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venerdì 23 settembre 2016

La scimmia cieca: il convegno di Milano sui rifugiati ambientali

Il 24 settembre 2016 si tiene a Milano la conferenza sulla nuova figura del "Rifugiato Ambientale". Gli organizzatori della conferenza denunciano che nella legislazione dei paesi europei non esista ancora questa figura, ma solo quella del rifugiato di guerra: una minoranza rispetto ai duecentocinquanta milioni e più di migranti attualmente definiti come "economici" e quindi, in teoria (ma non in pratica) soggetti a respingimento. Nel documento di presentazione della conferenza è interessante osservare il completo silenzio sulla causa vera di queste migrazioni epocali che stanno interessando ormai il mondo intero: la sovrappopolazione della specie umana. Gli organizzatori della conferenza, tra cui spiccano alcune personalità importanti, deputati europei -tra cui l'italiana Spinelli-, funzionari dell'Onu e politicanti italiani, chiedono di ampliare l'accoglienza praticamente a tutti i migranti in quanto se migrano c'è un motivo. "Ma no!" verrebbe di dire. Avendo esaurito i motivi tradizionali (guerra, fame, persecuzioni ecc.) ecco pronto quello che dovrebbe mettere la parola fine a tutti coloro che si oppongono alla accoglienza totale di tutti da tutto il mondo: le modificazioni ambientali. E in particolare specificano le seguenti:"land grabbing, water grabbing, processi di “villaggizzazione” forzata (che negli anni Ottanta causarono la morte di un milione di persone per carestia, in Etiopia), inquinamento ambientale, smaltimento intensivo di rifiuti tossici o radioattivi, scorie radioattive risultanti da bombardamenti." Ovviamente tra gli obiettivi del convegno vie è la denuncia delle politiche di accaparramento di suolo e di risorse attuate da aziende occidentali e multinazionali in accordo con i governi locali. E' universalmente noto che i governanti locali, che ricevono molti soldi per l'attività di queste aziende, invece di destinarli alle popolazioni se li intascano e li depositano nei conto off-shore. Ma questo nel convegno non viene detto.
E' interessante venire a sapere che le decine di migliaia di migranti che ci arrivano sulle coste tutti i giorni scappino dai bombardamenti radioattivi e dai rifiuti tossici. Quanto all'accaparramento di risorse da parte di aziende occidentali può darsi che sia vero, ma limitatamente ad alcune regioni e con numeri limitati, e non credo che il discorso si possa generalizzare ai 250 milioni di migranti in atto o potenziali. Questa è pura demagogia. Ma possibile, e la domanda me la sono ripetuta più volte perché non riesco a crederci, possibile che nessuna delle eccelse menti degli organizzatori non dico affermi -il che sarebbe pretendere troppo- ma solo ipotizzi che queste centinaia di migliaia di migranti che arrivano in Europa ogni anno siano persone che non trovano il sostentamento di cibo e di possibilità di vivere una vita normale nei luoghi in cui sono nati per il semplice motivo che i tassi di natalità degli ultimi anni sono stati troppo alti in un territorio che non aveva le risorse adeguate? E' un ragionamento troppo complesso e difficile, tanto da richiedere una intelligenza superiore, alla Einstein per intenderci, per essere formulato? Perché questa scimmia che noi chiamiamo Homo ha creato questo enorme tabù sulla propria riproduzione eccessiva, tale che non è possibile neanche accennarvi, neanche formularlo come piccola ipotesi subordinata, pena la esclusione perpetua dai congressi e la definitiva damnatio memoriae? Taccio per commiserazione sulle politiche pro-fertilità di alcuni paesi europei tra cui l'Italia (con l' iniziativa dell'ineffabile ministra Lorenzin). Perché questa strana scimmia che sta ricoprendo la terra dei suoi manufatti,di grigio cemento, estendendo gigantesche megalopoli, alterando definitivamente clima e atmosfera, distruggendo foreste, inquinando acque e mari, non comprende che una esplosione demografica da uno a otto miliardi in un secolo è qualcosa di inusitato e tragicamente sbalorditivo e che sta minacciando il pianeta?
Questa esplosione è alla base di quelle migrazioni che vengono attribuite invece all'occidente sfruttatore e alla rapina delle risorse (ma il colonialismo non è finito da settant'anni?). Sono molti gli intellettuali africani che chiedono di finirla con la politica del piangersi addosso e di dare sempre la colpa all'occidente, e di cominciare invece a rimboccarsi le maniche e modificare i propri stili di vita, primo tra tutti smetterla con l'abitudine di fare 12 o 15 figli per donna. I più ciechi di tutti rimangono gli intellettuali ed i politici europei, a partire proprio dagli ambientalisti che, appena sentono parlare di sovrappopolazione, perdono la testa e danno in escandescenze. Il tabù sulla natalità umana non può essere violato. Umano, troppo umano. La scimmia che si sta autodistruggendo è sempre più cieca.
