da offrire alle masse spaesate e depresse dalla crisi economica e dalla perdita delle appartenenze: la mitologia del bambinello, del neonato che simboleggia la rinascita e la centralità' dell'uomo come dominatore del cosmo. Il papa richiama alla sacra immagine della madonna come archetipo della donna madre che fa della gravidanza l'atto puro della salvazione eterna, e ne fa l'icona della Hybris natalista salvatrice del mondo dalla desertificazione e dal nichilismo. Per il cattolicesimo, come per le altre religioni monoteiste, il mondo e' proprietà dell'uomo e interamente al suo servizio. Il discorso che il papa sottintende è chiaro: la secolarizzazione ha portato a questa crisi senza sbocco. Il papa non si è fatto scrupolo di ricorrere persino all'ecologia in una enciclica sulla preservazione della natura .L' enciclica esprime una ecologia distorta e paradossale in cui la natura non è quella che descrive la scienza, in equilibrio precario e soggetta a limiti fisici. Si tratta di una natura divinizzata, generata da dio per la gloria dell'uomo, e solo in questo senso meritevole di conservazione. Una natura, secondo il papa, senza senso se priva dell'uomo e che va protetta solo in quanto proprietà da trasmettere ai (si spera) numerosissimi discendenti. Nella enciclica si percepisce l'artificio con cui, attraverso una ostentata preservazione di alcuni aspetti esteriori del mondo naturale, si vuole reintrodurre una fede totalizzante che contrasti il laicismo della scienza. Nella visone del papa e dei nuovi integralisti, solo la natalità può riportare l'ordine divino. Senza la natalità in costante crescita il mondo è deserto e spopolato, privo di senso. Siamo in piena follia natalista, in cui la mistificazione la fa da padrona: si vuol far passare per un mondo in via di spopolamento e desertificazione un pianeta di otto miliardi di umani. L'intenzione laica di porre un freno alla natalità incontrollata è considerata un abominio. Solo accennare a questo, è percepito dai cattolici e dal papa come puro nichilismo,un auspicare la desertificazione del pianeta. Di qui la lotta senza quartiere a contraccezione e aborto. In questa nuova visione natalista per contrastare la secolarizzazione vanno superate tutte le pregresse divisioni tra conservatori e progressisti all'interno della chiesa. Esemplare in questo senso è quanto avvenuto nella cosiddetta "guerra dei preservativi" che ha riguardato il sovrano Ordine di Malta. Un episodio ha riacceso un conflitto intestino nell'Ordine di Malta che vedeva contrapposti il Gran maestro Festing e il gran Cancelliere Von Boeselager. Il gran Cancelliere, vicino alle posizioni sociali del papa, è molto stimato, ma con l’arrivo quale cardinale patrono dell'Ordine del porporato americano conservatore Raymond Leo Burke, Festing trova un alleato. L’occasione per la resa dei conti è una storia accaduta nel 2013, quando Boeselager, non ancora Cancelliere, si occupava delle iniziative assistenziali nel mondo. Una ONG che collabora con i Cavalieri di Malta aveva distribuito dei preservativi in Myanmar. E lui, secondo l’accusa, ne sarebbe stato a conoscenza. Il papa, che ricordiamo è un gesuita e come tutti i gesuiti si intende di propaganda e media, timoroso dello scandalo, ha imposto a Festing di minimizzare per il momento, in attesa dei riscontri di una commissione incaricata riservatamente di valutare il caso. L’Ordine però resiste e Festing rimuove dalla carica Von Boeselager. Bergoglio decide allora di nominare una commissione d’inchiesta ufficiale sulla rimozione appena avvenuta e ne affida la guida all’arcivescovo Silvano Tomasi. Il Gran Maestro Festing controbatte in modo durissimo, con un comunicato nel quale rivendica l’autonomia dei Cavalieri, non riconosce alcuna legittimità alla commissione e impone ai vertici dell’Ordine di non collaborare. Gli investigatori vaticani, grazie a molte testimonianze e documenti, scoprono che a Francesco non è stata raccontata la verità e che il rapporto sul caso dei condom non sarebbe stato riportato correttamente e integralmente. Boeselager, conlcude la commissione, non ha responsabilità: appena venuto a sapere della distribuzione dei preservativi aveva interrotto la collaborazione con l’ONG. A quel punto Francesco imponeva al Capo dell'Ordine le dimissioni e, di conseguenza, il reintegro del Gran Cancelliere con la promessa di essere più' aderente alle disposizioni papali. Il cardinale Burke nelle ore successive tenta di dissuadere Festing dalle dimissioni, mettendosi dunque apertamente contro il Papa. Alla fine prevale l'ordine di Bergoglio: mettere tutto a tacere. Non è più tempo di divisioni e si deve essere tutti compatti, specie nei temi caldi della lotta a contraccezione e aborto, nella nuova chiesa destinata a rievangelizzare l'occidente . In gioco c'è la grande lotta alla secolarizzazione e la conquista delle sterminate periferie delle megalopoli in crescita.

