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martedì 14 maggio 2013

LO IUS SOLI: LA TERRA COME SPAZIO DA OCCUPARE



Ius sanguinis o ius soli? E’ più importante l’appartenenza per generazioni ad un dato luogo, o deve contare il fatto che una persona ha il diritto di risiedere nel luogo in cui nasce? Si appartiene al luogo in cui si nasce o alla storia dei propri genitori? La nascita genera obblighi di accoglienza ? Che posto ha la cultura del luogo nello ius soli e nello ius sanguinis? Conta la condivisione dei valori di un popolo o contano di più i diritti universali?
Chi si ricorda del termine “patria”?  E’ un termine superato che non usa ormai più nessuno. E’ troppo legato all’idea di nazionalismo e delle guerre combattute nel nome della nazione. Oggi va di moda il multiculturalismo e i diritti di tutta l’umanità, senza partizioni territoriali.  C’è un nuovo e superiore valore che azzera tutti gli altri: il diritto dell’uomo, di ogni uomo, di occupare la terra, qualunque terra, per i propri scopi e il soddisfacimento dei propri bisogni.  Oggi il concetto di luogo e di suolo  non ha più nulla di identitario: esprime soltanto una determinazione spaziale   priva di riferimenti a valori e tradizioni. Le città conservano le differenze soltanto nei centri storici, edificati nel passato; le periferie moderne sono tutte uguali, in ogni parte del mondo. Quando lo spazio diviene tutto uguale, anche la dimensione culturale si appiattisce e si uniforma. Oggi gli unici riferimenti sono i diritti del cittadino globale e  riguardano solo lui: tutto il resto della natura non ha diritti.  
Nel nuovo significato di suolo  come spazio a disposizione,  vengono compressi e azzerati il tempo, i riferimenti culturali, i significati storici, il valore naturalistico dei luoghi. Questa perdita di profondità storica dei concetti di luogo, di suolo e di nazione riguarda non solo il mercato e la speculazione. Il suolo è a disposizione anche  dei  milioni di migranti che si mettono in moto in tutti gli angoli della terra attratti dal richiamo consumistico. Non si cerca un’appartenenza, ma un “posto” in cui trovare cibo e merci, in cui la famiglia ricreata o traslocata possa trovare un sostituto posticcio del luogo di origine.  Quando del suolo rimane solo il concetto utilitaristico dello spazio da occupare può accadere quello che è successo a tanti luoghi di valore storico e paesaggistico in Italia: la trasformazione in centri commerciali, o in quartieri residenziali, o addirittura in parcheggi.  Insieme ai luoghi anche gli uomini divengono senza storia, senza appartenenze, senza determinazioni culturali,  senza fini spirituali, senza significato se non quello di  vivere la vita stereotipa delle città contemporanee: consumare, trasformare, produrre.  Quando tutti i valori cadono, l'uomo da sfogo al suo egoismo.  Sull’altare dell’antropocentrismo vengono così distrutti suoli vergini, prati, foreste, coste marine, rive di fiumi e di laghi, paesaggi, antichi borghi; vengono stravolti paesi rimasti per secoli in armonia con il proprio territorio, cittadine ridenti, centri storici di alto valore artistico. Vengono azzerate le appartenenze e le diversità culturali.   Suoli che per secoli ci hanno dato il nutrimento materiale e spirituale con l’agricoltura e il paesaggio, che hanno conservato dentro di sé la cultura di intere generazioni,  vengono in pochi giorni spianati da ruspe, colmati da gettate di cemento, trafitti da piloni e impalcature di ferro e acciaio, uniformati alle peggiori periferie degradate delle città di ogni parte del mondo. Lo stravolgimento avviene in tutto il pianeta, non solo da noi. Del resto i capannoni non si possono non costruire, ne va dei guadagni degli imprenditori e del diritto al lavoro degli operai. Gli orrendi palazzoni grigi si debbono fare: ne va del diritto alla casa dei cittadini  (e delle finanze dei costruttori). Gli alberi non hanno diritti, i campi fioriti, le acque cristalline di fonti e ruscelli non possono vantare diritti. E gli animali e le piante non sono depositari di diritti, ma servono all’esclusivo soddisfacimento umano.  Se questo è il contesto, la cittadinanza vale poco, e si può dare a tutti. La cultura non ha più molto senso: conta assai più la pubblicità o l'ultimo prodotto alla moda. Molti migranti rispondono alla domanda del perché hanno affrontato un rischioso viaggio per raggiungere un luogo determinato con la risposta più sconvolgente: perché ho visto alla televisione che qui si vive bene. Qualcuno si stupisce che la realtà sia tanto diversa da quello che vedeva sulla tv.   Non si vuole partecipare alla cultura di un popolo, ma consumare un marchio, avere uno spazio, un reddito, fruire dei beni materiali che quel posto offre. Se questo è ciò che conta, basta nascere in un posto per esserne cittadino. Forse in futuro basterà ancora meno: esibire uno scontrino, una prova di acquisto.
   La storia non esiste, è una mistificazione del particolare  che tende a togliere diritti all’uomo universale. Dietro lo ius soli si nasconde la concezione della terra come puro spazio privo di riferimenti al passato e allo spirito di quella terra. Un res nullius, una superficie  da occupare, un vuoto da riempire, senza senso, senza storia, senza appartenenza, senza valore. Non c’è più patria, ma un set televisivo e un magazzino di merci che si è sognato di avere guardandole sullo schermo di un televisore. 



martedì 7 maggio 2013

IL DIBATTITO SULLA DECRESCITA





Cosa si deve intendere per decrescita? La decrescita deve riguardare tutta l'economia, il Pil, o settori specifici della produzione? Chi deve gestire il processo di riconversione dell'economia verso una decrescita che renda sostenibile la presenza dell'uomo sulla Terra? Nella decrescita deve essere compreso anche il dato demografico dei sette miliardi di umani, oppure, come sostiene Latouche, il problema della popolazione è indifferente? Il ritorno ad un ruolo preminente dell'agricoltura, il ruolo dello stato e il rischio di un nuovo statalismo, la compatibilità della decrescita con una democrazia liberale, questi sono tutti temi di un dibattito che deve ancora essere approfondito.
Come contributo alla discussione su questi temi presento l'interessante intervista di Maurizio Pallante, teorico italiano della decrescita, tratta dal sito asia.it.






lunedì 6 maggio 2013

SEGNI DI CEDIMENTO DEL FRONTE ANTI-NUCLEARE



  

(In alto una centrale tedesca)