Riporto qui di seguito l'articolo che accompagna il programma del convegno, quale documento di questa ottusità ideologica volta a negare ogni influenza dei tassi di natalità e della sovrappopolazione sui fenomeni migratori. Neanche un accenno al problema che l'Africa è in un boom demografico senza precedenti e sta passando da 900 milioni attuali a due miliardi di abitanti in pochi anni (previsione per il 2050: due miliardi e trecento milioni di abitanti, dati Onu). Nessun accenno agli eccessivi tassi di natalità in India e medio oriente, dove alcune regioni stanno raddoppiando in pochi anni la popolazione. Leggere per credere.
CLIMA, POLITICHE IL SECOLO DEI RIFUGIATI AMBIENTALI? – CONVEGNO A MILANO 16/09/2016
Il secolo dei rifugiati ambientali?
Analisi, proposte, politiche Milano, 24 settembre 2016 Il 24 settembre si terrà a Milano, nella Sala delle conferenze di Palazzo Reale, un convegno internazionale organizzato e promosso da Barbara Spinelli e dal gruppo GUE/NGL del Parlamento europeo, che si propone di riflettere su una figura generalmente trascurata sul piano giuridico: quella del rifugiato per motivi ambientali. Secondo le stime dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) e dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), entro il 2050 i profughi ambientali saranno tra 200 e 250 milioni, con una media di 6 milioni di persone costrette ogni anno a lasciare la propria abitazione e spesso il proprio Paese. Lo straordinario aumento di sfollati interni e di profughi è in gran parte dovuto a conflitti scatenati da politiche diffuse e sistematiche di appropriazione di risorse. Dal dopoguerra a oggi, ben 111 conflitti nel mondo avrebbero tra le proprie radici cause ambientali: 79 sono tuttora in corso e, tra questi, 19 sono considerati di massima intensità. Nonostante le misure fin qui prese per contenere i cambiamenti climatici e l’aggressione alle risorse naturali, l’espulsione dal proprio habitat di ampie quote della popolazione mondiale a causa del deterioramento ambientale è considerata inevitabile dalla maggior parte della comunità scientifica, in assenza di provvedimenti più radicali di quelli presenti. Eppure il fenomeno resta di fatto invisibile alle legislazioni e alla politica. Nemmeno la Convenzione di Ginevra e il Protocollo aggiuntivo del 1967 riconoscono lo status giuridico di chi fugge da catastrofi ambientali, specie se originate da azioni e interventi umani sulla natura. Sono rifugiati ambientali quelli che scappano da conflitti per l’accaparramento delle risorse idriche o energetiche, come lo sono coloro che fuggono dalla desertificazione e dal collasso delle economie di sussistenza in seguito a crisi dell’ecosistema, dovute a cause naturali o attività umane: land grabbing, water grabbing, processi di “villaggizzazione” forzata (che negli anni Ottanta causarono la morte di un milione di persone per carestia, in Etiopia), inquinamento ambientale, smaltimento intensivo di rifiuti tossici o radioattivi, scorie radioattive risultanti da bombardamenti. Questi flussi si aggiungono a quelli causati da guerre e persecuzioni politiche, religiose o etniche, e talvolta vi si sovrappongono in modo inestricabile. É pretestuoso e miope considerare popolazioni in fuga da condizioni invivibili alla stregua di migranti economici, tuttavia è esattamente ciò che fa la Commissione europea con il cosiddetto “approccio hotspot”, che istituisce due categorie di migranti: i profughi di guerra, ai quali viene riconosciuto il diritto di chiedere protezione internazionale, e i migranti economici, da rimpatriare – con ciò violando il diritto d’asilo. Obiettivi del convegno: Analizzare il concetto di rifugiato ambientale e le sue implicazioni giuridiche. Dare un quadro della situazione ambientale nei Paesi dai quali provengono i profughi. Denunciare le politiche di accaparramento di suolo e di risorse attuate da aziende occidentali e multinazionali in accordo con i governi locali. Individuare strumenti di monitoraggio dell’uso dei fondi europei o nazionali per la cooperazione e lo sviluppo destinati a regimi che non rispettano i diritti umani. Mostrare che la separazione tra profughi di guerra e migranti economici applicata nel cosiddetto “approccio hotspot” rischia di essere è lesiva dell’impianto stesso del diritto d’asilo e che l’attuale politica europea dei rimpatri va rigettata nella sua forma attuale. Promuovere un’azione a livello parlamentare europeo per l’introduzione legislativa della figura del rifugiato (interno ed esterno) costretto alla fuga da una massiccia perdita di habitat. Mostrare che è conveniente, oltre che rispettoso del diritto internazionale, sviluppare al massimo, e modificare, le politiche europee di accoglienza e integrazione di profughi e migranti. Il convegno ha il patrocinio e la partecipazione di:
Università degli studi di Milano, Centro Europeo di eccellenza Jean Monnet, Associazione Costituzione Beni Comuni, Associazione Diritti e frontiere, Associazione Laudato Si’, Gruppo consiliare Milano in Comune, Comune di Milano. Tra i relatori spiccano figure di rilievo scientifico come Roger Zetter e François Gemenne, l’ex ministro del Mali Aminata Traoré, il responsabile Unhcr per l’Europa meridionale Stéphane Jaquemet, le eurodeputate Ana Gomes, Marie-Christine Vergiat, Elly Schlein. (Dal sito web del convegno)

