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sabato 8 febbraio 2020

L'orrore neo-malthusiano

C'e' un fantasma che s'aggira in Europa, un incubo alla pari della shoah e del nazismo, un abominio assoluto. Si tratta del neo-malthusianesimo equiparato all'antropofagia e ai forni crematori. Lo dice il sindaco di cremona che si scusa perché' lui quel depliant non lo aveva proprio letto, anche se pubblicato dal suo comune. Che cosa contiene di tanto scandaloso e violento il depliant? Semplicemente accenna che per salvare il mondo dal riscaldamento climatico e' forse il caso di limitare il numero dei figli. Scandalo ! Orrore! Vergogna! Abominio e Assassinio! Tutta la stampa e' insorta unanime, le forze politiche di destra e di sinistra hanno denunciato ed esecrato il crimine ideologico, l'attentato ai diritti di Homo. I quali, secondo loro, sarebbero infiniti: infiniti in un pianeta finito! Solo per avere un'idea approssimativa del tenore medio delle reazioni all'infame depliant riporto qui di seguito un articolo del sussidiario-net giornale on line di orientamento cattolico e "de sinistra" (ma le reazioni di Lega e di Fratelli d'Italia sono perfettamente sovrapponibili):
MENO FIGLI PER AIUTARE IL CLIMA?/ Dopo c’è solo il cannibalismo del prof. Söderlund Pubblicazione: 08.02.2020
A Cremona un dépliant, subito ritirato, consigliava le quattro azioni individuali più efficaci contro il climate change, tra cui “fare meno figli” “No auto, no aereo, meno carne rossa, meno figli”: queste sarebbero “le quattro azioni individuali più efficaci per mitigare i cambiamenti climatici”, secondo un dépliant distribuito nel punto informativo Spazio Comune di Cremona e realizzato dall’associazione Filiera Corta Solidale, in collaborazione con l’amministrazione municipale (amministrazione di sinistra, Pd più liste civiche), con finanziamento della Fondazione Cariplo.
Un consigliere comunale dell’opposizione lo legge, e subito si scatena una tempesta di commenti e di scontri tra partiti al calor bianco, anche a livello nazionale. A livello locale la reazione è rapida e appropriata: il sindaco, Gianluca Galimberti, dichiara: “Non avevo visto il libretto prima della notizia. Quello che è stato scritto è profondamente sbagliato e stupido, grave e non condivisibile. Gli assessori hanno spiegato che è un contenuto estrapolato malissimo da un contesto più generale di uno studio. Verrà ritirato!”. La stessa Fondazione Cariplo, pur difendendo il progetto nel suo complesso, si chiama fuori, e conferma che “…la pubblicazione dell’opuscolo con questo tipo di contenuti mostra una grande superficialità nel trattare l’argomento demografico e chiediamo di ritirare la pubblicazione, così come ha già fatto il sindaco di Cremona, che ha anticipato la nostra richiesta. Riteniamo che la complessità degli impatti del cambiamento climatico debba essere comunicata diversamente e confidiamo nel fatto che si sia trattato di una grave svista”.
Certo, la contraddizione balza agli occhi, per un’area politica che oggi a livello nazionale riconosce l’emergenza natalità come priorità del Paese, e che sta proponendo l’assegno unico per i figli, un Family Act e la revisione delle politiche fiscali per sostenere la natalità (con tanto di sostegno – promesso – alle famiglie numerose!), e che invece a livello locale suggerisce di fare meno figli per proteggere l’ambiente.
L’errore di contrapporre natalità e tutela dell’ambiente purtroppo caratterizza troppa cultura ambientalista, ideologicamente legata a modelli di analisi socio-economica e ambientale ormai obsoleti, come le teorie neo-malthusiane, o le profezie del Club di Roma, degli anni Settanta, che prevedevano il totale collasso del pianeta in caso di popolazione mondiale superiore ai 3 miliardi di abitanti (sic!). Forse i primi a dover rileggere la Laudato Si’ sono proprio questi ecologisti estremi, per riscoprire che uomo e ambiente si salvano “l’uno con l’altro”, e non “uno contro l’altro”…
In fondo, anche il dépliant di Cremona è l’ennesimo esempio di cattivo uso della scienza, quando viene piegata a pregiudizi ideologici: i quattro punti del dépliant derivano infatti da uno studio dell’Università di Lund (Svezia), pubblicato nel 2017 sulla rivista Environmental Research Letters, in cui si misurava (con modelli teorici) l’impatto di diversi comportamenti tra cui anche l’impatto ecologico di “un nuovo essere umano”. Quasi un “gioco di simulazione”, che però diventava subito, nelle conclusioni dei ricercatori, un’indicazione di comportamenti virtuosi da proporre a tutti, compresa la geniale idea di “non fare figli, così non inquineranno”.
Dati discutibili, e soprattutto indicazioni operative totalmente arbitrarie, che sono state assunte acriticamente da chi ha redatto il volantino di Cremona, convinto che fossero “verità scientifiche”. E il rigore dello studio sta – al massimo – nei dati utilizzati, e non nelle conclusioni, che corrispondono a scelte valoriali dei ricercatori, e non possono essere rivendute come “le ricette scientifiche” per risolvere il problema. Questo è un uso “magico” della scienza, senza alcun discernimento. Altrimenti dovremmo dar retta anche a quel professore svedese alla Stockholm School of Economics, Magnus Söderlund, che nel settembre 2019 ha affermato, durante un programma televisivo, che il consumo di carne umana (!) al posto di quella animale potrebbe rappresentare una proposta sostenibile per limitare il riscaldamento globale. Ogni commento è superfluo (o no?). Il futuro dell’umanità e dell’ambiente sono indissolubilmente legati, e ciascuno di noi ha un compito sempre più grande di custodia del creato. Ma proprio per questo ogni persona è preziosa, e la soluzione non sarà certo il suicidio demografico, soprattutto in Europa, soprattutto nel nostro Paese.