Noto che l’informazione sul nucleare segue molto le opinioni politically correct che vanno per la maggiore, e così accade che molti giornali riportino gli strabilianti ( ma in realtà inesistenti…) risultati delle energie rinnovabili, e annuncino l’abbandono pressoché totale delle centrali nucleari da parte di quasi tutti i paesi. In realtà basta leggere la stampa specializzata, oppure i giornali più seri (ma comunque sempre nelle pagine più interne) per scoprire che le imprese che producono rinnovabili stanno chiudendo una dopo l’altra, comprese quelle che producono il fotovoltaico cinese, nonostante i miliardi di dollari di incentivi. E per scoprire inoltre che il nucleare è tutt’altro che morto, ma anzi vi è una frenetica attività per la ricerca e per la costruzione di nuove centrali. E, come dirò più avanti, sono proprio i giapponesi ai primi posti di questa rinnovata corsa al nucleare, oltre alle tradizionali nazioni che ne fanno un punto di forza delle loro economie, come Francia, Usa, Cina e India. Una delle ultime notizie montate ad arte per rilanciare le rinnovabili è quella secondo cui in Germania la produzione elettrica da eolico e fotovoltaico avrebbe superato quella da   fossili.
L’International Economic Platform for Renewable Energies ha comunicato che il 18 aprile sorso  in Germania, durante la rilevazione della produzione elettrica del giorno,  si è raggiunto un picco di  produzione di 36 mila Mega Watt da parte delle rinnovabili, a fronte di una produzione da fossili –allo stesso momento- di 34 mila Mega Watt .  La lobby delle rinnovabili ha subito gridato al miracolo, senza specificare che “il sorpasso”  non è stato un vero sorpasso perché la stragrande maggioranza della produzione energetica in Germania continua a provenire dai combustibili fossili (circa il 54 %), e un buon 25 % dalle centrali nucleari (attualmente 17 attive) ancora in funzione fino al programmato “spegnimento” nel lontano 2035. Soltanto il 21 % dell’energia totale prodotta in un anno proviene dalle rinnovabili (dati Eurostat), ma al prezzo di enormi sovvenzioni pubbliche. Quello del 18 aprile è stato, dunque,  un picco durato alcuni minuti in cui la produzione da rinnovabili ha temporaneamente superato la produzione da fossili per particolari condizioni del momento:  si è trattato di un “lampo” di pochi secondi, determinato da particolari e momentanee condizioni ambientali, presto rientrato nella normalità di una produzione assai inferiore a quella dei fossili e del nucleare. Nessuno dei commentatori, tutti appartenenti tranne rare eccezioni al politically correct del  “rinnovabile è bello”, ha poi specificato che il picco temporaneo di produzione è avvenuto come fenomeno estemporaneo e  sulla spinta di fortissimi investimenti e incentivi a eolico e solare, per lo più a carico dei cittadini, e che portano i costi dell’energia da rinnovabili a livelli non commerciali. Infatti le scelte del governo tedesco, compresa la chiusura programmata delle centrali nucleari tra 22 anni, rispondono più a logiche di propaganda politica che a reali scelte energetiche.  Chi può dire cosa avverrà da qui a 22 anni? A che punto sarà, ad esempio, a quel tempo la ricerca sulle nuove centrali di quarta generazione? E’ chiaro che rimandare il problema ad un lasso di tempo così lungo chiarisce che l'annuncio della chiusura  è più d'immagine che reale, una mossa esclusivamente politica e propagandistica. Di fatto la Germania continua ad usare il nucleare. Se tale energia fosse realmente così pericolosa come si vuol far intendere da alcuni, un rinvio della chiusura delle centrali di tanti anni non avrebbe alcun senso. Un altro dato che colpisce è che negli ultimi mesi la quota di importazione di energia della Germania  è arrivata al 70 % dei consumi tedeschi (Eurostat) e quindi la osannata riconversione alle rinnovabili della Germania, ancora molto parziale,  ha già portato come conseguenza ad un enorme aumento delle importazioni di energia dall’estero (anche prodotta da nucleare da Francia e paesi limitrofi dell’est) e ad un forte aumento dei costi dell’energia. Molte critiche alle sovvenzioni pubbliche  alle rinnovabili cominciano a venire dagli imprenditori tedeschi. Recentemente una parziale riduzione delle sovvenzioni di stato alle "nuove" energie ha portato alla chiusura di decine di aziende dell'eolico e fotovoltaico nella sola Germania.  
La ripresa dell'interesse sul nucleare si vede da tanti  segnali in tutto il mondo. I test della commissione europea sulle centrali esistenti stanno confermando la sicurezza della stragrande maggioranza delle centrali in Europa.  In Giappone il nuovo Governo di Abe, dopo i tentennamenti di quello precedente successivi all’incidente, ha ripreso in pieno il programma di sviluppo e costruzione di nuove centrali. In Turchia Erdogan ha in programma  la costruzione di un sistema di centrali di ultima generazione supersicure anche riguardo ai terremoti, frequenti nel suo paese. La Turchia si avvale storicamente della collaborazione dei russi, ma recentemente ha scelto l’expertise giapponese per la costruzione della seconda centrale nucleare: il 3 maggio il premier Erdogan ha presieduto ad Ankara, con il premier giapponese Shinzo Abe, alla cerimonia per la firma dell’intesa preliminare che assegna il progetto di costruzione – del valore stimato in 22 miliardi di dollari- a un consorzio guidato da Mitsubishi Heavy con la francese Areva. Si tratta della prima commessa estera ottenuta da giapponesi –e francesi- dopo la crisi  successiva a Fukushima. La centrale sarà realizzata nella provincia di Sinop, sul Mar Nero, e gestita da Gdf Suez; dovrebbe comprendere quattro reattori ad acqua pressurizzata con una capacità complessiva di circa 45 Megawatt.  Abe si è recato nel suo lungo giro anche in Russia e Medio Oriente, facendosi promotore dell’export di tecnologia nucleare, firmando in proposito una intesa preliminare in Arabia Saudita e un accordo-quadro negli Emirati Arabi. Gli stessi paesi produttori, coscienti del possibile prossimo superamento del picco del petrolio e del possibile esaurimento di parte dei giacimenti, si stanno attrezzando per lo sviluppo di nucleare pulito. Del resto i dati dell’effetto serra, tra cui il recente raggiungimento di 400 ppm di CO2 in atmosfera, contribuiscono a ridurre le emissioni e spingere in tutto il mondo verso la produzione nucleare.  Abe ha sottolineato che la tecnologia nucleare nipponica “è la più sicura nel mondo”. Sul fronte interno, in Giappone,  l’”Abenomics” intende completarsi con la riattivazione di altri impianti atomici (oltre ai due già rimessi in funzione) al fine di limitare la bolletta energetica. La nuova Nuclear Regulation  Authority ha da poco approvato norme più puntuali sulla sicurezza che entreranno in vigore a luglio: altri reattori torneranno a funzionare in autunno. Anche altri paesi come  gli Usa, Brasile, India, Corea e soprattutto Cina, hanno in programma la costruzione di nuove centrali, mentre le resistenze al nucleare –almeno da parte degli esperti- vengono meno ogni giorno di più in seguito alle preoccupazioni per il global warming. Il nucleare è completamente privo di emissioni di anidride carbonica, ed inoltre le statistiche ufficiali dicono che il numero di vittime da incidenti  per teravattora di energia prodotta è inferiore a tutti gli altri sistemi, comprese le rinnovabili (inferiori ad esempio all’idroelettrico). Il nucleare del resto ha un impatto ambientale e sul paesaggio minimo, occupando aree più o meno corrispondenti alle centrali a combustione tradizionali. L’eolico e il fotovoltaico al contrario richiedono grandi estensioni di terra, enormi infrastrutture di cemento, aree di stoccaggio, elettrodotti, centraline e reti diffuse, ecc. ed hanno un impatto paesaggistico devastante, cosa che anche in Germania ed in Europa  ha portato alla nascita di numerosi comitati e associazioni di cittadini che si oppongono in maniera sempre più determinata alla devastazione del territorio (anche acustica, oltre che paesaggistica, per quanto riguarda l’eolico). Cresce inoltre l’opposizione  alle spese ingenti a carico dei cittadini per le sovvenzioni e gli incentivi, senza i quali le rinnovabili sarebbero fuori mercato. Il fatto che la Germania abbia posticipato al 2035 lo smantellamento effettivo delle sue centrali la dice lunga sulla demagogia politica che sta dietro gli annunci di governo e opposizione. In realtà le centrali nucleari tedesche, a parte le più antiquate che avranno un ciclo di vita di ulteriori otto anni,  continueranno a funzionare, nel frattempo che  una nuova generazione di centrali nucleari più sicure sarà messa a punto e sarà pronta per sostituire le vecchie centrali alla data della prevista dismissione. Sul nucleare quindi nessuna retromarcia effettiva della Germania, se non a parole. Il governo tedesco, senza dirlo esplicitamente, conta poi sul fatto  che intorno al 2040 dovrebbero essere pronti sul mercato i primi reattori a fusione calda, il cui prototipo funzionante è in avanzata fase di costruzione a Cadarache nel sud della Francia, per conto del consorzio internazionale Iter.