martedì 13 settembre 2016

Fallimento ambientalista

Jacopo Simonetta scrive un interessante articolo sul fallimento del movimento ambientalista (www.crisiswhatcrisis.it) in cui si chiede perché man mano che la situazione ambientale degenera, la quantità di gente preoccupata aumenta, ma il movimento ambientalista è sempre più debole e solo.Perché l'ambientalismo è ovunque in crisi e perde peso politico proprio quando la crisi ambientale precipita? Jacopo si pone la domanda centrale: c'è stato qualcosa di sbagliato alla radice del movimento? "Nel suo insieme l'ambientalismo non ha saputo elaborare e divulgare un paradigma politico alternativo ai due che, all'epoca, si contendevano la scena: il liberalismo e il socialismo." Nessuno tra gli ambientalisti ha saputo elaborare un modello politico nuovo basato su una nuova visione del mondo. Sia il capitalismo che il socialismo perseguono il progresso indefinito della società e il nucleo centrale che li accomuna è l'idea di progresso. Secondo l'autore è proprio l'archetipo del progresso che andrebbe messo in discussione. Ma ciò, aggiunge, avrebbe comportato un attacco alla radice stessa del pensiero moderno alla cui origine troviamo padri del calibro di Bacone, Galileo, Cartesio, Hobbes, Boyle, ecc. Il famoso testo di Donella e Denis Meadows "I Limiti dello sviluppo" individuava nella tecnologia e nello sfruttamento delle risorse il problema principale, ed indicava nel progresso un mito fondante ma distruttivo, e proponeva di fermare la crescita demografica e la crescita economica prima di raggiungere la soglia critica. Fu introdotto il concetto di sviluppo sostenibile, per conciliare l'idea di buone pratiche di risparmio delle risorse e salvaguardia ambientale con l'idea di manternere comunque un certo grado di sviluppo.Ma l'idea del controllo demografico fu subito invisa anche da una parte dei collaboratori al testo, considerata non corretta politicamente, quasi razzista, e presto messa sotto silenzio. L'ambientalismo si andò sempre più schierando politicamente mentre perdeva l'originalità delle impostazioni di partenza e di incisività sulla realtà economica. Si chiede poi Jacopo se avrebbe potuto andare diversamente. Nel periodo in cui si sviluppò l'ambientalismo Usa e URSS erano impegnati in una corsa per il controllo del pianeta e rallentare la crescita economica era impensabile: avrebbe frenato il progresso tecnologico a svantaggio dei due contendenti. Negli anni 70 si generò un certo dibattito sulla sovrappopolazione, e alcuni paesi come India e Cina cominciarono ad applicare il controllo delle nascite (politiche che poi furono abbandonate o depotenziate). Gli effetti dei progressi in campo medico e le nuove tecnologie per la produzione di cibo avevano creato le condizioni di un boom demografico senza precedenti. Si cominciò a rendersi conto delle conseguenze devastanti di questa esplosione ma si elaborò un nuovo mito: quello della "transizione demografica" che avrebbe risolto da solo il problema. La crescita economica avrebbe comportato, secondo questa visione, una stabilizzazione demografica automatica. Nella corsa tra socialismo e capitalismo, dice Jacopo, quest'ultimo si è rivelato più flessibile, si è appropriato della retorica ambientalista, l'ha anzi sfruttata modificando anche la produzione e indirizzando i consumi, ed alla fine ha vinto sul campo, senza che il degrado ambientale avanzante venisse minimamente rallentato. "L'ambientalismo politico si trovò stretto in un' inpasse che avrebbe potuto essere superata solo con un radicale cambio di paradigma; un salto culturale talmente grande da non essere neppure tentato." Si chiede infine Simonetta se ha ancora un senso fare dell'attivismo ambientalista. Nessuno ormai fa più caso ai ripetuti allarmi su imminenti catastrofi ambientali. Ci si è abituati a tutto. Si parla di riscaldamento ambientale come una moda, senza scandalizzarcene. Tutti parlano di rilancio della crescita in un mondo che sta morendo per le emissioni dovute alla crescita. "Se ci si danno finalità possibili, c'è sempre un senso a fare qualcosa" conclude l'autore cercando una via d'uscita in un vicolo cieco e specificando che comunque date le premesse, le cose dovevano andare per forza così. Possiamo fare poco: prepararci agli eventi futuri ed aumentare le probabilità di sopravvivenza nostre e quelle di parenti e amici (resilienza). Evitare di peggiorare ulteriormente la situazione: questo si può fare. Non basterà a salvare il pianeta ma almeno servirà a qualcosa. Prepararci, infine, al medio evo prossimo venturo, al disastro imminente in cui la natura riprenderà il sopravvento, e confidare nelle doti di resistenza e resilienza della specie umana. Dobbiamo archiviare tutte le nostre conoscenze scientifiche e prepararci ad affrontare la tempesta: i nostri discendenti potranno usufruire di quello che avevamo scoperto. Dobbiamo creare i presupposti perché dei paradigmi realmente alternativi possano nascere, o rinascere, magari tra qualche secolo.
Come commento all'articolo di Jacopo posso dire che sono in gran parte d'accordo sulla sua analisi, ma trovo che sia troppo clemente con il movimento. Gli esiti di esso sono visti da Simonetta come inevitabili e già destinati al fallimento fin dall'inizio. C'era da dare una diversa impostazione, dice Jacopo, in particolare insistere per un controllo della esplosione demografica su cui il movimento non ha mai veramente voluto impegnarsi. I motivi di questa sottovalutazione, dice l'autore, si possono capire: l'argomento era scabroso, la politica era impreparata, il discorso era troppo estraneo al periodo in cui i progressi scientifici erano esaltati e l'uomo era ed è considerato il padrone del mondo. Il movimento si è affidato invece alla politica, in particolare all'illusione che una prassi anti capitalista bastasse ad assicurare la salvezza ambientale.Il discorso ambientalista è divenuto così un accessorio del movimentismo di sinistra, proprio quando i movimenti marxisti e socialisti perdevano l'aspetto di rivolta contro la civiltà industriale di mercato e acquisivano sempre di più una colorazione terzomondista sul filo di una antropocentrismo basato sui diritti assoluti della specie Homo. Se c'era da salvare qualche specie animale o un ambiente naturale senza intaccare lo strapotere dell'uomo sulla natura ciò era condiviso dagli ambientalisti. Ma se quella salvezza di specie o di paesaggio comportava un costo per il padrone del Cosmo, ad esempio un limite alla natalità umana o al benessere (inteso come consumi), o al diritto di scegliere i luoghi dove vivere e spostarsi, allora il discorso veniva chiuso con una condanna morale. L'ambientalismo politically correct non ha voluto mai mettere in discussione i diritti assoluti dell'uomo, anzi ha considerato la tutela ambientale e delle altre specie non un valore in sé, ma un valore relativo agli interessi di Homo. Questa è la colpa principale. In presenza di una esplosione della popolazione umana e quindi di una moltiplicazione esponenziale delle necessità di consumi e di strumenti e strutture per la sopravvivenza di nuovi miliardi di umani generatisi in pochi decenni, il ruolo di una salvaguardia ambientale così riduttivamente intesa non poteva che naufragare e ridursi al giardinaggio o poco più. La politica ambientalista è così divenuta una politica dei no. No a nuove costruzioni, no a infrastrutture, no a nuovi consumi, no alle energie da idrocarburi, no a quelle nucleari, no a nuove tecnologie, no no no. E questi no erano e sono in contraddizione e conflitto con i nuovi bisogni determinati dal contemporaneo aumento della densità demografica e delle richieste da parte di una popolazione in continua crescita. Si espandono le megalopoli anche a causa delle politiche umanitarie degli ambientalisti e al tempo stesso si proclama da parte dei movimenti la necessità di fermare il cemento e salvare i terreni agricoli. Queste contraddizioni sono talmente evidenti, che anche ai più ben disposti verso l'ambientalismo, cadono le braccia. Un pretendere di fermare lo sviluppo e una contemporanea richiesta di più servizi per le masse umane in espansione incontrollata,una miscela contraddittoria ed esplosiva di cui le prime vittime politiche sono state i movimenti ambientalisti. I quali non ebbero e non hanno, anche oggi che la situazione è in rapido deterioramento, il coraggio di una scelta radicale. La prima necessità per salvare il pianeta è quella che indicarono i fondatori dell'ambientalismo: la riduzione della natalità umana per un riequilibrio tra natura e specie, tra varietà biologica e civiltà umana.