Secondo l'articolista politicamente corretto, auspicare un controllo demografico ai fini di salvaguardare l'ambiente e salvare il pianeta dal riscaldamento climatico, sarebbe un "cattivo uso della scienza" piegata a fini ideologici! E' proprio vero che si usa affibbiare agli altri le colpe di cui si e' responsabili. Insomma secondo questi campioni del pensiero "non ideologico" (sic!) per custodire il creato ci vogliono più' esemplari di Homo. Otto miliardi non bastano. Tra l'altro, secondo costoro e secondo il linguaggio oggi comunemente usato, quando si parla di Homo si deve associare sempre il concetto di diritti, i quali sarebbero infiniti in un pianeta finito.I diritti, secondo questi pensatori non ideologici, riguardano solo la specie Homo dimenticando tutto il resto tra cui le specie animali e vegetali che convivono con noi (non si sa per quanto ancora) sul pianeta. Non c'e' pietà' per i koala australiani, gli elefanti e i rinoceronti africani, gli oranghi del Borneo, tutti esseri viventi con quasi il nostro stesso codice genetico destinati, con la crescita di Homo, allo sterminio e all'estinzione. Questi massacri non fanno orrore, fanno orrore invece l'uso dei preservativi o delle pillole anticoncezionali, l'educazione demografica, il rispetto per tutte le specie viventi; un rispetto che dovrebbe essere negato di fonte ai diritti del re dell'universo: Homo. Qui non siamo più' all'antropocentrico ma all'antropo-idiotismo: questa visione -ideologica?- degli antropoidioti auspica un numero di umani senza fine, anzi più' e' alto il numero di umani e più' il "creato" e' custodito e la natura salva. La cosa che stupisce e' che anche per la maggioranza dei cosiddetti ambientalisti quanto afferma il sussidiario-net, la chiesa, gli intellettuali, molti uomini di scienza, tutti i media e le forze politiche di destra e di sinistra, e' giusto e vero. I Verdi infatti, specie quelli europei, non vogliono sentir parlare di controllo demografico per salvare il pianeta. Conseguenza di questa posizione e' che secondo i verdi più' si figlia e più' il pianeta e' salvo. C'e' da spiegarsi, a rigor di logica, di come sarebbe possibile coniugare la decrescita dei consumi, mantra continuamente ripetuto da tali difensori dell'ambiente, con il fatto che agli attuali tassi di natalità' ogni dieci anni si aggiungono sulla superficie del pianeta un miliardo di consumatori in più'. Misteri della fede

sabato 25 gennaio 2020

La città dei porci

Ci sono immagini simbolo di tutta un' epoca e di una intera società : l'immagine simbolo della società' della sovrappopolazione sono i Pigs hotels che stanno nascendo in Cina come funghi dopo la pioggia. Siamo all'orrore e alla farsa coniugati in questo simbolo della produzione di massa nella società del consumo globalizzato. Su amene colline e con affaccio su verdi valli solcate da grigi fiumi pieni di tossici ed esalazioni velenifere sorgono rapidamente edifici e grattacieli che vanno dai sette ai quattordici piani, giganteschi, casermoni immensi di puro cemento e ferraglia, un pugno nell'occhio e allo stesso tempo tecnologia della morte senza precedenti (anche i campi di sterminio nazisti fanno qui misera figura con le loro casupole di legno e la somministrazione artigianale della morte). Annessi ai detti megaedifici sono infatti mattatoi meccanizzati perennemente illuminati al neon che lavorano di giorno e di notte in modo continuativo assicurando l'abbattimento e la macellazione di esseri viventi, mammiferi come noi, e la produzione di carne per migliaia di tonnellate al giorno. Gli animali, ammassati si dice nel numero di mille a piano, vengono nutriti di mangimi artificiali senza la minima possibilità di movimento o di vedere per anche solo un attimo della loro breve esistenza, un frammento di cielo, o un campo d'erba. Solo pareti di cemento, luci al neon, barre d'acciaio, sterco e liquami, questo e' il mondo che Homo sapiens sapiens riserva -per brama di denaro e per assicurare la produzione di massa ai suoi consumatori- ai milioni di maiali cui sono riservati i pigs hotels.
I cosiddetti “Pigs hotel”, hotel dei maiali, sono situati sul Monte Yaji, nella Cina meridionale, ma stanno rapidamente diffondendosi in tutta la Cina. Nella provincia del Fujian, la Shenzhen Jinxinnong Technology Co Ltd, prevede ulteriori investimenti (si parla di 40 milioni di dollari) per la realizzazione di due allevamenti a cinque piani a Nanping. Altre due aziende stanno costruendo megafattorie con grattacieli di numerosi piani per l'allevamento di maiali a Fujian. La produzione non e' solo riservata ai cinesi che hanno la carne di maiale come principale alimento. La produzione e' riservata anche in modo crescente all'esportazione (e' proprio di questi giorni il sequestro di dieci tonnellate di carne di suino avariata in una città del nord Italia, ritrovata nascosta in un doppio fondo di un autotreno). La società agricola privata Guangxi Yangxiang Co Ltd, gestisce sei allevamenti dai sette ai 13 piani. Sono gli edifici più alti del mondo di questo genere. Finora, la società ha speso circa 500 milioni di yuan, 58 milioni di sterline in totale,escludendo il costo dei suini. Anche in Europa sono stati costruiti allevamenti di maiali di massa, ma per ora gli edifici sono limitati a due o tre piani al massimo. In questo tipo di allevamenti il pericolo e' costituito dalle epidemie che possono comportare la perdita massiva dei capi di bestiame in pochi giorni. La convivenza forzosa e innaturale di tanti animali favorisce le epidemie, così' come sta accadendo con gli umani con l'ultima epidemia cinese favorita dalla convivenza di grandi masse umane negli spazi ristretti delle megalopoli cinesi (e la stretta convivenza tra animali, la cui carne spesso viene divorata cruda, con tali masse umane favorisce il passaggio di sempre nuove varianti dei virus all'uomo).