martedì 24 gennaio 2017

Ecce homo

All'apparire del killer i primi a scomparire furono gli esemplari della megafauna. Nel giro di alcune migliaia di anni sparirono i Mammuth, gli ittiosauri, il diprotodonte l'ultimo grande marsupiale, il moa (grande volatile della Nuova Zelanda), l'elefante di Cuvier con le sue lunghe zanne in nordamerica, gli Smilodon felini dai denti a sciabola, gli ippopotami nani e l'elefante nano di Cipro, il procoptodonte un gigantesco canguro dal muso corto, e tanti tanti altri mammiferi, rettili e uccelli di grandi dimensioni. Chi era il grande killer che era apparso circa cinquantamila anni fa, in coincidenza con la fine dell'ultima glaciazione, e che ovunque si espandeva come specie garantiva la scomparsa delle altre specie (soprattutto di grandi animali) nel giro di pochi secoli? Già Wallace nell'800 aveva scritto nel suo The World of Life: "mi sono convinto che la rapidità con cui si è verificata l'estinzione di così tanti grandi mammiferi è dovuta all'azione dell'uomo".
L'estinzione della megafauna, ormai è assodato, si verificò a più riprese e sempre in coincidenza con l'arrivo del killer : l'uomo. Una delle più grandi si verificò 50 mila anni fa e spazzò via i giganti australiani proprio dopo l'arrivo del "sapiens" nel continente. Una seconda ondata interessò il Nord e il Sudamerica circa venticinquemila anni fa - anche lì all'apparire del sapiens-. Il Sapiens assicurò l'estinzione anche della specie affine: l'Homo Neandertaliensis, forse con una diretta azione prototipo di ogni successivo olocausto. I lemuri giganti del Madagascar, gli ippopotami pigmei e gli uccelli elefante sopravvissero fino al Medioevo (alcune centinaia di anni dopo l'arrivo dell'uomo). I moa della Nuova Zelanda riuscirono a resistere fino al Rinascimento, cioè fino all'arrivo dei Maori sull'isola. La sequenza delle ondate di estinzione e la sequenza degli insediamenti umani sono quasi perfettamente allineate. "La comparsa dell'uomo emerge quale unica spiegazione ragionevole delle estinzioni di tante specie della megafauna", scrive Paul Martin dell'università dell'Arizona in Prehistoric Overkill. Anche Jared Diamond conferma: "gli animali della megafauna erano sopravvissuti a innumerevoli periodi di siccità e avverse condizioni nella millenaria storia australiana, per poi morire tutti in poco tempo, quasi insieme e all'improvviso, proprio quando l'uomo ha fatto la sua comparsa". Ma la carriera del Big Killer non è finita qui, anzi. Noi spesso identifichiamo l'uomo distruttore della fauna e della flora nell'uomo moderno che con l'introduzione della tecnologia ha avuto la forza di alterare la natura. Ma le estinzioni della Megafauna lasciano intendere qualcosa di diverso. Anche se è politicamente corretto immaginare un uomo che un tempo viveva in armonia con la natura , sembra che in realtà non sia andata proprio così. L'uomo è sempre stato in conflitto con gli animali, a parte quelli che gli erano utili. Gli animali che erano di grandi dimensioni furono i primi a soccombere, perché erano lenti a riprodursi ed esposti alla caccia e ai cambiamenti ambientali. Poi venne il turno dei più piccoli o di quelli più vicini all'uomo come le scimmie, di cui è prossima l'estinzione del 60 % delle specie. Oggi tocca agli animali selvaggi dell'Africa, alle tigri dell'asia, a tante specie di uccelli del sud america, al bisonte americano, agli orang utang e tante altre specie di scimmie che stanno perdendo il loro habitat per la distruzione delle foreste pluviali e l'espansione delle città e delle terre coltivate. Il rinoceronte di Sumatra si è estinto praticamente ai nostri giorni. Nei prossimi decenni è prevista l'estinzione delle giraffe, delle tigri, dei leoni, di altri grandi felini come le pantere, dei rinoceronti sempre più ridotti di numero. Oggi sono in pericolo anche gli orsi polari, il cui ambiente sta scomparendo per il surriscaldamento climatico. A ritmo crescente spariscono o si avviano all'estinzione molte specie di uccelli. Diverse specie della foresta equatoriale del sud america stanno sparendo durante l'arco di tempo della nostra vita individuale. Molto a rischio sono gli elefanti ancora massacrati ogni giorno per procurarsi l'avorio delle zanne, infame mercato che meriterebbe la pena di morte per cacciatori e spacciatori. Ugualmente devastante la pesca massiva, le sostanze chimiche prodotte dall'uomo e le plastiche che inquinano gli oceani e che stanno avviando all'estinzione molte specie di pesci e di fauna marina.
Nell'ultimo secolo il Big Killer si è trasformato velocemente. La popolazione umana che fino all'ottocento era giunta ad un miliardo (in una lenta crescita durata centomila anni) è letteralmente esplosa nell'ultimo secolo fino a 7,5 miliardi. Se prima il killer delle specie e dell'ambiente agiva lentamente con i ritmi della propria espansione sulla terra, ora Homo con la sua crescita esplosiva agisce come una macchina del massacro specista. Le trasformazioni del paesaggio si sono accelerate in maniera altrettanto esplosiva. Scompaiono le foreste pluviali, scompaiono le savane, si cementificano e si asfaltano praterie e boschi, pianure e colline, coste e paesaggi alpini.Le megalopoli si espandono apparendo dalle foto satellitari come gancrene grigiastre che letteralmente fagocitano il residuo suolo verde e le foreste. Nello stesso tempo vengono messe a coltura intensiva i suoli disponibili per sfamare una popolazione di miliardi di umani e produrre carne negli allevamenti intensivi. Il pianeta cambia a vista d'occhio, giorno per giorno, caratterizzando l'Antropocene come la fine degli ambienti naturali sulla terra e l'alterazione irreversibile chimica e fisica della biosfera. In questo modo la grande estinzione accelera con la fine degli animali selvaggi e migliaia di specie di fauna e flora. La combinazione tra la potenza tecnologica e la moltiplicazione numerica di Homo ha portato alla creazione di una vera e propria "macchina" delle estinzioni in cui la specie umana divora letteralmente le altre specie viventi annichilendo quello che non le serve e addomesticando alla produzione tecnologica le specie ridotte a servizio alimentare (o di svago) della specie killer, come gli animali di allevamento e le piante per l'alimentazione. Homo distrugge tutto tranne ciò che ritiene utile alla sua ulteriore crescita senza limiti. La distorsione delle leggi naturali raggiunge così il suo massimo e la specie Homo sta distruggendo il fondamento da cui ha preso vita, taglia le radici della propria stessa sussistenza in quanto specie tra le specie. Homo non si è formato da solo ma per selezione naturale attraverso l'interazione con tutte le altre specie. Senza la base vivente da cui è nato l'uomo porterà alla fine il pianeta e se stesso in una hybris autodistruttiva. Quello che colpisce in tutto questo è l'assoluta insensibilità degli esemplari di homo verso quello che sta accadendo. Tutto questo assassinio di specie avviene per l'agire insensato di un animale che le vecchie religioni definivano fornito di anima, ma che invece si sta rivelando fornito solo di un egoismo assoluto e violento.
Quando si vedono gli spot televisivi finanziati da organizzazioni cosidette "umanitarie" e fondati su un cieco antropocentrismo in cui vengono mostrati piccoli umani devastati da fame e malattie, nessuno si chiede il perché di queste sofferenze umane. Nessuno dice che quei bambini sono ridotti in quello stato dalla mancanza di limiti demografici che assicurino un rapporto più equilibrato tra risorse del territorio e natalità, e che se non provvediamo a ridurre l'eccessiva crescita demografica la situazione dell'uomo e del pianeta andrà inevitabilmente peggiorando.Queste organizzazioni cosidette "umanitarie" non osano o non sanno farsi le domande essenziali: quale cieco egoismo di specie mi fa vedere solo l'uomo e le sue esigenze, mentre distruggiamo tutta la vita che ci circonda nella meravigliosa varietà di specie che la natura ci ha consegnato? perché non vediamo la violenza che stiamo applicando agli animali facendo estinguere per sempre dal pianeta delle specie ormai ridotte a pochi esemplari, mentre non mettiamo limiti alla nostra riproduzione che ci sta portando verso gli otto miliardi di esemplari? Perché abbiamo perso l'anima prima di ogni altra cosa, relegando il nostro pensiero in assurde idolatrie che vedono solo l'uomo e distruggono tutto il resto? Domande a cui Homo non ha nemmeno iniziato a rispondere, e che peseranno sul nostro destino.