venerdì 2 settembre 2016

Fertility Day

Con un intervento di straordinaria intelligenza la ministra della sanità Lorenzin ha spiegato che in Italia non si fanno più figli e che questo è il primo problema del paese. Per invertire la tendenza ha trovato una soluzione: dei cartelloni pubblicitari in cui una donna sollecita le mamme potenziali a sbrigarsi e, con una mano sulla pancia orfana di embrioni e feti e con una clessidra nell'altra, invita le donne italiane a "daje giù". In effetti sembra più la pubblicità di un lassativo che un invito alla natalità. Perfino Renzi si è dissociato, spiegando che non ne sapeva nulla. Ora, che il paese con una delle più alte densità demografiche al mondo, in cui la cementificazione e la antropizzazione sfrenata del territorio hanno fatto più danni devastando coste e pianure, laghi e fiumi, montagne e ambienti naturali, paesaggi e patrimonio storico, abbia il suo problema principale nella desertificazione e la prima necessità consista nell'aumentare ancora di più la densità demografica e l'antropizzazione, è affermazione inqualificabile. Tra l'altro, mentre la Ministra è preoccupatissima dello spopolamento del paese, proprio nelle stesse ore, stanno arrivando decine di barconi stracarichi di cosidetti migranti, 15.000 in tre giorni, che grazie all'avvedutezza dei paesi confinanti i quali non fanno più passare nessuno, rimarranno in gran parte in Italia. Quest'anno tra arrivi via mare, aria e terra si prevedono dai 400.000 ai 500.000 nuovi migranti sul nostro territorio. Come spopolamento niente male. Non si preoccupi poi la ministra che con l'esplosione demografica in atto in Africa (sono previsti due miliardi di abitanti nel 2050)non mancheranno gli abitanti per la nostra deserta Italia. Se la popolazione censita in Italia è di 61 milioni, nella realtà ci sono alcuni milioni in più non censiti. Ma la Ministra è ansiosa. In un paese cementificato e avvelenato dai rifiuti e dalle esalazioni dei troppi umani che lo affollano, la ministra è fortemente preoccupata dal calo delle nascite. Pensa con qualche cartellone di invertire la tendenza delle donne italiane e di spingerle a fare altri figli. Ma forse è meglio così. Meglio che questi ministri si occupino dei cartelloni e non di cose pratiche. I danni sono più limitati.

domenica 28 agosto 2016

Dalla tragedia un'opportunità

Possibile che un terremoto del sesto grado della scala Richter abbia provocato tanto disastro? E come mai questo avviene solo in Italia? In Giappone e in Cile terremoti ben più forti (grado 9 o 10) provocano molte meno vittime. Possibile che fino ad oggi non si sia pensato ad un piano nazionale di messa in sicurezza degli edifici almeno nelle zone ad alto rischio? Bisogna approfittare di questa opportunità che nasce dalle necessità create dalla tragedia del terremoto di questi giorni nell'Italia centrale per cambiare prospettiva a tutta la politica urbanistica. Fermare le nuove costruzioni su suolo verde, indirizzare tutte le risorse sulla riqualificazione dell'esistente con una vasta opera di messa in sicurezza di borghi e centri storici in zone esposte a terremoti, smottamenti, rischi ambientali. Liberazione degli alvei dei fiumi, ricostruzioni in territorio sicuro e certificato dove non si può fare altro. Un piano nazionale di questo tipo assicurerebbe investimenti, lavoro, ripresa economica, tutela ambientale e sicurezza per le popolazioni. L'elemento più importante rimane lo stop a nuova occupazione di suolo da parte del cemento, il che consente una difesa dei territori dalla speculazione di scarsa qualità architettonica, la tutela del paesaggio e la salvaguardia ambientale. Allo stesso tempo ciò permetterebbe di reindirizzare le risorse pubbliche e private sul recupero architettonico e strutturale ove possibile per le costruzioni antiche o di pregio, e sulla demolizione e ricostruzione nel caso della edilizia spazzatura che ha interessato il paese dagli anni del dopoguerra ad oggi. Una architettura finalizzata ad una nuova idea dell'abitare, ecologicamente compatibile, e ad una visione urbanistica non più centrata sullo sviluppo, cioè sul continuo incessante consumo di suolo, ma sulla conservazione del suolo verde ancora rimasto e un rilancio dell'agricoltura verso una sostenibilità economica e ambientale. Ne deriverebbe un impulso al turismo e alla conservazione architettonica e paesaggistica in un territorio, come quello italiano, di alto valore storico e artistico, quando non degradato dalla cementificazione speculativa. Dalla tragedia del terremoto può così nascere qualcosa di buono per questo paese.