Come afferma Xu Jiajing, direttore dell’allevamento di Yangxiang, questo tipo di allevamenti e' molto conveniente dal punto di vista economico visto l' ottimizzazione dell'allevamento e della macellazione con l'economia in scala che consente il concentramento di tanti animali in spazi ristretti ma organizzati in modo industriale. La richiesta di carne e' del resto fortissima in quanto i centri rurali (dove prima l'allevamento era frazionato in tanti piccoli allevamenti sparsi nelle campagne) stanno sparendo e crescono le megalopoli dove milioni di persone vivono concentrate senza la possibilità' di avere i loro allevamenti o il cibo prodotto in loco. Alle megalopoli degli Homo corrispondono specularmente le città dei porci, destinati alla alimentazione di tanti umani che hanno perso ogni rapporto con la terra. Dice Xue Shiwei, vice chief operations officer di Pipestone Livestock Technology Consultancy, un’unità cinese di un’azienda di gestione agricola statunitense: “ La costruzione di grattacieli per maiali ancora più alti farebbe risparmiare sulla terra ma aumenterebbe la complessità della struttura,come tubature per acqua e liquami, e i costi per il cemento e l’acciaio sono molto più alti”, – ha affermato. Ma concentrare gli animali ottimizzando tempi e strutture potrebbe rendere economicamente vantaggioso anche edifici più' alti e organizzati con trasporti speciali riservati (autostrade e ferrovie apposite) come vere e proprie città. Tutto questo e' una vera parodia della società umana contemporanea, basata sulla sovrappopolazione e la concentrazione di masse di umani consumatori nelle megalopoli. Ma le vittime di queste mostruosità della produzione di massa non sono solo i poveri maiali. Anche le speculari megalopoli umane sono ormai metafora di una perdita fatale del senso della vita che riguarda in primo luogo l'uomo stesso. Ridotto anche lui ad un allevamento intensivo in cui ciò' che mangia è poco diverso dal mangime fetido dei maiali cinesi, e il cui mondo e' circondato da ogni parte dal cemento e in cui il cielo e' velato da fumi e nebbie di particolato, in cui l'aria e' irrespirabile e in cui le valli divengono discariche e i fiumi fogne tossiche. Il carnefice diviene così' sempre più simile alle sue vittime. Il pianeta terra, che Homo crede di dominare e possedere, diviene sempre più' un mondo di città di porci.

martedì 31 dicembre 2019

Considerazioni sul fallimento della Cop25

Cosa ci dice il fallimento della conferenza internazionale Cop25 sul clima? La grande mistificazione del cosiddetto protocollo di Kyoto e dell'accordo di Parigi, con la conferenza di Madrid sembra essere arrivata al capolinea. La maschera delle buone intenzioni green e' miseramente caduta mostrando il re nudo: i paesi ricchi e poveri hanno fatto, fanno e faranno quello che a loro conviene economicamente e politicamente e del riscaldamento globale se ne fregano e se ne fregheranno ampiamente, alla salute del pianeta, questo in sintesi il risultato della ennesima Cop. Alla conferenza – durata inutilmente una decina di giorni, a Madrid – hanno partecipato i rappresentanti di più di 190 paesi del mondo, che tra le altre cose si erano dati l’obiettivo di trovare una soluzione su uno dei punti più importanti e discussi dell’Accordo di Parigi sul clima: il meccanismo previsto dall’articolo 6, che dovrebbe permettere ai paesi che inquinano meno di “cedere” la loro quota rimanente di gas serra a paesi che inquinano di più, per permettere loro una transizione più facile senza compromettere il raggiungimento degli obiettivi generali. Oltre a non avere concordato nulla sull’articolo 6, la COP25 non ha prodotto niente di vincolante sull’obbligo per i singoli paesi di presentare piani per ridurre ulteriormente le proprie emissioni di gas serra, necessari per raggiungere gli obiettivi fissati dall’Accordo di Parigi nel 2015. I motivi del fallimento sono sia contingenti che dovuti a cause di fondo. Quelli contingenti sono essenzialmente due: la contrarieta' di alcuni paesi come Usa, Australia, Brasile, i quali si sono opposti apertamente in quanto reputano le misure proposte troppo costose per le loro economie, e il disinteresse di molti altri paesi che non trovano conveniente intraprendere sacrifici in mancanza di certezze su risultati concreti. Infatti Cina, India e paesi asiatici hanno da sempre predicato bene (si dicono favorevoli agli obiettivi) ma di fatto razzolato male essendo tra i principali emettitori di carbonio al mondo per l'uso massiccio e continuamente in crescita di carbone. La Cina, ad esempio, pur essendo tra i maggiori produttori di tecnologie rinnovabili per la produzione di energia (eolico e solare), ritiene piu conveniente il ricorso al carbone, e sta costruendo ulteriori decine di centrali. In conclusione le emissioni di carbonio sono tornate a crescere (+ 1,6 %)nonostante tutte le dichiarate buone intenzioni, come certificato dall'IPCC (gli scienziati che per conto dell'Onu studiano i cambiamenti climatici e i livelli di carbonio). Le cause di fondo del fallimento sono invece da ricondurre, secondo me, a tre questioni che le Cop da Kyoto a Parigi per arrivare a Madrid non hanno mai affrontato, anzi hanno colpevolmente silenziato. Le riassumo brevemente:
1) La questione demografica
2) L'insufficienza delle rinnovabili a sostituire gli idrocarburi
3) Il tipo di crescita strutturale delle megalopoli
(i tre aspetti, come diro' in seguito, sono collegati tra loro).