mercoledì 21 dicembre 2016

La produzione di massa

Quando sento gli ecoingenui della decrescita felice non riesco a non ridere, anche se sommessamente. La loro ingenuità estrema arriva ad ipotizzare una decrescita della produzione in un mondo dove invece tutto corre verso una veloce trasformazione delle strutture industriali nel senso della produzione di massa.La produzione non decrescerà ma continuerà a crescere, almeno finché crescerà la popolazione del pianeta. La Cina rappresenta in maniera paradigmatica la globalizzazione che sta interessando tutto il mondo e fornisce un modello per quello che accadrà nei prossimi anni in tutto il pianeta. Se analizziamo le modalità con cui nascono i nuovi quartieri delle città cinesi vediamo come paradossalmente si realizzi uno dei capisaldi teorici del marxismo, ossia come le sovrastrutture rappresentate dalla cultura, dai valori, dalla fruizione del tempo, dall'intrattenimento e gli aspetti "ludici" (una volta si sarebbe detto spirituali) della vita, vengano generati dalla struttura produttiva e ne siano un derivato diretto, senza mediazioni. In Cina interi quartieri vengono edificati come strutture di servizio di fabbriche industriali e progettati per massimizzare l'economicità nella realizzazione dei prodotti. In questo modo la vita umana viene ridotta a elemento secondario di servizio della struttura produttiva materiale. Spesso decine di edifici servono a contenere gli operai, gli addetti con relative famiglie e gli impianti di servizio connessi ad una determinata linea produttiva di una sola fabbrica o, a volte, di un unico particolare prodotto industriale. Le strutture abitative sono modulari, ridotte all'essenziale e con tipologie ripetitive e realizzate su scala di migliaia di unità. Esistono quartieri cinesi, in genere alla periferia delle grandi città, con migliaia di abitanti che lavorano ad impianti dedicati alla realizzazione industriale di un condizionatore, di un motore o addirittura di un cuscinetto meccanico. La scala di produzione, con la globalizzazione dei mercati, diviene idonea ad un mercato mondiale e i numeri di produzione di un prodotto raggiungono livelli mai visti. La megalopoli si trasforma generando quartieri dedicati a soddisfare esigenze del mercato globale. La vita di migliaia di persone è regolata secondo i ritmi della produzione. Anche il tempo libero e lo svago sono programmati per assicurare ritmi e turni di lavoro adeguati alla produzione su scala di massa.
I prodotti al tempo della globalizzazione e dell'esplosione demografica stanno rapidamente cambiando. Esaminando il prodotto e i cambiamenti che lo interessano possiamo comprendere molto della società che si sta preparando. Già Ford nei primi anni del 900 introdusse in america la catena di montaggio dove la produzione veniva standardizzata e i singoli pezzi della catena uniformati per i grandi numeri. La catena di montaggio assicura economie di scala e l'implementazione della produzione di massa. Oggi il prodotto industriale deve essere pensato per milioni di consumatori, a volte miliardi. Prima di progettarlo vanno fatte indagini di marketing su grandi numeri di potenziali consumatori (esistono società apposite). Il prodotto può persino perdere la caratteristica di marchio e venire standardizzato per molti produttori diversi su linee di produzione globali. Una caratteristica importante è la perdita delle distinzioni in base al luogo di provenienza: la delocalizzazione del manufatto comporta che esso deve perdere ogni riferimento ad un territorio particolare in quanto è destinato ad un mercato globale. Il prodotto tradizionale, quello artigianale, legato ai luoghi (come ad esempio le manifatture,i prodotti tipici o i vini o certi cibi) divengono prodotti di nicchia, sempre meno adatti alle grandi catene commerciali. Se un prodotto locale ha un grande richiamo viene ridotto a fake e imitato su scala globale. La produzione uniforme di milioni di pezzi trasforma l'impresa industriale rendendola indipendente dal paese di produzione e dedicata al mercato globale (imprese multinazionali).I prodotti di massa nella loro uniformità rendono uniformi e globali i mercati. Una volta uniformati i processi su vasta scala, la catena di montaggio non può che accelerare. Queste imprese necessitano di una crescita continua della produzione. Ricorrere a mercati sempre nuovi può tirare per un po' ma poi non basta più. Debbono crescere i consumatori.La sovrappopolazione è la condizione ottimale per queste imprese di produzione di massa e gli alti tassi di natalità costituiscono un pre-requisito della strategia commerciale estesa ai temi lunghi . La sovrappopolazione consente non solo di espandere i mercati ma anche di avere a disposizione una manodopera a basso costo.
Il prodotto di massa ha un'altra caratteristica: non è progettato per rispondere alle esigenze del consumatore. Il prodotto massificato è assolutamente inutile. O meglio, la sua utilità è marginale. Se riflettiamo un attimo ci accorgiamo che fino a pochi anni fa abbiamo vissuto benissimo senza. Prendiamo ad esempio il cellulare, tipico prodotto di massa. Fino a pochi decenni fa non esisteva e nessuno ne sentiva la mancanza. Il prodotto di massa non risponde ai bisogni, ma li genera. E' un inutile superfuo di cui però si ha necessità . La necessità deriva dalla narrazione virtuale di massa: chi non ce l'ha è fuori dalla narrazione globale, non appartiene alla contemporaneità. La logica che sta dietro al prodotto di massa è quella del discorso pubblicitario. Questo indirizza i desideri del pubblico, al di là dei bisogni reali. Il prodotto assume una sua autonomia, non dipende più dalla domanda e dall'offerta spontanea di una società più o meno complessa. Viene ideato per creare un mondo di riferimenti (attraverso la pubblicità, gli stili di vita indotti ecc.), una aspettativa che costituisce una sorta di nuova mitologia. A differenza delle vecchie mitologie che appartenevano alla tradizione e venivano ereditate, le nuove mitologie si identificano con i prodotti stessi che orientano le masse attraverso una narrazione virtuale che diviene reale al prezzo del prodotto venduto.Il nuovo mito non richiede una morale, come nel caso dei miti religiosi, ma un prezzo. In un mondo così l'unico valore rimane il denaro. Finisce l'arte e la poesia, subentra il mercato e il prodotto. La libertà, nella produzione di massa, è pura apparenza. Il consumatore non sceglie il prodotto ma viene scelto dal produttore che lo individua come target di mercato, indirizzandone i gusti e le aspettative. La pressione sociale di miliardi di persone annulla le individualità, le preferenze personali, le scelte indipendenti per la massificazione dei grandi numeri. Il prodotto non si adatta alla vita degli uomini, ma è l'esatto contrario. Le scelte della vita non si fanno più in base ad appartenenze o a ideologie che si condividono. Le grandi scelte si fanno per reperire e usufruire dei prodotti. Il fenomeno delle aspettative create dal prodotto è alla base, ad esempio, dei fenomeni che concorrono alla migrazione. Si tratta di una scelta radicale, che non dipende da motivazioni religiose o etniche o culturali. Alcune indagini sociologiche condotte sugli immigrati mettono in risalto il ruolo giocato dai media, in particolare tv e internet, nel creare aspettative di fruizione di prodotti e di vita più comoda che spingono i residenti in aree depresse economicamente ad intraprendere il viaggio della vita verso un mondo virtuale più che reale. E' il prodotto che muove le masse.
E' molto importante nella nuova economia basata sulle grandi masse di consumatori che il prodotto abbia una breve durata. La produzione sui grandi numeri ha bisogno di essere sempre pienamente funzionante quindi non tollera periodi di bassa resa. Per mantenere alto il livello di produzione il prodotto si deve rinnovare continuamente e quello già venduto deve essere costruito in modo da autoestinguersi dopo un periodo limitato di tempo (prodotti a durata programmata). La produzione moderna sforna oggetti di alta complessità tecnologica. La complessità tecnologica comporta il rapido superamento tecnologico e la vetustà del prodotto il quale va sostituito rapidamente anche se ancora funzionante.La tecnologia cambia continuamente e con essa i prodotti industriali. L'informatizzazione assicura un controllo totalizzante sui prodotti e la loro quota di virtualità che contribuisce a renderli effimeri. L'elaborazione e la diffusione sul web è oggi parte determinante della massificazione: il prodotto esiste solo su grandi numeri e per raggiungere questi numeri di produzione e consumo deve essere visibile nel mondo virtuale e su scala planetaria. Il web decreta se un prodotto può stare ancora sul mercato; oppure cedere il passo. L'interconnessione in rete di miliardi di consumatori assicura la pubblicizzazione e la operazione di marketing necessaria a commercializzare ogni oggetto facendolo entrare nella dimensione pubblica (con aspetti che ricordano la produzione di miti nelle società pre-moderne).
La globalità del mondo virtuale pubblicitario rende sovranazionale e delocalizzata la produzione e questa genera un sistema finanziario che è ugualmente sovranazionale e virtuale. Il sistema delle bolle finanziarie, prodotte dalla virtualità delle merci e dei mercati, ha contribuito a portare l'occidente alla attuale crisi economica. Il sistema sovra-produce e i mercati inseguono senza bastare mai. Soltanto la crescita continua dei consumatori evita il collasso finanziario. Per i poteri della grande finanza i tassi di natalità sono come le miniere d'oro per i cercatori al tempo della grande corsa all'oro in nord america. Per questo finanza e grandi imprese non fanno nulla per arginare l'esplosione demografica e diffondono l'ideologia dell'accoglienza multietnica e dei diritti globali. Il consumatore non ha etnia così come il lavoratore a basso costo. Ma per quanto ancora il pianeta sosterrà l'infernale meccanismo?