Che avviene riguardo al nucleare, nel paese più retrivo e ideologico dell’Euro-area e forse del mondo intero, cioè l’Italia? Qui l’eco-demagogia è riuscita a far passare un referendum che stoppa il nucleare, condannando il paese a restare tra i principali bruciatori di fossili in Europa e ad avere l’energia al prezzo più alto del mondo. Produciamo più carbonio atmosferico di Francia e Inghilterra messe insieme e tuttavia facciamo i paladini della green economy, come se fossimo la Svezia. Paghiamo l’energia elettrica il doppio rispetto a Francia, Inghilterra e Germania e ovviamente, in queste condizioni, l’economia italiana continuerà a boccheggiare e la disoccupazione a crescere. La nave Italia si è data una politica energetica che la sta portando ad un declino del sistema industriale e produttivo e viaggia più o meno allegramente  verso il terzo mondo arretrato. Timidi segnali di inversione di tendenza cominciano ad esserci, ma con rapide marcie indietro o tentennamenti, insomma all’italiana. Il ministro dello Sviluppo  Zanonato ha aperto un piccolo spiraglio: “Nucleare? Perché no, se avessimo i siti adatti…”. E ancora ha dichiarato: “ Non mi piace quando si enfatizzano le cose demonizzandole. L’energia nucleare è una forma di energia, se si può gestire non è sbagliata di per sé…”. Poca cosa, anche se è un segnale. Ovviamente le trombe e i tromboni dell’eco-demagogia si sono subito messi a strombazzare gridando allo scandalo. I trinariciuti hanno smesso l’eskimo di gloriosa memoria e hanno indossato le tute bianche anticontaminazione. Intanto, come frutto dell’ideologia antinuclearista terzomondista, all’Enea si danno un sesto dei soldi che si davano nel 1980, e i ricercatori –appena formati- prendono il via per l’estero dove non ci sono tanti fessi come in Italia e sul nuclerare si investe e si studia e si progettano centrali di nuova generazione, più sicure ed efficienti. Per fortuna che non tutto è negativo, all’Enea si svolgono ancora ricerche sul nucleare, sia per quanto riguarda i reattori a fissione di nuovissima generazione (per lo più studi teorici), sia   per i futuri reattori a fusione –su cui anzi esiste una concreta collaborazione con l’industria- e i progressi sono rapidi e incessanti.
Decenni di studi d'avanguardia sul nucleare infatti, secondo gli scienziatidella «cittadella» di Frascati, spingono nonostante tutto all'ottimismo: «L'industria italiana ha la leadership nel settore della produzione di componenti per la fusione nucleare, un settore di nicchia, che attrae però
importanti finanziamenti da tutto il mondo». Lo conferma il progetto internazionale Iter per la costruzione a Cadarache, in Provenza, del primo impianto a fusione di dimensioni paragonabili a quelle di una centrale elettrica convenzionale.

Un colossale sforzo finanziario e scientifico paragonabile solo, dicono gli esperti, allo sbarco sulla Luna: se avremo energia sicura lo vedremo lì. Bene: del miliardo e 300 milioni di euro finora assegnati per i lavori, 750 milioni sono andati a imprese italiane produttrici di magneti superconduttori, sistemi  di controllo, scambiatori di calore speciali... «Imprese che si sono qualificate lavorando con noi», spiega l'ingegner Giovanni Lelli, che dell'Enea è il commissario, «in pratica l'Italia partecipa a Iter col 13 per cento delle risorse e ha già acquisito oltre il 50 per cento degli ordini. Gli altri Paesi sono seccatissimi per questa nostra leadership».
Eppure, a Frascati si sentono un po' come il tenente Drogo nella fortezza Bastiani di Dino Buzzati. Lontani, estranei, dimenticati. Circondati dal nulla.
Te lo dicono arrossendo d'imbarazzo, come se si scusassero loro per la cecità altrui: «Sono anni che non vediamo un ministro. Anni. Siamo una voce nel bilancio ma di cosa facciamo, di come collaboriamo con le imprese, di come  riusciamo nonostante tutto a recuperare soldi per continuare a lavorare e scoprire e fare brevetti pare che non importi a nessuno». Ogni tanto, racconta Lelli, qualche ministro lo incrocia: «Gli dico: posso spiegarle cosa potremmo fare per aiutare operativamente il rilancio dell'Italia? Mi rispondono: ha ragione, bisogna che ci vediamo...». E poi? «E poi il vuoto...». (Da un’intervista di Gian Antonio Stella sul Corriere). 

Ma i politici italiani ormai seguono la corrente “verde” dettata dalle lobby delle rinnovabili, ben finanziate e col favore dei principali mezzi di informazione, con un pubblico facile preda di mitologie, tra le quali quella  di un ritorno ad un paese rurale e felice, in cui un paesaggio tappezzato di pale eoliche e un suolo elettrificato ricoperto da un mare di pannelli solari  siano gli unici scotti da pagare alla modernità. 
Purtroppo gli eco-stupidi ci vogliono portare, non alla decrescita come declamano continuamente,  che sarebbe un concetto plausibile se finalizzato ad alcuni obiettivi, ma al declino puro e semplice, alla inefficienza e alla devastazione ambientale determinate dall’uso ideologico dell’eolico e fotovoltaico. Il povero, già ampiamente devastato, paesaggio italiano verrebbe ulteriormente stravolto dagli impianti stesi a tappeto sul paesaggio rimasto dopo settant'anni di cementificazione, per darci tra l’altro energia ad altissimi costi, inefficiente, inaffidabile, in quantità e modalità insufficienti al funzionamento di una moderna economia tecnologicamente avanzata. Ovviamente, corollario di tanta eco-demagogia, non sono solo disoccupazione, crisi economica, chiusura ed espatrio delle imprese. C’è anche l’obbligo per il paese, per tirare avanti, di aumentare la combustione di fossili come gas, petrolio e carbone (cosa che sta avvenendo in tutti i paesi che puntano esclusivamente sulle utopie rinnovabili) e contribuire così al riscaldamento globale e alla minaccia di disastro ambientale globale che incombe sul pianeta.









domenica 5 maggio 2013

Fusione Fredda: Foto dell'Hot Cat di Rossi in funzione.