E' chiaro che se non si affrontano questi problemi di fondo, nessuna riconversione energetica carbon free avrà' la possibilità' di avere successo e le varie conferenze sul clima saranno una inutile successione di fallimenti. Infatti come dimostrano i dati le emissioni continuano ad aumentare. Vi sono poi aspetti , ad esempio dell'accordo di Parigi, che hanno soltanto valenza ideologica e nessun impatto reale. Mi riferisco al famigerato articolo 6 dell'accordo di Parigi che non e' mai decollato ed e' un esempio di pura demagogia: prevede trasferimenti di denaro ai paesi poveri in cambio di maggiori emissioni dei paesi ricchi. Si tratta di semplici trasferimenti di denaro che danneggiano i paesi sviluppati togliendo risorse alla ricerca e alla tecnologia e non avvantaggiano lo sviluppo dei paesi arretrati essendo risorse non vincolate a progetti specifici.Questi trasferimenti di risorse inoltre non inducono a cambiamenti in grado di influire sulle emissioni: consentono ai paesi sviluppati di emettere carbonio più' di prima e ai paesi arretrati di non fare nulla sul fronte del controllo demografico. I trasferimenti di risorse dai paesi ricchi ai paesi svantaggiati possono essere utili, ma per contribuire realmente alla lotta al cambiamento climatico debbono essere legati alla lotta agli alti tassi di natalità' da parte dei governi e delle classi dirigenti locali. Gli stessi paesi in via di sviluppo considerano questo mercato del carbonio insufficiente in quanto hanno bisogno per le loro popolazioni in forte crescita di industrie ed energia e i costi di quella da rinnovabili sono per loro insostenibili.
Veniamo alle singole questioni di fondo.
LA QUESTIONE DEMOGRAFICA
Come fa notare il rapporto WEO (World Energy Outlook) del 2018 ogni anno, in seguito alla crescita demografica mondiale, si aggiungono 90 milioni di potenziali consumatori agli oltre 7 miliardi e mezzo di emettitori di gas serra. Inoltre, poiché' tra i principali obiettivi delle Cop vi sono (articolo 2 dell'accordo di Parigi)"gli sforzi tesi a sradicare la povertà' su una base di equita' e nel contesto dello sviluppo sostenibile", fino a prova contraria sradicare la povertà significa aumentare i consumi e con essi l’uso di energia. A meno che gli esperti dell'Onu abbiano qualche bacchetta magica come la fata Turchina che consenta di aumentare il benessere senza aumentare i consumi. Si legge, nel medesimo rapporto WEO un paragrafo dal titolo: “Il fabbisogno energetico mondiale continua a crescere, ma milioni di persone non hanno ancora accesso all’energia” (secondo alcune statistiche più' della meta' della popolazione africana -ad esempio- non ha accesso, o ha solo un accesso parziale, all'energia elettrica). In tale paragrafo si precisa che nel 2016 a 1,2 miliardi di persone non arrivava l’elettricità e che tale numero si auspica possa scendere a 500 milioni nel 2040 grazie a massicci interventi di aumento della produzione di energia. Si stima, nel rapporto, che le popolazioni africane in seguito allo sviluppo dell'agricoltura e dell'industria aumenteranno di molto le richieste e che solo per combattere il caldo necessiteranno di milioni di condizionatori. La crescita attesa della popolazione nelle regioni più calde dell’Africa implica che, "entro il 2040, quasi mezzo miliardo di persone in più potrebbe aver bisogno di sistemi di condizionamento dell’aria o di altri servizi per il raffreddamento degli ambienti.” Ma non solo l'Africa: " Al 2040 la domanda di elettricità per l’utilizzo di condizionatori in Cina superera' l’attuale consumo elettrico del Giappone”. In seguito alla continua inarrestabile crescita della popolazione (basti pensare anche all'India) ci sarà' bisogno di molta energia a basso prezzo. La diffusione mondiale dell'agricoltura intensiva necessitera' di forti approvvigionamenti di energia e l'uso estensivo della chimica.Le industrie nascenti in molti paesi africani o asiatici avranno bisogno di materiali, tecnologie ed energia facilmente disponibile e a prezzi bassi. Purtroppo l'energia più' economica, nonostante tutte le precedenti stime ottimistiche, continueranno ad essere i combustibili fossili: “Con gli Stati Uniti che rappresentano l’80% dell’aumento della produzione petrolifera mondiale da qui al 2025 e che mantengono una pressione al ribasso sui prezzi nel breve termine, il mondo non è ancora pronto per dire addio all’era del petrolio.” (rapporto WEO 2018). Gli USA con l’invenzione del fracking hanno trovato il modo di succhiare al pianeta anche le più recondite riserve di petrolio e di gas, in modo da protrarre il più a lungo possibile l’agonia della biosfera. Ma finche' ci saranno paesi in sviluppo con tassi di natalità' elevati ci sarà' sempre bisogno di energia a basso costo (le rinnovabili hanno tuttora una produzione di energia a costi insostenibili per i paesi emergenti con alta crescita demografica). L’Outlook del 2017 ci informa inoltre che “il parco automobili mondiale raddoppia da qui al 2040, raggiungendo i 2 miliardi di veicoli”, e le popolazioni dei paesi in sviluppo chiedono sempre più' auto per la propria mobilita'. Faccio presente che l'auto elettrica non e' una risposta al problema visto che, secondo statistiche ufficiali, l'80% dell'energia elettrica viene tuttora prodotta da centrali a carbone. Conclude il rapporto WEO: “i redditi crescenti e l’incremento della popolazione mondiale di 1,7 miliardi di persone, le quali si insedieranno principalmente nelle aree urbane delle economie in via di sviluppo, determinano un aumento della domanda energetica mondiale di oltre un quarto da qui al 2040.” Un epitaffio sulla lapide delle speranze degli ecologisti della decrescita felice, che credono che basti bloccare lo sviluppo industriale e la produzione in occidente per arrestare l'aumento della polluzione di carbonio e il global warming.