venerdì 2 dicembre 2016

Il Killer silenzioso delle megalopoli

Un killer silenzioso si aggira per le megalopoli sovrappopolate e inquinate. Il nome del killer è neutro, una sigla insignificante per i più: BPCO.
Eppure, dietro quella sigla si nasconde la causa che è all'origine, secondo un Report ufficiale dell'Agenzia Europea per l'Ambiente, di 476 mila morti ogni anno nella sola Europa. La sigla significa "Broncopatia cronica ostruttiva" o malattia polmonare cronica ostruttiva secondo la terminologia inglese. E' una malattia cronica degenerativa del sistema respiratorio e cardiovascolare dovuta all'inquinamento dell'aria delle grandi città europee da parte del particolato. E' una malattia tipica di tutte le grandi megalopoli del pianeta, delle aree industriali, delle zone ad alta densità umana. Del problema sono forse più coscienti i cittadini delle città cinesi e giapponesi, piuttosto che i benpensanti europei obnubilati dal pensiero unico politicamente corretto, in nome del quale si nega anche l'evidenza. Infatti basta vedere gli abitanti di Pechino, Shanghai o Tokio girare per le strade con la mascherina per il filtraggio delle polveri sottili, e confrontarli con i nostri cittadini che girano in bicicletta per le strade di Milano o Parigi senza alcuna protezione per valutare la differenza di allarme presente nelle persone. Da noi vivere ammassati è bello, è il portato di un antropocentrismo idiota e autodistruttivo, e si negano i problemi che esso genera o si degradano a meri problemi di scelte energetiche. Il risultato sta nei numeri del Report dell'Agenzia Europea dell'ambiente.
In quelle disumane concentrazioni di persone cemento asfalto e smog, dovute all'abnorme crescita demografica che ha raggiunto livelli esplosivi negli ultimi decenni, la necessità di energia, di alimentazione e di abitazione per tante persone e le attività lavorative connesse generano il particolato, distinto in due sottogruppi a seconda della grandezza delle particelle coinvolte: PM 10 (10 micron) e PM 2,5 (2,5 micron). Si tratta una miscela di minuscole particelle e goccioline liquide composte da diversi elementi tra cui acidi, metalli,residui carboniosi, silicati, ossidi di zolfo, particelle di suolo o polvere. Fonte principale è la combustione di carbone e biomassa da parte di industrie, centrali elettriche e famiglie. Altre fonti di inquinamento da particolato sono i trasporti, le attività di scavo e demolizione, l'usura delle superfici,l’agricoltura e l’incenerimento dei rifiuti. Nelle megalopoli il particolato viene prodotto principalmente dai riscaldamenti domestici, dal traffico veicolare, dai rifiuti e dai loro prodotti di traformazione, dalla movimentazione sui suoli, dalle attività edilizie e di demolizione, dai rifacimenti delle strade, dal consumo di pneumatici e di prodotti dei motori. L'enorme massa di sovrappopolazione generatasi dagli inizi del secolo scorso fino ad oggi ha quindi creato le premesse dell'inquinamento da particolato mediante l'inurbamento massiccio con lo sviluppo delle megalopoli e con l'attività umana concentrata in quegli stessi macroaggregati umani. Ogni attività umana genera particolato e solo la necessità di sussistenza (riscaldamento, produzione di merci, alimentazione ecc.) e di spostamento di merci e persone tra zone diverse delle megalopoli sono all'origine di gran parte del particolato.Non parliamo poi delle attività di areoporti, porti, grandi fabbriche, raffinerie, inceneritori ecc. L'uso intensivo di pesticidi per mantenere le produzioni alimentari ad un livello adeguato a tanta popolazione contribuiscono all'inquinamento ambientale di suoli, aria ed acque. Il fumo di sigaretta non fa che aggravare questa situazione, aggiungendo ulteriore inquinamento a quello diffuso nell'aria.
Le conseguenze sulla salute sono drammatiche. Il particolato respirato, specie quello ultrafine (PM 2,5) penetra fin negli alveoli polmonari generando bronchite cronica, enfisema (distruzione di parenchima polmonare), cuore polmonare (insufficienza cardiaca congestizia). Studi internazionali dimostrano che il particolato ultrafine è in grado di passare nel circolo sanguigno contribuendo a generare ostruzione delle coronarie (infarto cardiaco) e ipertensione arteriosa, malattia propria della modernità a cui contribuisce lo stress tipico della vita megapolitana. Nella sola Inghilterra sono stati stimati, in uno studio pubblicato su Lancet, in almeno 23.000 i morti ogni anno dovuti a malattie vascolari da particolato. I numeri sono ancora sottostimati in quanto gli studi che dimostrano il rapporto stretto tra particolato e malattie cardiovascolari sono recenti e ancora da sviluppare su più ampie casistiche. Il cancro del polmone e del tubo digerente sono ulteriori conseguenze dell'inquinamento da particolato, e non esistono ancora stime ufficiali definitive anche se gli studi proseguono. Ma il big killer rimane la BPCO, una malattia sottostimata che è causa di centinaia di migliaia di vittime nella sola Europa e di milioni di vittime nel mondo. Una malattia di cui si parla poco e quando se ne parla non si dice tutto. Se leggiamo infatti il Report dell'Agenzia Europea per l'ambiente,troviamo che l'Agenzia pur denunciando correttamente il problema dovuto all'inquinamento da particolato affermando che: "risulta che nel 2014 circa l’85% della popolazione urbana nell’Unione europea sono stati esposti a particolato fine (PM 2.5) a livelli ritenuti dannosi per la salute dalla Organizzazione Mondiale della Sanità" , quando si tratta di proporre rimedi confida nelle politiche dei governi locali volte a ridurre le emissioni. Ciò è sicuramente utile, come ad esempio convertire l'energia dal carbone e petrolio a fonti meno inquinanti, o imporre filtri e sistemi di contenimento e fissaggio del particolato a fabbriche e raffinerie, a zone industriali, a superfici megapolitane, ma tutto questo non è certamente sufficiente. L'attività normale di milioni di persone concentrate in spazi tanto ristretti come nelle megalopoli è una forzatura artificiale dei sistemi naturali dove queste condizioni non esistono e sono aliene per l'ambiente terrestre. La tecnologia umana ha creato tali forzature e posto le premesse per le malattie polmonari, cardiovascolari e psichiche da stress che questi ambienti comportano. La soluzione di fondo al problema del particolato nelle megalopoli è il ritorno ad una dimensione umana delle città, ad un rapporto equilibrato tra abitanti e città e tra aree cittadine e campagna, ad un uso non intensivo di industria ed agricoltura, oltre che al ricorso a nuove tecnologie energetiche meno inquinanti. La via che stanno seguendo i burocrati europei è invece quella di tacere sul problema sovrappopolazione, negare ogni rilevanza dell'eccesso di densità demografica, nascondere sotto il tappeto del politicamente corretto la polvere (particolato) che inevitabilmente la coesistenza di tanta popolazione concentrata genera, e insistere invece solo su regolamenti, procedure, divieti, controlli, tassazioni, investimenti in tecnologie costose che cercano di ridurre le conseguenze e che guardano ai sintomi e non alla causa prima della patologia. Il tutto va considerato alla luce dei grandi interessi di imprese e mercati che guardano alle occasioni di guadagno generate dalle tecnologie alternative agli idrocarburi e ai prodotti di contenimento, la cui efficacia però sarà nulla e del tutto marginale in presenza di una crescita continua di popolazione e di consumatori nelle aree già ampiamente inquinate. La burocrazia europea, che rappresenta gli interessi di quelle imprese e dei maggiori sistemi finanziari europei, alimenta se stessa, gravando per lo più sulle tasche dei cittadini che vengono tassati per mantenere l'apparato di controllo e per implementare sistemi tecnologici non competitivi in termini di costi e poco efficaci nel ridurre il problema . Molte delle industrie che lavorano nel campo delle rinnovabili sono inquinanti e creano particolato non meno delle altre. Intanto i cittadini continuano ad ammalarsi e a morire di malattie da sovrappopolazione, senza che nessuno accenni al motivo principale di quelle morti.

sabato 19 novembre 2016

Trump: effetto sul clima e non solo

Uno zombie tra gli zombie. Così è apparso, anzi si è manifestato come dal nulla, un Kerry rintronato che sembrava più “knok out” del solito. Barcollando tra i delegati tutti aggrappati alle poltroncine del COP22 della Conferenza di Marrakesh e che lo guardavano speranzosi che il Kerry suonato li salvasse dalla fine preannunciata di tutto il baraccone con i miliardi di dollari annessi e connessi. Si perché erano passate poche ore, qualche giorno, dall’esplosione della bomba atomica: l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca. Nel suo programma The Donald ha scritto:
“- Sviluppo delle fonti fossili per aiutare l'industria e l'economia del paese;
- Smantellare l'Agenzia federale che si occupa della tutela dell'ambiente.

