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sabato 18 maggio 2019

I media e la sovrappopolazione

(La fine degli orangutang per la distruzione del loro ambiente naturale)
Riporto questo magistrale intervento di Maria Luisa Cohen al Convegno di Rientrodolce tenutosi a Chianciano nel 2008. Sono passati più' di 10 anni ma la sua attualità' e' invariata. Riguarda il rapporto tra i media e il tema sovrappopolazione, allora ancor più silenziato di oggi. Un tema tabù e considerato scandaloso dalla Chiesa cattolica e dal pensiero unico di destra di centro e di sinistra. Sommamente tabù' per i verdi, coloro che dovrebbero lottare per la salvaguardia dell'ambiente e che invece parlano solo di diritti di Homo. Eppure era ed è l'argomento chiave per capire ciò che ci sta succedendo a noi abitanti di questo pianeta avviato alla devastazione ambientale e al disastro naturale. Un tema che fu introdotto con un grido di dolore già al tempo di Population Bomb di Paul Ehrlich nel 1968. L'uomo, diceva Ehrlich, e' passato dai due miliardi di inizio 900 ai quattro miliardi del 1968 in pochi decenni (oggi siamo ad otto miliardi!) con una dinamica della popolazione esplosiva mai vista nella storia naturale della terra per nessuna altra specie animale. Questa dinamica porterà' al collasso il pianeta, denunciava Ehrlich. Poi le ideologie pro-umaniste (in primis l'ideologia dei diritti umani assoluti prevalente nella cultura europea) , la visione antropocentrica religiosa e infine i grandi interessi finanziari del capitalismo globalizzato silenziarono il tema, criminalizzando politicamente e ideologicamente tutti coloro che osavano accennarvi. In questa opera di criminalizzazione si sono sempre distinti i cosiddetti esperti dell'Onu, gruppi di prezzolati in cui malafede, loschi interessi e corruzione vanno di pari passo. L'accusa più leggera a chi poneva il problema della sovrappopolazione era ed è di razzismo (e si poteva arrivare anche ad essere definiti nazisti). Denunciare la devastante e letale crescita spropositata della popolazione umana a scapito di tutte le altre specie viventi era ed è esattamente l'opposto di ideologie che propongono la sopraffazione di una sola razza umana o di una nazione particolare. Si tratta infatti di ribaltare la visione: di non vedere più la specie umana come padrona del globo terrestre, ma di comprendere la grande varietà (e aggiungerei...bellezza) della vita sul pianeta terra e di come essa sia un unico grande sistema vivente o semplicemente naturale, in cui tutte le componenti hanno la stessa dignità e necessità perché ciascuna da il suo contributo alla biosfera. I veri nazisti sono coloro che, nel nome dei soli interessi di Homo, condannano le piante, gli animali e l'ambiente della biosfera terrestre alla camera a gas delle polluzioni di otto miliardi di umani in continua crescita.
Nel nome dei diritti di Homo si distrugge la Terra e la sua biodiversita', e biodiversità non è altro che l'unicità del contributo, insostituibile, di ciascuna specie alla vita del tutto. Se si distrugge la biodiversità' si distruggono le radici che permettono anche a noi uomini di sopravvivere: che queste non siano parole ma crudi fatti lo dimostrano la fine cui stiamo assistendo di centinaia di specie animali in Africa o nelle foreste dell'est asiatico in rapida scomparsa per la crescita e l'espansione antropica senza limiti. Se si ribalta così la visione delle cose, si comprende che l'umanità non consiste più nella difesa del numero e degli interessi egoistici solo della nostra specie, ma che umanità significa rispetto verso tutta la natura, in quanto da lì passa tutto il significato della nostra presenza sulla terra.
Questa consapevolezza ha sempre più la forza di una convinzione profonda, quasi di una fede. Paradossalmente è la forza di una nuova fede nell'uomo, non più l'animale egoista e distruttore del passato ma l'animale che si prende cura dell'ambiente in cui vive. Ambiente non più' inteso come un magazzino di cui servirsi per le proprie egoistiche necessità. E' una radicale riaffermazione della nostra animalità, termine che deve perdere ogni valenza negativa del pensiero antropocentrico, e divenire sinonimo di rispetto per le altre specie.
Quando si parla di sovrappopolazione, ancora si sente qualcuno con basso quoziente intellettivo dire che la crescita demografica umana non è un problema, in quanto gli spazi sulla terra ci sono e basta redistribuire gli abitanti nelle zone meno abitate e tutto si risolve. Questi ragionamenti mostrano una totale incomprensione del tema, frutto di un mentecattismo mentale non emendabile. La dinamica della sovrappopolazione non e' quella del contenitore e del contenuto, di superfici su cui distribuire il prodotto. In questa totale mistificazione di ciò che sta realmente avvenendo intorno a noi, i media hanno avuto un ruolo determinante, e la denuncia di Maria Luisa Cohen getta una luce sul perche' il problema ambientale non e' compreso da molti come effetto della eccessiva crescita della popolazione umana . I media ancora oggi tacciono sul problema demografico e guardano solo ai diritti umani, i diritti del padrone.
Perchè i media ignorano l´impatto dell’´incremento della popolazione.  
Di Maria Luisa Cohen 
Convegno Rientrodolce 
Chianciano, 2-4 maggio 2008
Comunicazione e informazione sono i mezzi più efficienti di conquista per il consenso nella società, come confermato anche da un recente libretto dell’autore americano Gore Vidal intitolato “Se controlli i media è fatta”. La maniera come sono formulate le notizie offre al pubblico il segnale d’interpretazione delle stesse. Mi riferisco al trattamento dei media e delle agenzie politiche sul tema della popolazione.  Qualche giorno fa il banchiere al quale mio marito si rivolse per questioni d’investimenti dichiaro´ che nessuno- né banche, né economisti, né politici, né altri addetti al potere, dicono la verità o per ignoranza o per calcolo. Si può tracciare un parallelo tra le informazioni che il pubblico riceve riguardo alle crisi ambientali, soggetto oggigiorno di analisi da parte di politici, scienziati e media,. e la corrispondente disinformazione o misinformazione. E’ fondamentale capire che l´evidenza della connessione tra il fattore popolazione e le crisi ambientali viene in qualche modo oscurata dai canali d’informazione mainstream diretti al gran pubblico.  Esistono individui, organizzazioni, libri e articoli che contribuiscono alla comprensione di questa connessione, ma sono stati ignorati per decenni. Le voci che ci avvertono del pericolo a venire, sono tacitate da schiere d’ottimisti, che hanno il vantaggio di dire ciò che la gente preferisce credere: Documenti antichi, avvertimenti e reazioni al pericolo dell’aumento della popolazione, sono profeti del peggio a venire. Più´ recentemente tutto cio´ che era facilmente prevedibile è stato già previsto, da Mark Twain ad Aldous Huxley, il quale ha trovato anche il colpevole nella figura degli scienziati, che ad un certo punto dimenticarono d’essere uomini e divennero specialisti. Lo specialista è generalmente colui che si disinteressa dei risultati a lungo termine di ciò´ che eventualmente scopre. Huxley aveva delle idee chiare sulle conseguenze dell’intervento della tecnologia, proterva alleata degli aiuti umanitari: "Satana sapeva che nutrire significa procreare. ... Nei vecchi tempi quando la gente faceva l´amore, si limitata ad accrescere l´indice di mortalità infantile e a deludere l´attesa di una vita nuova. Ma dopo l´arrivo delle navi, cariche di viveri tutto cambio´. La copulazione si risolveva in popolazione....Si Satana aveva previsto tutto: il passaggio dalla fame ai viveri importati, dai viveri importati all´incremento demografico, dall´incremento demografico di nuovo alla fame ...”. ...( da: La scimmia e l´essenza)  
Egli intuiva che più la tecnologia si adopera ad aumentare la capacità di carico degli ecosistemi per nutrire un numero eccedente d’affamati, più l’eterogeneità dei fini detta un ulteriore accrescimento degli stessi, che richiederà sempre nuovi input tecnologici, ignorando l’ovvia soluzione: diminuire il numero delle bocche da sfamare. E’ questa la vera ragione perché la Povertà è sempre con noi: perché noi rincorriamo continuamente la sempre crescente moltitudine dei poveri. Recentemente degli scienziati hanno avvertito che l´attuale crescita della popolazione è insostenibile. La Royal Society of London e i rappresentanti di 58 accademie dell’US National Academy of Sciences, s’incontrarono a New Delhi il 24-27 Ottobre 1993, nel ''Science Summit' on World Population”. I firmatari del manifesto concludevano che il continuo incremento della popolazione mettesse a rischio l´umanità e proposero zero population growth per tutto il periodo di vita dei loro figli. Lo stesso anno, 99 premi Nobel hanno emesso un avvertimento all’umanità per stabilizzare la popolazione, causa della distruzione ambientale. (Detjen, 1992) Queste sono eccezioni.  Nel mondo delle grandi istituzioni internazionali, abbiamo la FAO, che finora è riuscita a nutrire anche troppo bene tutti i suoi funzionari ed impiegati ma non i poveri del mondo; la WHO, che ripete la parabola di Sisifo; l´UNICEF fortemente politicizzata; la Banca Mondiale , che fa in modo che le somme erogate facciano ritorno ai paesi eroganti. Esse non evidenziano l’aspetto demografico come un rischio, ma come un’opportunità per pubblicizzare la loro raison d’étre. L’unico a segnalare il dramma futuro fu U.Thant, segretario dell´ONU che nel 1969 ebbe il coraggio di affermare : "...dalle informazioni che dispongo, si trae una sola conclusione: abbiamo a disposizione appena dieci anni per impegnarci in un programma globale...di controllo dell’´esplosione demografica...." Son passati quarant´anni e il problema è stato dimenticato. Riferendosi alla recente crisi alimentare, dalle agenzie internazionali si apprende solo che : "Senza aiuti sarà una catastrofe" ( IFAD Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo ) che parla del triplo flagello : povertà, prezzi troppo alti, cambiamento climatico. Ma non di popolazione.  La Chiesa continua ad appellarsi alla solidarietà, colpevolizzando gli occidentali per uno dei pochi errori o crimini che non hanno commesso: l’aumento dei poveri nel Terzo Mondo, dovuto all’eccessivo e troppo rapido aumento di quelle popolazioni. Sperando, nella ricerca della verità, di trovare fonti d’informazione di massa, vediamo che questo problema non raggiunge il pubblico , perché i media che hanno un’ influenza significativa sull’opinione pubblica, lo ignora. A sostegno di questa tesi, mi rifaccio ad un esauriente studio How and Why journalists avoid the Population-Environmant Connection, di T.M. Maher, 1997. Report che in “Tradeoffs: Imperatives of Choice in a High-Tech World” Wenk (1986) si stima che: " Qualsiasi conoscenza in materia di scienza e tecnologia il pubblico generale impara, proviene non dall’educazione ma dai mass media”. I quali suggeriscono al pubblico cosa pensare di un determinato problema.  Per esempio, la causa dell’urban sprawl, l’imperversare dell’edilizia, la costruzione di nuovi sobborghi e la distruzione delle aree verdi, è l’aumento della popolazione, come riconosciuto dagli imprenditori stessi che lo portano come giustificazione per usurpare gli habitat di altre specie e demolire le amenità esistenti. Oltre a sostenere il supporto di centri commerciali, stazioni di servizio, scuole, uffici e altri servizi.. questo sviluppo inarrestabile è accettato come un beneficio per la comunità, ma esso rappresenta una perdita di biodiversità e una perdita netta dell’ambiente naturale planetario. Come i media raccontano questi avvenimenti ? Lo raccontano generalmente separando gli elementi critici . negando la loro connessione. Per esempio, la storia delle specie in pericolo per l’ invasione edilizia,diventa cosi una lacrimosa recriminazione . Ha comunque una soluzione tecnologica: incessanti studi scientifici, protezione di circoscritti habitat, riproduzione e allevamento artificiale, regolazione dei pesticidi, nuove autostrade, usare energie alternative per le macchine, nuovi modelli “ecologici” per le abitazioni, ,limitazione delle licenze edilizie. Queste vengono puntualmente aggirate da un abbraccio tra aziende edilizie, sindacati e comuni interessati e poi denunciate con indignazione dai soliti giornalisti d’assalto e da pochi inermi obiettori che vengono definiti “elitisti” e anti-sviluppo.  