L'INSUFFICIENZA DELLE RINNOVABILI
Come dimostrano le scelte energetiche di Cina ed India basate su carbone, gas e petrolio -oltre al nucleare- le rinnovabili non riescono ancora a produrre energia nella quantità' necessaria e a costi convenienti. Il fatto che la Cina sia il massimo produttore mondiale di pannelli solari ed eolico, non ha indotto il gigante asiatico ad adottare su larga scala le rinnovabili (in gran parte destinate all'esportazione). Affidabilità', quantità' tuttora bassa della produzione energetica e costi elevati sono le cause delle scelte del governo cinese. Riguardo alla svolta green della Germania il rapporto del WEO e' molto chiaro: “L’eolico e il solare tedesco costano il triplo del nucleare francese e dureranno la metà del tempo". Anche qui l'impostazione ideologica pro-rinnovabili dei principali movimenti verdi non fa vedere la realtà'. La produzione di energia da fonti rinnovabili non e' sufficiente e a costi compatibili ad assicurare lo sviluppo e la sussistenza delle nuove economie dei paesi che stanno uscendo dall'arretratezza e dalla poverta', in presenza di una popolazione in continua crescita e con richieste di consumi e benessere crescenti. La transizione energetica da fonti fossili a fonti rinnovabili non potrà' che essere lenta e supportata da una vigorosa politica (e qui stiamo tutti a vedere quello che faranno i sapientoni dell'Onu...) di controllo delle nascite e di rientro demografico, senza il quale nessuna svolta carbon free sarà' possibile. Cruciale sarà', a mio modo di vedere, un supporto transitorio del nucleare sicuro, fino alla disponibilità' delle centrali a fusione, di cui pero' allo stato non e' possibile prevedere i tempi di realizzazione e la fattibilità'. Che le rinnovabili non servano attualmente a rimpiazzare l'energia necessaria ce lo indicano i prezzi del petrolio ancora sostenuti (110 dollari a barile) e stabili ed anzi in lenta crescita. La produzione infatti ha raggiunto da qualche anno un plateau nonostante il fracking, e i prezzi ne risentono. Le compagnie sono alla continua frenetica ricerca di nuovi giacimenti. La richiesta mondiale e' in continua e forte crescita e alcuni politologi parlano di future guerre per le risorse. L'attivismo militare della Turchia di questi giorni volto ad avere il controllo delle piattaforme del mediterraneo orientale e dei giacimenti libici, oppure i movimenti delle flotte iraniana, americana e russa nel golfo persico per assicurarsi il controllo delle rotte del petrolio sono un esempio e un preoccupante preludio di quello che ci aspetta. Il ruolo delle rinnovabili, e' evidente, non sembra incidere significativamente sulla richiesta e sui consumi sempre crescenti di petrolio e gas.
LE MEGALOPOLI
La crescita della popolazione si e' strutturata ormai da alcuni decenni sulle megalopoli. La crescita di queste enormi concentrazioni umane e' strutturale, basata su motivi economici e di ottimizzazione tecnologica, ed e' divenuta funzionalmente autonoma. La megalopoli e' un organismo che alimenta se stesso,con la continua espansione delle infrastrutture, del tessuto industriale, dei centri commerciali, dei servizi, delle funzionalita' volte ad assicurare e implementare la convivenza in spazi controllati di milioni di persone. Insieme ad una vita accettabile, regolamentata secondo ritmi stabiliti e facilitata da strutture tecnologiche di servizio per grandi masse concentrate, la megalopoli organizzata su modelli ormai uniformi su scala planetaria produce, anche in presenza di aspetti caotici e sregolati come le periferie degradate e le bidonville, i suoi modelli volti ad ottimizzare la produzione e il consumo di massa globalizzato. La pubblicità', le mode e le realtà' virtuali sono tutti aspetti finalizzati ad un forte aumento di consumi , di cui la produzione e lo scarto costituiscono fattori accessori. Non e' un caso che la produzione può essere indifferentemente spostata in luoghi diversi del pianeta rispetto al luogo di fruizione. E neppure è un caso che l'aspetto più evidente delle megalopoli moderne è l'enorme massa di rifiuti la cui collocazione e rimane un problema di difficile soluzione in molte realtà' megapolitane. Queste tecnostrutture umane finiscono così con il crescere circondate dalle proprie deiezioni. La megalopoli, per offerte economiche, di lavoro, e disponibilità' di servizi funziona come un attrattore sulla crescita umana, ed e' alla base delle migrazioni interne ed internazionali. Così masse di individui si spostano verso le opportunità offerte dalla grande città e l'organismo megapolitano cresce in maniera inarrestabile consumando territorio, cementificando, emanando tossici, inquinando con polluzioni chimiche aria, acque e suoli. Con il concetto di megalopoli si allude non solo alle grandi città', ma anche a quei concentrati urbani che vedono di fatto l'unione di città' medie disposte a distanze brevi, come avviene in Italia o in Germania. La stessa campagna con molte costruzioni e ad alta densità'antropica puo' rientrare in questo tessuto megapolitano. Il mostro cresce con propaggini tentacolari annientando paesaggi, verde , distruggendo boschi, fonti, ruscelli, tutto ricoprendo con la patina grigia del cemento. La megalopoli diviene un attrattore anche per motivi culturali: la vita nelle grandi città' moderne e' un modo di vivere, anzi "il modo di vivere", l'unico concepibile per miliardi di persone, con una straordinaria potenza uniformante sui costumi, sulla cultura, sui consumi, sulla occupazione del tempo, sull'immaginario collettivo. E' il modello che assicura la massimizzazione di produzione e consumi, il mercato e la produzione di massa, la globalizzazione dell'economia, delle imprese e dei poteri finanziari. C'e' un legame strutturale tra imprese multinazionali, la finanza internazionale e il mercato globale con le megalopoli del pianeta. Non c'e' globalizzazione senza megalopoli. Questi organismi di cui le persone divengono strumenti, sono intrinsecamente conformati per crescere e somigliano ad enormi buchi neri che assorbono energia e la richiedono in modo continuo e crescente. La concentrazione delle strutture edilizie, commerciali, produttive, di mobilita', assorbe energia con voracità'e con la propria espansione espande la richiesta. Accenno soltanto in questa sede al tema di quanto la civiltà' delle megalopoli e la conseguente produzione di massa influiscano sull'aspetto politico contemporaneo della crisi delle democrazie liberali e l'estendersi del modello dello Stato autoritario. Pensiamo ad esempio a quanto la brutale repressione di Hong Kong e' passata senza che l'Occidente abbia accennato ad una reazione ma nel silenzio quasi assoluto, tanto e' il timore che le imprese europee ed americane con i loro milioni di occupati perdano l'accesso al mercato cinese. La dimensione stessa delle economie ne