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venerdì 24 marzo 2017

La rivoluzione robotica

C'è una rivoluzione alle porte. Non è Lenin e neanche una rivoluzione politica. Come sempre nella storia dell'umanità non è la politica che porta le grandi innovazioni, ma la tecnologia. E' una rivoluzione tecnologica che cambierà la nostra vita e quelle di otto miliardi di umani. Si parlerà di questo al CeBIT, la Fiera della Intelligenza Artificiale che si tiene in questi giorni ad Hannover. Quale opportunità si aprono con la digitalizzazione della mobilità, della salute, delle comunicazioni, delle armi, e di tutto il mondo che ci gira intorno? E' prossima la creazione di umanoidi artificiali che sostituiranno l'uomo nelle fabbriche, nei servizi terziari, nel commercio, nell'assistenza domestica. Tre mila aziende di settanta paesi ci mostreranno quello che avverrà non fra decenni ma nel prossimo futuro. Tutta l'economia verrà rivoluzionata. Chi starà fuori dalla tecnologia digitale e la robotica rientrerà nel medio evo e nuove economie surclasseranno le vecchie. Nel campo della vita individuale un robot fornito di AI ci affiancherà nei compiti quotidiani e risolverà molti problemi nella vita di tutti i giorni. Nei paesi in cui la decrescita demografica costituisce un problema verranno superate molte tematiche sulla mancanza di forza lavoro: nelle fabbriche e nelle case, nella mobilità e nella medicina ci saranno i robot a svolgere i compiti umani. Lo faranno meglio di noi, costeranno di meno e consumeranno meno e saranno meno inquinanti di un esemplare di homo s. L'intelligenza artificiale accelererà la ricerca e si produrranno nuove scoperte e nuovi prodotti. La fusione tra intelligenza artificiale e intelligenza biologica porterà nuove opportunità di innovazione tecnologica. E' in pieno sviluppo il machine learning che permette alle macchine intelligenti di sviluppare esperienza e farne tesoro durante l'attività. Il tedesco German Aerospace Center ha creato un robot capace di imparare ed eseguire compiti di elevata ingegneria, grazie anche alla capacità di immagazzinare milioni di dati che l'intelligenza umana deve invece consultare volta per volta. I big della Silicon Valley, da Google a Facebook stanno investendo milioni di dollari sulla realtà virtuale e sulla realtà aumentata, con grandi risvolti, non solo per l'entertainment, ma anche per la medicina, l'architettura, la meccanica, le comunicazioni. L'AI sta cominciando a vivere nelle nostre case grazie all'assistente virtuale e alla gestione dei sistemi; ma la tecnologia si sta espandendo su nuovi orizzonti come la smart city: mobilità sicurezza ed ecologia per le nuove megalopoli. Infrastrutture urbane e standardizzazione dei sistemi, industria e business sarà tutto collegato. 5 miliardi di persone saranno presto connesse in cui i sistemi cittadini e gli oggetti quotidiani saranno tutti collegati in rete. Ciò consentirà di gestire il tempo, di guidare con sistemi robotici gli autoveicoli, di fornire servizi tutti on line e in maniera automatica. Guida autonoma ed auto elettrica smaltiranno il traffico e libereranno le città da molto inquinamento. I droni e i robot volanti svolgeranno molte mansioni tra cui la sorveglianza, l'esplorazione spaziale, la guerra senza l'utilizzo di umani.Ormai la gestione dei conflitti armati è al 50 % di tipo informatico. Chi sa criptare meglio i propri sistemi e attaccare quelli degli altri può determinare l'esito di un conflitto. Saranno più frequenti gli attacchi Hakcer e, come dimostrato dalle recenti elezioni americane, ci saranno problemi di sicurezza e di lotta al cybercrime.
Le nuove tecnologie basate su AI e robotizzazione stanno cambiando la geografia economica e politica mondiale. Il peso economico e lo sviluppo industriale si spostano verso le aree a più alto tasso di innovazione e ricerca nel settore, come il Giappone e la Cina. Vecchie economie strutturate ma con minor tasso di innovazione stanno declinando verso posizioni più arretrate come l'Europa (in cui tiene ancora solo la Germania) e, in misura minore, gli Usa. Chi gestirà meglio le innovazioni e la tecnologia guiderà i cambiamenti economici e di riflesso la politica planetaria.
Che impatto avrà la nuova rivoluzione sul problema dei problemi: la sovrappopolazione della specie umana e l'effetto devastante delle attività umane sul pianeta? Forse la chiave per superare gli effetti e le cause dell'esplosione demografica di Homo è proprio nella tecnologia. Un mondo dove l'AI e i robot sostituiranno l'uomo in molte funzioni appare una via di uscita al collasso ecologico in cui oggi ci troviamo. Una terra dei robot sarà un pianeta più razionale e più ordinato e avrà meno egoismo e più equità. I sistemi inquinanti potranno essere messi sotto controllo e regolati in maniera più efficiente per evitare i danni ambientali. L'innovazione tecnologica non è incompatibile con un ritorno alla natura, anzi ne è la premessa necessaria in presenza di una popolazione umana che ha superato tutti i limiti e che sta mettendo a rischio la sopravvivenza della vita sul pianeta.