Grazie al sito web di Passerini "22 passi" che  pubblica la foto,  è possibile vedere uno dei reattori a cosiddetta fusione fredda sviluppati da Rossi (versione Hot Cat, quello che funziona ad alte temperature), ripreso durante i test effettuati nei mesi scorsi, ed i cui risultati sono ancora in attesa di essere pubblicati. La foto è interessante perché mostra il cilindro metallico -che contiene il reattore - divenire incandescente e riscaldare a distanza l'ambiente con produzione di enorme quantità di calore, pur in presenza di una corrente di alimentazione di soli 147 Volt. Riporto di seguito le specifiche tecniche tratte dal sito www.cobraf.com


Si tratta di due cilindri di acciaio coassiali. Lo spazio interno fra i due cilindri contiene la resistenza di riscaldo e la camera di reazione con il materiale attivo. Le basi sono sigillate con mastice da altoforno della Saratoga. Non serve la sigillatura in pressione. Il tutto verniciato di vernice nera per aumentare l'emissività e in grado di reggere 1200 °C 
Questa è una fase della misura. 
Al momento della foto, la temperatura media della superficie esterna era di 801 °C con picco locale di 873 °C. Temperatura superficie interna da 1100 °C a oltre 1200 °C. Parallelo di 2 resistenze di riscaldo (4 cavi che vedete). Valore del parallelo 6 Ohm. Tensione di alimentazione in alternata (50 Hz) di 147 Volt. Corrente assorbita 24,25 Ampere. Potenza assorbita 3,56 kW. Potenza irradiata dalle due pareti interna ed esterna considerate uguali per un totale di 13,39 kW al lordo della temperatura ambiente media di 35 °C Parete interna al calor bianco inavvicinabile sotto il metro per il soffio di aria bollente. Parete esterna misurata da termocamera con precisione 2% del valore misurato. Parete interna misurata con termometro a laser da 1,2 metri di distanza da manina traballante desiderosa di conservare la pelle attaccata.
Valori conservativi e per difetto (molto) causa asportazione calore moto convettivo stimato in almeno 8% su parete esterna e coseno irradiazione basso per parete interna causa alto angolo di irradiazione verso termometro a laser (puntamento quasi in asse con il cilindro interno).

martedì 30 aprile 2013

QUALE DECRESCITA? LE DIMENTICANZE DI LATOUCHE





E’ uscito qualche mese fa l’ultimo libro di Latouche e altri intellettuali francesi “obiettori di crescita”, come si definiscono. Riporto una parte del  capitolo con l’intervento di Yves Cochet:


 LA CATASTROFE IMMINENTE  di Yves Cochet
L’ipotesi di discontinuità che io prospetto è che, prima del 2020, una catastrofe globale trasformerà profondamente il corso delle cose. Tenendo conto che la coesione sociale è molto diminuita e l’individualismo è molto aumentato a partire dagli anni sessanta, la mia ipotesi è che questa catastrofe avrà un effetto destrutturante su una società francese che reagirà come una massa poco coesa e non come la folla rivoluzionaria che diede l’assalto alla Pastiglia nel 1789, quando i pericoli incombenti rafforzarono la sua forza vitale. Ed è verosimile che anche le altre società europee reagiranno allo stesso modo.
Che tipo di catastrofe potra provocare il caos? Non necessariamente si tratterà di un avvenimento unico e spettacolare, ma più probabilmente di una sinergia di numerose rotture a livelli differenti, ma collegati dalla globalizzazione. Penso soprattutto al crollo del sistema finanziario mondiale, unito al declino della produzione petrolifera e a qualche cataclisma climatico, ecologico e geologico di grandi dimensioni. Anche se è impossibile calcolare la probabilità di questi disastri paralleli, il fatto che si verifichino contestualmente mi sembra abbastanza plausibile da obbligare a mettere questa prospettiva al centro di qualsiasi politica per il decennio a venire. Le politiche preventive che cercherò di delineare sono comunque valide, in quanto contribuiscono a “ridurre le disuguaglianze” o piuttosto a tentare di salvare la pace, la democrazia e la solidarietà. Il primo dovere di un responsabile politico è di proteggere le popolazioni di cui pretende di occuparsi. La catastrofe è inevitabile, tentiamo di ridurne le perdite umane.
La catastrofe non si può evitare? E perché? Per due ragioni principali. La prima è la lentezza con cui cambiano le idee e i comportamenti in ogni società, in tempi normali. La società è un sistema dinamico di percezioni incrociate tra individui: io mi rappresento come gli altri si rappresentano le cose e me stesso. Ciò che determina le credenze e i comportamenti di un individuo è l’interazione con l’altro, l’adattamento continuo alle idee e alle reazioni degli altri, l’imitazione e la rivalità, il coordinamento e la differenziazione al tempo stesso…Si capisce come mai l’evoluzione delle credenze e dei comportamenti all’interno della società sia lenta e di lungo periodo, tranne nei casi di avvenimenti dirompenti (guerra, catastrofe…). Questa inerzia sociale ormai è incompatibile con l’urgenza ecologica. La dinamica di degrado dell’ambiente naturale è più rapida dell’evoluzione delle credenze e dei comportamenti umani. La seconda ragione è in parte legata alla prima: se, malgrado l’inerzia sociale, un evento di grande dirompenza trasformasse rapidamente la nostra rappresentazione del mondo e dunque una società intera cambiasse profondamente alcune credenze,  è possibile che tale società riesca anche a cambiare rapidamente e profondamente i propri comportamenti negli ambiti che dipendono soltanto da un accordo tra umani, ma è escluso che possa farlo in quegli ambiti che dipendono dalle risorse naturali. Ad esempio, è possibile introdurre una nuova e rigorosa regolazione del sistema finanziario (chiusura delle Borse?), o una nuova fiscalità molto più onerosa per i ricchi (una fascia superiore dell’imposta sul reddito dell’ 80 %?). Ma è più difficile immaginare che la stessa società possa cambiare rapidamente e profondamente i propri comportamenti negli ambiti che dipendono dalle sue relazioni vitali con le risorse naturali. Ad esmpio, dimezzare l’uso dell’automobile, dei camion e degli aerei, convertire metà della PAC (Politica Agricola Comune) all’agricoltura biologica, ridurre i consumi energetici della maggioranza degli immobili a 50 kWh per metro quadro all’anno, e tutto ciò in cinque anni. In questi settori lo scontro non è tanto tra umani quanto con le risorse naturali, le quali sono mute, ma si degradano e diventano rare.
La natura non ha nessun rapporto di forza con gli umani, la natura non negozia. La forza e la debolezza del mondo non umano stanno in questo: è un mondo che evolve secondo dinamiche che gli sono proprie, insensibili alle opinioni, ma oggi è talmente sconvolto dalle attività umane che le sue dinamiche cambiano senza che sia possibile governarle. In due secoli l’umanità produttivista ha esercitato un’azione tellurica sulla natura, (tanto che gli scienziati propongono di chiamare l’epoca geologica attuale Antropocene) e le conseguenze di tale azione per un verso sfuggono al suo controllo e per un altro verso retroagiscono sul suo benessere, distruggendolo come per vendetta. In poche parole, il finanziario e l’istituzionale si possono regolare abbastanza facilmente: dipende soltanto dai rapporti di forza, dal dialogo, dalle rappresentazioni degli umani. Dipende interamente dalla nostra volontà/immaginazione/rappresentazione, dalla nostra disponibilità al compromesso, dalle trattative tra di noi. Mentre l’infrastrutturale e l’ecologico non dipendono soltanto da noi, dipendono anche dalla dinamica dell’ecosfera, che sfugge al nostro controllo e che abbiamo gravemente compromesso.
Il tempo è contato. Nella visione secessionista e discontinuista, l’imminenza della catastrofe porta a una riduzione drastica dei tempi necessari per introdurre le riforme che si propongono. In questo senso, il progetto di legge francese sulle pensioni, approvato nell’ottobre 2010, non è soltanto ingiusto dal punto di vista dei suoi principi socioeconomici, ma è soprattutto non realistico nella sua concezione stessa, fondata su un rapporto del COR (Conseil d’Orientation des Retraites) pubblicato nell’aprile 2010. Questo rapporto basava i suoi calcoli più pessimistici su una crescita media annua dell’ 1,5 % fino al 2050, cioè su un aumento del 100 % del PIL in questo orizzonte temporale. Oggi come si può avanzare seriamente un’ipotesi del genere? Evidentemente gli autori del rapporto sono persuasi che l’economia sia una scienza che presuppone che la crescita sia soggetta a diversi cicli corrispondenti a periodi più o meno brevi. Dunque, poiché le fasi di questi cicli possono essere più o meno negative o positive a seconda delle date che si scelgono, basta aspettare e adottare qualche misura appropriata per uscire dalla crisi. Quel che è certo è che nessuno degli autori del rapporto condivide il punto di vista ecologista che io sostengo, in particolare riguardo alla assoluta peculiarità della situazione attuale. Gli “obiettori di crescita”, ai quali appartengo, a volte ricorrono a questa citazione del grande Albert Einstein: “Non possiamo risolvere i nostri problemi con il pensiero che avevamo quando li abbiamo creati”. In altre parole, soltanto uno sguardo nuovo sugli affari del mondo può far comprendere, o risolvere, i problemi attuali. L’ambizione dell’ecologia politica è di far emergere lo sguardo che può salvarci, in particolare la visione di una urgenza che accorcia i tempi. Urgenza che, più precisamente,  si divide in due postulati: è troppo tardi per evitare la catastrofe, ma più in fretta agiremo, più riusciremo a ridurre la violenza dell’impatto.
E’ arrivato il momento di introdurre il termine “decrescita”, oggetto di tante interpretazioni e polemiche. La maggioranza degli “obiettori di crescita” presenta la parola “decrescita” come un’arma linguistica contro il conformismo intellettuale e politico. Si tratta di scuotere, provocare, spingere a riflettere all’interno di un altro quadro. Bisogna “decolonizzare l’immaginario”, dice serge Latouche.  In che senso? Perseguendo l’obiettivo di una società di sobrietà e di condivisione,nella quale l’impatto ecologico dei paesi industrializzati si ridurrebbe fortemente, mentre i paesi del Sud troverebbero una strada diversa da quella della crescita, del produttivismo e dell’industrialismo per soddisfare i loro bisogni e i loro desideri. Dato che le ricchezze  naturali sono in quantità finita – e alcune, non rinnovabili, prossime all’esaurimento -, l’unica soluzione per vivere in pace è la loro ripartizione equa tra tutti gli umani. Questo progetto ripropone le questioni della giustizia sociale e dei rapporti Nord-Sud su base ecologica, superando dunque la critica puramente economica della sinistra tradizionale, che auspica una giusta redistribuzione di una produzione di ricchezza sempre maggiore. E’ un progetto che rinnova anche la democrazia, attraverso una partecipazione attiva dei cittadini, nonché la Repubblica, puntando sui valori di autonomia, di solidarietà e di responsabilità globale. Come si vede, la decrescita è qualcosa di completamente diverso dall’opposto aritmetico della crescita, cioè la recessione. Tuttavia, sebbene a priori non vi sia un rapporto di casualità tra il progetto di civiltà promosso dalla decrescita e la recessione economica, ritengo che la seconda sia un passaggio inevitabile in direzione di  qualsiasi  società della decrescita. O meglio, come ho indicato in precedenza, è probabile che sarà la recessione incombente –o la depressione-  dell’economia liberal-produttivista a determinare la scossa decisiva per l’avvento della decrescita in quanto progetto accettato dalla maggioranza, piuttosto che il proselitismo dei militanti della decrescita liberamente scelta e della frugalità volontaria.  In effetti, come Marx, sono convinto che siano le circostanze materiali a determinare la coscienza e non l’inverso. La nostra esistenza sociale non è determinata dalla nostra coscienza, ma dipende piuttosto da una realtà che non controlliamo: i rapporti di produzione per Marx, la geologia per me.
(La catastrofe imminente,  Ives Cochet su: Dove va il Mondo?  Edizioni Bollati Boringhieri, 2013, pagg. 32-40).