sabato 30 luglio 2016

La triste fine del laicismo illuminista

Quanto è durato il movimento illuminista? Circa tre secoli. al sorgere del XXI secolo il crollo delle torri gemelle ha suggellato ciò che era già finito nei campi di battaglia europei della prima e della seconda guerra mondiale. Il grande principio illuminista secondo cui la ragione è il solo criterio di legittimità di qualsiasi istituzione umana finisce con l'esaurirsi dei valori liberali e con il prevalere di nuovi oscurantismi. Il pensiero che era nato con gli empiristi inglesi, con Descartes, John Locke, Hume, Montesquieu, Rousseau e Voltaire e che vedeva nella scienza e nella ragione i mezzi per liberare l'umanità dalla superstizione e da ogni sudditanza, finisce sotto i nostri occhi sbalorditi dai cambiamenti rapidi che annunciano la fine di quel mondo di speranze e di progresso. La grande energia sociale e di pensiero che aveva accompagnato la rivoluzione Americana e Francese, la democrazia Inglese e poi le speranze del socialismo, non hanno eredi.Gli intellettuali balbettano di accoglienza e tolleranza ma parlano isolati in un disinteresse diffuso. Non sanno proporre nulla se non che tutto è uguale, e che una cultura vale l'altra. Per ritrovare qualche entusiasmo ai giovani non resta che il calcio e i centri commerciali: non credono più a nulla e sono occupati a cercare un lavoro per la sopravvivenza. Quello che ereditiamo è un mondo devastato dalla follia umana, un consumismo sfrenato fine a se stesso, una trasformazione dell'ambiente in cui la natura viene sistematicamente distrutta e il suolo cementificato, l'aria e le acque inquinate irreparabilmente, il clima stravolto, le specie diverse da Homo annientate giorno per giorno. In questo scenario che fine ha fatto la ragione? Secondo gli illuministi essa doveva guidare un processo di globalizzazione che avrebbe dovuto affermare i nuovi valori della libertà, dell'uguaglianza e della solidarietà tra gli uomini. In nome della ragione si era preteso da parte dei rivoluzionari l'abbandono della storia, della tradizione, del costume, dell'appartenenza e dell'esperienza dei singoli popoli. Si auspicava l'uomo nuovo libero dalle credenze del passato e aperto alle nuove scoperte e alla fratellanza universale. Gli esiti di questo pensiero sono stati invece tutt'altro. Una politica di predominio delle singole nazioni, comprese le conquiste coloniali, poi la guerra civile europea e infine uno scatenato consumismo privo di valori morali che ha condotto alla catastrofe ecologica. Nello stesso tempo l'uomo è divenuto, da creatura di dio, una creatura della scienza che lo ha illuso di poter accrescere la sua potenza sul mondo in modo illimitato. La scienza in grado ancora di dare spiegazioni sul mondo fisico, ha però smesso di dare risposte sul futuro dell'uomo. Il pensiero illuminista, come elaborato da Kant e da Hegel e poi da Marx nella versione tedesca, o dai pragmatisti americani nella versione anglosassone, ha rivelato una intrinseca debolezza: è il pensiero che ha accompagnato il declino europeo e poi la fine del sogno americano. Le democrazie basate sul laicismo si sono rivelate deboli, incapaci di motivare i giovani, di dare visioni e speranze di un mondo nuovo per cui lottare e affermarsi. Lo spirito illuminista, annientate le tradizioni e le superstizioni, non ha trovato altro sbocco che l'economicismo freddo dei burocrati europei o l'isolazionismo degli Stati Uniti, impaurito dalle proprie stesse responsabilità.
Nel frattempo il principio di ragione si è andato isterilendo verso uno scientismo che tende soltanto ad implementare la propria potenza, senza un fine condiviso che non sia quello di aumentare se stesso, di produrre sempre di più merci e tecnologia. Di questa aumentata produzione fa parte, per paradosso, l'uomo stesso la cui esplosione numerica è parte essenziale di questo processo di svalorizzazione e di mero aumento della produzione e dello smercio. L'esplosione demografica è il fondamento di questa trasformazione finale del mondo moderno avviato ad una combustione rapida, anche nel senso letterale di bruciare in pochi decenni le risorse ambientali ed energetiche residue.
Il laicismo ha subito, in seguito allo sviluppo dello scientismo e delle visioni logico-matematiche in cui si è andato trasformando, un lento processo di depotenziamento. Il dubbio metodico cartesiano, fondamentale per il progresso scientifico, si è rivelato un tarlo nichilistico per quanto riguarda la costruzione di una politica globale occidentale. Ai vecchi valori cristiani, è subentrato un laicismo privo di forza che una volta secolarizzata una parte della società - esaurita la spinta rivoluzionaria- ha dato origine ad una neutralità e una parificazione in cui ogni cultura etnica e ogni visione religiosa viene equiparata e resa equivalente ad ogni altra, senza scala di valori e senza giudizi di validità. La grande superiorità della visione laica della vita e del principio di ragione predicata dai rivoluzionari del 1789 finisce così in uno sterile burocratismo che registra le differenze solo per parificarle nella neutralità generale. Si è creato un pensiero debole, registrato anche a livello filosofico senza infingimenti con lo stesso termine, un pensiero che non genera entusiasmi, che rende apatici i giovani, che riduce tutto a consumo, che predica una metafisica dei diritti in quanto non ha altra metafisica da proporre se non quella di valorizzare al massimo il soggetto. Il soggetto nella forma di un individualismo egocentrico rimane l'unico valore nel deserto metafisico occidentale. Non esiste più tradizione, popolo, appartenenza, storia, nazione, cultura locale; ma esiste un solo unico soggetto universale (l'individuo metafisico) sradicato da ogni appartenenza ad un suolo specifico, cittadino planetario, depositario solo di diritti e privo di doveri. Se si eccettua forse l'unico dovere pro-posto-imposto che è quello di consumare. Al contempo si assiste, sull'onda dell'esplosione demografica presso culture che, nell'ottica illuminista di un tempo erano arretrate e oscurantiste, ad una rinascita vigorosa delle culture basate sulla religione, sull'uso utilitaristico e fittizio della ragione, sul rifiuto del liberalismo e della democrazia liberale in favore di regimi autoritari spesso fondati su familismi o tribalismi o su fazioni religiose. Il laicismo dei paesi occidentali, d'altra parte, è rimasto se pur depotenziato nelle istituzioni e nelle teste degli intellettuali, mentre sul territorio , anche per i cambiamenti apportati dall'epocale processo immigratorio, rinascono le fazioni, le appartenenze etniche, le culture conflittuali, le tradizioni che persa ogni appartenenza per lo sradicamento dai luoghi di origine, si estremizzano, danno luogo a violenze in nome di oscurantismi e -nella vecchia ottica illuminista- di superstizioni stupide.
Di fronte a queste nuove forze che desautorano la ragione e impongono visioni irrazionali e religiose o pseudo-religiose, il laicismo perde continuamente di presa sulle coscienze. Tutti i giovani immigrati o figli di immigrati si sentono profondamente estranei ad una cultura laica liberale. Senza alcun dubbio sono attratti dalle visioni totalizzanti offerte dalla religione, assai più forti delle visioni laiche proposte con debolezza dai governi occidentali. Anche a livello politico internazionale manca una risposta laica. L'Europa ormai subisce le guerre ai propri confini senza reagire, senza poter imporre nulla. Come magnificamente previsto da Huntington nel suo libro sullo "Scontro delle Civiltà" l'illusione sulla forza delle democrazie si sta esaurendo nella constatazione allibita della loro fragilità e incapacità di guidare i processi politici internazionali. Trecento anni dopo, l'era dell'Illuminismo si sta esaurendo nello spavento di coloro che ancora credono nell'occidente. Un Tir lanciato contro una folla di passanti sul lungomare di Nizza è l'emblema di un'epoca. Ma cantare la Marsigliese servirà veramente a poco. Anzi a niente.