L'utopia agreste è ancora molto forte tra i cosidetti verdi. Ma la loro idea di ritorno all'agricoltura e ad una economia sostenibile è basata sulla negazione di un ruolo al progresso tecnologico. Questo è quanto pensano la maggioranza degli ambientalisti, autocondannandosi ad un ruolo di retroguardia e di nostalgici. Progresso tecnologico significa economia di sviluppo, ed è assolutamente all'opposto del concetto di decrescita economica fine a se stessa. Gli ambientalisti ortodossi credono che il mondo si possa salvare con un salto indietro alla civiltà contadina. Con ciò commettono un doppio errore d'ordine politico e filosofico. Errore politico perché ritengono che le masse popolari possano accettare una società con più agricoltura e meno tecnologie, e quindi più povera (e questo in presenza di una crescita costante della popolazione, cui la maggioranza degli ambientalisti non si oppone!). Una regressione ad una economia a bassa tecnologia è teoricamente possibile ma al prezzo di un governo repressivo che controlli autoritariamente la vita dei cittadini, regoli e imponga le tipologie di consumi, reprima le tecnologie e ne impedisca l'applicazione. Errore filosofico perché giudicano la tecnica una variante dipendente dall'azione umana. La civiltà della tecnica è invece oggi indipendente dalle scelte politiche. La ricerca e l'avanzamento delle tecnologie possono essere rallentate e ostacolate, ma il progresso tecnologico è l'elemento su cui poggia la società contemporanea, ne è il suo fondamento.Quello a cui assistiamo ai giorni nostri, le guerre in atto, i processi di globalizzazione, i nuovi fondamentalismi, la massificazione delle megalopoli e le migrazioni di massa, sono tutti fenomeni che sono il portato di un confronto tra tecnologia e le culture laiche o religiose tradizionali, tra economia globale e società locali. La globalizzazione non è che l'aspetto eclatante con cui si manifesta questa autonomia della tecnica nel mondo attuale. La robotizzazione è componente essenziale di questo processo di autonomia della potenza tecnica, anzi ne è l'aspetto caratterizzante insieme alla ricerca di nuove fonti energetiche.
Un ritorno alla agricoltura è auspicabile. Abbiamo bisogno di ritrovare un rapporto con la terra e i suoi prodotti. Ma questo ritorno non sarà una restaurazione di un mondo che non c'è più. Sarà invece uno sviluppo di nuove tecnologie per una agricoltura completamente diversa dal passato. Abbiamo assistito nel 900 alla meccanizzazione dell'agricoltura e all'avvento della chimica nelle campagne. Ma quello che è in arrivo sarà una rivoluzione ancora più grande. La terra potrà essere coltivata da mezzi robotizzati, con un controllo umano a distanza, tecniche di raccolta e lavorazione dei prodotti completamente automatizzate e su economie di scala. E queste innovazioni non riguarderanno solo l'agricoltura ma anche gli altri settori dell'economia. L'industria proprio ai nostri giorni sta cambiando rapidamente in maniera da rivoluzionare tutti i processi di produzione. Le fabbriche produrranno molto di più e avranno bisogno di un numero assai inferiore di addetti rispetto ad oggi. Produzione, imballaggio e trasporto dei prodotti saranno organizzati da macchine e autonomizzati. Le incombenze domestiche potranno essere svolte da umanoidi tecnologici e non sarà più necessario guidare le auto. Treni ed aerei avranno guide automatiche robotizzate. Queste innovazioni tecnologiche saranno una grande opportunità per un rientro demografico della specie umana. Esse rendono possibili politiche che prevedano una riduzione costante e controllata della natalità senza allo stesso tempo creare problemi di mancanza di mano d'opera, declino economico o carenza di assistenza per gli anziani. Il prodotto interno lordo può essere così mantenuto a livelli costanti, o ridotto e modificato in base alle esigenze ecologiche, senza costi sociali per le popolazioni. In presenza di automazione e robotizzazione verranno meno molte esigenze della società sovrappopolata di massa quali: necessità di dare lavoro aumentando i posti e la produzione, assicurare le pensioni dei vecchi con il lavoro di un numero sempre crescente di lavoratori, aumentare i guadagni e le transazioni economiche, espandere l'edilizia per città sempre più grandi, aumentare la costruzione di infrastrutture e la cementificazione del territorio, aumentare i consumi e la produzione di rifiuti. La robotizzazione comporta che i compiti di una società complessa vengano svolte da macchine che non richiedono consumi ulteriori e non producono rifiuti,che possono funzionare secondo standard ecologici programmati, che possono variare la produzione senza innescare crisi di sotto o sovra produzione, e senza necessità di aumentare costantemente la produzione, garantendo così un minor impatto ambientale con minor inquinamento, una ridotta immissione di carbonio in atmosfera, un minor uso di energie inquinanti da fonti non rinnovabili. Se, come previsto dagli esperti, tra qualche decennio sarà possibile disporre di energia nucleare pulita da fusione, le macchine robotizzate potranno funzionare con energia elettrica assolutamente pulita e non inquinante, priva completamente di emissioni di carbonio e risolvere così il problema del riscaldamento atmosferico. Una economia carbon free con un numero minore di consumatori e un pianeta più pulito e verde potrebbe assicurare una qualità della vita umana migliore degli attuali modelli, all'interno di città più piccole inserite in un contesto ambientale con più verde, in cui anche gli animali possano ritrovare un ambiente di vita naturale. Robot e intelligenza artificiale possono convivere con piante e animali in un ambiente naturale che ridarebbe senso anche alla presenza umana. Non tutto è positivo nell'avvento della rivoluzione robotica. Ci saranno nuovi poteri e nuovi pericoli. Chi produrrà queste macchine avrà anche un enorme potere sulla società, e potrà indirizzarne gli aspetti politici ed economici. Chi controllerà le grandi multinazionali della AI e delle fabbriche di robot? C'è il rischio che, come già vediamo oggi con i gestori dei social network, che questi nuovi poteri controllino le nostre vite attraverso le nuove macchine. Come sempre nella storia umana si aprono nuove prospettive e insieme ci saranno nuovi rischi. A meno che le nuove macchine intelligenti -come accade in certi film di fantascienza- si rivelino migliori dell'animale uomo.