Due punti non esattamente in linea con le aspettative dei burocrati riuniti a Marrakesh. Il nuovo presidente degli Stati Uniti ha il potere, essendo gli Usa tra l’altro il primo finanziatore di quel baraccone di ipocrisie denominato COP22, di sbaraccare baracca e burattini e di riportare tutti con i piedi per terra, nel duro suolo della realtà, e di sbugiardare tutti i finti ecologisti di stato che appetiscono assai più ai dollari sonanti dei finanziamenti che alla salvaguardia del pianeta dal riscaldamento globale. Cosa di cui tutti se ne fregano ampiamente e dirò poi perché. Dunque dopo la repentina entrata in vigore dell’Accordo di Parigi (una fretta come minimo sospetta) ecco il povero rappresentante di Obama, presidente premio Nobel preventivo che ha generato più guerre e morti dei suoi predecessori, che balbetta dal palco di Marrakesh parlando da zombie all’assemblea preoccupatissima. Anche perché Trump dall’alto del suo grattacielo di Manhattan ha intimato al suo predecessore di non stringere alcun tipo di accordo internazionale. Se gli Usa voltano le spalle, e questo gli zombie lo sanno, affonda la conferenza, affonda l’accordo di Parigi, affonda la speranza di affari miliardari per imprese e nazioni di corrotti e corruttori che speculando sul clima pensano molto alle proprie tasche e assai poco alla cappa di anidride. Kerry, bianco in viso e depresso, dice che “il tempo non è dalla nostra parte” e che “i popoli sono a rischio” poi , forse per stanchezza o stress gli sfugge una mezza verità: “ Trecento sessanta grandi aziende come Hewlett Packard, Kellog, Starbucks, Levis qui a COP22 chiedono agli Usa di rispettare gli accordi sul clima”. “Tanato” si direbbe a Roma. Poi riprende la farsa: “ I negoziati procedono, la Casa Bianca, spiega Kerry alludendo ad Obama, ha presentato a COP22 un piano per la decarbonizzazione (sic) profonda (sic sic) dell’economia degli Stati Uniti entro il 2050 che prevede un taglio dell’80% (ari sic) delle emissioni rispetto ai livelli del 2005”. Un programma “realizzabile , coerente con gli obiettivi a lungo termine dell’accordo di Parigi e una accelerazione delle tendenze di mercato esistenti” e qui nella vasta sala dei delegati sudaticci (per l’ansia ed il caldo) si diffonde un vago profumo di torta alla crema. “…Che richiedono politiche di decarbonizzazione sempre più ambiziose”. “Noi andiamo avanti” afferma speranzoso il segretario Kerry probabile prossimo Nobel preventivo per la letteratura, stavolta.
Nel frattempo “gli Stati Uniti hanno lavorato a stretto contatto con la Cina lo scorso anno per costruire un sostegno per l’accordo di Parigi” conclude il segretario.
Questa è la COP dell’azione” dice con credibilità zero Francesco La Camera, direttore generale del Ministero dell’Ambiente e negoziatore italiano, “le discussioni procedono e gli americani a Marrakech tengono fede ai dettami di Obama”. Invece vero niente. Dalla Trump Tower il nuovo Capo chiarisce subito come la pensa: “Sono tutte cazzate”.
La verità si fa strada con grossi calci nel sedere alle ipocrisie di Marrakech. Tuttavia Trump smentisce di aver dichiarato che il climate change è una bufala cinese per danneggiare gli Usa. Il nuovo presidente non vuole irritare i cinesi. E i cinesi che dicono? Liu Zhenmin della delegazione cinese a Marrakesh afferma che “ il supporto degli Strati Uniti, quale maggiore economia, è fondamentale”. Nel caso che gli Usa uscissero davvero dall’accordo però, i cinesi sono sereni:” una soluzione si troverà. Del resto la credibilità degli Stati Uniti potrebbe essere messa in discussione anche su altri fronti” minacciano i cinesi. Ma la Cina è saggia e pragmatica e il Presidente Xi Jinping dopo l’elezione di Trump ha detto che “il governo cinese guarda avanti partendo da un punto di relazione nuovo per dare beneficio ai nostri due popoli.” Il messaggio di fondo è in queste parole. La Cina vuole un punto di partenza nuovo. Con il che il presidente Xi dice esplicitamente che il punto di contatto attuale, con l’amministrazione Obama, non è stato soddisfacente. Sul tavolo c’è l’influenza in Asia. La Cina si considera il guardiano e il dominus del continente, con l’esclusione al momento del Giappone. L’intesa con il presidente Trump che vuole ritirare gli ombrelli militari (e relative spese) dal mondo e guardare più agli interessi economici e di mercato americani, si preannuncia più realistica. A Pechino c’è la convinzione che Trump sia disponibile ad una nuova Yalta, anche se non formale, lasciando la supremazia in Asia proprio alla Cina, che peraltro si è conquistato sul campo quella in Africa. Verrà probabilmente cambiato l’accordo di Bush e della Federal Reserve che prevedeva l’acquisto da parte americana dei prodotti cinesi in cambio derll’acquisto cinese dei Trasury Bond, un accordo che ha garantito lo sviluppo della globalizzazione precedente alla crisi Lehman. Ora Trump vuole ridimensionare il processo di globalizzazione e deve rinegoziare con i cinesi e con la Russia nuovi accordi commerciali che garantiscano la reindustrializzazione e mercati protetti ma non asfittici. Il mondo nel giro di poco tempo potrà essere molto diverso e la farsa che si tiene a Marrakesh rischia di virare a comica finale. Agli Usa serviranno gli idrocarburi, alla Cina che già sono al massimo col carbone, più petrolio, e la Russia già spera in un rialzo dei prezzi del barile e del gas, leccandosi i baffi e menando le mani in Siria in un nuovo ritrovato ruolo di potenza mondiale. Le rinnovabili vanno bene per gli Africani che faranno girare pale eoliche e scaldare pannelli solari con i soldi europei (i soliti buonisti) e qualche elemosina americana e cinese. Ma già la Gran Bretagna, staccata dall’Europa, finanzia tre nuove centrali nucleari, e cinesi e americani si apprestano a cambiare radicalmente i piani energetici ridando spazio a idrocarburi e nucleare. Tanto gli zombie di Marrakesh firmeranno qualche nuovo inutile accordo che non varrà nemmeno la carta su cui è scritto, buono per gli eco-ingenui europei. Al COP22 continuano a parlare, ma non ci credono neanche loro, di ridurre le emissioni riducendo i consumi mentre tutte le potenze mondiali affilano i coltelli per ripartire con più produzione, più idrocarburi e più consumi. E continuano a non parlare ancora di sovrappopolazione, continuano ad ignorare l’evidenza di un mondo che vede ogni giorno, ogni ora, aumentare la popolazione di umani con sempre alti e altissimi tassi di natalità in tanti continenti , sempre più consumatori sempre più migranti economici, che si spostano non dove stanno pannelli solari e mulini a vento, ma supermercati, industrie e prodotti di consumo.