domenica 17 luglio 2016

L'inutile polemica sugli OGM

(Pistola per inserire geni nelle cellule vegetali)
Roger Scruton nel suo libro intervista sul "Suicidio dell'Occidente" dice a proposito degli Ogm: "Io sono un Ogm, e per questo ne sono a favore, a patto che siano attentamente costruiti per generazioni, proprio come me". Nel 1962 il libro "Primavera silenziosa" di Rachel Carson denunciava che i pesticidi stavano avvelenando l'ambiente, i suoli e le acque e contaminando il cibo. Un rappresentante della grande industria americana dei pesticidi dichiarò che se avessimo dato retta alla Carson saremmo tornati al medioevo e "insetti, malattie e parassiti tornerebbero signori del pianeta". Negli anni sessanta e settanta non si poteva fare a meno di constatare la completa dipendenza dei coltivatori dai pesticidi chimici sia in America che nel resto del mondo. Gli scienziati dell' U.S. Department of Agricolture suggerivano di mettere in campo i nemici naturali degli insetti e dei parassiti: ad esempio il virus della poliedrosi, avrebbe potuto neutralizzare la larva del lepidottero Heliothis Armigera nota come verme del cotone americano. Ma queste strategie di lotta biologica, applicate anche ad altri insetti e parassiti per le piante e la frutta si rivelarono costose e impraticabili su vasta scala essendo le rese limitate. Nel frattempo la continua rapida crescita della popolazione mondiale, insieme alla continua riduzione dei suoli fertili messi a produzione agricola, determinavano una fortissima richiesta di fertilizzanti chimici e di antiparassitari e insetticidi. A questo punto la Monsanto sulla scia degli studi portati avanti negli anni 70 da Mary-Dell Chilton a Seattle Marc Van Montagu e Jeff Schell in Belgio, si mise a studiare come introdurre tratti di DNA nella sequenza genica della pianta che potesse renderla resistente sia agli insetti che ai parassiti. Fu dapprima utilizzato un batterio (Agrobacterium) che attraverso una sonda biologica inseriva materiale genetico nella pianta. Negli anni ottanta John Sanford della Cornell University mise a punto una pistola genica che letteralmente sparava il materiale genetico all'interno delle cellule. Per inserire il DNA prescelto, questo veniva fissato a una minuscola particella di oro o tungsteno,e in questa forma era pronto per entrare nelle cellule di mais, frumento o riso. Nel 1987 Sanford illustrò la sua pistola botanica sulle pagine di Nature. La Pioneer gigante americano produttore di sementi ibride di mais (l'ibridazione serve a renderle non utilizzabili dagli agricoltori per la semina dell'anno successivo, costringendoli così a tornare dal produttore di sementi)è stato uno dei primi a ricorrere alle biotecnologie del DNA. In fondo l'uomo ha sempre utilizzato la modificazione genetica. Molti progenitori selvatici delle attuali piante coltivate, ad esempio, erano difficili da coltivare e di bassa resa. Fu quindi necessario modificarle e i primi agricoltori capirono che le modificazioni dovevano essere prodotte internamente all'organismo (dovevano cioè essere genetiche, diremmo oggi). Ricorsero allora alla selezione artificiale, grazie alla quale gli agricoltori e allevatori facevano riprodurre solo gli esemplari che avevano i tratti desiderati. Oggi le manipolazioni GM accelerano questi procedimenti. Per il difficile problema delle erbe infestanti la Monsanto ha messo a punto una tecnologia innovativa: la Roundup Ready. Roundup è un erbicida ad ampio spettro che può uccidere praticamente qualsiasi pianta; tuttavia grazie alla ingegneria genetica, i tecnici della Monsanto hanno prodotto piante Roundup Ready nelle quali è stata incorporata la resistenza all'erbicida, e che quindi prosperano mentre le erbacce intorno sono distrutte. Naturalmente, il fatto che gli agricoltori che acquistano i semi GM della Monsanto comprino anche l'erbicida prodotto dalla stessa azienda non fa che favorire gli interessi commerciali di qest'ultima. I vari tipi di erbacce richiedevano in passato prodotti chimici diversi per ciascun tipo. L'uso di un unico prodotto si traduce in una effettiva riduzione della concentrazione di inquinanti chimici nell'ambiente; quanto allo stesso Roundup, esso viene rappidamente degradato nel suolo( o almeno così viene affermato dai produttori). I pesticidi sono tra le sostanze più inquinanti del pianeta. Il DDT fu bandito nel 1972 ma la tossicità ambientale è ancora presente con effetti devastanti. Gli organofosforici, sebbene degradino più rapidamente, sono ancora più tossici: il gas nervino utilizzato nell'attacco terrorista ala metropolitana di Tokyo nel 1995, noto come sarin, è un membro della famiglia dei pesticidi organofosforici. Anche il ricorso a sostanze pesticide naturali o derivate da esse come la piretrina (sintetizzata artificialmente dalla metà degli anni sessanta copiando prodotti naturali, ha dimostrato la pericolosità di queste sostanze che sono fortemente sospettate di essre all'origine del Parkinson o sindromi affini nei mammiferi. Un effetto collaterale dell'uso delle piretrine