martedì 7 marzo 2017

Il ritorno dei muri

Come alle origini del medio evo, in seguito alla caduta dell'impero romano, torna ai nostri tempi la costruzione dei muri a difesa di intere nazioni, a difesa di frontiere, passaggi o valichi, a difesa di città o quartieri o singoli edifici. E' in atto un nuovo incastellamento come quando i feudatari si chiudevano in castelli con alte mura, torri e contrafforti. Anche nelle nostre moderne città si comincia a costruire muri. A Treviso si è costruito un borgo fortificato con un muro di cinta alto tre metri, e nonostante lo sgradevole effetto estetico le villette di abitazione sono state tutte vendute. Muri di protezione di quartieri o borghi sono presenti da alcuni anni ad Arese, Jesolo, Pordenone, Padova, Roma. Caseggiati isolati o ville di campagna cominciano ad essere blindati con muri, e le abitazioni di tutte le città si attrezzano con inferriate, grate a porte e finestre, telecamere, sistemi di allarme. La sorveglianza con telecamere o con ronde si sta diffondendo in tante cittadine specie nel nord italia indipendentemente dal colore politico delle amministrazioni. Il fenomeno non è solo italiano, ma riguarda molti paesi europei e americani. Anche in oriente si costruiscono muri, e i nuovi quartieri sono sorvegliati da guardie e telecamere. I grattacieli asiatici, sempre più numerosi, hanno ingressi blindati con guardie e sistemi elettronici.
In un affresco sulla decadenza dell'Impero del IV secolo,lo storico della tarda latinità Ammiano Marcellino descrive nelle sue Storie una società in cui prevale il sentimento della fine di una grande civiltà, e soprattutto qualcosa che ci riguarda da vicino a noi moderni: una dilagante paura provocata da un potere sempre più corrotto, dalle devastanti incursioni dei barbari, dalla precarietà economica e della vita stessa. Nel mondo descritto da Ammiano c'è questo senso della fine, della precarietà di tutto: l'esercito romano, quello che era stata una delle più potenti organizzazioni militari della storia e che, insieme al grande corpus delle leggi del diritto romano, aveva assicurato sicurezza e protezione per più di cinque secoli, era ormai ridotto a bande disorganizzate e impotenti, agli ordini di generali che badavano più a se stessi che alla salvezza di quel che rimaneva dell'Impero. Ovunque erano corruzione, assassini, terrore e guerra. Fu in quel mondo, con quelle paure e in quelle condizioni, che le comunità cominciarono a rinchiudersi in se stesse, ad apprestare difese. Le campagne si spopolarono essendo divenute insicure e luoghi di agguati e razzie, e i borghi accolsero popolazioni impoverite in cerca di sicurezza. Si cominciarono a costruire muri perimetrali per proteggere la cittadinanza e le attività economiche e a edificare castelli per il ricovero delle truppe di guarnigione e per la protezione ultima delle popolazioni. Il muro -prima della vita e della proprietà- è sempre stato la difesa di una cultura, di una appartenenza. La cultura, minacciata dal venir meno delle istituzioni e dallo sfaldarsi delle classi colte, si ritrasse sia nei castelli dove veniva tramandata con opere d'arte e con le maniere di corte (la vita cortigiana), ma soprattutto nei conventi fortificati, in cui vennero allestite biblioteche e centri ammanuensi per la conservazione e la copiatura dei testi antichi, il grande patrimonio culturale della classicità. Mai opera umana fu più utile di quei muri: essi salvarono innumerevoli vite, preservarono comunità e individui, tradizioni e lavoro, conoscenze riguardanti la produzione artigianale e agricola. Salvarono società unite dalla stessa fede, il patrimonio religioso, usanze, costumi, opere d'arte e opere letterarie, conoscenze e documenti storici, saperi tecnici. Permisero di avere il tempo e le risorse intellettuali per copiare decine di migliaia di documenti e libri, preservando un patrimonio inestimabile che è giunto fino a noi. Città ricche di storia e d'arte, cinte di mura, sopravvissero alle scorrerie e alle predazioni. Tra le mura più famose ci sono quelle di Costantinopoli che permisero all'Impero romano d'oriente di sopravvivere nonostante i ripetuti tentativi di invasione da parte dei Turchi almeno fino alla caduta nel 1453.
Fa una certa impressione nel mondo di oggi, al tempo della tecnologia e del web, della democrazia e della globalizzazione, veder tornare i muri. Anche nel 900 abbiamo assistito alla edificazione di forti difese come la linea Maginot, o quella del muro di Berlino con il compito di impedire la fuga da parte dei cittadini della Germania comunista nella parte occidentale. Ma erano casi particolari legati a situazioni contingenti. Poi il mondo è radicalmente cambiato. Una esplosione demografica senza precedenti della specie umana ha creato le condizioni per nuove migrazioni di interi popoli, per una nuova diffusa povertà, per la messa in crisi di economie fino ad allora fiorenti. L'economia globalizzata ha creato nuove opportunità ma ha soprattutto messo in crisi le economie occidentali fino ad allora dominanti, i cui mercati erano cresciuti per decine di anni protetti da regole e accordi locali. L'esplosione demografica ha creato le premesse per la crisi del vecchio mondo delle democrazie liberali e fatto crollare quelle che erano appendici culturali dell'occidente, come il comunismo sovietico e cinese. Si è così materializzato in pochi decenni un mondo nuovo dove i vecchi confini nazionali hanno perso la loro funzione, i popoli hanno cominciato a spostarsi in base alle convenienze economiche, sono nate nuove potenze politiche e andate in crisi le vecchie. Intere aree del pianeta, come quella medio-orientale, si sono destabilizzate. Sono aumentate le guerre e il terrorismo. Gli stati non riescono più a controllare gli eventi su scala globale o locale. Le nuove precarietà e insicurezze, i nuovi pericoli incombenti reali o meno, portano alla richiesta di nuove protezioni e al ritorno della costruzione dei muri. Israele costruisce muri per difendersi dal terrorismo arabo. Un muro di metallo e filo spinato è stato costruito dall'Ungheria al suo confine meridionale. La Serbia costruisce un muro di filo spinato al confine con la Bulgaria e così fa la Bulgaria con la Grecia. Un muro finanziato dalla Gran Bretagna è in costruzione a Calais contro le invasioni di migranti dal sud. La Germania costruisce un muro virtuale finanziando la Turchia con sei miliardi di euro purché fermi i migranti siriani e medio-orientali. Nuove fortificazioni sono preparate dall'Austria al confine con l'Italia nel caso di aumento dei flussi di migranti. E barriere sono pure a Ventimiglia dove lo Stato francese blocca chi viene dall'Italia per recarsi in Francia. Un muro di migliaia di chilometri già esiste in parte, e verrà ampliato dal nuovo presidente Trump, tra Usa e Messico contro i migranti messicani e i trafficanti di droga sudamericani.
La costruzione dei nuovi muri non riguarda solo i confini nazionali. Si ricorre ai muri per proteggere quartieri di residenti da quelli di altre etnie e culture ritenute estranee o aggressive , come è successo a Padova o in alcuni rioni di Milano. Si creano quartieri ghetto separati dal resto della città. La gente si barrica nelle case e lo stato non sembra in grado di rassicurare i cittadini. Le ville isolate sono luogo di terrore per i residenti che vivono assediati da bande di rapinatori. Eppure basta chiedere ai nostri anziani, specie quelli che hanno vissuto nelle piccole città, per sentir ricordare che fino agli anni 60 del novecento ovunque si viveva con una certa sicurezza, spesso le case non avevano allarmi, le porte addirittura si lasciavano praticamente aperte. Le strade erano sicure e si viveva di notte nelle piazze e nei locali senza paure. Gli anziani che hanno vissuto in campagna ricordano con nostalgia le serate estive passate all'aperto, accompagnate spesso da bevute, canti e balli, in piccole comunità agricole in cui era forte un sentimento di partecipazione e di aiuto reciproco, dopo il lavoro nelle campagne. Viene da chiedersi se i muri servano effettivamente al mondo di oggi, consumistico e tecnologico, in cui domina l'economia di mercato globalizzata. E se siano legali nelle democrazie più o meno liberali dell'occidente in cui prevalgono i diritti e scompaiono i doveri. In un mondo di otto miliardi di abitanti con grandi possibilità di movimento e con confini labili, in presenza di una economia che non tollera più confini allo scambio di prodotti e consumatori, e in cui le risorse cominciano a scarseggiare, hanno ancora senso i muri? C'è ancora una cultura ed una appartenenza da difendere?
Le risposta è inesorabilmente negativa. I muri di oggi hanno un significato esclusivamente difensivo della proprietà e della vita. Ci si illude che possano difendere un relativo benessere che ancora distingue il nostro mondo sempre più assediato. Non sono il simbolo di una rinascita, ma di una disperazione. Non ci sono più valori da difendere. Non c'è più una cultura e un retroterra: da una parte e dall'altra del muro domina la stessa civiltà del denaro e del consumo. Tra chi sta dietro e davanti alle mura c'è solo una differenza di capacità economica ma lo stesso pensiero unico. Tutti puntano a soldi e consumi e da una parte del muro c'è chi vuole difendere i propri, e dall'altra quelli che assaltano il muro per appropriarsene. I muri serviranno temporaneamente, poi cadranno perché l'assalto delle nuove genti avviene in un deserto. Dietro le mura medioevali c'era da difendere il duomo cittadino, ricco di opere d'arte e di fede, e le tradizioni del luogo fatte di cultura lingua e storia. Oggi dietro i nuovi muri c'è solo un centro commerciale, villette di cemento di qualche speculatore, o un rivenditore di auto usate. Che cosa può difendere un muro se non c'è nulla da difendere? La sovrappopolazione non ci ha regalato solo i migranti alle porte. Ci ha anche massificato tutto quello che avevamo: cultura, storia, città, usanze. Tutto è diventato uguale e le periferie si assomigliano tutte. Squallido cemento per dormitori e centri commerciali in cui popolazioni stipate come polli di allevamento conducono una vita assurda e senza senso fatta di lavoro e consumo. I centri storici, quando rimasti, sono centri di attrazione turistica, specie di luna park venduti come si fa con la cultura oggi: un tanto al chilo. Costruito il muro, si venderanno anche quello.