I media tendono ad accusare cause visibili, come la rapacità dell’industria di costruzioni, senza questionare le forze economiche e sociali che spingono gli stessi a distruggere la natura ; e se devono attribuire le ragioni per l’esaurimento di certe risorse come l’acqua, il petrolio o i cereali , si rivolgono a qualche catastrofe naturale o agli speculatori. Ma stabilizzare la popolazione sembra un’opzione politica troppo bizzarra per essere suggerita dai media. Invece i reportages omettono ogni referenza che possa offendere coloro che hanno interesse a sostenere l’aumento della popolazione.  Come spesso è necessario per capire certi fenomeni sociali, dobbiamo seguire il denaro. Il grande capitale, nel tempo della globalizzazione, contribuisce in maniera sostanziale a silenziare il tema sovrappopolazione e terrorizza le popolazioni con il fantasma della scarsità delle nascite, gettando la maschera e mostrando il vero volto degli interessi economici della grande industria multinazionale: numero di consumatori in costante crescita e lavoro a basso presso. Molotch e Lester nel 1974 avevano già individuato quello che è ancor oggi evidente: il contenuto del media riflette gli interessi di coloro che li sostengono, attraverso commissioni pubblicitarie, vedi costruttori e interessi bancari ( v. la faccenda dei subprime in America). Elisabeth Noelle-Neumann (1984) ha suggerito, con la sua teoria “La spirale del silenzio”, che “ I media provvedono a fornire il pubblico di parole e frasi che possono usare per difendere un certo punto di vista.” Indiscutibilmente le persone interpellate dai media sulle questioni ambientali ed economiche, non sembrano affatto consapevoli che la loro situazione sia esacerbata dall’espansione della popolazione: I reporter e gli intervistati sono vittime e complici della stessa miopia causale.  Sottolineiamo quindi le ragioni per questo silenzio:  1) ignoranza del soggetto. Sembra che la maggior parte dei giornalisti sia al di sotto dello standard richiesto dal loro lavoro. Essi tendono a costruire una storia che rifletta un dramma comprensibile al pubblico. Per esempio, molti di essi evidentemente non hanno idea del concetto di carrying capacity, che potrebbe aiutarli a comprendere il problema dello stress imposto sugli ecosistemi.  
2) essi esprimono le opinioni di alcuni gruppi di interessi, attraverso i quali i loro padroni illustrano e pubblicizzano la loro agenda economica e politica. I loro reporting non sono quindi neutrali;  
3) Il problema della correttezza politica, che rosicchia la coscienza collettiva e si esprime nel silenzio - magari per timore di offendere qualche minoranza. Queste ragioni sono state riportate da piu’ di un interessato, che temeva ripercussioni sulla sua reputazione dovute ad accuse di razzismo, xenofobia, o dalla lobby ecclesiastica, pro-life.  Qualsiasi metro si adoperi, si ha sempre torto. La stampa di destra non riconosce che l´economia è sussidiaria all´ambiente, le risorse del pianeta sono finite e non le importa se nel corso dello sviluppo economico a tutti i costi si perdono qualche milione di specie. La stampa di sinistra abbraccia lo slogan cretino: " non è la popolazione, ma il consumo” come se le due non fossero in relazione l´una coll´altra. In effetti, dicono la stessa cosa: che la torta basta per tutti, se viene distribuita in porzioni eguali. L’imperativo è focalizzare l’ attenzione sull’ultimo trend internazionale. Al momento esso è il Global Warming (GW), due anni orsono era di moda la Povertà, temi affrontati con concerti , gadgets e una panoplia di celebrità. In una ridicola intervista , John Lennon, che tutti gli ammiratori del defunto cantante dovrebbero considerare come testimonianza della sua insensatezza, dice che la popolazine, phew, no problem, it will balance itself out. Il Video conferma che i cantanti dovrebbero aprire la bocca solo per cantare o mangiare. Nel caso del nostro, il problema era anche fumare.  La CNN presenta un’ abitante di una delle nazioni piu´ povere del pianeta che si lagnava di non poter nutrire i suoi 6 figli (forse sarebbe stato il caso di regalargli un preservativo – n.d.r.). L’intervistatore mai batte ciglio o commenta queste notizie. Esse sono assolutamente normali, ovvie nella loro neutralità. Nell’ aprile 30 dall´Herald Tribune, si apprende che mancano i fertilizzanti artificiali, derivati dal petrolio , e vera manna dell´aumento della produzione agricola . Essi sono infatti piu’ efficaci di quelli naturali: mezzo chilo di fertilizzante chimico contiene piu´ nutrienti di 50 chili di quello naturale. Jeffrey Sachs, quello della riduzione della povertà, dice che questa è la differenza tra la vita o la morte, essa è una delle cause per cui il mondo ha poche alternative a questa dipendenza dal petrolio, poiché la popolazione aumenta e cosi anche i noveau riches richiedono il loro share di benessere, insieme ai nuovi poveri. Intanto le associazioni ambientaliste dirigono l´attenzione del pubblico attraverso le loro direttive mediatiche sul fattore consumo. E’ il loro mantra, ma Jeffrey McKee dell´Università di Columbus ci avverte che: "Anche se vivessimo come santi vegetariani, avremmo lo stesso impatto negativo sulla biodiversità”. Jane Goodall la protettrice dei primati in Africa è della stessa opinione. ("Heads not footprints stamp out species" da un rapporto del 25 luglio 2003.) Eppure il Corriere della Sera del 28 settembre 2003 riportava ( a fine pagina) che durante una Conferenza in Etiopia, 200 scienziati da 35 differenti paesi dichiararono che 45000 specie di flora Africana stanno sparendo per lo disboscamento dovuto a nuove coltivazioni. Similarmente, un recente articolo del Times di Londra annuncia che i leoni sono minacciati da estinzione perché cacciati per salvare specie domestiche utili all’alimentazione. Eccetera, ho una lunga lista, tutte rigorosamente riportate sui media, distruzioni, carestia, esaurimento di risorse, tutte le catastrofi umanitarie che potete immaginare nella vostra fantasia piu´ sadica, ma senza accusare che esista una relazione causale con il numero di persone che subiscono tali effetti devastanti.  Naturalmente, la domanda che potrebbe essere alla base di un quiz di uno show televisivo popolare sarebbe: "Quale è l´elemento comune a questa notizie?" Semmai troviamo una sclerotica referenza all´aumento della popolazione, è come un´afterthought, messo li distrattamente per giustificare l´ingiustificabile, suscitare compassione in cuori oramai assuefatti al peggio, con la notizia che esiste una fatalità incombente e travolgente come una valanga, una legge inevitabile a cui non possiamo sfuggire ma soltanto accettare perché scritta nel libro del Fato. E’ certo che questa rassegnazione dipenda anche dal riconoscimento che l´istinto a procreare è un imperativo biologico , altrimenti la specie si sarebbe già estinta. Per consolazione, arriva sempre la soluzione tecnologica. La sola cosa importante è di nutrire gli affamati ma senza dare loro una vita vera. Quelli d’altra parte non si accontentano della coltivazione a chilometro zero, ma la vita vera –secondo i canoni dei mass media manipolati dagli interessi economici mondiali- se la vanno a cercare ed emigrano in numero sempre crescente. Di fronte all´inevitabile, i media e I politici vedono negli OGM la salvezza che ci condurrà ad un altro circolo vizioso, già previsto da Aldous Huxley. Ma spunta nell´inconscio collettivo un altro colpevole: l´ingiustizia umana: Non c´è acqua ? essa è distribuita in modo ineguale dalla piu´ grande originatrice di ingiustizia che esista, la natura . Se tanta gente muore laddove non c´è acqua è perchè vivono in luoghi senza acqua. Si dovrebbe calcolare la "human density for unit of productive area.” Che ci direbbe che la terra dove questa gente abita non ha la capacità produttiva di sostenere neanche dieci di loro per metro quadrato, a ogni livello di vita decente. Una schiera di buoni intenzionati ci assicurano che, se eliminassimo tutte le guerre, distribuiamo le risorse equamente, incoraggiamo l´economia di mercato, diritti umani, democrazia, saggezze tradizionali, offriamo solidarietà, globalizziamo, deglobalizziamo, curiamo l´Aids o la malaria, ma non contraccettivi ... allora ? Allora secondo costoro il mondo ridiverrebbe verde e le megalopoli finirebbero di inquinare. Invece , ultimamente l´attenzione dei media si rivolge a un altro problema scottante: la mancanza di nascite nell´Occidente, Europa e Giappone. Singapore incoraggia coppie con iniziative decisamente osè per gli standard puritani dei paesi asiatici: suggerimenti come avere sesso nei sedili posteriori della macchina, inclusi mappe per i luoghi piu’ appartati e altri mating rituals organizzati dal governo.  Già l’Ansa nel 10 luglio 2006 intitolava drammaticamente una notizia: Famiglia: dagli anni '70 il crollo della natalità: “ Sono emersi dunque dati definiti "allarmanti", e cioé che in Italia si è passati in meno di un quarto di secolo da più di 2,7 a meno di 1,2 figli per donna: la capacità di fare bambini della società italiana, in soli 25 anni, si è ridotta di quasi tre volte.” Dunque, il problema è un altro: siamo troppo pochi. Non importa che la densità della popolazione in italia sia del 197,5 al km2, che ci pone i già menzionati problemi di occupazione del suolo. (la ricca Australia ha una densità di 2,6…) Per l’ Europa, in generale, il declino delle nascite è la metafora del declino della nostra civilizzazione. Dappertutto, culle vuote e incentivi finanziari per procreare. Ma quale fu il numero di cittadini di Atene al tempo di Pericle ?  E se contiamo sul numero di Conferenze sulla Popolazione che si sono susseguite nel passato, e già menzionate , dobbiamo riconoscere che il soggetto doveva essere riconosciuto come importante. Importante ma tabu’. Il soggetto è potenzialmente esplosivo, per le sue ramificazioni ideologiche e perché per sua stessa natura induce una specie di “scale paralysis” che prende qualsiasi dirigente che debba affrontare decisioni impopolari dal punto di vista politico, sociale e morale. L´United Nation World Summit on Sustainable Development , focalizzato sullo sviluppo dell´Agenda 21, era una buona occasione per sollevare la questione. E cosi il Millennium Development Goals: gli otto obiettivi non comprendono la sovrapoppolazione, ma l´eliminazione della povertà. Si continua a non vedere la connessione e la vera origine del problema. In caso che aveste perduto il tema, tutte queste Conferenze Internazionali parlano di povertà e della sua eliminazione e , come quella del Cairo, dei Diritti della Donna ma sempre vista come madre pronta a prolificare.  Intanto, sono andata a vedermi il Bollettino dell´Earth Negotiation (ENB) pubblicato dall´International Institute for Sustainable Development (IISD), ma non ho trovato il problema popolazione. Quando ho telefonato per sapere il perché di questa omissione, mi fu risposto che il problema apparteneva a un´altra Istituzione dell´ONU, la Population Division. La maggior parte delle discussioni post Johannesburg e Millennium Goals assumono la posizione dello struzzo. Leggendo le risoluzioni passate e presenti ( e presumo future), sono tutte un labirinto di non-eventi, concernenti formalità e formule per accedere ad altri eventi, specificazioni di azioni spiegate in maniera da perdere il loro significato originale e disegnate allo scopo di confondere e occultare il vero problema. Gli incontri prendono tempo per organizzare altri incontri inconcludenti, dove verranno formate nuove Commissioni e Gruppi, tutti espressi in acronimi, nel caso consueto che non si possano pronunciare i loro titoli. A un certo punto, con l´arrivo degli esperti che devono presentare rapporti sulla desertificazione, per esempio, l´accumulazione delle conoscenze senza relazione ad altre conoscenze è cosi vasta che ogni persona sana di mente rinuncia a pensare che si possa arrivare a una soluzione ai problemi espressi in un farragginoso burocratese (infarcito di politically correct) che non è comprensibile da nessuno.  In conclusione, sono convinta che la comunicazione sia una priorità, che non ci si puo’ chiudere dentro se stessi ma rivolgersi al vasto pubblico. E’ essenziale l’aiuto delle comunicazioni di massa che possono anche convincere la politica dell’importanza del fattore Popolazione. Gli stessi politici devono sapere che è loro dovere diffondere le “cattive notizie”, perché la situazione è grave, e piu´ la si ignora piu´ diviene intrattabile. Spero di avere aiutato a dimostrare l’urgenza della ignorata connessione tra i problemi del pianeta e la sovrappopolazione, cosi come la necessità della cooperazione dei media nonché di tutte le forze responsabili che ne sono a conoscenza, per influenzare e diffondere questa consapevolezza. Queste influenze si rinforzano mutualmente e sinergicamente per un incentivo alla auto regolazione delle nascite e l’appoggio di strumenti adeguati per favorire la sua attuazione. I politici che cercano di convincerci che la sostituzione di efficienti lampadine e il ciclo virtuoso dei rifiuti possano salvare il pianeta, dovranno rivolgere la loro attenzione verso un cambiamento di priorità dei loro cittadini.  La rivoluzione dei costumi puo’, anzi deve, cominciare da una rigorosa ed onesta informazione . Ma…..