Il nuovo libro di Latouche si avvale della collaborazione di altri tre intellettuali francesi, tra cui l’ex ministro Yves Couchet, di cui riporto qui sopra una parte dell’ intervento. Gli intellettuali “obiettori di crescita” sono d’accordo nel denunciare l’irreversibilità della crisi del modello liberal-produttivista e ci avvertono che abbiamo di fronte un baratro a cui il pianeta è avviato. Cochet parla apertamente di catastrofe imminente, e giudica la crisi finanziaria in atto in Europa e nel mondo come una semplice avvisaglia di ciò che ci attende. Dobbiamo correre ai ripari con la decrescita ma le resistenze della maggioranza dei popoli potranno essere superate solo dopo che la catastrofe, di cui la recessione odierna è un sintomo iniziale, sarà avvenuta. Nessuna delle politiche neoliberali ci potrà salvare, dicono gli intellettuali, e ci invitano a cambiare mentalità verso la nuova ottica della decrescita. Cochet fa degli esempi concreti: dimezzare l’uso dell’automobile, dei camion e degli aerei, convertire l’agricoltura intensiva in agricoltura biologica, ridurre i consumi energetici. Ovviamente, anche in questo nuovo libro di Latouche e soci, non si parla della decrescita demografica. L’argomento, come ben sa chi conosce il pensiero di Latouche, è tabù e chi ci si avventura rischia l’accusa di nazismo. Si finisce così per girare intorno ai problemi senza arrivare alla sostanza. La crisi riguarderebbe il modello economico liberale e la soluzione è semplice: decrescere nei consumi e nel PIL e assumere comportamenti solidaristici e di socialismo reale, restituendo allo Stato il ruolo di grande regolatore di tutti gli aspetti dell’economia e della vita delle persone. La realtà costituita dalla spaventosa esplosione demografica che ha riguardato il pianeta negli ultimi cento anni portando il numero di umani da uno a sette miliardi viene così rimossa e nascosta. Per gli obiettori di crescita il problema non esiste. Si guarda solo all’economia, all’eccesso di consumi e alle diseguaglianze.
Tutto il processo della decrescita dovrebbe riguardare sia (in primo luogo) il mondo occidentale sviluppato, sia i paesi in via di sviluppo. L’idea, un poco giacobina e molto marxista, che sta alla base del pensiero della decrescita è che la politica e l’economia possono essere guidate verso gli obiettivi razionali della decrescita attraverso le opinioni e i suggerimenti illuminati degli intellettuali “obiettori di crescita” per lo più francesi ( con un retropensiero alla rivoluzione del 1789). Le soluzioni semplici affascinano le menti deboli, diceva Popper. Si da per scontato che i processi economici funzionino secondo modelli razionali semplici e che le decisioni burocratiche prese da organi dello stato possano guidare processi complessi verso obiettivi prestabiliti a priori. Prendiamo ad esempio il dimezzamento dell’uso dell’automobile e degli aerei proposto da Cochet. Ciò significa dimezzare il mercato dell’auto e dei viaggi aerei. Significa la fine (ottimisticamente: la riconversione…) di milioni di posti di lavoro, la perdita di investimenti, di ricerca tecnologica, la crisi economica di interi paesi – si pensi al turismo, all’indotto, ecc. Certo, potremmo mettere operai delle auto e lavoratori degli aeroporti a coltivare campi biologici…ma la cosa non è tanto semplice. Inoltre ci potrebbero essere resistenze di popolazioni, intere nazioni avviate da poco allo sviluppo potrebbero non accettare modelli di minori consumi. Perché i cinesi dovrebbero rinunciare all’auto e tornare, in gran parte, alle biciclette? La lezione della decrescita è indigesta per i popoli, ed infatti Cochet prevede che prima che si assumano comportamenti reali di decrescita, sarà purtroppo necessaria una catastrofe planetaria. Ma a quel tempo non sarà troppo tardi? Probabilmente, risponde Cochet, ma non ci sono alternative.
Personalmente ritengo che il problema dei decrescitari risieda in una diagnosi sbagliata. Alla base della corsa verso la distruzione planetaria non sta il capitalismo, né la disuguaglianza, né il produttivismo. Accusando l'organizzazione dell'economia rimaniamo ancora in superficie. Questi comportamenti economici hanno a fondamento un pensiero sbagliato: sono prodotti di un atteggiamento di fondo dell’uomo che vede nella natura una cosa, una pura risorsa inerte da utilizzare per soddisfare i propri bisogni. Questo pensiero antropocentrico non riguarda il capitalismo, ma è alla base anche del socialismo, è alla base della religione (dal cristianesimo all’islamismo), e di ogni società occidentale e, specialmente al giorno d’oggi, anche orientale:  è un pensiero realmente globalizzato. Il pensiero antropocentrico è basato sulla visione tecnico-scientifica del mondo ed è all’origine della potenza scatenata e senza limiti della trasformazione tecnica in atto su tutto il pianeta. L’aspetto principale di questa trasformazione tecnica è la sovrappopolazione, ossia l’esplosione devastante (per tutte le altre specie e per la natura ) della popolazione di Homo sapiens, esplosione implementata e sostenuta proprio dal progresso tecnico. Un progresso che avrebbe richiesto una assunzione di responsabilità da parte dell’uomo verso il resto della natura che non c’è mai stata. Gestiamo la tecnica come se fossimo poche centinaia di migliaia di umani come diecimila anni fa; agiamo come se ci fossimo dimenticati o mai accorti di essere 7 miliardi. Purtroppo di questo dato si continuano a dimenticare anche gli “obiettori di crescita” come Latouche e Cochet.