martedì 21 febbraio 2017

Il Papa e la guerra dei preservativi

In occidente c'è qualcuno che crede ancora nel dio cristiano, e fino a qualche decennio fa erano sempre meno. La religione stava divenendo fenomeno marginale per bacchettoni. Ma recentemente qualcosa e' cambiato: una idolatria monoteista come quella ebraica e cristiana, l'islam, ha lanciato il guanto di sfida alla modernità'. I quattro aerei dirottati da islamisti contro le torri gemelle e pentagono nel settembre 2001 è stato il segno della nuova sfida. L'immensa immigrazione di masse islamiche hanno portato altra benzina al fuoco del ritorno religioso. Nell'ultimo decennio il secolarismo ha subito una battuta d'arresto. Il papa argentino ha capito subito che le nuove masse di migranti costituivano una grande opportunità' per un cattolicesimo in agonia. La modernità' stessa forniva i mezzi per la rimonta integralista del cristianesimo, che anziché vedere nell'islam un concorrente, lo considera un alleato contro la secolarizzazione. La globalizzazione ha messo in crisi l'occidente laico e l'insicurezza diffusa crea nuovi potenziali credenti. L'economia in crisi, le difficoltà' del ceto medio impoverito, la sfida del jhadismo, lo spostamento delle produzioni e dei mercati, la crisi energetica hanno modificato il mondo. La superstizione religiosa si ripresenta, dopo duecento anni di illuminismo, più' forte e agguerrita che mai. La popolazione del pianeta è di otto miliardi e le megalopoli crescono a macchia d'olio trasformando il paesaggio globale. Il papa della crisi della Chiesa ha capito che per salvare la chiesa deve cavalcare le trasformazioni impetuose che stanno investendo l'occidente e il pianeta. La nostra società, quella delle sconfinate periferie delle grandi città europee è abissalmente cambiata rispetto alla società che negli anni settanta votava per il divorzio e l'aborto e lasciava vuote le chiese. Ora nascono in tutte le città occidentali nuove moschee e le chiese tornano ad accogliere fedeli. Nuovi integralismi fanno da avanguardia ad un ritorno alla religione di massa e la CEI ha ripetutamente parlato della necessità di un nuovo spirito missionario questa volta nelle città dell'occidente secolarizzate. Le periferie delle grandi città occidentali stanno divenendo luoghi in rapida crescita demografica e con forti dinamiche sociali, in cui masse immense di nuovi poveri senza appartenenze e di molteplici etnie sono terreno fertile per una nuova evangelizzazione. Qui la chiesa può tornare ad avere un ruolo addirittura più forte di ogni ideologia politica. Nello spaesamento e nella mancanza di valori delle nuove masse la chiesa vede la possibilità di riappropriarsi di un potere che aveva perso. Se le chiese vuote nelle città laiche e borghesi del passato erano un segnale di morte per la religione, nelle bainleu in forte espansione e prive di riferimenti c'è la rinascita della fede e la rivincita religiosa sull'illuminismo. La modernità secolarizzata è in un vicolo cieco. Ecco allora le nuove mitologie della salvezza: natalità e sbarchi. Uno dei primi atti del nuovo papa, dopo le dimissioni di Benedetto -altro segno della crisi - è stato quello di andare a Lampedusa per lanciare il messaggio: voi che arrivate non siete un problema, ma siete la salvezza. Per voi e per noi, anzi più per noi, uomini senza fede in crisi irreversibile. L'Italia , fa intendere il papa, e tutta l'europa non hanno confini perché non hanno più storia. L'Italia e l'europa come terra promessa per le migrazioni epocali, solo così possono ritrovare un senso e una ricrescita nella fede. Nascite e sbarchi sono la salvezza di un mondo che era diventato senza dio e dedito solo al profitto. La concezione religiosa alla base di questa visione è un delirio antropocentrico in cui la natura non ha più senso. Ma qui è in gioco un pensiero totalizzante che riporta la chiesa al centro, con un compito di salvezza ed un messaggio globale che le restituiscono un ruolo che aveva perso. Il papa in occasione del recente natale ha voluto piantare un barcone, uno di quelli usati dai migranti, a san pietro; e subito qualcuno propone di portare un barcone davanti al duomo di Milano: sono i simboli di un nuovo significato della città. Da luogo identitario e di appartenenza storica, residenza di una classe media prevalentemente laica, a luogo di accoglienza per la nuova povertà globale nel tempo dell'esplosione demografica. E', secondo la chiesa, una rivincita dell'uomo, proprio quando la crisi ambientale stava ponendo in crisi il ruolo dell'uomo in un pianeta inquinato. Una occasione imperdibile per una chiesa di nuovo protagonista. L'esplosione demografica africana è una benedizione per chi vede nella natalità la nuove opportunità per una rivincita religiosa sul laicismo e sulle critiche ecologiche all'antropocentrismo.
Durante l'Angelus del 5 febbraio scorso, il papa ha fatto un chiaro discorso sull'imminente spopolamento della terra. Il papa ha parlato del nichilismo che l'aborto e la contraccezione stanno portando nelle nostre società moderne . E l'Osservatore ha subito commentato le parole del papa: "non si deve scomodare un demografo per analizzare il fatto che la natalità sia scesa sotto il tasso di sostituzione dopo la legge sul divorzio del 1970 e che sia crollato dopo quella sull'aborto varata nel 1978". La visione cattolica è di un mondo in pieno crollo demografico, in via di desertificazione e spopolamento,dove hanno la meglio idee estranee alla religione che guardano alla salvezza della natura e non a quella dell'uomo come figlio di dio. Ecco allora i temi che il papa costantemente ripete ad ogni occasione, le nuove idolatrie, il vitello d'oro da offrire alle masse spaesate e depresse dalla crisi economica e dalla perdita delle appartenenze: la mitologia del bambinello, del neonato che simboleggia la rinascita e la centralità' dell'uomo come dominatore del cosmo. Il papa richiama alla sacra immagine della madonna come archetipo della donna madre che fa della gravidanza l'atto puro della salvazione eterna, e ne fa l'icona della Hybris natalista salvatrice del mondo dalla desertificazione e dal nichilismo. Per il cattolicesimo, come per le altre religioni monoteiste, il mondo e' proprietà dell'uomo e interamente al suo servizio. Il discorso che il papa sottintende è chiaro: la secolarizzazione ha portato a questa crisi senza sbocco. Il papa non si è fatto scrupolo di ricorrere persino all'ecologia in una enciclica sulla preservazione della natura .L' enciclica esprime una ecologia distorta e paradossale in cui la natura non è quella che descrive la scienza, in equilibrio precario e soggetta a limiti fisici. Si tratta di una natura divinizzata, generata da dio per la gloria dell'uomo, e solo in questo senso meritevole di conservazione. Una natura, secondo il papa, senza senso se priva dell'uomo e che va protetta solo in quanto proprietà da trasmettere ai (si spera) numerosissimi discendenti. Nella enciclica si percepisce l'artificio con cui, attraverso una ostentata preservazione di alcuni aspetti esteriori del mondo naturale, si vuole reintrodurre una fede totalizzante che contrasti il laicismo della scienza. Nella visone del papa e dei nuovi integralisti, solo la natalità può riportare l'ordine divino. Senza la natalità in costante crescita il mondo è deserto e spopolato, privo di senso. Siamo in piena follia natalista, in cui la mistificazione la fa da padrona: si vuol far passare per un mondo in via di spopolamento e desertificazione un pianeta di otto miliardi di umani. L'intenzione laica di porre un freno alla natalità incontrollata è considerata un abominio. Solo accennare a questo, è percepito dai cattolici e dal papa come puro nichilismo,un auspicare la desertificazione del pianeta. Di qui la lotta senza quartiere a contraccezione e aborto. In questa nuova visione natalista per contrastare la secolarizzazione vanno superate tutte le pregresse divisioni tra conservatori e progressisti all'interno della chiesa. Esemplare in questo senso è quanto avvenuto nella cosiddetta "guerra dei preservativi" che ha riguardato il sovrano Ordine di Malta. Un episodio ha riacceso un conflitto intestino nell'Ordine di Malta che vedeva contrapposti il Gran maestro Festing e il gran Cancelliere Von Boeselager. Il gran Cancelliere, vicino alle posizioni sociali del papa, è molto stimato, ma con l’arrivo quale cardinale patrono dell'Ordine del porporato americano conservatore Raymond Leo Burke, Festing trova un alleato. L’occasione per la resa dei conti è una storia accaduta nel 2013, quando Boeselager, non ancora Cancelliere, si occupava delle iniziative assistenziali nel mondo. Una ONG che collabora con i Cavalieri di Malta aveva distribuito dei preservativi in Myanmar. E lui, secondo l’accusa, ne sarebbe stato a conoscenza. Il papa, che ricordiamo è un gesuita e come tutti i gesuiti si intende di propaganda e media, timoroso dello scandalo, ha imposto a Festing di minimizzare per il momento, in attesa dei riscontri di una commissione incaricata riservatamente di valutare il caso. L’Ordine però resiste e Festing rimuove dalla carica Von Boeselager. Bergoglio decide allora di nominare una commissione d’inchiesta ufficiale sulla rimozione appena avvenuta e ne affida la guida all’arcivescovo Silvano Tomasi. Il Gran Maestro Festing controbatte in modo durissimo, con un comunicato nel quale rivendica l’autonomia dei Cavalieri, non riconosce alcuna legittimità alla commissione e impone ai vertici dell’Ordine di non collaborare. Gli investigatori vaticani, grazie a molte testimonianze e documenti, scoprono che a Francesco non è stata raccontata la verità e che il rapporto sul caso dei condom non sarebbe stato riportato correttamente e integralmente. Boeselager, conlcude la commissione, non ha responsabilità: appena venuto a sapere della distribuzione dei preservativi aveva interrotto la collaborazione con l’ONG. A quel punto Francesco imponeva al Capo dell'Ordine le dimissioni e, di conseguenza, il reintegro del Gran Cancelliere con la promessa di essere più' aderente alle disposizioni papali. Il cardinale Burke nelle ore successive tenta di dissuadere Festing dalle dimissioni, mettendosi dunque apertamente contro il Papa. Alla fine prevale l'ordine di Bergoglio: mettere tutto a tacere. Non è più tempo di divisioni e si deve essere tutti compatti, specie nei temi caldi della lotta a contraccezione e aborto, nella nuova chiesa destinata a rievangelizzare l'occidente . In gioco c'è la grande lotta alla secolarizzazione e la conquista delle sterminate periferie delle megalopoli in crescita.