lunedì 13 maggio 2019

Nuovi ecologisti crescono

(Demagogia e semplificazioni sono sempre in primo piano nell'azione dei movimenti verdi)
Accade sempre più spesso, persino in ambito ecologista, di sentir parlare di bomba demografica, crescita eccessiva di popolazione, ecc. In un articolo sul supplemento letterario del Corriere, Antonio Massarutto che insegna economia applicata all'Università di Udine, nonché esperto di sostenibilità ambientale ed ecologia, afferma che i limiti della crescita derivano dalla nostre aspirazioni insaziabili (al consumo) ma anche dalla bomba demografica. La cosa mi ha colpito perché la citazione della demografia in un ambientalista è di una rarità assoluta.Ma che il professor Massarutto abbia la vista lunga e ben indirizzata risalta anche da un'altra affermazione. Esplicitamente cita l'opinione di molti ambientalisti che l'alternativa allo sviluppo attuale sia una frenata nella economia e una retromarcia tecnologica. "Io sono tra quelli che ritengono, al contrario, che serva una accelerazione. Serve una radicale transizione tecnologica. Nuovi materiali, nuove fonti di energia, nuovi modelli di infrastrutture smart" scrive, "Una crescita basata sui servizi e non sugli oggetti". Intermodalità, condivisione, efficienza energetica: tutte parole dell'armamentario ecologista declinate però in un contesto credibile e realistico. "Nessuna mano invisibile ci guida" e il pensiero va subito alla polemica anti-liberista di molti verdi mainstream. Ma una nuova politica che diriga lo sviluppo e ne controlli le modalità richiede una condivisione che non può che passare attraverso lo stato liberale, di una democrazia partecipata. E' un "adelante ...ma con judicio" al ritorno di Hegel, di uno stato che regola e indirizza ma nel consenso. I costi sociali saranno enormi, dice Massarutto con un bagno di realismo, e la rivolta dei gilet gialli innescata dalla carbon tax in Francia è un monito di cui tener conto. Del resto il problema dei limiti ambientali e della distruzione delle risorse è frutto della potenza tecnologica mal gestita dall'uomo, e non un mero problema politico. Dice il professor Massarutto: "E' un errore descrivere il problema ambientale come la lotta dei cattivi capitalisti, che traggono profitto dalla distruzione del pianeta, contro il popolo sfruttato e depredato dei beni comuni", come affermano certi verdi di impostazione marxista. Ma altrettanto errato e fuorviante è credere lo sviluppo sostenibile come un irenico Mulino Bianco globale, dal quale scompariranno magicamente discariche e centrali elettriche, come se da ogni cosa rinascerà cosa e tutti pedaleremo felici nutrendoci di ortaggi a chilometro zero. Almeno la religione aveva spostato il paradiso nell'oltretomba, questi verdi naïf vogliono farci credere invece che il paradiso può essere creato qui sulla terra, una terra che si avvia ad avere in pochi decenni 10 miliardi di umani e la scomparsa di gran parte delle altre specie. Massarutto auspica una nuova etica che ci permetta di gestire lo smisurato potere della tecnica, in modo non di arrestarne lo sviluppo, ma di indirizzarla alla salvezza del pianeta.Nuove istituzioni, una nuova scienza, una tecnologia che rispetti l'ambiente, una limitazione dei consumi secondo modelli che mantengano un certo grado di benessere e standard qualitativi adeguati delle merci e della produzione. Quanto ciò sia difficile lo dimostra l'enorme richiamo che gli attuali standard di vita occidentali hanno verso i 7,7 miliardi di umani, che li vedono come una chimera da desiderare e basta senza farsi molti scrupoli sull'ambiente ( a parte le molto costruite e mediatiche prese di posizione di Greta). E allora, dopo le giuste affermazioni di Antonio Massarutto, viene da chiedersi: quando i verdi cominceranno a porsi il problema della sovrappopolazione e della eccessiva crescita umana in una terra sempre più stretta, inquinata e soffocata dalle emissioni di gas serra?