mercoledì 19 ottobre 2016

Uno strano articolo su Nature

Riporto un articolo di Marco Respinti intitolato : "Nature smonta la bufala della sovrappopolazione" apparso su “La Nuova Bussola Quotidiana” (quotidiano on line) a proposito di un articolo su Nature uscito nel dicembre 2015 riguardante il fenomeno sovrappopolazione che, secondo la giornalista scientifica Megan Scudellari, sarebbe una invenzione di alcuni buontemponi e non una verità che sta mettendo a rischio la natura e le specie della Terra.
“In un articolo ospitato su Nature di dicembre, la giornalista scientifica Megan Scudellari bolla disinvoltamente come falsa l’idea secondo cui la popolazione della Terra crescerebbe costantemente in modo esponenziale portando inevitabilmente ‒ come per primo affermò il pastore anglicano ed economista Thomas R. Malthus (1766-1834) nel 1798 ‒ alla carestia e alla miseria. La popolazione mondiale, infatti, non cresce per nulla in modo esponenziale. Non lo ha fatto ieri, non lo fa oggi ed «[…] è improbabile che lo faccia in futuro», dice il demografo della Rockefeller University di New York Joel Cohen intervistato dalla Scudellari. Oggi, per esempio, la popolazione mondiale cresce a un ritmo che è addirittura la metà di quello seguito prima del 1965. Quanto agli attuali 7,2 miliardi di abitanti della Terra da mangiare ce n’è davvero a sufficienza per tutti. A documentarlo è la FAO, l’organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, secondo le cui stime la produzione mondiale di cibo è di gran lunga superiore alla crescita demografica. Attualmente, la sola produzione calorica mondiale in cereali è sufficiente a sfamare tra i 10 e i 12 miliardi di persone. La fame nel mondo allora non esiste? Niente affatto: esiste eccome, afferma sempre Cohen. Solo che non è causata né dalla presunta sovrappopolazione mondiale né dalla scarsità generale e generica di cibo, bensì dal fatto statistico che circa il 55% della produzione nutrizionale del pianeta viene impiegata per scopi diversi dall’alimentazione umana (mangimi per bestiame o produzione di carburanti), oppure semplicemente sprecata, o ancora malamente distribuita. Né scarseggia neppure l’acqua, come ha documentato il vice segretario generale delle Nazioni Unite, Jan Eliasson, sulle pagine dello stesso Nature nel gennaio 2015. Il vero problema dell’acqua, infatti, è che in certe regioni molti (si calcola 1,2 miliardi di persone) hanno difficoltà ad accedervi, ma questo per ragioni politiche, militari o economico-sociali di arretratezza tecnologica, motivo per cui l’unico rimedio possibile è l’antropizzazione, lo sviluppo tecnico-scientifico e il libero scambio commerciale che zittisce le armi, non certo il deserto umano, la riduzione delle nascite e il reinselvatichimento del pianeta. La Scudellari cita a questo proposito Nicholas Eberstadt, demografo dell’American Enterprise Institute di Washington: «La sovrappopolazione non è sul serio sovrappopolazione. È piuttosto una questione di povertà»; ma, invece di esaminarne attentamente le cause alla ricerca di soluzioni pratiche, ci si perde in chiacchiere attorno a un problema che non esiste, la chimerica “Bomba P”. La teoria vorrebbe che se a dire per l’ennesima volta che non è vero che sulla Terra siamo troppi, che non è vero che il pianeta non ce la fa più, che non è vero che il cibo è insufficiente a nutrire tutti e che non è vero che l’acqua manca è finalmente un beniamino blasonato del pensiero dominate come Nature il mondo dovrebbe cominciare a prestare orecchio, ma chissà perché abbiamo già la sensazione di sbagliarci” (Da La nuova bussola quotidiana del 07-01-2016).
L’articolo di Nature (e quello di Respinti che lo riprende qualificando la sovrappopolazione come una bufala) è una mistificazione e fa affermazioni di una falsità lampante. Vediamone alcune:
Oggi, per esempio, la popolazione mondiale cresce a un ritmo che è addirittura la metà di quello seguito prima del 1965.” Perfetto, ammettiamo anche –ma non esistono dati certi al riguardo, cioè basati su rilevamenti e censimenti correttamente eseguiti, specie in paesi del secondo e terzo mondo- che su base mondiale il numero medio di figli per donna sia inferiore a quello del 1965. Quello che l’articolo non dice è che la base su cui si applica il tasso medio di natalità nel 1965 non è un “recipiente” di 7,5 miliardi di abitanti, ma uno di 3,2 miliardi (la popolazione mondiale nel 1965).Oggi il tasso di natalità si deve applicare ad una base più vasta, almeno 7 miliardi e mezzo. Ciò significa che se vediamo il dato numerico complessivo oggi ogni anno si aggiungono 100 milioni di individui in più alla popolazione mondiale, mentre nel 1965 se ne aggiungevano 60 milioni, pur dando per vero che il tasso di natalità medio fosse superiore. Dal 1975 la popolazione mondiale è infatti raddoppiata: una vera e propria esplosione demografica di cui non esistono né precedenti né altri esempi comparabili in specie animali. Inoltre l’affermazione di Nature non tiene conto della maggior durata di vita media che contribuisce all’innalzamento complessivo della presenza umana sul pianeta.