martedì 24 gennaio 2017

Ecce homo

All'apparire del killer i primi a scomparire furono gli esemplari della megafauna. Nel giro di alcune migliaia di anni sparirono i Mammuth, gli ittiosauri, il diprotodonte l'ultimo grande marsupiale, il moa (grande volatile della Nuova Zelanda), l'elefante di Cuvier con le sue lunghe zanne in nordamerica, gli Smilodon felini dai denti a sciabola, gli ippopotami nani e l'elefante nano di Cipro, il procoptodonte un gigantesco canguro dal muso corto, e tanti tanti altri mammiferi, rettili e uccelli di grandi dimensioni. Chi era il grande killer che era apparso circa cinquantamila anni fa, in coincidenza con la fine dell'ultima glaciazione, e che ovunque si espandeva come specie garantiva la scomparsa delle altre specie (soprattutto di grandi animali) nel giro di pochi secoli? Già Wallace nell'800 aveva scritto nel suo The World of Life: "mi sono convinto che la rapidità con cui si è verificata l'estinzione di così tanti grandi mammiferi è dovuta all'azione dell'uomo".
L'estinzione della megafauna, ormai è assodato, si verificò a più riprese e sempre in coincidenza con l'arrivo del killer : l'uomo. Una delle più grandi si verificò 50 mila anni fa e spazzò via i giganti australiani proprio dopo l'arrivo del "sapiens" nel continente. Una seconda ondata interessò il Nord e il Sudamerica circa venticinquemila anni fa - anche lì all'apparire del sapiens-. Il Sapiens assicurò l'estinzione anche della specie affine: l'Homo Neandertaliensis, forse con una diretta azione prototipo di ogni successivo olocausto. I lemuri giganti del Madagascar, gli ippopotami pigmei e gli uccelli elefante sopravvissero fino al Medioevo (alcune centinaia di anni dopo l'arrivo dell'uomo). I moa della Nuova Zelanda riuscirono a resistere fino al Rinascimento, cioè fino all'arrivo dei Maori sull'isola. La sequenza delle ondate di estinzione e la sequenza degli insediamenti umani sono quasi perfettamente allineate. "La comparsa dell'uomo emerge quale unica spiegazione ragionevole delle estinzioni di tante specie della megafauna", scrive Paul Martin dell'università dell'Arizona in Prehistoric Overkill. Anche Jared Diamond conferma: "gli animali della megafauna erano sopravvissuti a innumerevoli periodi di siccità e avverse condizioni nella millenaria storia australiana, per poi morire tutti in poco tempo, quasi insieme e all'improvviso, proprio quando l'uomo ha fatto la sua comparsa". Ma la carriera del Big Killer non è finita qui, anzi. Noi spesso identifichiamo l'uomo distruttore della fauna e della flora nell'uomo moderno che con l'introduzione della tecnologia ha avuto la forza di alterare la natura. Ma le estinzioni della Megafauna lasciano intendere qualcosa di diverso. Anche se è politicamente corretto immaginare un uomo che un tempo viveva in armonia con la natura , sembra che in realtà non sia andata proprio così. L'uomo è sempre stato in conflitto con gli animali, a parte quelli che gli erano utili. Gli animali che erano di grandi dimensioni furono i primi a soccombere, perché erano lenti a riprodursi ed esposti alla caccia e ai cambiamenti ambientali. Poi venne il turno dei più piccoli o di quelli più vicini all'uomo come le scimmie, di cui è prossima l'estinzione del 60 % delle specie. Oggi tocca agli animali selvaggi dell'Africa, alle tigri dell'asia, a tante specie di uccelli del sud america, al bisonte americano, agli orang utang e tante altre specie di scimmie che stanno perdendo il loro habitat per la distruzione delle foreste pluviali e l'espansione delle città e delle terre coltivate. Il rinoceronte di Sumatra si è estinto praticamente ai nostri giorni. Nei prossimi decenni è prevista l'estinzione delle giraffe, delle tigri, dei leoni, di altri grandi felini come le pantere, dei rinoceronti sempre più ridotti di numero. Oggi sono in pericolo anche gli orsi polari, il cui ambiente sta scomparendo per il surriscaldamento climatico. A ritmo crescente spariscono o si avviano all'estinzione molte specie di uccelli. Diverse specie della foresta equatoriale del sud america stanno sparendo durante l'arco di tempo della nostra vita individuale. Molto a rischio sono gli elefanti ancora massacrati ogni giorno per procurarsi l'avorio delle zanne, infame mercato che meriterebbe la pena di morte per cacciatori e spacciatori. Ugualmente devastante la pesca massiva, le sostanze chimiche prodotte dall'uomo e le plastiche che inquinano gli oceani e che stanno avviando all'estinzione molte specie di pesci e di fauna marina.
Nell'ultimo secolo il Big Killer si è trasformato velocemente. La popolazione umana che fino all'ottocento era giunta ad un miliardo (in una lenta crescita durata centomila anni) è letteralmente esplosa nell'ultimo secolo fino a 7,5 miliardi. Se prima il killer delle specie e dell'ambiente agiva lentamente con i ritmi della propria espansione sulla terra, ora Homo con la sua crescita esplosiva agisce come una macchina del massacro specista. Le trasformazioni del paesaggio si sono accelerate in maniera altrettanto esplosiva. Scompaiono le foreste pluviali, scompaiono le savane, si cementificano e si asfaltano praterie e boschi, pianure e colline, coste e paesaggi alpini.Le megalopoli si espandono apparendo dalle foto satellitari come gancrene grigiastre che letteralmente fagocitano il residuo suolo verde e le foreste. Nello stesso tempo vengono messe a coltura intensiva i suoli disponibili per sfamare una popolazione di miliardi di umani e produrre carne negli allevamenti intensivi. Il pianeta cambia a vista d'occhio, giorno per giorno, caratterizzando l'Antropocene come la fine degli ambienti naturali sulla terra e l'alterazione irreversibile chimica e fisica della biosfera. In questo modo la grande estinzione accelera con la fine degli animali selvaggi e migliaia di specie di fauna e flora. La combinazione tra la potenza tecnologica e la moltiplicazione numerica di Homo ha portato alla creazione di una vera e propria "macchina" delle estinzioni in cui la specie umana divora letteralmente le altre specie viventi annichilendo quello che non le serve e addomesticando alla produzione tecnologica le specie ridotte a servizio alimentare (o di svago) della specie killer, come gli animali di allevamento e le piante per l'alimentazione. Homo distrugge tutto tranne ciò che ritiene utile alla sua ulteriore crescita senza limiti. La distorsione delle leggi naturali raggiunge così il suo massimo e la specie Homo sta distruggendo il fondamento da cui ha preso vita, taglia le radici della propria stessa sussistenza in quanto specie tra le specie. Homo non si è formato da solo ma per selezione naturale attraverso l'interazione con tutte le altre specie. Senza la base vivente da cui è nato l'uomo porterà alla fine il pianeta e se stesso in una hybris autodistruttiva. Quello che colpisce in tutto questo è l'assoluta insensibilità degli esemplari di homo verso quello che sta accadendo. Tutto questo assassinio di specie avviene per l'agire insensato di un animale che le vecchie religioni definivano fornito di anima, ma che invece si sta rivelando fornito solo di un egoismo assoluto e violento.
Quando si vedono gli spot televisivi finanziati da organizzazioni cosidette "umanitarie" e fondati su un cieco antropocentrismo in cui vengono mostrati piccoli umani devastati da fame e malattie, nessuno si chiede il perché di queste sofferenze umane. Nessuno dice che quei bambini sono ridotti in quello stato dalla mancanza di limiti demografici che assicurino un rapporto più equilibrato tra risorse del territorio e natalità, e che se non provvediamo a ridurre l'eccessiva crescita demografica la situazione dell'uomo e del pianeta andrà inevitabilmente peggiorando.Queste organizzazioni cosidette "umanitarie" non osano o non sanno farsi le domande essenziali: quale cieco egoismo di specie mi fa vedere solo l'uomo e le sue esigenze, mentre distruggiamo tutta la vita che ci circonda nella meravigliosa varietà di specie che la natura ci ha consegnato? perché non vediamo la violenza che stiamo applicando agli animali facendo estinguere per sempre dal pianeta delle specie ormai ridotte a pochi esemplari, mentre non mettiamo limiti alla nostra riproduzione che ci sta portando verso gli otto miliardi di esemplari? Perché abbiamo perso l'anima prima di ogni altra cosa, relegando il nostro pensiero in assurde idolatrie che vedono solo l'uomo e distruggono tutto il resto? Domande a cui Homo non ha nemmeno iniziato a rispondere, e che peseranno sul nostro destino.