domenica 17 marzo 2019

Il pianeta di Paperino

Ora siamo a posto.Migliaia di studenti (subito diventati milioni su tv e giornali), hanno "riempito" le piazze di alcune citta' italiane per la manifestazione "contro i cambiamenti climatici" (sic!). "E' l'ultima occasione per salvare la terra" dichiara pomposamente il giornale che detta la linea ai radical chic italiani (La Repubblica). Il principale obiettivo della manifestazione? La politica di Donald Trump, notoriamente all'origine del cambiamento climatico che, sembra stando agli slogan degli illuminati, prima della sua elezione pare non esistesse. Poi l'altro grande obiettivo (e ci sarebbe mancato!) e' il sempre nefasto capitalismo origine della tecnologia inquinante e di tutti i mali, dalle disuguaglianze allo sfruttamento dei lavoratori. Ovviamente gli epigoni di Rousseau hanno tutti il telefonino e ci hanno pure la macchina e hanno già' prenotato le vacanze in qualche posto del globo da raggiungere con l'aereo, tutti prodotti dell'odiato tecnocapitalismo. Ma tutto questo non e' ancora nulla rispetto al grande afflato universalistico che sottende le menti dei novelli ecologisti. Pare che il Guru del nuovo movimento che si batte contro McDonald's e ha come inni Imagine e The Times they are a-changing, sia una ragazzetta svedese campione mondiale del politicamente corretto e di frasi fatte fritte e rifritte scopiazzate dalla paccottiglia verde-rosso ambientalista di tradizione tardo novecentesca. Certa Greta. E quale sarebbe la soluzione dell'ideologa (che fa rimpiangere il buon vecchio Suslov del Politburo sovietico che almeno una visione ce l'aveva)? Semplice: per salvare il mondo dalla bollitura climatica, abbattere le emissioni di carbonio conta fino ad un certo punto,anzi probabilmente non conta una mazza, quello che conta veramente e' la pace, l'uguaglianza, l'accoglienza, la fratellanza, l'apertura, l'abbattimento dei muri (Ah l'odiato Trump!)in una parola l'umanizzazione del mondo. Umanizzazione non nel senso del rispetto umano verso la natura, si badi bene...sarebbe concetto troppo ardito per le menti social-ecologiste, ma umanizzazione nel senso di hominazione, di trasformazione del pianeta in un recipiente antropizzato dalle vette montane dell'Himalaya fino ai fondi abissali degli oceani. Solo se c'e' umanità' solidale sarà' possibile vivere con gli specchietti solari e i mulini a vento. Qualche mente eccelsa ha addirittura ipotizzato una antropizzazione colonialista di Marte e di altri pianeti per consentire al globo terrestre di respirare, almeno temporaneamente. Con quale tecnologia rimane un mistero, visto che ogni progresso tecnologico -sottoprodotto dell'odiato capitalismo- e' visto dai neo-ambientalisti come fumo negli occhi. Ma non e' improbabile che qualcuno degli studenti manifestanti, futuro ingegnere, abbia magari già' in mente qualche astronave mossa dalle pale eoliche, cosa che nelle menti waltdisneyane dei neo-ecologisti e' perfettamente possibile nel mondo delle fiabe che cercano di realizzare. Sempre sul giornale dei radical chic si legge che i rivoluzionari sedicenni nel corteo di Milano invocano che "il mondo deve cambiare adesso" e che il primo obiettivo e' la "giustizia climatica". Che si tratti chiaramente di imboccatura di slogan da parte di professori del politicamente stantio e' evidente. Che vuol dire giustizia climatica? Che il caldo va ripartito tanto a te e tanto a me, tanto all'africano, tanto all'indiano e tanto all'europeo? Bisognerebbe consultare Greta, il dilemma e' amletico. Comunque nell'Ultima occasione per salvare la Terra spicca una assenza. Cio' che manca in queste gigantesche manifestazioni giovanili per l'ambiente e il clima e', banalmente, la verità'. Tra i mille slogan c'era quello che l'acqua va bevuta non nelle bottigliette di plastica, ma nelle borracce, come sui monti del Cadore nella Prima Guerra mondiale. Puo' darsi che la Terra si salvi con le borracce. Ma nessuno in questi cortei ha accennato al fatto che, nel tempo di poche ore in cui si e' svolta la manifestazione, centomila nuovi nati sono arrivati sul pianeta. Centomila nuovi utilizzatori di acqua, cibo, mezzi di trasporto, riscaldamento, chimica, fertilizzanti e via emettendo. Centomila nuovi consumatori si sono materializzati nell'arco di tempo del corteo. Ogni slogan gridato equivaleva a migliaia di nuovi consumatori sfornati in ogni parte della Terra da salvare dal consumo. Per questi nuovi umani sara' necessario deforestare e cementificare, asfaltare ed edificare, produrre e lavorare, consumare energia ed inquinare. Ma negli slogan nessuno vi ha accennato. Silenzio assoluto. Le menti sono tutte rivolte a Greta. Come alle santone di una volta. Attraverso la sua bocca parla la Madonna...