è che molti insetti hanno sviluppato resistenza nei loro confronti. L'agricoltura biologica utilizza già da tempo una tossina prodotta da un batterio - Bacillus thuringiensis (Bt)- che attacca l'intestino degli insetti uccidendoli. Gli ingegneri del DNA ricombinante hanno pensato che anziché disperdere enormi quantità del bacillo sulle piante coltivate, convenisse inserire il gene codificante la tossina Bt nel genoma di queste ultime. Gli agricoltori non avrebbero avuto così più bisogno di irrorare i campi, perché ogni boccone del vegetale manipolato sarebbe letale per l'insetto, e innocuo per noi perché la tossina è disattivata dall'ambiente acido gastrico. Oggi abbiamo un'ampia gamma di piante produttrici di Bt - mais Bt, patate Bt, cotone Bt e soia Bt- e il risultato complessivo è stata una drastica riduzione nell'uso dei pesticidi. Nel 1995, in media, i coltivatori di cotone nella regione del delta del Mississippi irroravano i campi 4,5 volte per stagione. Solo un anno dopo, non appena il cotone Bt si diffuse, quella media in tutte le piantagioni (comprese quelle in cui si coltivava cotone non Bt) scese a 2,5.Si stima che in Cina, nel 1999, l'impiego di cotone Bt abbia ridotto l'uso di pesticidi di milletrecento tonnellate. Le biotecnologie hanno reso più forti molte piante coltivate anche rispetto ai virus. Roger Beachy della Washington University provò a inserire nelle piante il gene che codifica l'involucro proteico di virus che le colpiscono per verificare se le piante divenissero immuni. Il trucco funzionò. In seguito gli scienziati della Monsanto per combattere una comune malattia virale che colpisce la patata,ricorsero a questa tecnica favorendo la produzione e abbassando i prezzi. La Mc Donald e altri giganti del fast food rifiutarono di utilizzarle temendo forme di boicottaggio, per cui oggiutilizzano patatine fritte con costi più elevati del mercato. Alcuni prodotti dell'agricoltura GM oltre alla resistenza alle malattie hanno maggiori costituenti nutritivi, come il riso giallo ricco di vitamina A che assicura una maggiore protezione alle popolazioni che se ne cibano, scongiurando malattie e invalidità (come la cecità da carenza di carotenoidi, che interessa circa 500.000 persone ogni anno nei paesi poveri). Gli ambientalisti si sono sempre rifiutati di accettare le manipolazioni genetiche delle piante usate in agricoltura. Le loro posizioni al riguardo non hanno nessuna logica razionale ma sono dettate unicamente da motivazioni irrazionali e pregiudizi ideologici. La necessità di sfamare sette miliardi e mezzo di persone impone -obtorto collo- l'uso di pesticidi o in alternativa di organismi GM in agricoltura. La lotta biologica alle malattie delle piante ha forti limiti di produzione e di costi e ovunque nel mondo si è dimostrata inefficace nell'assicurare produzioni sufficienti a soddisfare la richiesta di cibo a prezzi accessibili. I prodotti da agricoltura biologica sono prodotti di nicchia con costi proibitivi per la grande massa di consumatori. La sovrappopolazione impone oggi il ricorso agli OGM se vogliamo sfamare il mondo senza le carestie e i milioni di morti per fame del passato. Nonostante questo sia a tutti evidente, gli ambientalisti si rifiutano di lottare contro la sovrappopolazione, si disinteressano ampiamente delle politiche di controllo demografico da portare avanti specialmente nei paesi poveri con agricoltura arretrata. Nello stesso tempo combattono ferocemente gli OGM e pretendono di proibire il ricorso ai pesticidi. Se fossero seguite le politiche da loro proposte non si vede come si potrebbe assicurare alla popolazione mondiale in rapida crescita una quantità di cibo e prodotti agricoli adeguata. Anche i fenomeni migratori sono influenzati da queste politiche cieche e irrazionali, infatti alti tassi di natalità in paesi che non hanno produzioni sufficienti di derrate agricole determinano la necessità per milioni di persone di spostarsi verso terre più ricche e produttive. Gli ambientalisti mainstream si rifiutano di vedere quello che è davanti agli occhi di tutti: l'uso degli OGM non è una discussione teorica in cui discettare di politica, ma una necessità imposta ai governanti e alle popolazioni dalla abnorme esplosione demografica degli ultimi decenni che ha portato a raddoppiare la popolazione mondiale nello spazio temporale di una generazione. L'alternativa all'uso degli OGM se non vogliamo far morire di fame decine di milioni di persone, è un uso massiccio e devastante per la salute umana e delle specie animali di migliaia di tonnellate di pesticidi ogni anno in agricoltura. Tutto il resto sono chiacchiere "ambientaliste" del politicamente corretto che hanno poco a che vedere con la realtà che sta vivendo il pianeta. Ci aspettiamo almeno dai cosiddetti "verdi" (più ideologi dell'anticapitalismo romantico che realmente interessati all'ambiente) una conversione alle politiche di controllo della natalità, le uniche che nel giro di alcuni decenni potrebbero portare ad un minor uso di OGM e pesticidi in agricoltura.