mercoledì 21 dicembre 2016

La produzione di massa

Quando sento gli ecoingenui della decrescita felice non riesco a non ridere, anche se sommessamente. La loro ingenuità estrema arriva ad ipotizzare una decrescita della produzione in un mondo dove invece tutto corre verso una veloce trasformazione delle strutture industriali nel senso della produzione di massa.La produzione non decrescerà ma continuerà a crescere, almeno finché crescerà la popolazione del pianeta. La Cina rappresenta in maniera paradigmatica la globalizzazione che sta interessando tutto il mondo e fornisce un modello per quello che accadrà nei prossimi anni in tutto il pianeta. Se analizziamo le modalità con cui nascono i nuovi quartieri delle città cinesi vediamo come paradossalmente si realizzi uno dei capisaldi teorici del marxismo, ossia come le sovrastrutture rappresentate dalla cultura, dai valori, dalla fruizione del tempo, dall'intrattenimento e gli aspetti "ludici" (una volta si sarebbe detto spirituali) della vita, vengano generati dalla struttura produttiva e ne siano un derivato diretto, senza mediazioni. In Cina interi quartieri vengono edificati come strutture di servizio di fabbriche industriali e progettati per massimizzare l'economicità nella realizzazione dei prodotti. In questo modo la vita umana viene ridotta a elemento secondario di servizio della struttura produttiva materiale. Spesso decine di edifici servono a contenere gli operai, gli addetti con relative famiglie e gli impianti di servizio connessi ad una determinata linea produttiva di una sola fabbrica o, a volte, di un unico particolare prodotto industriale. Le strutture abitative sono modulari, ridotte all'essenziale e con tipologie ripetitive e realizzate su scala di migliaia di unità. Esistono quartieri cinesi, in genere alla periferia delle grandi città, con migliaia di abitanti che lavorano ad impianti dedicati alla realizzazione industriale di un condizionatore, di un motore o addirittura di un cuscinetto meccanico. La scala di produzione, con la globalizzazione dei mercati, diviene idonea ad un mercato mondiale e i numeri di produzione di un prodotto raggiungono livelli mai visti. La megalopoli si trasforma generando quartieri dedicati a soddisfare esigenze del mercato globale. La vita di migliaia di persone è regolata secondo i ritmi della produzione. Anche il tempo libero e lo svago sono programmati per assicurare ritmi e turni di lavoro adeguati alla produzione su scala di massa.
I prodotti al tempo della globalizzazione e dell'esplosione demografica stanno rapidamente cambiando. Esaminando il prodotto e i cambiamenti che lo interessano possiamo comprendere molto della società che si sta preparando. Già Ford nei primi anni del 900 introdusse in america la catena di montaggio dove la produzione veniva standardizzata e i singoli pezzi della catena uniformati per i grandi numeri. La catena di montaggio assicura economie di scala e l'implementazione della produzione di massa. Oggi il prodotto industriale deve essere pensato per milioni di consumatori, a volte miliardi. Prima di progettarlo vanno fatte indagini di marketing su grandi numeri di potenziali consumatori (esistono società apposite). Il prodotto può persino perdere la caratteristica di marchio e venire standardizzato per molti produttori diversi su linee di produzione globali. Una caratteristica importante è la perdita delle distinzioni in base al luogo di provenienza: la delocalizzazione del manufatto comporta che esso deve perdere ogni riferimento ad un territorio particolare in quanto è destinato ad un mercato globale. Il prodotto tradizionale, quello artigianale, legato ai luoghi (come ad esempio le manifatture,i prodotti tipici o i vini o certi cibi) divengono prodotti di nicchia, sempre meno adatti alle grandi catene commerciali. Se un prodotto locale ha un grande richiamo viene ridotto a fake e imitato su scala globale. La produzione uniforme di milioni di pezzi trasforma l'impresa industriale rendendola indipendente dal paese di produzione e dedicata al mercato globale (imprese multinazionali).I prodotti di massa nella loro uniformità rendono uniformi e globali i mercati. Una volta uniformati i processi su vasta scala, la catena di montaggio non può che accelerare. Queste imprese necessitano di una crescita continua della produzione. Ricorrere a mercati sempre nuovi può tirare per un po' ma poi non basta più. Debbono crescere i consumatori.La sovrappopolazione è la condizione ottimale per queste imprese di produzione di massa e gli alti tassi di natalità costituiscono un pre-requisito della strategia commerciale estesa ai temi lunghi . La sovrappopolazione consente non solo di espandere i mercati ma anche di avere a disposizione una manodopera a basso costo.
Il prodotto di massa ha un'altra caratteristica: non è progettato per rispondere alle esigenze del consumatore. Il prodotto massificato è assolutamente inutile. O meglio, la sua utilità è marginale. Se riflettiamo un attimo ci accorgiamo che fino a pochi anni fa abbiamo vissuto benissimo senza. Prendiamo ad esempio il cellulare, tipico prodotto di massa. Fino a pochi decenni fa non esisteva e nessuno ne sentiva la mancanza. Il prodotto di massa non risponde ai bisogni, ma li genera. E' un inutile superfuo di cui però si ha necessità . La necessità deriva dalla narrazione virtuale di massa: chi non ce l'ha è fuori dalla narrazione globale, non appartiene alla contemporaneità. La logica che sta dietro al prodotto di massa è quella del discorso pubblicitario. Questo indirizza i desideri del pubblico, al di là dei bisogni reali. Il prodotto assume una sua autonomia, non dipende più dalla domanda e dall'offerta spontanea di una società più o meno complessa. Viene ideato per creare un mondo di riferimenti (attraverso la pubblicità, gli stili di vita indotti ecc.), una aspettativa che costituisce una sorta di nuova mitologia. A differenza delle vecchie mitologie che appartenevano alla tradizione e venivano ereditate, le nuove mitologie si identificano con i prodotti stessi che orientano le masse attraverso una narrazione virtuale che diviene reale al prezzo del prodotto venduto.Il nuovo mito non richiede una morale, come nel caso dei miti religiosi, ma un prezzo. In un mondo così l'unico valore rimane il denaro. Finisce l'arte e la poesia, subentra il mercato e il prodotto. La libertà, nella produzione di massa, è pura apparenza. Il consumatore non sceglie il prodotto ma viene scelto dal produttore che lo individua come target di mercato, indirizzandone i gusti e le aspettative. La pressione sociale di miliardi di persone annulla le individualità, le preferenze personali, le scelte indipendenti per la massificazione dei grandi numeri. Il prodotto non si adatta alla vita degli uomini, ma è l'esatto contrario. Le scelte della vita non si fanno più in base ad appartenenze o a ideologie che si condividono. Le grandi scelte si fanno per reperire e usufruire dei prodotti. Il fenomeno delle aspettative create dal prodotto è alla base, ad esempio, dei fenomeni che concorrono alla migrazione. Si tratta di una scelta radicale, che non dipende da motivazioni religiose o etniche o culturali. Alcune indagini sociologiche condotte sugli immigrati mettono in risalto il ruolo giocato dai media, in particolare tv e internet, nel creare aspettative di fruizione di prodotti e di vita più comoda che spingono i residenti in aree depresse economicamente ad intraprendere il viaggio della vita verso un mondo virtuale più che reale. E' il prodotto che muove le masse.
E' molto importante nella nuova economia basata sulle grandi masse di consumatori che il prodotto abbia una breve durata. La produzione sui grandi numeri ha bisogno di essere sempre pienamente funzionante quindi non tollera periodi di bassa resa. Per mantenere alto il livello di produzione il prodotto si deve rinnovare continuamente e quello già venduto deve essere costruito in modo da autoestinguersi dopo un periodo limitato di tempo (prodotti a durata programmata). La produzione moderna sforna oggetti di alta complessità tecnologica. La complessità tecnologica comporta il rapido superamento tecnologico e la vetustà del prodotto il quale va sostituito rapidamente anche se ancora funzionante.La tecnologia cambia continuamente e con essa i prodotti industriali. L'informatizzazione assicura un controllo totalizzante sui prodotti e la loro quota di virtualità che contribuisce a renderli effimeri. L'elaborazione e la diffusione sul web è oggi parte determinante della massificazione: il prodotto esiste solo su grandi numeri e per raggiungere questi numeri di produzione e consumo deve essere visibile nel mondo virtuale e su scala planetaria. Il web decreta se un prodotto può stare ancora sul mercato; oppure cedere il passo. L'interconnessione in rete di miliardi di consumatori assicura la pubblicizzazione e la operazione di marketing necessaria a commercializzare ogni oggetto facendolo entrare nella dimensione pubblica (con aspetti che ricordano la produzione di miti nelle società pre-moderne).
La globalità del mondo virtuale pubblicitario rende sovranazionale e delocalizzata la produzione e questa genera un sistema finanziario che è ugualmente sovranazionale e virtuale. Il sistema delle bolle finanziarie, prodotte dalla virtualità delle merci e dei mercati, ha contribuito a portare l'occidente alla attuale crisi economica. Il sistema sovra-produce e i mercati inseguono senza bastare mai. Soltanto la crescita continua dei consumatori evita il collasso finanziario. Per i poteri della grande finanza i tassi di natalità sono come le miniere d'oro per i cercatori al tempo della grande corsa all'oro in nord america. Per questo finanza e grandi imprese non fanno nulla per arginare l'esplosione demografica e diffondono l'ideologia dell'accoglienza multietnica e dei diritti globali. Il consumatore non ha etnia così come il lavoratore a basso costo. Ma per quanto ancora il pianeta sosterrà l'infernale meccanismo?