Vediamo quest’altra affermazione: “Quanto agli attuali 7,2 miliardi di abitanti della Terra da mangiare ce n’è davvero a sufficienza per tutti. A documentarlo è la FAO, l’organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, secondo le cui stime la produzione mondiale di cibo è di gran lunga superiore alla crescita demografica. Attualmente, la sola produzione calorica mondiale in cereali è sufficiente a sfamare tra i 10 e i 12 miliardi di persone”. A parte che vengono riportate come frasi bibliche affermazioni della FAO, una organizzazione screditata e dedita più all'autoconservazione che al bene alimentare delle nazioni, quello che viene sottaciuto è il prezzo che stiamo pagando per avere l’attuale produzione sufficiente a sfamare tutti i sette miliardi e mezzo di abitanti, in termini di inquinamento ambientale e intossicazione della salute di noi tutti abitanti della terra. Infatti per assicurare questa produzione sono necessari, vista la quantità di terre coltivabili rispetto al numero della popolazione, un uso enorme e spropositato di fertilizzanti chimici e di pesticidi che stanno inquinando tutte le terre coltivate, i suoli limitrofi, le acque di fiumi, laghi e mari della terra.Molti effetti sulla salute di questi prodotti chimici e veleni sono sottostimati e in numerose malattie come quelle degenerative , tra cui alzhaimer e parkinson, e molte neoplasie (polmoni, intestino, cie urinarie ecc.) sono implicati i prodotti usati per l'agricoltura intensiva, tra cui fertilizzanti chimici e pesticidi organofosforici altamente tossici e capaci di accumularsi sia nell'ambiente che negli organismi. Inoltre si ricorre sempre di più a prodotti Ogm che assicurano produzioni maggiori. Certamente con tutta probabilità si potrebbe portare la produzione a bastare a 12 miliardi di abitanti, ma lascio immaginare la quantità di chimica e di tossici necessari per aumentare la produttività di terreni agricoli già stressati per sopperire alle esigenze nutrizionali di sette miliardi e passa di umani. Terreni che, tra l’altro, per effetto dell’aumento della pressione demografica (basti pensare all’africa e al sud america), dell’espansione delle megalopoli e delle strutture antropiche connesse, e del riscaldamento atmosferico, stanno diminuendo in estensione anno dopo anno. La vera e propria bufala (in questo caso) è la storia del 55% della produzione agricola destinato alla produzione di carne e ai biocarburanti. Siamo al ridicolo in quanto la produzione dei biocarburanti viene incentivata dagli stessi che dicono che la sovrappopolazione non esiste e che per risolvere il problema energetico bisogna ricorrere alle energie rinnovabili. Quanto alla produzione di carne bisogna spiegare alle popolazioni dei paesi in via di sviluppo che finora abbiamo scherzato e che per loro la carne non si deve più produrre ma devono accontentarsi di cereali e insetti. Quanto al minor impatto delle produzioni cerealicole rispetto agli allevamenti è un mantra che viene ripetuto a memoria ma non esistono studi seri che dimostrino il minor uso di sostanze chimiche o di minori emissioni.
Ecco un’altra chicca dell’articolo: “Il vero problema dell’acqua, infatti, è che in certe regioni molti (si calcola 1,2 miliardi di persone) hanno difficoltà ad accedervi, ma questo per ragioni politiche, militari o economico-sociali di arretratezza tecnologica, motivo per cui l’unico rimedio possibile è l’antropizzazione, lo sviluppo tecnico-scientifico e il libero scambio commerciale che zittisce le armi, non certo il deserto umano, la riduzione delle nascite e il reinselvatichimento del pianeta.” Dunque l’acqua basta per tutti.Addirittura dicono gli "scienziati" il rimedio alla mancanza d'acqua è l'antropizzazione: siamo all'omeopatia ideologica per cui per curare il veleno dell'antropizzazione ci vorrebbe altra antropizzazione! Il riscaldamento atmosferico e lo scioglimento dei poli dovuto all’attività antropica di quei soli 7 miliardi e passa è finto, una invenzione dei catastrofisti, secondo i nostri geni le cui elucubrazioni vengono riportate dalla giornalista su Nature. L’avanzata della desertificazione, la salinizzazione dei terreni, la scomparsa delle foreste, la riduzione delle pioggie sono tutti fenomeni dovuti a guerre e a ragioni politiche o di sfruttamento? Credo invece che queste siano solo affermazioni dettate da ideologia e preconcetti. La mancanza di acqua, secondo studi effettuati dall’Oms, produce già ora molte vittime: otto milioni di persone l'anno muoiono a causa della siccità e delle malattie legate alla mancanza di servizi igienico-sanitari e di acqua potabile e secondo le stime dell'Onu nel 2030 fino a tre miliardi di persone potrebbero rimanere senz'acqua. Anzi non solo la scarsità di acqua non viene dalle guerre, ma è proprio essa stessa la causa di alcune guerre attuali e future. La sovrappopolazione inoltre è alla base di molte guerre e di arretratezze che causano diseguaglianze e ingiustizie.
L’articolo di Nature, che spero non riporti l’opinione ufficiale della prestigiosa rivista scientifica, ma solo la posizione della giornalista e di alcuni ricercatori che seguono più l’ideologia e il politically correct cche la verità scientifica, è dunque una completa bufala che vuole negare l’evidenza di un mondo sempre più invivibile, antropizzato in ogni suo aspetto, con un territorio devastato direttamente dalla presenza antropica in eccesso o dalle strutture necessarie al sostentamento energetico e alimentare e alla produzione per assicurare consumi a un numero spropositato di umani, un numero che al di la di tutte le chiacchiere è aumentato da uno a quasi otto miliardi in poco più di un secolo e che se continuerà così andrà incontro a conseguenze ancora più catastrofiche. Quello che poi queste teste illuminate, che giungono perfino a scrivere insulsaggini su Nature, non vogliono capire è che il pianeta non è un pollaio da allevamento in cui stipare umani in ogni spazio disponibile, ma un ambiente in cui la Natura deve essere preservata per la salvezza stessa di noi umani e in cui l’uomo deve vivere in armonia con tutte le altre specie viventi e non come un padrone assoluto che saccheggia l’ambiente in cui vive.