mercoledì 29 giugno 2016

La popolazione mondiale non si stabilizza

(Mappa delle Megalopoli)
La favola che la popolazione del pianeta si sarebbe stabilizzata a fine secolo si è pubblicamente rivelata quello che era: una bufala. Anche l’organizzazione delle Nazioni Unite che aveva contribuito a diffonderla ne ha preso atto e ha pubblicato nuovi dati che prevedono una popolazione ben superiore (da nove a undici miliardi) per la fine del secolo, come riporta l’articolo delle Scienze che riproduco qui sotto. Purtroppo la previsione di 11 miliardi è anch’essa ottimista, nel senso che ormai è dimostrato che quando aree con alti tassi di natalità si stabilizzano subentrano subito altre aree del pianeta che aumentano i propri tassi. Considerando l’alta mobilità della popolazione, queste aree di alta natalità, per lo più con risorse insufficienti, divengono aree di emigrazione verso quelle con tassi stabili. L’effetto complessivo è una crescita costante dell’antropizzazione di tutto il pianeta con effetti devastanti sull’ambiente, le risorse ambientali e la sostenibilità. Quello che colpisce in questo quadro ormai riconosciuto dai maggiori esperti di demografia è l’assoluto silenzio della politica. Per i politici vige il politically correct per cui è assolutamente tabù parlare di tassi di natalità, di crescita di popolazione, di pressione antropica, di sostenibilità ambientale legata alla sovrappopolazione. Dai campioni del politically correct ci può al massimo essere un accenno alla eccessiva pressione dello sviluppo economico sull’ambiente, ma sul lato della popolazione vige la più completa cecità. L’equazione di Ehrlich che vede i consumi individuali medi moltiplicati per il numero complessivo degli abitanti è costantemente e volutamente dimenticata. Forse per timore di essere scambiati per razzisti o per non solidali (l’assoluto antropocentrismo che caratterizza la nostra epoca vieta ogni riferimento alla limitazione dei diritti umani, anche se riferita alla salvezza del pianeta) tutti tacciono nelle sedi istituzionali su questo tema. In primo luogo colpisce il silenzio tombale dei movimenti ambientalisti, la cui contraddizione è talmente evidente che questi movimenti cosiddetti verdi stanno ovunque declinando meritatamente nella insignificanza. Eppure non sono mancati, anche nel secolo scorso, i richiami di molti intellettuali che hanno ricordato come l’enorme potere che viene all’uomo dall’uso della scienza e della tecnica deve essere accompagnato da una nuova responsabilità verso la natura, le piante e gli animali (tra tutti ricordo H. Jonas: il principio Responsabilità). Una nuova coscienza e una nuova morale più attenta all’ambiente e ai diritti delle altre specie deve essere assunta dall’uomo contemporaneo, altrimenti ci attende la rovina e la distruzione del pianeta e di tutte le specie viventi compresa la nostra.
Riporto l’articolo pubblicato sulle Scienze nel 2014 riguardanti le nuove stime Onu sulla sovrappopolazione mondiale.
“Nel 2100 la popolazione mondiale potrebbe arrivare a 11 miliardi di persone, con gravi ripercussioni per lo sfruttamento delle risorse del pianeta, lo sviluppo socioeconomico e la sostenibiltà ambientale. Lo afferma un nuovo studio delle Nazioni Unite e dell'Università di Washington, che aumenta di ben 2 miliardi di persone gli abitanti della Terra di fine secolo rispetto alle previsioni precedenti. Per cercare di mitigare il problema, le politiche globali dovrebbero puntare a una diminuzione del tasso di natalità dei paesi in via di sviluppo, puntando sull'incremento del livello di scolarità delle donne e sull'educazione alla contraccezione. Undici miliardi di abitanti entro il 2100. È la previsione demografica elaborata in un nuovo studio dell'Università di Washington e delle Nazioni Unite pubblicato su “Science”. Si tratta di un valore medio: lo studio infatti stabilisce che c'è una probabilità dell'80 per cento che la popolazione sia compresa tra 9,6 e 12,3 miliardi. In ogni caso, la stima è di due miliardi di persone superiore rispetto alle previsioni precedenti, e quindi costringerà a rivedere molti altri parametri globali in termini di sviluppo socioeconomico e di sostenibilità ambientale delle attività umane. “I modelli che negli ultimi vent'anni anni hanno ottenuto il più largo consenso prevedevano che la popolazione mondiale, oggi circa 7 miliardi di persone, dovesse raggiungere un massimo a 9 miliardi, oltre il quale sarebbe poi diminuita”, spiega Adrian Raftery, professore di statistica e sociologia della Università di Washington e coautore dello studio. “Abbiamo scoperto che c'è una probabilità del 70 per cento che la popolazione mondiale non si si stabilizzi entro questo secolo: questo significa che il problema demografico deve ritornare sull'agenda delle organizzazioni mondiali”. L'analisi si basa sui dati demografici pubblicati dalle Nazioni Unite a luglio scorso. Le proiezioni indicano che la maggiore crescita sarà concentrata in Africa, dove la popolazione quadruplicherà, passando da circa un miliardo a circa 4 miliardi alla fine del secolo; più precisamente, la stima è data all'interno di un intervallo di valori: c'è una probabilità dell'80 per cento che nel 2100 la popolazione africana che sia compresa tra 3,5 e 5,1 miliardi di persone. L'elemento fondamentale di questa previsione è che nelle nazioni dell'Africa sub-sahariana il tasso di natalità non scenderà rapidamente come invece ipotizzato. In Africa, anche a causa dello scarso accesso ai metodi contraccettivi, le famiglie continuano a essere numerose, con una media di 4,6 figli per coppia. Allo stesso tempo la mortalità per malattie, come per esempio quella dovuta all'infezione da HIV, sta costantemente diminuendo, contribuendo alla crescita della popolazione. In Asia, dove oggi abitano circa 4,4 miliardi di persone, la crescita della popolazione dovrebbe toccare un picco nel 2050 per poi diminuire. Complessivamente la popolazione di Nord America, Europa e America Latina e Caraibi dovrebbe rimanere al di sotto di un miliardo di abitanti. Le proiezioni contenute nello studio destano allarme soprattutto perché sulle stime dei livelli demografici sono basati altri parametri globali, che riguardano l'accesso alle risorse naturali e il loro sfruttamento, lo sviluppo socioeconomico e non ultima la sostenibilità ambientale. Questi rapporti, tuttavia, servono anche per mettere in atto adeguate politiche che consentano di contenere l'esplosione demografica, essenzialmente mirate al contenimento della natalità nei paesi in via di sviluppo. Secondo, gli autori, sono due sono i fattori che consentono di diminuire il numero di figli per donna: un maggiore accesso ai contraccettivi e l'incremento del livello di scolarità delle donne. “
(Da Le Scienze n.346 ottobre 2014).