venerdì 2 dicembre 2016

Il Killer silenzioso delle megalopoli

Un killer silenzioso si aggira per le megalopoli sovrappopolate e inquinate. Il nome del killer è neutro, una sigla insignificante per i più: BPCO.
Eppure, dietro quella sigla si nasconde la causa che è all'origine, secondo un Report ufficiale dell'Agenzia Europea per l'Ambiente, di 476 mila morti ogni anno nella sola Europa. La sigla significa "Broncopatia cronica ostruttiva" o malattia polmonare cronica ostruttiva secondo la terminologia inglese. E' una malattia cronica degenerativa del sistema respiratorio e cardiovascolare dovuta all'inquinamento dell'aria delle grandi città europee da parte del particolato. E' una malattia tipica di tutte le grandi megalopoli del pianeta, delle aree industriali, delle zone ad alta densità umana. Del problema sono forse più coscienti i cittadini delle città cinesi e giapponesi, piuttosto che i benpensanti europei obnubilati dal pensiero unico politicamente corretto, in nome del quale si nega anche l'evidenza. Infatti basta vedere gli abitanti di Pechino, Shanghai o Tokio girare per le strade con la mascherina per il filtraggio delle polveri sottili, e confrontarli con i nostri cittadini che girano in bicicletta per le strade di Milano o Parigi senza alcuna protezione per valutare la differenza di allarme presente nelle persone. Da noi vivere ammassati è bello, è il portato di un antropocentrismo idiota e autodistruttivo, e si negano i problemi che esso genera o si degradano a meri problemi di scelte energetiche. Il risultato sta nei numeri del Report dell'Agenzia Europea dell'ambiente.
In quelle disumane concentrazioni di persone cemento asfalto e smog, dovute all'abnorme crescita demografica che ha raggiunto livelli esplosivi negli ultimi decenni, la necessità di energia, di alimentazione e di abitazione per tante persone e le attività lavorative connesse generano il particolato, distinto in due sottogruppi a seconda della grandezza delle particelle coinvolte: PM 10 (10 micron) e PM 2,5 (2,5 micron). Si tratta una miscela di minuscole particelle e goccioline liquide composte da diversi elementi tra cui acidi, metalli,residui carboniosi, silicati, ossidi di zolfo, particelle di suolo o polvere. Fonte principale è la combustione di carbone e biomassa da parte di industrie, centrali elettriche e famiglie. Altre fonti di inquinamento da particolato sono i trasporti, le attività di scavo e demolizione, l'usura delle superfici,l’agricoltura e l’incenerimento dei rifiuti. Nelle megalopoli il particolato viene prodotto principalmente dai riscaldamenti domestici, dal traffico veicolare, dai rifiuti e dai loro prodotti di traformazione, dalla movimentazione sui suoli, dalle attività edilizie e di demolizione, dai rifacimenti delle strade, dal consumo di pneumatici e di prodotti dei motori. L'enorme massa di sovrappopolazione generatasi dagli inizi del secolo scorso fino ad oggi ha quindi creato le premesse dell'inquinamento da particolato mediante l'inurbamento massiccio con lo sviluppo delle megalopoli e con l'attività umana concentrata in quegli stessi macroaggregati umani. Ogni attività umana genera particolato e solo la necessità di sussistenza (riscaldamento, produzione di merci, alimentazione ecc.) e di spostamento di merci e persone tra zone diverse delle megalopoli sono all'origine di gran parte del particolato.Non parliamo poi delle attività di areoporti, porti, grandi fabbriche, raffinerie, inceneritori ecc. L'uso intensivo di pesticidi per mantenere le produzioni alimentari ad un livello adeguato a tanta popolazione contribuiscono all'inquinamento ambientale di suoli, aria ed acque. Il fumo di sigaretta non fa che aggravare questa situazione, aggiungendo ulteriore inquinamento a quello diffuso nell'aria.
Le conseguenze sulla salute sono drammatiche. Il particolato respirato, specie quello ultrafine (PM 2,5) penetra fin negli alveoli polmonari generando bronchite cronica, enfisema (distruzione di parenchima polmonare), cuore polmonare (insufficienza cardiaca congestizia). Studi internazionali dimostrano che il particolato ultrafine è in grado di passare nel circolo sanguigno contribuendo a generare ostruzione delle coronarie (infarto cardiaco) e ipertensione arteriosa, malattia propria della modernità a cui contribuisce lo stress tipico della vita megapolitana. Nella sola Inghilterra sono stati stimati, in uno studio pubblicato su Lancet, in almeno 23.000 i morti ogni anno dovuti a malattie vascolari da particolato. I numeri sono ancora sottostimati in quanto gli studi che dimostrano il rapporto stretto tra particolato e malattie cardiovascolari sono recenti e ancora da sviluppare su più ampie casistiche. Il cancro del polmone e del tubo digerente sono ulteriori conseguenze dell'inquinamento da particolato, e non esistono ancora stime ufficiali definitive anche se gli studi proseguono. Ma il big killer rimane la BPCO, una malattia sottostimata che è causa di centinaia di migliaia di vittime nella sola Europa e di milioni di vittime nel mondo. Una malattia di cui si parla poco e quando se ne parla non si dice tutto. Se leggiamo infatti il Report dell'Agenzia Europea per l'ambiente,troviamo che l'Agenzia pur denunciando correttamente il problema dovuto all'inquinamento da particolato affermando che: "risulta che nel 2014 circa l’85% della popolazione urbana nell’Unione europea sono stati esposti a particolato fine (PM 2.5) a livelli ritenuti dannosi per la salute dalla Organizzazione Mondiale della Sanità" , quando si tratta di proporre rimedi confida nelle politiche dei governi locali volte a ridurre le emissioni. Ciò è sicuramente utile, come ad esempio convertire l'energia dal carbone e petrolio a fonti meno inquinanti, o imporre filtri e sistemi di contenimento e fissaggio del particolato a fabbriche e raffinerie, a zone industriali, a superfici megapolitane, ma tutto questo non è certamente sufficiente. L'attività normale di milioni di persone concentrate in spazi tanto ristretti come nelle megalopoli è una forzatura artificiale dei sistemi naturali dove queste condizioni non esistono e sono aliene per l'ambiente terrestre. La tecnologia umana ha creato tali forzature e posto le premesse per le malattie polmonari, cardiovascolari e psichiche da stress che questi ambienti comportano. La soluzione di fondo al problema del particolato nelle megalopoli è il ritorno ad una dimensione umana delle città, ad un rapporto equilibrato tra abitanti e città e tra aree cittadine e campagna, ad un uso non intensivo di industria ed agricoltura, oltre che al ricorso a nuove tecnologie energetiche meno inquinanti. La via che stanno seguendo i burocrati europei è invece quella di tacere sul problema sovrappopolazione, negare ogni rilevanza dell'eccesso di densità demografica, nascondere sotto il tappeto del politicamente corretto la polvere (particolato) che inevitabilmente la coesistenza di tanta popolazione concentrata genera, e insistere invece solo su regolamenti, procedure, divieti, controlli, tassazioni, investimenti in tecnologie costose che cercano di ridurre le conseguenze e che guardano ai sintomi e non alla causa prima della patologia. Il tutto va considerato alla luce dei grandi interessi di imprese e mercati che guardano alle occasioni di guadagno generate dalle tecnologie alternative agli idrocarburi e ai prodotti di contenimento, la cui efficacia però sarà nulla e del tutto marginale in presenza di una crescita continua di popolazione e di consumatori nelle aree già ampiamente inquinate. La burocrazia europea, che rappresenta gli interessi di quelle imprese e dei maggiori sistemi finanziari europei, alimenta se stessa, gravando per lo più sulle tasche dei cittadini che vengono tassati per mantenere l'apparato di controllo e per implementare sistemi tecnologici non competitivi in termini di costi e poco efficaci nel ridurre il problema . Molte delle industrie che lavorano nel campo delle rinnovabili sono inquinanti e creano particolato non meno delle altre. Intanto i cittadini continuano ad ammalarsi e a morire di malattie da sovrappopolazione, senza che nessuno accenni al motivo principale di quelle morti.