fanno, al tempo delle megalopoli, armi geopolitiche, attribuendo allo Stato un ruolo interventista su settori strategici della produzione e a favore di uno sfacciato protezionismo. Si richiedono quindi governi forti che impongono protezionismi e mantengano il controllo delle tecnologie e delle loro trasformazioni e guidino i processi che influenzano i mercati. Non solo la Cina, ma persino gli Stati Uniti, con la vittoria di Trump (o il Brasile di Bolsonaro o, per certi aspetti l'India) sono esempi di questa deriva autoritaria. Sperare in un depotenziamento delle megalopoli nello strutturare la crescita umana, tornando a modelli pre-industriali o peggio tipici di società' a bassi consumi come quella contadina-agreste e a basse richieste energetiche (per cui siano sufficienti le produzioni da rinnovabili), e' una pia illusione cui solo cappuccetto-rosso Greta o i verdi delle fate turchine possono indursi a credere. Il mondo non e' naif come pensano Latouche e gli ecologisti della decrescita, tutt'altro, e forse un viaggio in Cina -dove vive un quinto della popolazione mondiale- o nella Russia di Putin alla continua ricerca di nuovi giacimenti , o anche nelle bidonville africane in piena crescita demografica, potrebbe chiarire loro le idee sul tipo di mondo che si avvia al cambiamento climatico nonostante le riunioni infruttuose e inutili delle Cop. Quando vedo personaggi di cultura come scienziati o politici di un certo livello ipotizzare soluzioni che richiamano al passato preindustriale o presuppongono un mondo arcadico che funzioni con i pannelli solari, e allo stesso tempo tacere sul problema demografico come fosse un tabù' impronunciabile, perdo ogni speranza che si possa fare ancora qualcosa per la salvezza di questo pianeta.
Le conferenze sul clima, gestite dall'Onu, e da ambientalisti che non hanno affrontato il tema centrale alla base del collasso ambientale, quello della eccessiva crescita della popolazione umana sulla terra, e interessati solo alla affermazione ideologica di un antioccidentalismo di moda, non hanno portato così' a soluzioni concrete e sono miseramente fallite. Senza una lotta a fondo contro la eccessiva natalità' della specie Homo non ci sarà' alcuna possibilità' di fermare il riscaldamento climatico e le polluzioni di carbonio, ne' sarà' possibile ridurre l'inquinamento ambientale.

domenica 8 dicembre 2019

L'Europa: finanza e culle piene

Gli organismi internazionali Fmi, Commissione Ue, Ocse e i vari burocrati del potere finanziario europeo e internazionale esprimono i dubbi sul futuro del nostro paese. Questi dubbi, che condizionano negativamente i giudizi delle società' di rating e dei mercati , con le note conseguenze sullo spread, si basano su criteri elaborati dal Working Group on Ageing (Wga), di cui si avvale l'Unione Europea per formulare le raccomandazioni ai singoli paesi. Il Wga ha sul nostro paese una visione negativa di fondo: produttività', crescita e occupazione sono stimate al di sotto delle medie europee perche' subiamo tutti gli effetti negativi dell'invecchiamento e l'arresto delle curve di crescita demografica. Cio' fa capire in modo chiaro che cosa i burocrati europei auspicano per l'Italia e il continente europeo: una crescita continua basata principalmente sulla crescita demografica, cioè'l'aumento continuo dei consumatori e dei produttori che assicurino una crescita economica basata sulle curve in salita di produzione e vendite. Talmente gli organi di Bruxells vedono le soluzioni su sviluppo e mercato del lavoro legate alla demografia, che apertamente chiedono l'inversione delle politiche demografiche con incentivi alle nascite e proposte che portino all'aumento della densità' demografica su aree già' densamente popolate come quelle della nostra penisola o del continente europeo. Per chiarire meglio la loro visione pongono poi la solita domanda: con queste poche nascite in Italia la spesa pensionistica sarà' sostenibile in futuro?
Veniamo ai singoli punti del documento della Wga a margine del bilancio italiano. Sulla base delle previsioni dell'Istat, la Ue e gli organismi internazionali ci penalizzano nei giudizi per la riduzione della popolazione, che dagli attuali 60,5 milioni scenderà' nel 2045 a 59 milioni (sic) a causa del basso tasso di fecondità' (che pure aumenta da 1,34 a 1,53 figli per donna - soprattutto per i tassi di fecondità' dei figli degli immigrati). Ma, e qui si viene al succo della visione che gli euroburocrati hanno del futuro dell'Italia e del continente, dicono i documenti Wga, la causa principale del giudizio negativo e' la riduzione della immigrazione da 340 mila ingressi netti l'anno (2014) a 191 mila (2017) e anche molti meno negli anni successivi, fino alle poche decine di migliaia dell'anno scorso. Questa, dicono alla Ue, e' la vera disgrazia dell'Italia che si ritrova così' con una popolazione in decrescita (anche se lentissima) e in progressivo invecchiamento e manca la sostituzione della popolazione invecchiata da parte di nuove generazioni straniere. E si sa che i vecchi spendono meno, acquistano meno, viaggiano meno, insomma consumano meno di una popolazione più' giovane e con numerosi figli.I vecchi inoltre non lavorano e non fanno massa di lavoro, e quindi non contribuiscono a ridurre il costo della mano d'opera. Tutto questo, ricordo, viene pubblicato e affermato dai poteri finanziari e burocratici europei proprio mentre a Madrid si discute alla Cop 25 di come ridurre i consumi impattanti sulle emissioni di carbonio per fermare il riscaldamento climatico. Una contraddizione in termini, una assurda aporia che fa cadere la maschera verde dei cosiddetti ecologisti europei che sarebbe meglio rinominare ego-logisti. Ecco allora che le grandi menti green dell'Ue propongono adeguate politiche familiari e di conciliazione vita-lavoro allo scopo di favorire nei prossimi anni l'aumento della natalità' con riflessi positivi di cui potremo godere nel 2045-50 (se il pianeta ancora esisterà' o non sarà' invece ridotto, come Venere, ad una palla circondata da gas incandescente). Ma le proposte degli euroburocrati non si fermano qui: si potrebbe incentivare l'arrivo e la regolarizzazione di milioni di immigrati per riportare le curve demografiche e la produzione in crescita. Per la sola Italia si potrebbero, ad esempio, regolarizzare 500 mila immigrati che sono attualmente irregolari favorendo magari quelli che già' lavorano. Di colpo aumenteremmo il tasso di occupazione e la popolazione, diminuiremmo l'eta' media italiana e migliorerebbe il rapporto attivi-pensionati. Ma non basta, si auspicano bandi di apertura delle frontiere a migliaia di potenziali lavoratori stranieri ( quali lavoratori se in Italia già' non c'e' lavoro?) auspicando l'arrivo di specialisti: di fatto e' arcinoto a tutti che i barconi in arrivo abbondano di tecnici specializzati.