domenica 27 gennaio 2019

Il confine

(Un tratto del Muro al confine con il Messico)
Per molto tempo i confini hanno funzionato per proteggere le società' umane provviste di storia e tradizioni dalla distruzione ad opera di popolazioni interessate a depredarne risorse ed appropriarsi dei luoghi. Gli esempi storici sono numerosi, dalle mura delle citta' stato orientali, alle mura delle polis greche, dalla frontiera sul Reno nell'epoca Romana, alla grande muraglia cinese contro le popolazioni mongole che premevano sui confini imperiali. Poi i confini statali nazionali che nell'ottocento hanno creato le premesse della grande espansione economica e politica europea fino ai conflitti mondiali del novecento.Per decenni, nel dopoguerra, la cosiddetta cortina di ferro ha protetto le economie liberali dal comunismo statalista. Poi i confini sono stati rapidamente spazzati via, in pochi decenni, dal turbocapitalismo mercatista che politicamente ha assunto il nome di globalizzazione. Cio' che non era riuscito agli eserciti e alle orde di invasori e' riuscito alla travolgente espansione planetaria dell'antropizzazione accelerata sotto il dominio della tecnica.
Oggi c'e' un fatto nuovo: l'apparato mondialista scricchiola pericolosamente. A Davos si riunisce il gotha della finanza globalista e le elites governative che difendono la mondializzazione dell'economia. Tutti sono preoccupati dal ritorno di uno spettro : il confine. A Davos, persino a Davos, sta accadendo qualcosa di inaspettato, si notano alcune assenze clamorose: Trump e Teresa May non si presentano. Si aggiunge l'inaspettata assenza di Macron perché impegnato in patria dalla contestazione dei gilet gialli. Bolsonaro, con il peso del suo Brasile, andrà per osteggiare il pensiero dominante globalista. Nessuno come la grande finanza sovranazionale (a cui si aggiungono le stesse Banche centrali dei principali protagonisti mondiali del mercato) teme il ritorno delle frontiere. L'enorme macchina creata dalla tecnoscienza con l'obiettivo di globalizzare il pianeta sotto il dominio dell'ideologia antropocentrica produttivista trova una crescente resistenza da parte di oppositori (per lo più negli ex paesi avanzati ora in crisi) determinati a riportare la sovranità nazionale. Questi oppositori, stranamente, non provengono dalla parte da cui intellettuali e politici si aspettavano arrivassero. L'opposizione al gigantismo affaristico e al libero spostamento di merci e umani nell'ottica di una antropizzazione generalizzata del pianeta ci si aspettava venisse dai movimenti ambientalisti e di sinistra interessati alla salvaguardia dei paesaggi, delle aree verdi e dell' ambiente naturale. Anteporre ai valori ambientali la possibilita' di tutti i popoli di prolificare e di spostarsi senza limiti sulla superficie della Terra e la libertà' della industria e della finanza di agire su scala planetaria, ha poco di ecologico e molto di antropocentrico. Al contrario, l'opposizione che sta riscuotendo i maggiori successi popolari alla ideologia mondialista, viene da movimenti e da politici che rivalutano un archetipo delle società' umane e della storia: il confine. Il confine corcoscrive il "piccolo mondo" della propria terra e cultura rispetto al "grande mondo" globalizzato. Nel grande mondo le aziende possono crescere, massimizzare la produzione di serie, i commerci prosperare senza dazi e senza frontiere, le genti spostarsi per aumentare consumi e produzione: il grande mondo e' in linea con la prospettiva di un gigantismo produttivo e di una antropizzazione planetaria senza limiti. Il piccolo mondo circoscritto dai confini ha produzioni limitate, in parte artigianali, le importazioni possono essere gravate da dazi, limitazioni di cambio e di prezzi, l'agricoltura meno industrializzata, con un maggiore controllo paesaggistico, le genti non sono libere di spostarsi ma soggette a permessi temporanei,ad accordi tra nazioni, l'antropizzazione rimane locale soggetta a limiti ambientali di risorse e di economie. Di fronte al crollo ambientale procurato dal grande mondo della produzione totale, del libero mercato e e della sovrappopolazione, i sostenitori del ritorno del valore legale e materiale del confine sostengono che a difesa dell'ambiente e della dimensione umana delle città e dell'economia bisogna difendere il piccolo mondo del proprio popolo, della economia nazionale e della cultura locale. Ogni discorso di decrescita (compreso il ritorno ad una economia della produzione agricola locale) non può prescindere dal ritorno del confine come valore e come entità giuridica di un ordine statuale legato al territorio. In questo senso sono valorizzate e riscoperte le idee di un ecologista austriaco che per primo parlò di decrescita in un senso ben diverso rispetto agli ecologisti globalisti attuali: Friedensreich Hundertwasser (Vienna 1928-2000), che richiamava l'attenzione degli ecologisti sui pericoli di una ideologia mondialista totalizzante e indicava nel ritorno ai luoghi, alla terra intesa come piccola patria, luogo originario, e ai confini che proteggessero la diversità delle storie e delle culture, un modo per tutelare anche la natura, che non è mai un concetto generale e totalizzante, ma e'sempre una appartenenza, un luogo determinato, una identita'.
Contro le demagogie prima cristiana e marxista, poi turbocapitalista dell'umanità' come comunità' globale, gli oppositori alla globalizzazione riscoprono la sovranità' dei popoli, delle comunità' locali, l'appartenenza storica, le tradizioni, la cultura della differenza. Il confine e' la barriera legale e materiale che ci restituisce una identità, protegge la differenza di ogni cultura locale contro la omogeinizzazione mondialista produttivista-consumista. In campo economico, dove il globalismo ha trionfato spinto dal mercato globale e dalla planetarizzazione del capitalismo, il confine e' l'unica difesa contro lo strapotere della grande macchina produttiva e del grande apparato mercatista. I confini sono stati spazzati via negli ultimi decenni da due fenomeni che sembravano (e ancora sembrano) inarrestabili: la scomparsa della moneta e la libera migrazione di merci e popoli, sancita dai regolamenti del WTO. Con l'accordo di Bretton Wood che stabili'la convertibilità' fissa dollaro-oro fu dato il via al mercato globale, in cui la moneta locale era sostituita da una moneta virtuale convertibile in un valore equivalente in ogni parte del mondo, preparando così' i pagamenti reali con pagamenti virtuali on line (dematerializzati), facendo del mondo un grande mercato. Ma insieme alle merci, la globalizzazione ha imposto la libertà' di spostamento dei produttori-consumatori (l'apparato globalista si serve ipocritamente del termine persona come un velo di maya per nascondere l'estremo riduzionismo materiale in cui l'individuo umano e' ridotto a produttore-consumatore senza più alcuna mediazione culturale o storica). La dimensione di questo apparato riguarda tutti gli aspetti del mondialismo: quello finanziario, quello industriale produttivo, quello del consumo, quello commerciale, quello strutturale, quello culturale. Al mondialismo appartiene la nuova ideologia dei diritti di homo globalis: in base a questa ideologia totalizzante ogni differenziazione culturale o identitaria locale e' potenzialmente criminale. Chi specifica e difende le appartenenze o le culture locali viene tacciato di razzismo tout court. La difesa della identità' locale e' apertamente condannata e punita da corti nazionali o internazionali (come il tribunale internazionale europeo per i diritti umani dell'Aja). Tipici del mondialismo sono il gigantismo e l'uniformizzazione. Gigantismo, piuttosto che monopolismo, in quanto ciò' che si ingrandisce e' la struttura piuttosto che la proprietà'. Le imprese si diffondono in tutto il globo, con miriadi di sedi sia virtuali che materiali, con una organizzazione verticistica ma un azionariato diffuso e mobile. Le città' si espandono verso la dimensione di megalopoli. La società' si organizza in alveari che consentono la stretta convivenza di milioni di consumatori-produttori, con servizi intercollegati, e strutture di servizio che antropizzano ogni territorio. Questa organizzazione avviene nella forma della uniformizzazione planetaria. La societa' umana assume le stesse strutture in ogni parte del mondo. L'individuo e' in teoria libero, ma in realtà' e' inserito in un formalismo comportamentale di estrema rigidita'. Le culture e gli stili di vita perdono ogni differenza. O meglio: l'unica differenza e' dettata dalla "moda" che e' un aspetto del mercato. I prodotti si standardizzato secondo i dettami della produzione di massa e del mercato globale. L'architettura, divenuta nel frattempo non più' scienza dell'abitare, ma scienza del vendere, , si omogeinizza in tutte le regioni del mondo, appiattendo il paesaggio urbano e delle periferie in una alienante uguaglianza di stili senza più differenze anche tra aree del pianeta molto distanti. Il grattacielo e' la dimensione unica dell'espansione megapolitana commerciale, in simbiosi con la periferia bidonville, in una specie di dualismo strutturale e sociale che contraddistingue la città' contemporanea, in cui l'unica dimensione rimasta e' il successo o l'insuccesso commerciale. L'ambiente e' la prima vittima dalla globalizzazione: la necessita' di trasporti rapidi estende le infrastrutture con autostrade, parcheggi, TAV, gallerie. Si traforano montagne distruggendo paesaggi, valli, fonti, boschi, declivi montani con cementificazioni, ponti, gallerie, tralicci, aree di servizi, parcheggi, centri commerciali, stazioni. Ogni città', anche piccola necessita di un aeroporto con le strutture di supporto, distruggendo ciò' che resta delle aree verdi e del paesaggio naturale intorno alle città'. Il cielo e' un proliferare di linee aeree sempre più fitte con motori al cherosene che riempiono l'atmosfera del pianeta di gas tossici, gas serra e particolati. Il commercio e i viaggiatori per via aerea sono in continua espansione: nuovi regolamenti moltiplicano linee e quote aeree, e giganti del cielo si sfiorano con dislivelli di pochi metri emettendo fumi tossici senza alcun limite e controllo. Nella globalizzazione il suolo non e' più' superficie naturale del pianeta, ma diviene superficie produttiva, commerciale. Intere regioni, spesso coperte di foreste, sono spianate e messe a produzione o divengono infrastrutture o edificate. Il naturale non rende, il cemento produce reddito e commercio. Solo i parchi turistici si salvano dalla desertificazione mercatista (e appena il caso di ricordare la devastazione dell'Africa in atto da parte di imprese commerciali cinesi). Funzionale a tutti questi aspetti della globalizzazione e' la sovrappopolazione e l'esplosione demografica, che assicurano il carburante al motore della grande macchina. Tutte le terre del pianeta sono state esplorate e sfruttate, oggi non resta che aumentare la popolazione di umani per aumentare consumi, mercato e produzione.
Poiche' tutto e' gigante, uniforme e senza limiti, l'unica opposizione a tutto questo e' la reinvenzione del limite. La rinascita del limite e' stato un movimento che è nato dal basso, cresciuto spontaneamente in seguito al crollare dei modelli tradizionali, al sempre più evidente collasso ambientale, all'esplodere del problema dei rifiuti e delle discariche, dei tossici, delle polluzioni di anidride e altri gas dannosi, a cui il modello globalista produttivista stava conducendo. È stato un movimento di opinione cresciuto fuori delle accademie,tra lo stupore attonito degli intellettuali politically correct, tutti schierati sul fronte dei diritti di Homo (Homo globalis) e della globalizzazione . L'aspetto più' chiaro e definito di questo limite e' la necessita' di ristabilire il confine. Non a caso questi movimenti sono definiti dagli intellettuali mainstream, "populisti". La perdita di identità' e la trasformazione del cittadino da persona con una sua storia e appartenenza in consumatore-produttore senza storia e senza appartenenza ha prodotto alienazione e spaesamento soprattutto tra le classi popolari. Finche' il consumismo ha funzionato, il globalismo e' stato incontrastato. Ma quando la crisi finanziaria ha prodotto crisi economica sulla massa di consumatori, gli ingranaggi del meccanismo gigantesco si sono inceppati. Di fronte alla disoccupazione, alla fuga delle fabbriche, alla invasione di merci straniere a basso costo e alla immigrazione libera, la gente ha guardato al confine come unica difesa. I lavoratori delle imprese americane in crisi hanno votato per il ritorno del controllo dello spostamento delle merci e per l'imposizione di dazi,per la difesa delle produzioni locali, eleggendo Trump. In Europa, dove i burocrati di Bruxelles erano arrivati all'assurdo di accusare di razzismo i governi che nelle proprie leggi richiamavano il concetto di nazionalità' (si e' arrivati all'assurdo di vietare ad esempio in Italia di offrire case di proprietà' pubblica a cittadini "italiani"), i movimenti che prevedono la reintroduzione dei confini sono in continuo aumento: In Inghilterra hanno determinato la Brexit, In Polonia, Ungheria, Italia e Francia l'avanzata di forze politiche sovraniste. Il confine e' l'unico argine al globalismo e alla dittatura del mercato. La diversificazione delle culture e la formazione e conservazione di tradizioni locali non possono prescindere dal confine.
La globalizzazione, con la libera circolazione dei consumatori produttori, e' uno dei meccanismi di fondo della crescita sproporzionata della popolazione umana sul pianeta. Uno dei meccanismi fisiologici che controllano la popolazione e' infatti il rapporto tra tasso di natalità' e risorse locali. La disponibilità' di risorse (cibo, acqua, abitazione ecc.) e di opportunita'(lavoro, istruzione, sanità' ecc.) condizionano i tassi locali di natalita'assicurando un rapporto equilibrato. La mobilita' globale ha rotto questo sistema naturale di controllo, permettendo la sussistenza economica in ogni area del pianeta mediante emigrazioni e rimesse, e mantenendo l'esplosione demografica degli ultimi decenni (nata in origine in seguito allo sviluppo della tecnologia moderna) . Il modo per ripristinare il controllo demografico locale e' la reintroduzione dei confini. Come aveva previsto Asimov l'ideologia mondialista ha prodotto una umanità' fatta di numeri senza radici, in cui la vita umana ha un valore semplificato e relativo alla produzione e al consumo. Rinunciare ai confini ci ha privato della nostra storia e ci ha ridotti ad otto miliardi di replicanti.