lunedì 17 ottobre 2016

Inferno: il film

Il film tratto dall'interessante romanzo di Dan Brown e diretto da Ron Howard è deludente ma con qualche aspetto positivo. La delusione viene dalla inconsistenza della storia che dovrebbe appartenere al genere "thriller" ma che risulta ampiamente prevedibile e allo stesso tempo poco credibile. L'aspetto positivo è che finalmente il tema della sovrappopolazione viene portato all'attenzione del vasto pubblico dei film di intrattenimento. Altri film hanno trattato del tema in passato, ma mai con la chiarezza con cui viene esposto in questo film, sebbene (ovviamente) a parlarne esplicitamente è il "cattivo" di turno; il cui discorso è però documentato e veritiero, basato su dati oggettivi, e allude anche al libro di Elisabeth Kolbert sulla "sesta Estinzione", quella provocata dall'esplosione demografica di Homo. Il film banalizza alquanto il romanzo e attribuisce ai cospiratori la volontà di diffondere un virus, una nuova peste, in grado di dimezzare il numero di umani salvando così il pianeta dalla catastrofe ecologica e dall'estinzione di tutte o quasi le altre specie viventi. Il film si avvale di riprese mozzafiato sulle bellezze artistiche di tre tra le più belle città del mondo come Firenze, Venezia e Istanbul e ciò contribuisce a renderne piacevole la visione. Inoltre la trama è inframezzata dai continui riferimenti alla Commedia di Dante e alla illustrazione dell'Inferno dantesco da parte di Botticelli. Il finale è veramente mediocre con i cattivi sconfitti, il virus neutralizzato in una sacca e l'umanità salvata. Il tema della sovrappopolazione, ben descritto all'inizio, non viene più ripreso e il fatto che i cattivi vogliano "eliminare" gran parte della popolazione è mistificante, in quanto non distingue con nettezza il comportamento criminale dei cattivi del film dal tema generale della sovrappopolazione, argomento reale e fondamentale per la salvezza del pianeta. Nel film non vengono menzionati tutti coloro che interessandosi seriamente alla sovrappopolazione, intendono preservare la presenza dell'umanità sulla terra senza ricorrere a virus o ad altri mezzi violenti ma ad una innocua e sana pianificazione delle nascite e ad una progressiva e salvifica riduzione dei tassi di natalità, che possano contribuire ad una maggiore quantità di risorse disponibili, a stili di vita migliori, al benessere, alla riduzione dei consumi, ad una buona alimentazione e ad un miglioramento della salute delle persone oltre che al salvataggio dell'ambiente naturale. Dan Brown e Howard hanno dovuto pagare pedaggio per creare un prodotto da smerciare al grande pubblico, impreparato nella sua grande maggioranza ad affrontare in maniera matura il tema, e legato ad una certa visione distorta che non accenna ancora nella misura dovuta alla responsabilità di porre un freno all'egoismo antropocentrico basato sulla crescita continua. Nonostante questi limiti, il film va visto come documento di una lenta presa di coscienza da parte dei media e in questo caso del mondo della letteratura e del cinema, del problema più grande e drammatico che affligge la Terra: la sovrappopolazione della specie umana e il conseguente rischio del collasso ambientale del pianeta e della scomparsa delle altre specie viventi.