Quello che in conclusione si deve notare e' che manca in Europa una vera cultura ecologista, che guardi alla riduzione della pressione antropica sul territorio e sull'ambiente naturale come unica strada verso il contenimento del riscaldamento del clima e del disastro ambientale. Quello che e' una benedizione, la riduzione della crescita demografica, viene visto come un ostacolo allo sviluppo e al Pil, alla faccia della riduzione delle emissioni di carbonio e della salvezza planetaria. Proliferano invece gli ego-elogisti che puntano ai profitti della grande finanza e delle banche e alle vendite di massa delle imprese capaci di resistere ai mercati globalizzati. Magari dietro la retorica delle rinnovabili, delle Cop e delle Grete di turno.

domenica 27 ottobre 2019

Alle origini del pensiero ambientalista: Hans Jonas

Il nuovo pensiero ecologista ebbe le sue premesse in Europa nella prima metà del 900. Fu poi ripreso in America dai primi ambientalisti i quali avevano denunciato l'enorme crescita della popolazione umana e il pericolo che l'esplosione demografica dell'uomo costituiva per l'ambiente e le altre specie viventi. Poi era avvenuto un profondo rivolgimento dell'ambientalismo, caduto in mano ad ideologhi interessati più al discorso politico anti-occidentale che ad individuare le vere cause del collasso ambientale. Da anti-antropocentrico l'ambientalismo divenne cosi, prima in Europa e poi in America, centrato sull'uomo tornato ad essere ancora padrone assoluto del mondo attraverso soprattutto la metafisica dei diritti (di cui i cosiddetti ecologisti attuali ritengono depositari solo gli appartenenti alla specie Homo sapiens sapiens). Contro la degenerazione del pensiero verde attuale, ridotto a terzomondismo e anti-occidentalismo, ritengo necessario tornare alle origini, alle basi del pensiero ecologista messe in Europa dai grandi pensatori che avevano individuato per primi la deriva nichilista cui era destinato l'uomo abbandonato allo strapotere della tecnica. Questi intellettuali, non solo filosofi ma anche scienziati tra cui fisici e biologi (come il grande etologo Lorenz), crearono le premesse teoriche per un pensiero anti-antropocentrico e in favore di una nuova responsabilità dell'uomo verso la natura e le altre specie. A queste premesse seguirono nel Nord America le denunce sull'eccessiva crescita umana di P. Ehrlich, Lester Brown, R. Carson e tanti altri. Fondamentale per la comprensione del problema furono testi come "The population bomb" dello stesso Ehrlich o "I limiti dello sviluppo" di D.H. Meadows, D.L. Meadows ed altri, che mostravano l'insostenibilità del modello corrente di crescita della popolazione mondiale e della conseguente crescita economica. Solo tornando alle origini è possibile togliere tutte le falsificazioni e le deviazioni verso bassi scopi politici o ideologici che hanno corroso il pensiero ambientalista come un cancro, fino a rendere il movimento dei verdi uno dei più antropocentrici e menefreghisti verso le altre specie viventi e la natura del panorama ideologico contemporaneo.
I diritti umani, elevati a valore assoluto contro la natura e le altre specie, sono divenuti il nuovo idolo dei verdi, e l'uomo e i suoi interessi è tornato così ad essere al centro dell'azione politica dei cosiddetti ambientalisti mainstream. Quello che stanno facendo i verdi sul suolo europeo è quanto di più esplicitamente anti-natura che si possa vedere. In nome di una priorità assoluta verso i diritti dell'uomo, vengono ogni giorno appoggiate dai verdi politiche pro-nataliste o a favore di una immigrazione incontrollata, contribuendo quindi a quanto è connesso a tali impostazioni politiche che incrementano l'antropizzazione del territorio: cementificazione, espansione delle megalopoli, espansione della produzione e scambio di merci, consumo di suolo per infrastrutture, edifici, centri commerciali, produzioni, trasporti, espansione dei consumi compresi quelli energetici (mobilità, riscaldamento, refrigerazioni ecc.). Le ultime aree verdi del territorio europeo vengono così rapidamente consumate, giorno dopo giorno, oppure intossicate con residui chimici, derivati tossici, pesticidi, inquinanti dell'aria, del suolo e delle acque. Per assicurare la produzione di cibo necessaria a tanta popolazione vengono usate ogni giorno migliaia di tonnellate di fertilizzanti, pesticidi, prodotti chimici di sintesi altamente inquinanti. A maggior beffa, le tanto sbandierate rinnovabili stanno contribuendo ad osceni stravolgimenti dei territori naturali, con sconfinate distese di pannelli solari che ricoprono superfici altrimenti utili per l'agricoltura o il verde naturale, con imponenti e fitte torri eoliche fonti di inquinamento acustico e alterazione ambientale con distruzione di specie avicole e disturbo per piante e d animali.Senza contare l'irreparabile perdita di paesaggio naturale che simili strutture comportano, con produzioni di energia che per quantità ed alti costi sono in proporzioni non paragonabili al danno che comportano. Così dietro nomi altisonanti come economia sostenibile ed energie rinnovabili si nascondono deturpazioni spesso irreversibili del paesaggio e del territorio naturale in vaste aree del continente europeo. Per non parlare delle discariche, dell'inquinamento da rifiuti plastici, e tutti i vari prodotti delle attività umane di una popolazione europea in continua inarrestabile crescita. Le modifiche dei consumi, delle produzioni, e una diversa utilizzazione dell'energia è certamente necessaria, ma se non è combinata ad una riduzione sostanziale della crescita demografica di Homo si riduce tutto a slogan poco incisivi sulla salvezza del pianeta.