sabato 27 aprile 2013

I 70 anni che hanno cambiato l'Italia (e il mondo)



Dalla fine della guerra sono passati quasi 70 anni. In questo spazio di tempo è avvenuto il più sconvolgente cambiamento della storia dell'uomo, si è passati da una civiltà rurale ad una industriale e tecnologica. L'effetto più devastante è stata la spaventosa esplosione demografica che ha portato il mondo da due miliardi di abitanti nel 1945 ai sette milardi e mezzo di oggi. Alla base del rivoluzionario cambiamento che sta oggi minacciando la sopravvivenza del pianeta, sta l'affermazione globale dello strapotere della tecnica che ha portato alla fine del modello di vita contadino, alla urbanizzazione forzata, allo sfruttamento finale e totalizzante delle risorse naturali, all'inquinamento ambientale generalizzato fino al riscaldamento globale. L'effetto devastante sui luoghi di questo cambiamento è plasticamente rappresentato dalla cementificazione delle campagne e del paesaggio, con la sostituzione degli elementi naturali con una ininterrotta distesa grigia di cemento e di asfalto. Simbolicamente la perdita dell'anima dei luoghi accompagna così la perdita di senso della vita umana. Già alla fine del secolo XIX erano presenti gli elementi che avrebbero portato allo strapotere della tecnica, intesa come attività e produzione dell'uomo in funzione del proprio antropocentrismo, del ridurre cioè tutta la realtà naturale al suo dominio per la soddisfazione illimitata e totalitaria dei suoi bisogni, a danno dell'ambiente e di tutte le altre specie viventi. Nietzsche aveva parlato di "volontà di potenza" per indicare l'assenza di un fine e l'autodistruttività senza scopo dell'attività umana. Marx aveva tentato una operazione di "riduzionismo" filosofico riportando la questione ad uno squilibrio economico tra le classi, illudendosi che una società egualitaria e senza classi avrebbe risolto l'alienazione umana, un problema che aveva una causa ben più radicale. Alla base dell'alienazione sta infatti la perdita di un rapporto equilibrato e rispettoso tra uomo e natura, e la sua sostituzione da parte di una potenza tecnologica fine a se stessa che sta distruggendo la Terra e porterà all'annientamento dell'uomo stesso insieme a tutto il resto. Il frutto avvelenato che sta intossicando il pianeta non sta in un rapporto sbagliato tra uomo e uomo, tra ricco e povero, tra fedele e infedele, tra saggio e ignorante, ma sta nel pensiero stesso dell'uomo, per il modo in cui si è posto di fronte alla natura negli ultimi secoli, in un delirio antropocentrico di possesso e trsformazione di tutta la natura. Tutto è precipitato, in una folle accelerazione, negli ultimi decenni, a partire dal dopoguerra. Oggi il pianeta è minacciato direttamente dalle polluzioni dell'attività umana e il tempo rimasto è poco. In un articolo di prossima pubblicazione sulla rivista Geophysical Research Letters viene riportata una stima del volume complessivo del ghiaccio dell'Artico usando, fra le altre fonti, i dati ricavati dal satellite Cryosat.   Si viene così a sapere che nel 1979 erano presenti al Polo Nord : 16.855 Km cubici di ghiaccio; nel 2012 la cifra si era ridotta a 3.261 Km cubici. Nello studio si parla del volume dei ghiacci, e non della superficie, quindi un dato ancor più preoccupante. I poli sono i sistemi che mantengono temperato il clima terrestre e fino ad oggi hanno tenuto sotto controllo il riscaldamento del pianeta e il livello dei mari.  Questi dati  sono campanelli di allarme, anzi sono sirene   a tutto volume che ci debbono svegliare dal torpore e indurci a correre immediatamente ai ripari. 