venerdì 7 dicembre 2018

L'ideologia natalista

Si avvicina il natale, festeggiamento del dominio dell'uomo sul pianeta attraverso la simbologia del neonato e della madre che partorisce. Ovviamente, come sottolinea Nietchsze nel suo "anticristo" dove nasce il bambinello? Nella mangiatoia delle bestie e coperto dal tetto della stalla. La messa in scena evangelica e' fondamentale ai fini della ideologia che sottende da duemila anni la rappresentazione: le nascite debbono riguardare in primo luogo i poveri, gli strati popolari. La stella cometa e prima ancora la narrazione simbolica della annunciazione (non a caso ripresa continuamente nella iconografia e nell'arte medioevale e rinascimentale di ispirazione cattolica) esprimono la protezione divina e l'indirizzo che sottende il tutto: la specie umana come specie privilegiata destinata al dominio su tutta la natura.L'annuncio dell'angelo e' un annuncio di dominio e di impossessamento antropico.Il natale e' il compimento di questo annuncio. L'operazione pronatalista oggi ha cambiato profondamente di significato, in un mondo dove il messaggio religioso ha perso valore e dove la civiltà contadina ha lasciato il posto ad una devastante civiltà globale basata sulla produzione e il consumo di massa e sulla proliferazione umana arrivata a quasi otto miliardi.L'ideologia natalista è divenuta ideologia della riproduzione di massa dell'uomo mercificato a oggetto come le altre merci. La propaganda natalista prosegue con tutti i mezzi a disposizione. Veniamo bombardati da messaggi natalizi che vanno dalla politica alla pubblicità' agli articoli di giornale e ad intere trasmissioni televisive dedicate alle mamme e alla gioia della maternità' e dell'arrivo del bimbobello. Ma cosa nasconde in realtà' questa esaltazione spasmodica della natività' umana? Quante distruzioni di altre specie, quante polluzioni di carbonio, quanti tossici, quanti inquinanti, quante discariche, quanti abbattimenti di alberi, quanta nuova cementificazione si nascondono dietro l'innocente sorriso del neonato vezzeggiato e coccolato da schiere di familiari sui social web e sugli schermi tv? Ogni nascita e' un nuovo attentato all'ambiente naturale e alle altre specie viventi. Quell' homo che nasce in realtà' e' un nuovo killer ambientale che si aggiunge ai sette miliardi e mezzo già' in azione. Bisogna spogliare questo atto da tutta la retorica buonista e antropocentrica per far apparire la sostanza: una criminale proliferazione (in particolare se si tratta di un secondo o terzo figlio o addirittura più'...), attuata da incoscienti e irresponsabili (quando non perfettamente coscienti e volontari distruttori) che stanno lavorando per la fine dell'ambiente naturale terrestre e di tutte le altre specie. Per la Terra la proliferazione umana e' peggio delle esplosioni nucleari di Hiroshima e Nagasaki. Quelle hanno fatto un danno limitato e recuperabile, la proliferazione umana e' un danno definitivo e irreversibile fino, almeno, all'autodistruzione del distruttore.
Preti, industriali, terzomondisti, ex marxisti, islamisti e i vari movimenti nazionalisti del globo lottano tutti per l'aumento delle nascite. L'apologia del bimbobello e' diffusa in tutte le culture antropiche. Queste esaltazioni mediatiche e propagandistiche delle nascite nascondono spesso loschi interessi. Preti e islamisti non solo per puro antropocentrismo religioso, spesso dietro ci sono volontà' di potere, proselitismo, (a volte interessi ancor più meschini...). Finanzieri e multinazionali hanno fortissimi interessi nell'aumento esplosivo della popolazione.I mercati non tollerano la diminuzione di popolazione. La culla vuota è la bara del capitalista. Ogni decremento demografico è un decremento di mercato, di produzione e di vendite. La simbologia della nascita di Homo è divenuto il marchio dello sviluppo capitalistico del mercato. L'ammirazione popolare intorno al bambinello nella mangiatoia di Betlemme aveva un epicentro religioso, e così è stato fino all'età moderna. L'interesse di finanzieri e multinazionali ai festeggiamenti natalizi di oggi ha un interesse economico. Il bimbo che ride nella culla non e' altri per loro che un nuovo consumatore. L'aspetto umanitario non e' che un freddo paravento dietro cui ci sono potere, espansione dei consumi, affari, lavoro a basso presso, produzione di merci e maggiori scambi commerciali. Più' nascite, più' spese, più acquisti, più vendite, più' case,più infrastrutture, più auto, più energia consumata, più profitti. Un nuovo lavoratore a basso costo si aggiunge inoltre alla catena della produzione. In ogni parte del mondo le nascite sono legate al reddito atteso. In europa, dove le nascite sono un costo, per motivi di economia familiare si nasce di meno contribuendo così alla crisi dei consumi. Per questo finanza e industria spingono spasmodicamente sulle nascite. Tutta la retorica delle culle vuote e' legata alla preoccupazione di una riduzione dei consumi e sofferenza dei mercati. L'immigrazione è solo un rimedio parziale e la crisi sociale e politica che ha innescato ne limita la potenzialità. Attraverso l'esaltazione della natalità, finanza mercato e produzione possono tornare a crescere anche in occidente. In Africa la natalità porta direttamente reddito e le nascite sono oggi una risorsa economica perché' producono emigrazione e rientri di denaro dall'estero. Quelli che rimangono sono mano d'opera abbondante per l'agricoltura e l'industria nascente (tra cui edilizia e infrastrutture, industrie estrattive, con poderosa deforestazione)e riescono a compensare almeno in parte la fame, la scarsità di risorse e le guerre che la sovrappopolazione innesca in tante aree sottosviluppate. Sviluppo e nascite vanno di pari passo e nella cultura di questi popoli si identificano. La redistribuzione di denaro e produzione dal vecchio mondo all' Africa ed all'Asia avviene con le culle piene. La produzione di nascite e' divenuta la principale industria del pianeta e l'uomo e' sempre più merce tra le altre merci.
Tutta questa retorica sulle nascite di Homo nascondono la tragica realtà: l'assassinio di animali e la distruzione ambientale,la scomparsa continua di specie viventi, l'oltraggio alla natura sopravvissuta all'antropocene. Mentre nell'aria staziona una coltre di gas e particolato che avvelena l'atmosfera, mentre negli oceani galleggiano nuovi continenti di plastica e sulla terra avanza la grigia superfice di cemento e asfalto, il triste rito della festa dell'avvento di colui che ha causato tutto questo va avanti come nulla fosse, tra vetrine addobbate, spese inutili, cenoni e il sorriso ebete di nonni e bambini.