sabato 19 novembre 2016

Trump: effetto sul clima e non solo

Uno zombie tra gli zombie. Così è apparso, anzi si è manifestato come dal nulla, un Kerry rintronato che sembrava più “knok out” del solito. Barcollando tra i delegati tutti aggrappati alle poltroncine del COP22 della Conferenza di Marrakesh e che lo guardavano speranzosi che il Kerry suonato li salvasse dalla fine preannunciata di tutto il baraccone con i miliardi di dollari annessi e connessi. Si perché erano passate poche ore, qualche giorno, dall’esplosione della bomba atomica: l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca. Nel suo programma The Donald ha scritto:
“- Sviluppo delle fonti fossili per aiutare l'industria e l'economia del paese;
- Smantellare l'Agenzia federale che si occupa della tutela dell'ambiente.

Due punti non esattamente in linea con le aspettative dei burocrati riuniti a Marrakesh. Il nuovo presidente degli Stati Uniti ha il potere, essendo gli Usa tra l’altro il primo finanziatore di quel baraccone di ipocrisie denominato COP22, di sbaraccare baracca e burattini e di riportare tutti con i piedi per terra, nel duro suolo della realtà, e di sbugiardare tutti i finti ecologisti di stato che appetiscono assai più ai dollari sonanti dei finanziamenti che alla salvaguardia del pianeta dal riscaldamento globale. Cosa di cui tutti se ne fregano ampiamente e dirò poi perché. Dunque dopo la repentina entrata in vigore dell’Accordo di Parigi (una fretta come minimo sospetta) ecco il povero rappresentante di Obama, presidente premio Nobel preventivo che ha generato più guerre e morti dei suoi predecessori, che balbetta dal palco di Marrakesh parlando da zombie all’assemblea preoccupatissima. Anche perché Trump dall’alto del suo grattacielo di Manhattan ha intimato al suo predecessore di non stringere alcun tipo di accordo internazionale. Se gli Usa voltano le spalle, e questo gli zombie lo sanno, affonda la conferenza, affonda l’accordo di Parigi, affonda la speranza di affari miliardari per imprese e nazioni di corrotti e corruttori che speculando sul clima pensano molto alle proprie tasche e assai poco alla cappa di anidride. Kerry, bianco in viso e depresso, dice che “il tempo non è dalla nostra parte” e che “i popoli sono a rischio” poi , forse per stanchezza o stress gli sfugge una mezza verità: “ Trecento sessanta grandi aziende come Hewlett Packard, Kellog, Starbucks, Levis qui a COP22 chiedono agli Usa di rispettare gli accordi sul clima”. “Tanato” si direbbe a Roma. Poi riprende la farsa: “ I negoziati procedono, la Casa Bianca, spiega Kerry alludendo ad Obama, ha presentato a COP22 un piano per la decarbonizzazione (sic) profonda (sic sic) dell’economia degli Stati Uniti entro il 2050 che prevede un taglio dell’80% (ari sic) delle emissioni rispetto ai livelli del 2005”. Un programma “realizzabile , coerente con gli obiettivi a lungo termine dell’accordo di Parigi e una accelerazione delle tendenze di mercato esistenti” e qui nella vasta sala dei delegati sudaticci (per l’ansia ed il caldo) si diffonde un vago profumo di torta alla crema. “…Che richiedono politiche di decarbonizzazione sempre più ambiziose”. “Noi andiamo avanti” afferma speranzoso il segretario Kerry probabile prossimo Nobel preventivo per la letteratura, stavolta.
Nel frattempo “gli Stati Uniti hanno lavorato a stretto contatto con la Cina lo scorso anno per costruire un sostegno per l’accordo di Parigi” conclude il segretario.
Questa è la COP dell’azione” dice con credibilità zero Francesco La Camera, direttore generale del Ministero dell’Ambiente e negoziatore italiano, “le discussioni procedono e gli americani a Marrakech tengono fede ai dettami di Obama”. Invece vero niente. Dalla Trump Tower il nuovo Capo chiarisce subito come la pensa: “Sono tutte cazzate”.
La verità si fa strada con grossi calci nel sedere alle ipocrisie di Marrakech. Tuttavia Trump smentisce di aver dichiarato che il climate change è una bufala cinese per danneggiare gli Usa. Il nuovo presidente non vuole irritare i cinesi. E i cinesi che dicono? Liu Zhenmin della delegazione cinese a Marrakesh afferma che “ il supporto degli Strati Uniti, quale maggiore economia, è fondamentale”. Nel caso che gli Usa uscissero davvero dall’accordo però, i cinesi sono sereni:” una soluzione si troverà. Del resto la credibilità degli Stati Uniti potrebbe essere messa in discussione anche su altri fronti” minacciano i cinesi. Ma la Cina è saggia e pragmatica e il Presidente Xi Jinping dopo l’elezione di Trump ha detto che “il governo cinese guarda avanti partendo da un punto di relazione nuovo per dare beneficio ai nostri due popoli.” Il messaggio di fondo è in queste parole. La Cina vuole un punto di partenza nuovo. Con il che il presidente Xi dice esplicitamente che il punto di contatto attuale, con l’amministrazione Obama, non è stato soddisfacente. Sul tavolo c’è l’influenza in Asia. La Cina si considera il guardiano e il dominus del continente, con l’esclusione al momento del Giappone. L’intesa con il presidente Trump che vuole ritirare gli ombrelli militari (e relative spese) dal mondo e guardare più agli interessi economici e di mercato americani, si preannuncia più realistica. A Pechino c’è la convinzione che Trump sia disponibile ad una nuova Yalta, anche se non formale, lasciando la supremazia in Asia proprio alla Cina, che peraltro si è conquistato sul campo quella in Africa. Verrà probabilmente cambiato l’accordo di Bush e della Federal Reserve che prevedeva l’acquisto da parte americana dei prodotti cinesi in cambio derll’acquisto cinese dei Trasury Bond, un accordo che ha garantito lo sviluppo della globalizzazione precedente alla crisi Lehman. Ora Trump vuole ridimensionare il processo di globalizzazione e deve rinegoziare con i cinesi e con la Russia nuovi accordi commerciali che garantiscano la reindustrializzazione e mercati protetti ma non asfittici. Il mondo nel giro di poco tempo potrà essere molto diverso e la farsa che si tiene a Marrakesh rischia di virare a comica finale. Agli Usa serviranno gli idrocarburi, alla Cina che già sono al massimo col carbone, più petrolio, e la Russia già spera in un rialzo dei prezzi del barile e del gas, leccandosi i baffi e menando le mani in Siria in un nuovo ritrovato ruolo di potenza mondiale. Le rinnovabili vanno bene per gli Africani che faranno girare pale eoliche e scaldare pannelli solari con i soldi europei (i soliti buonisti) e qualche elemosina americana e cinese. Ma già la Gran Bretagna, staccata dall’Europa, finanzia tre nuove centrali nucleari, e cinesi e americani si apprestano a cambiare radicalmente i piani energetici ridando spazio a idrocarburi e nucleare. Tanto gli zombie di Marrakesh firmeranno qualche nuovo inutile accordo che non varrà nemmeno la carta su cui è scritto, buono per gli eco-ingenui europei. Al COP22 continuano a parlare, ma non ci credono neanche loro, di ridurre le emissioni riducendo i consumi mentre tutte le potenze mondiali affilano i coltelli per ripartire con più produzione, più idrocarburi e più consumi. E continuano a non parlare ancora di sovrappopolazione, continuano ad ignorare l’evidenza di un mondo che vede ogni giorno, ogni ora, aumentare la popolazione di umani con sempre alti e altissimi tassi di natalità in tanti continenti , sempre più consumatori sempre più migranti economici, che si spostano non dove stanno pannelli solari e mulini a vento, ma supermercati, industrie e prodotti di consumo.