Questo cambiamento terribilmente veloce si è accelerato  in questi ultimi settant'anni. Il mondo è profondamente cambiato, non solo per l'avvento della televisione e poi del computer. E' cambiata tutta la mentalità, l'organizzazione della vita, i valori di riferimento. Come sottolineava Pasolini, si è trattato anche di un cambiamento antropologico, ci siamo trasformati noi come persone e oggi, una persona che viva al nostro tempo, è come un marziano rispetto ad una persona che fosse vissuta alla fine degli anni '30 del secolo scorso. Questo stravolgimento è molto evidente nel nostro paese, che è arrivato tardi alla modernità rimanendo fino a tutti gli anni '40 un paese prevalentemente rurale con una economia basata in maggior parte sull'agricoltura. Riporto di seguito alcune interviste ad alcuni anziani di alcune aree rurali del sud della Toscana, che hanno vissuto in prima persona quel cambiamento e, con i loro racconti, ci restituiscono l'entità della rivoluzione antropologica, economica e culturale che ci ha portato al mondo di oggi, per molti versi irriconoscibile e irriducibile a quello di allora. Questi racconti, raccolti da alcuni giornalisti locali per salvare la memoria di un certo modo di vivere, sono interessantissimi per darci la dimensione di ciò che è avvenuto e di come quel mondo di valori e di usanze sia stato completamente distrutto, peggio che dopo una guerra devastante. Ma a distruggerlo non sono stati i bombardieri americani o le cannonate tedesche, ma un ben più distruttivo potere tecnico che ha ridotto tutte le cose, compresi i paesaggi, le bellezze naturali, gli animali, le piante, e gli uomini stessi a cose da utilizzare e poi trasformare in rifiuti, in un circolo produttivo e consumistico privo di senso. Ma ciò che emerge da quei racconti è anche un altro dato, e cioè la natura irreversibile di quel cambiemento e il fatto che il futuro cui quella trasformazione ci sta avviando assume sempre più il significato di un "destino".  A coloro che, come in un nuovo  mito, ripetono salvificamente il mantra della decrescita, bisogna ricordare che quel mondo cui alludono i seguenti racconti appartiene al passato e non tornerà più. Il futuro è sconosciuto, ma non sarà quello dei nostri nonni e bisnonni. O forse dobbiamo ridefinire il concetto di decrescita, considerando che più che di decrescita economica si deve trattare di una decrescita della nostra posizione nel mondo, ridando spazio alla natura e alle altre specie viventi. La prima decrescita deve essere quella demografica, per ridare "spazio" al resto della natura, diminuire gli inquinanti, far rientrare la produzione a livelli inferiori  bastanti per un numero inferiore di persone. Poi dobbiamo cambiare il modo di pensare dell'uomo. far decrescere la nostra smisurata ambizione ed arroganza verso le altre specie viventi e far crescere  nuovi valori etici  di rispetto verso la natura e la bellezza del mondo.


RACCONTI DI ANZIANI CONTADINI

Un uomo: "Mi chiamo...e sono nato nel 1920 in una piccola frazione del comune di Città della Pieve. La mia famiglia proviene dal mondo agricolo: siamo sempre stati mezzadri. Mia madre aveva lavorato fin da piccola nei campi e non era mai andata a scuola. Anche gli zii non sapevano leggere e scrivere. Nel paesino  c'era solo la scuola rurale fino alla quarta elementare. Io già a sei anni avevo iniziato a lavorare nei campi. Allora c'erano pochi diritti e molti doveri. Mio nonno era il capoccia che guidava la nostra famiglia patriarcale, che prendeva tutte le decisioni. Per la verità, le prendeva insieme a mia nonna, che era davvero in gamba per quei tempi. Era l'unica donna della famiglia che aveva studiato: aveva frequentato addirittura la quinta elementare, che allora era davvero un privilegio di pochi...Mio nonno aveva cinque figli e nessuno era andato a scuola. Io - a parte mia nonna- sono stato il primo a saper leggere e scrivere, e mio nonno spesso mi chiamava quando andava dal padrone, per aiutarlo a capire...Allora il datore di lavoro si chiamava padrone. Oggi sembra assurdo, ma allora il proprietario della terra era in un certo senso anche il padrone della tua vita. Ricordo che mio nonno a volte ci nascondeva sotto il letto, perché il padrone diceva che, anche se eravamo ragazzi, dovevamo lavorare e non voleva vederci in giro nel podere...
Io da ragazzo non mi ricordo che mi sia divertito: a cinque, sei anni dovevo andare a guardare le pecore o i maiali, magari insieme alla mamma...Allora, quando ero giovane io, quasi tutti gli animali che venivano allevati nelle fattorie, nelle aziende, venivano mandati al pascolo: dai maiali ai tacchini, dalle mucche alle pecore, alle capre, alle oche...Allora i bambini piccoli cominciavano presto ad andare a pascolare questo bestiame; all'inizio andavano accompagnati dai genitori, da qualcuno più grande, poi dopo, a mano a mano che crescevano, andavano da soli. Questa è stata la nostra infanzia, senza nessun divertimento, nessun gioco...Poi c'era la consuetudine, durante soprattutto il periodo invernale con le giornate molto corte e le notti molto lunghe, di andare a veglia, cioè si andava una sera presso una famiglia, poi la sera dopo o dopo due sere a casa di Capoccia, poi a casa di un altro...Ci si riuniva diverse persone a parlare di tutti i problemi. Questo sistema di andare a veglia era un sistema per tramandarsi quelle che erano le esperienze di ogni uomo, di ogni donna, di ogni famiglia, di ogni zona. Un modo per raccontare il passato e il presente e pensare al futuro; per ricordare un po' ai giovani e ai meno giovani quella che è stata la vita, perché allora la maggior parte erano analfabeti, non è che qualcuno poteva leggere e informarsi in altri modi...Ricordo questo calore umano che c'era fra i contadini: era una cosa che si sentiva, si sente ancora.

Una donna: " Sono nata nel 1931, figlia di mezzadri. Nel podere eravamo in dodici, appartenenti a due famiglie. Ci si svegliava la mattina alle quattro e si andava a letto alle undici. Al podere non c'era acqua, non c'era strada, non c'era luce, non c'era niente di niente. L'acqua potabile noi andavamo a prenderla alla Massubilla, a orce, a brocche e dalla Massubilla al Gamberaio erano chilometri di strada. Si produceva un po' di vino, un po' di grano e pochissimo olio. Non si pativa tanto la fame prima del fronte (prima del passaggio del fronte durante l'ultima guerra, ndr), ma "nsomma un c'era da scialacquà...". Dai sette fino ad una quindicina d'anni si lavorava badando agli animali, poi si lavorava come i grandi. Si mangiava la mattina, poi si faceva la merenda (il pranzo si chiamava così), che consisteva in un piatto di minestra di fagioli, con quattro fagioli che ti davano uno dietro l'altro, una manciata di tagliatini e poi una fetta di pane; quando c'era l'uva matura, avevamo anche l'uva, o una piccola mela. Poi si mangiava alle 18 il cuculo, biscotto fatto con l'ammoniaca, latte e farina che per di più si usava al tempo della mietitura. Noi ragazze aiutavamo la massaia che si occupava della dispensa e del pollaio: si faceva il pane, il formaggio, e si rigovernava lavando i piatti a turno e se era avanzato da fare qualcosa si lavorava anche la notte. Il piatto tipico erano i pici, senza uova perché queste si dovevano vendere, o i frascarelli...I nostri divertimenti erano pochi: per Carnevale si andava a ballare nelle case dei contadini vicini, una volta da uno, una volta da un altro e la domenica ci radunavamo a ballare nell'aia o in una concimaia...L'inverno poi, quando era Natale, il migliore cappone bisognava portarlo in fattoria per il padrone e anche la ricotta una volta la settimana...A quei tempi le pecore la lana "la buttavano poca", non era come ora, perché l'inverno pativano la fame e si pelavano tutte: la lana gli cascava, andava a finire tutta a biocchi (batuffoli) nel bosco! Noi la filavamo gratis nei momenti di riposo dei mesi estivi all'ombra delle piante e metà andava a loro (i padroni) e poi, dopo che l'avevano fatta tessere e cucire, guardavamo i vestiti addosso a loro fatti con la nostra fatica. Prima che mi sposassi funzionava così: se oggi ci facevano le scarpe domani ci facevano il vestito; poi ci si passava il vestito dall'una all'altra...Io ho fatto la prima comunione con il vestito della comunione di mia sorella. Le scarpe ce le passavamo e quando arrivavano a noi più piccine erano sfondate e rotte. Gli zoccoli ce li facevano i nostri genitori con le tomaie delle scarpe a cui rifacevano il sotto di legno e, secondo me, ci si stava meglio che con le scarpe vere.