domenica 25 novembre 2018

Verità e falsità sul clima - seconda parte

Emblematico di tutto quel che e' avvenuto dietro il discorso sul clima e' la vicenda di El Nino, cavalcata sul finire degli anni novanta da Al Gore e dai verdi nostrani.L'aumento della forza degli alisei e delle piogge in Ecuador e Peru' fu attribuita al riscaldamento atmosferico, di cui si imputavano gli Usa e le altre economie industriali con le loro emissioni. Poi pero' studi indipendenti dimostrarono che il fenomeno denominato El Nino era sempre esistito con andamento ciclico negli ultimi 5000 anni, fino che gli esperti dell'IPCC decretarono ai primi del nuovo millennio che non ci erano prove scientifiche di variazioni di intensità' del fenomeno negli ultimi decenni. Finalmente il Nino cadde nel dimenticatoio insieme alle battaglie di Al Gore e dei verdi che predicavano l'abbandono del modello industriale di produzione. Si trattava di pura speculazione politica. Ma il massimo della commedia, anzi della tragicommedia che ha riguardato la storia sul cambiamento climatico e i protagonisti (movimenti ambientalisti, esperti Onu dell'IPCC, ecc.) che hanno gestito il tema, si e' raggiunto con il convegno di Kyoto del dicembre 1997 in cui fu stabilito il famoso protocollo. Questo, ignorando gli studi di importanti istituzioni di ricerca -tra cui quelli dell'Office of Technology Assessment e del Worldwatch Institute che indicavano nella spropositata crescita della popolazione la causa prima del cambiamento climatico- utilizzava per la prima volta l'argomento clima come mezzo di una battaglia politica volta a colpire le economie sviluppate. Il protocollo stabiliva che nel periodo 2008-2012 i paesi elencati nell'Allegato I (in sostanza i paesi industrializzati ed in particolare Usa ed Europa) avrebbero dovuto ridurre le emissioni complessive di anidride carbonica fino a raggiungere un livello del 5,2 % (sic!) inferiore a quello del 1990. Ma contestualmente veniva azzerato il beneficio (tutto teorico) che ne sarebbe dovuto derivare in quanto l'accordo non imponeva alcun limite alle emissioni dei paesi in via di sviluppo e concedeva dilazioni (ad esempio sull'uso del carbone) a Cina ed India che -visto l'impetuoso sviluppo in atto- avrebbero aggravato il problema anziché ridurlo. Calcoli effettuati da numerosi istituti di ricerca (WEC, Perry, Nordhaus ecc.)hanno dimostrato che in seguito alle misure stabilite a Kyoto, nel caso del tutto improbabile che fossero rigorosamente rispettate, l'aumento della temperatura entro il 2100 sarà' di 0,15 gradi celsius in meno rispetto ad una situazione in cui non si fosse intervenuti affatto. L'intento di coloro che si erano riuniti a Kyoto era in realtà' di colpire le economie sviluppate per pura opposizione politica e ideologica e ciò' senza alcun vero riguardo in favore delle economie dei paesi arretrati, che anziché giovarsene sarebbero anche essi stati colpiti dal rallentamento delle economie avanzate. La riduzione complessiva delle economie avrebbe comportato enormi costi in termini di minore ricchezza prodotta stimata in 107 mila miliardi di dollari a fronte di danni ambientali risparmiati dovuti ai cambiamenti climatici di circa 5000 miliardi di dollari (stime dell'IPCC). Ma la cosa che interessava i delegati a Kyoto era accentuare la necessita' di andare politicamente verso una società' più' egualitaria, decentralizzata, meno commercializzata e meno orientata alla produzione. Di fronte a questi obiettivi era del tutto secondario l'obiettivo iniziale della riduzione del consumo energetico di idrocarburi. Kyoto stabili' definitivamente che la lotta al cambiamento climatico era solo una bandiera senza alcun effetto reale sul clima del pianeta, una bandiera dietro cui combattere una battaglia politica terzomondista contro le economie sviluppate e il mercato.
In realtà sul riscaldamento climatico è in gioco un aspetto di fondo del futuro della Terra. Tutte le diatribe sul riscaldamento riguardano, alla fine, due scelte opposte, un bivio di civiltà. Ci sono due risposte strategiche: una è rappresentata dal discorso sulla redistribuzione delle risorse verso i paesi arretrati e la decrescita delle economie sviluppate, come teorizzato dal filosofo Latouche, l'altra esemplificata dagli sforzi di numerose nazioni del pianeta nella spianata di Cadarache nel sud della Francia. La prima, quella prescelta dalla maggioranza degli esperti che si radunano nelle varie conferenze Cop sponsorizzate dall'Onu, punta su una riduzione dei consumi (che in questa fase dovrebbe essere a carico delle nazioni industriali sviluppate), e su tattiche di riduzione del consumo di idrocarburi in favore di rinnovabili meno efficienti e più costose ma più compatibili con basse emissioni. La seconda si basa su una sfida incentrata su ricerca e innovazione: lo sviluppo della tecnologia come risposta ai problemi del cambiamento climatico. Mentre la prima risposta trova numerose forze politiche di opposizione(principalmente i movimenti verdi e associati) che la condividono e portano avanti, la seconda vede molti scienziati e governi di nazioni importanti impegnati nella sua realizzazione. Vediamo meglio le due strategie. Quella portata avanti dai movimenti verdi e ambientalisti si basa su una decrescita economica assistita, realizzata cioè riducendo le produzioni e le risorse inquinanti e prediligendo il ritorno ad una agricoltura senza chimica e una produzione basata sul riciclo e sul basso impatto ambientale. Sul lato della energia la strategia della decrescita si fonda sull'uso sempre più esclusivo delle energie rinnovabili. Dal punto di vista economico la decrescita dovrebbe basarsi su una riconversione di tutta l'industria nel senso dell'utilizzo di manodopera umana, su un uso limitato di tecnologia, su una ricerca centrata sull'ambiente e sulla sua salvaguardia. Politicamente su un forte intervento dello Stato e di istituzioni sopra-statali e una serie di divieti e limitazioni riguardanti gli stili di vita, la produzione e il mercato. Ciò dovrebbe consentire una economia a basso impatto con una industria centrata sul riutilizzo e su prodotti compatibili con l'ambiente, e una agricoltura biologica che veda l'utilizzo di mano d'opera e una tecnologia non inquinante. Gli aspetti negativi di questa strategia -a parte gli aspetti politici e le sue ricadute sulla libertà' individuale- sono la riduzione programmata del Pil e di conseguenza una minore disponibilità di risorse per ricerca ed investimenti, con un impatto diretto sulla ricerca tecnologica che subirebbe un rallentamento e forse uno stop. La minor competizione tra imprese in concorrenza -come avviene nel libero mercato- che invece verrebbe contrastata nella economia dirigista della decrescita, comporterebbe una minor spinta alla innovazione dei prodotti e alla ricercca su nuove energie e nuovi materiali. L'esclusione del discorso sul contenimento demografico, esplicitamente rigettato da Latouche, dai verdi e da tutti i fautori della decrescita economica, comporterebbe inoltre un micidiale coktail : una crescita demografica incontrastata si combinerebbe con un basso livello di tecnologia disponibile, portando a conseguenze incalcolabili sulla società dei prossimi decenni, anche verso l'ambiente. L'altra strategia, per dirla con un termine in voga, l'altro paradigma, è quello della risposta tecnologica alla crisi climatica. Nonostante tutte le critiche alla società' industriale moderna, non si puo' dimenticare che grazie all'economia di sviluppo, al libero mercato e alla tecnologia abbiamo più' tempo libero, maggiore sicurezza e meno incidenti, più' istruzione, più' comodita', redditi più' alti, meno sofferenza per fame, più' cibo a disposizione e vite più' sane e lunghe. Certamente permangono disuguaglianze e ingiustizie, ma tutti i discorsi sulla redistribuzione si debbono basare su un livello adeguato di produzione di risorse. La tecnica, frutto dello sviluppo economico, della produzione e della ricerca, ha aumentato l'uso di risorse naturali e l'inquinamento ambientale ma ha d'altra parte aperto numerose opportunità' e migliorato infiniti aspetti della vita quotidiana.Soprattutto l'economia e la ricerca tra imprese in competizione sul mercato sono all'origine della innovazione tecnologica e lo sviluppo di nuovi mezzi nel campo della medicina, dell'energia, della robotica o della IA.
Dunque il problema di fondo innescato dalla questione del clima è se il nostro futuro, il futuro della presenza umana sul pianeta terra, debba essere a bassa o ad alto tasso di tecnologia.In ultima sintesi il problema e' questo: uscire dal carbonio con i divieti, le sanzioni e la burocrazia (vedi protocollo di Kyoto e seguenti) o uscire dal carbonio con la tecnologia? E' ovvio che una decrescita (ma anche una bassa crescita della produzione e dei consumi) è incompatibile con uno sviluppo tecnologico che permetta di affrontare la questione climatica. Questa sarebbe affidata ad una mera riduzione delle immissioni di carbonio in atmosfera fondata su divieti e sanzioni. Un'alta tecnologia richiede al contrario una crescita economica e di produzione. Un'alta tecnologia non è compatibile con una società a bassa produzione e, peggio ancora, sovrappopolata rispetto alle risorse disponibili. Chi crede nella risposta tecnologica alla crisi climatica non può non essere per la crescita della produzione e delle disponibilità economiche da investire in tecnologia e ricerca. La corsa contro il tempo, e di tempo a disposizione nonostante quello che ne dicano i catastrofisti, i dati dicono che ce ne è ancora molto - non è meramente teorica. La scelta tra i due paradigmi non avvera' nelle sessioni COP o nelle assemblee dell'Onu. E neanche nelle conferenze degli scienziati o peggio, dei politici. La scelta del nuovo paradigma avverrà' sul campo: catastrofi ecologiche potranno indirizzare alla bassa crescita. Successi della tecnica come l'innesco della fusione a Cadarache potranno indirizzare il mondo verso lo sviluppo e la tecnologia. Su questo secondo fronte si attendono gli sviluppi della intelligenza artificiale e della robotica che dovrebbero contribuire all'abbattimento delle emissioni e rendere possibili lo sviluppo di società con demografia stabile e crescita economica allo stesso tempo. Su tutto incombe, causa prima di ogni altra crisi ambientale compresa quella climatica, la catastrofe demografica: la spaventosa crescita della popolazione umana tuttora inarrestabile e in accelerazione. Le tasse più alte sugli idrocarburi e i divieti rischiano di avere un effetto paradosso: rallentare la crescita economica e quindi il finanziamento su ricerca e innovazione con l'effetto che il mondo avrà' meno tecnologia. Se a ciò si aggiunge la completa mancanza di lotta al boom demografico da parte dei movimenti ambientalisti , l'effetto finale combinato sarà' più' popolazione, più' necessita energetiche e meno tecnologia disponibile per ridurre le emissioni. Un effetto catastrofico delle buone intenzioni degli esperti Onu e dei movimenti politici verdi . La lotta ai cambiamenti climatici non puo' avere come scopo la riduzione degli investimenti sulla ricerca e le innovazioni tecnologiche, altrimenti non farà' che accelerare gli effetti negativi delle tecnologie obsolete e di una economia in recessione combinate ad una crescita demografica inarrestabile.
Lo scontro tra queste due visioni non e' teorico ma già' in atto. Siamo di fronte alla necessita' di un cambiamento di paradigma che riguarda la presenza umana sulla terra imposto dal cambiamento climatico. I tempi molto lenti di questo cambiamento climatico rendono molto improbabile un cambio di paradigma in seguito ad eventi catastrofici nei prossimi anni. Abbiamo più' tempo a disposizione di quanto previsto (e in parte auspicato) nelle varie conferenze Cop. Se vediamo quello che e' accaduto in passato possiamo intravedere possibili scenari. Con il crollo dell'Impero romano in seguito alle massicce invasioni di popoli dall'oriente europeo ci fu un profondo cambiamento della società' precedente: l'incastellamento e la nascita della civiltà' feudale e l'affermarsi di una nuova religiosità'. Così' alla fine del secondo conflitto mondiale non fu un evento catastrofico a determinare il cambiamento ma una novita' tecnologica: la bomba atomica. Hiroshima segno' la fine del vecchio mondo dei conflitti tra stati. Inizio'allora la divisione del mondo in zone di influenza, il nuovo paradigma politico-economico, tra mondo libero e comunismo (in realtà' tra i possessori della bomba e le rispettive visioni del mondo). Il successivo cambio epocale fu determinato dallo sviluppo del mercato globale (un cambiamento economico e politico sostenuto in gran parte dal rinnovamento tecnologico: telecomunicazioni, web, trasporti ecc.). In base a quanto avvenuto in passato il nuovo paradigma che verra' determinato dal cambiamento climatico non sarà'dunque deciso dalle conferenze dell'Onu, ma sarà' la conseguenza o di eventi catastrofici o di innovazioni tecnologiche. Se arriveranno prima gli eventi climatici e ambientali violenti ci sarà' un forzoso adeguamento dell'economia e un ricorso alle energie rinnovabili disponibili imposta dalle circostanze. La decrescita non sarà' guidata dai teorici alla Larouche ma dalla crisi economica conseguente alle nuove condizioni del pianeta. Se invece arriverà' prima l'Iter in costruzione a Cadarache e l'innesco della fusione, il cambiamento di paradigma assumerà' il significato di una svolta energetica con l'abbandono dei combustibili fossili e l'utilizzo di nuova energia da fusione senza emissioni. La nuova economia carbon-free ma con crescita economica guiderà' il riassetto politico del pianeta cui seguiranno cambiamenti culturali e il rapporto tra uomo e ambiente. Proprio in questi giorni la Cina ha comunicato il raggiungimento dei cento milioni di gradi del plasma di protoni nel suo reattore sperimentale, una temperatura vicina a permettere l'innesco della fusione. La sfida continua e non saranno certo gli esperti dell'Onu ha decidere modi e tempi del cambiamento.

venerdì 19 ottobre 2018

L'Europa e la Bomba africana

Ora il dato e' ufficiale, certificato nel Rapporto sullo stato della popolazione nel mondo 2018 di UNFPA (Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione): nei prossimi trenta anni la popolazione mondiale crescerà' di ulteriori 2,5 miliardi, così' da raggiungere nel 2050 l'incredibile numero di 10 miliardi. E pensare che le precedenti stime parlavano di 9 miliardi a fine secolo nel 2100. Una ulteriore impennata nella crescita, nonostante che il numero medio di figli per donna sia tendenzialmente diminuito in mezzo secolo da 5 a 2,5. Ma essendo aumentata la base numerica (da due a sette miliardi e mezzo) il moltiplicatore porta ad un aumento netto mai visto nella popolazione, in così' pochi anni (per la demografia 30 anni sono una inezia). Mai prima d’ora, nella storia dell’umanità, ci sono state tra i paesi differenze di crescita demografica come oggi. Mentre nei paesi sviluppati e in certe aree dell'oriente (come Taiwan) i tassi sono addirittura inferiori ai tassi di sostituzione, in altre aree il numero di figli per donna e' ancora alto e tende ad aumentare ulteriormente. Una di queste è l’Africa subsahariana che contribuirà per più della metà alla crescita della popolazione mondiale prevista da oggi fino al 2050, un dato che deve far riflettere l’Italia e L’Unione Europea alle prese con le spinte delle forze di estrema destra, convinte di poter contrastare un fenomeno che dal punto di vista numerico appare invece incontenibile. Si stima che la sola area subsahariana porterà' nei pressimi 30 anni a 1,3 miliardi di nuova popolazione sul totale dei 2,5 miliardi che si aggiungeranno ai 7,6 attuali (stime UNFPA). E' appena il caso di notare che queste centinaia di milioni di nuovi nati non avranno, anche nelle migliori delle ipotesi su un rapido sviluppo africano -di cui ad oggi non vi e' traccia- le risorse alimentari, di acqua, di lavoro, scolastiche, sanitarie e ambientali necessarie per un sostentamento in loco. Si tratta quindi nella maggioranza dei casi di futuri migranti, le cui vie di migrazione, basta consultare una carta geografica, conducono sulla sponda nordafricana e di li' alla penisola italiana o spagnola, protese nel mediterraneo. Nei Paesi in Via di Sviluppo ci sono centinaia di milioni di donne che sono a rischio di iniziare una gravidanza non desiderata per l’impossibilità di accedere a servizi sanitari, a metodi moderni di contraccezione, o per fenomeni quali matrimoni e gravidanze precoci, anche per le condizioni di sottomissione e di mancanza di scolarità' delle donne.
Secondo Mariarosa Cutillo, direttrice dell’ufficio partnership strategiche dell’Unfpa: «Il potere di scegliere è un diritto fondamentale delle donne che deve essere garantito. Decidere se, quando e con chi fare figli è importante per il reale e effettivo sviluppo sostenibile del pianeta. La responsabilità di realizzare gli obiettivi di sviluppo non è solo dei governi ma anche del settore privato e della fondamentale società civile.Le disuguaglianze di genere attraversano tutto il pianeta, e a ciò' contribuiscono le tradizioni locali, la situazione economica, le gerarchie religiose con la discriminazione femminile e la demonizzazione dei metodi contraccettivi. Ma in anni recenti anche la politica e gli interessi della criminalità' contribuisce al fenomeno, essendo la crescita demografica e le connesse migrazioni, divenute il principale metodo di business di intere aree specie in Africa. Interessi che portano infatti risorse dalle rimesse, favoriscono le organizzazioni che speculano sui commerci legali e illegali, e alimentano soprattutto i trafficanti di persone con i grandi affari che ricavano. alla crescita della popolazione sono interessati anche i trafficanti di armi e droga, così' come i produttori e i commercianti dei paesi sviluppati che vi vedono occasioni di nuovi commerci e mercati. Né sono da trascurare gli aspetti sociali e conflittuali che innescano crescite così esplosive della popolazione. In queste dinamiche la composizione sociale delle popolazioni è costituita da moltissimi giovani ed adolescenti che cercano mezzi di sussistenza e di affermazione. Sono masse giovanili pronte per estremizzarsi e propense alla violenza non essendo limitati da strutture scolastiche o educative adeguate, in presenza di tradizioni ataviche che stanno scomparendo lasciando il posto alla ricerca del denaro e alle organizzazioni più efficienti che trovano in loco: quelle criminali o quelle dell'estremismo religioso. In questi ultimi decenni, masse enormi di africani si sono spostate (prima ancora di tentare l'analoga avventura verso l'Europa che attualmente abbiamo sotto gli occhi tutti) e masse enorme di africani sono uscite dai villaggi sperduti nelle savane e nelle foreste, per approdare nelle megalopoli che sono cresciute a dismisura, oltre che disordinatamente come, ad esempio, Lagos, in Nigeria, che ha più di 20 milioni di abitanti (pari quindi a un terzo dell'intera popolazione italiana) e che, per due terzi, dispone di abitazioni che sono rappresentate da bidonville. Tutto questo rappresenta un pericolo per l'Africa e un pericolo per il mondo. Insieme alla devastazione sociale c'è l'aspetto della devastazione dell'ambiente: la scomparsa delle foreste, delle savane e la loro trasformazione in distese per la coltivaziione di cibo, di mangimi o di colture per i biocarburanti -sotto la spinta di organizzazioni multinazionali. La scomparsa degli animali selvaggi avviene sotto i nostri occhi senza la speranza di poter fare qualcosa per la salvezza di specie in via di estinzione. La crescita della cementificazione e delle infrastrutture va di pari passo alla distruzione di suolo di enorme valore naturalistico e alla avanzata intorno alle megalopoli di gigantesche discariche e all'inquinamento dei suoli e delle acque. Rossastre nubi di smog e gas (tra cui il cancerogeno biossido di azoto) sovrastano le grandi megalopoli africane in ulteriore rapida crescita.
A pochi distanza dalle nostre coste si prepara quindi quella che sarà' la nuova guerra del secolo, che sarà' combattuta con altri mezzi oltre alle armi, e che riguarderà' tutto il riassetto planetario modificando profondamente l'economia, la cultura, la religione, la composizione etnica e le densità' demografiche (con le conseguenze ambientali) soprattutto del continente europeo e di tutta l'africa del nord. Sarà la fine dell'Europa come noi la conosciamo. E' appena il caso di ricordare che l'esplosione demografica che porterà' in meno di un secolo ai 900 milioni della Nigeria, si aggiungera' quella altrettanto impressionante dell'Egitto. Una vera bomba alle porte di casa.
Dall’Africa subsahariana più della metà dei nuovi nati nel mondo fino al 2050 (dati UNFPA).