Un mugnaio, nato nel 1927: "Le condizioni delle case coloniche erano pessime perché mancava l'acqua, mancavano la luce, le strade, i servizi igienici; basta dire che era controllabile da sopra se la vacca stava partorendo: si toglieva un mattone e sotto si vedeva tutto (la stalla era tipicamente al piano terra, sotto la camera da letto, ndr). Le finestre c'erano solo per modo di dire, perché i vetri erano quasi sempre rotti ed erano rimpiazzati da lamiere o da cartoni inchiodati. Per quanto riguarda le porte, il gatto automaticamente passava sotto e girava e faceva quello che poteva fare nelle case. Quando pioveva, entrava acqua in abbondanza nelle case e tutti i secchi, i catini, le scodelle venivano utilizzati: in qualche modo si doveva correre ai ripari, ed erano messi anche sopra i letti per raccogliere l'acqua che enrava dal tetto. Si faceva luce con un piccolo lumino ad olio, a due metri già non si distingueva più chi era lì vicino, dal fumo che faceva; al mattino, quando ci si alzava, si dovevano pulire le narici che erano tutte nere. Però dopo qualche anno inventarono la citilene al carburo, questa fu una delle meraviglie del mondo. Se si deve raccontare quale fosse l'abbigliamento mi viene da piangere: le toppe dei pantaloni erano una sopra l'altra: a volte non si riconosceva la stoffa iniziale. Le scarpe erano gli zoccoli, quelli rotti si tenevano nei campi per lavorare; quelli un po' meglio per andare alla processione. I giovani contadini che intendevano fare una famiglia con le donne del paese portandole con loro in campagna, incontravano grandi difficoltà, perché gli abitanti del borgo sapevano le condizioni dei coloni e non lasciavano adito a speranze. E se qualche ragazza di paese aveva il fidanzato in campagna la sua famiglia gli cercava un lavoro diverso, anche se non era così facile perché una legge fascista vietava al colono di abbandonare la terra per lavorare altrove. Non poteva, infatti, avere il libretto di lavoro prima di tre anni dall'abbandono del podere. Le donne erano presenti tutta la giornata a fianco dell'uomo e si assentavano solo per qualche faccenda in casa e per preparare il mangiare. Il menù del giorno è presto detto: un pochino di caffé fatto con orzo raccolto e abbrustolito e per i più piccoli misto con un pochino di latte di vacca, se questa allattava. Verso le nove e mezza si mangiava la polenta con qualche ritaglio di suino. Poi, intorno alle quattordici, gli gnocchi di patate oppure pasta fatta in casa, poche uova e parecchia farina per riempire la pancia. La sera si apparecchiava secondo le persone, di consuetudine erano tre vassoi d'insalata mista, con pomodori se era stagione, a disposizione lungo la tavola. Ognuno prendeva la forchetta e cominciava col vassoio più vicino. Poi c'erano uova lesse, che erano contate. 

Un mezzadro nato nel 1926: "Passato il conflitto molte fattorie furono vendute, e con esse gli animali. Ai mezzadri non venne niente per la vendita. Così cominciarono le rivendicazioni contadine, prima per il 53, poi per il 60 % del prodotto. Nel dopoguerra ci fu il bestiame a conferimento, ossia, pagando la tua parte, ne diventavi proprietario. Durante e dopo le lotte contadine cominciò lo spopolamento delle campagne, che fu un danno per l'economia nazionale intera. Forse se invece di maltrattarci ci avessero dato qualcosa, può darsi che parecchi ancora erano nelle campagne; invece hanno risposto talmente male che la gente che s'era sacrificata una vita cercò di migliorare la situazione buttandosi nell'edilizia, nel commercio, in quello che sembrava più conveniente..."

Una donna di una famiglia di mezzadri, nata nel 1935: "...c'era tutto il grano da mietere e si mieteva a mano, non c'erano le macchine come ora. Dell'esperienza di ora, che c'è la radio, la televisione, c'è tante cose e si sente tutto, posso dire che allora della guerra non si sapeva niente. Il compito dei bambini era di guardare le bestie  e di andare a scuola. Normalmente si andava alla scuola elementare, ma per le famiglie di contadini era faticoso; per me erano dieci minuti dal paese, ma alcuni ci mettevano un'ora...dovevano avere tanta voglia di studiare, unita alla volontà delle famiglie...Quando si tornava a casa c'erano i maiali e le pecore da accudire. La domenica non si lasciava mai la messa delle undici e d'estate si portavano fuori la mattina presto le bestie, poi si rientrava, si faceva colazione, ci si vestiva e  andavamo alla messa. Finita la funzione passeggiavamo in piazza con le amiche: questo era l'unico svago. Altro compito era aiutare anche un po' in casa le donne a fare il mangiare, perché per esempio quando si mieteva eravamo tanti e allora si doveva cucinare e portare il mangiare nei campi. Quando era il momento della semina gli uomini facevano a turno uno per mattina ad alzarsi alle tre per far mangiare le bestie, perché ci voleva un paio d'ore, anche due ore e mezza per far mangiare una bestia vaccina, e poi, appena giorno, via a seminare! Fino al buio. Si mieteva con la falce fienaia, poi si rigirava il grano per farlo asciugare e si facevano i mucchi e poi nell'aia si faceva il pagliaio, che era difficile da fare: ci si passava la forca in tre o quattro su per la scala per accimarlo.  Si faceva anche di pula il pagliaio, col rastrello. Si facevano scambi tra le famiglie, a trebbiare più che altro: infatti la trebbiatura era tutta a scambi e, quando trebbiava un contadino, andavano tutti quelli delle famiglie vicine; poi, man mano, ci si scambiava, andando dagli altri. Nell'orto i lavori più pesanti li facevano gli uomini, i più leggeri le donne. Il formaggio di pecora lo facevano sempre le donne, fresco o stagionato. Dei prodotti della campagna non si buttava niente: quando si potavano gli ulivi, ad esempio, si sceglievano le fraschette per darle a mangiare alle vacche e lo stesso si faceva con le foglie del granturco. La mia mamma era una donna meravigliosa. Sapeva cucinare con poco; non abbiamo mai patito la fame anche se c'era poco. La mia mamma, oltre che andare sempre nei campi, cuciva per tutti: dai pantaloni degli uomini alle mutande, ai vestitini per me e mia sorella più piccola. Faceva il pane e la ciaccia con l'uva secca. Faceva il bucato con la cenere  e poi il giorno dopo lo sciacquava in una pozza e se c'era il ghiaccio si rompeva con un sasso e si lavava. Altro che lavatrice! Un altro particolare: quando partoriva una donna, in casa si intende, la levatrice veniva a piedi o altrimenti andava a prenderla un uomo della famiglia con il carro dei buoi. Il bambino, a volte era già nato quando arrivava la levatrice: meno male che allora nelle famiglie o nel vicinato c'era sempre una donna esperta che sapeva come comportarsi in tale occasione...il bambino veniva fasciato con pezzi di lenzuolo vecchio: altro che pannolini! Se la donna aveva abbastanza latte, o se c'era una vacca che dava latte al vitello, allora veniva preso a balia un bambino di ricchi. Quest'ultimo riceveva più latte del proprio figlio, perché i suoi genitori lo volevano vedere bello e paffuto, altrimenti non pagavano".

(Da "Sguardi e memorie diverse nel tempo del cambiamento" con prefazione di Rosario Villari. Edizioni Emmecipi).