Per questi motivi bisogna tornare all' origine.
Tra i primi filosofi a denunciare il problema ambientale e l'azione devastante dell'uomo, spicca la figura ed il pensiero di Hans Jonas. Il pensatore tedesco (essendo ebreo fu costretto dal nazismo ad emigrare negli Stati Uniti) fu tra i primi a denunciare l'uso distorto della tecnologia, la quale ampliava in maniera quasi illimitata il potere dell'uomo, senza che a questo aumento di potere seguisse una altrettanto radicale modifica della visione antropocentrica e dell'egoismo di specie. Egli pose per primo il problema che l'enorme crescita della nostra specie avvenuta negli ultimi decenni, sull'onda delle scoperte scientifiche e sull'industrializzazione di fine ottocento e primi del novecento, imponeva a tutti gli uomini un nuovo paradigma etico, da lui chiamato: principio responsabilità. Per definirlo poneva a modello l'archetipo di ogni responsabilità nella specie umana: quella dei genitori verso il figlio appena nato. L'esortazione morale ai genitori proviene dal respiro steso del neonato, dice Jonas, che richiama alla vita e all'ambiente adatto a sostenerla. L'atto di porre al mondo un figlio, nell'epoca della tecnica, non è un fatto da prendere con leggerezza o pensando solo al bene individuale e di famiglia. E' un atto che riguarda anche il mondo intorno a noi, le altre specie viventi, tutta la natura che ci circonda e ci sostiene nella vita, rendendola degna di essere vissuta. La responsabilità quindi si configura non come diritto del soggetto (siano esso i genitori o il neonato), ma come un dovere verso l'oggetto. La volontà potenzialmente infinita del soggetto è quanto di disastroso ha generato la nostra civiltà contemporanea dei diritti assoluti di Homo. Per oggetto si intende qui, in senso ontologico, tutto ciò che è esterno all'io cosciente e volente: la natura e la realtà che si manifesta davanti alla nostra coscienza individuale. Oggetto da difendere è la vita naturale del neonato, la possibilità per lui di svilupparsi in un ambiente che lo accoglie e lo sostenta secondo le sue proprie potenzialità, assicurandogli una esistenza in simbiosi con tutte le altre specie e l'ambiente che lo accoglie. Ambiente che chiede rispetto e non deve essere stravolto o considerato un magazzino o peggio uno spazio a disposizione delle volontà illimitate del nuovo soggetto consumatore. E' nostro compito avere cura dell'ambiente per conservarlo inalterato ai nostri discendenti, e conservare la natura è un bene non solo per essa ma anche per la nostra stessa esistenza. Una vera rivoluzione che pone al centro ambiente e natura e che vede al primo posto il contenimento demografico di Homo. Rispetta la natura, se vuoi vivere! E' il nuovo imperativo categorico che deve riguardare tutti noi, unico modo per restare umani.
Riporto il seguente brano del libro di Jonas, che espone brevemente il tema del successo biologico della nostra specie, ossia l'esplosione demografica di Homo.
"Il successo economico, a lungo considerato isolatamente, significava incremento per quantità e genere della produzione pro capite, diminuzione dell'impiego di lavoro umano e crescente aumento del benessere di molti, anzi persino aumento involontario del consumo globale del sistema e quindi enorme aumento del ricambio del corpo sociale complessivo con l'ambiente naturale. Già questo da solo implicava i rischi di esaurimento (supersfruttamento) delle risorse naturali limitate (si prescinde qui dai pericoli di corruzione interna). Ma tali rischi vengono potenziati ed accelerati dal successo biologico, in un primo tempo scarsamente visibile: l'aumento numerico di questo corpo collettivo soggetto del ricambio, ossia l'incremento demografico esponenziale, nella sfera d'influenza della civiltà tecnica ormai estesa all'intero pianeta; e non soltanto nel senso che questa crescita accelera, per così dire dall'esterno, il tasso dello sviluppo primario moltiplicandone gli effetti, , ma nel senso che essa gli sottrae anche la possibilità di arginare se stesso.
Una popolazione statica potrebbe dire ad un certo punto: "Basta!"; ma una popolazione in aumento è costretta a dire: "Ancora di più!".
Oggi comincia a diventare terribilmente chiaro che il successo biologico non soltanto mette in discussione quello economico, facendo ripiombare dalla breve festa della ricchezza nella quotidianità cronica della povertà, ma minaccia anche di provocare una catastrofe umana e naturale di proporzioni gigantesche. L'esplosione demografica, intesa come problema planetario del ricambio, ridimensiona l'aspirazione al benessere, costringendo l'umanità in via di impauperimento a fare, per sopravvivere, ciò che un tempo era libero oggetto di scelta in vista della felicità: saccheggiare cioè in modo sempre più indiscriminato il pianeta, finché quest'ultimo avrà l'ultima parola e si negherà alla insostenibile domanda . Quale mortalità di massa o quali omicidi di massa accompagneranno una simile situazione da "si salvi chi può!" sfida ogni immaginazione. Le leggi ecologiche dell'equilibrio, che nelle condizioni naturali impediscono la reciproca prevaricazione delle singole specie, rivendicheranno ora, venuti meno i meccanismi artificiali di controllo, i loro diritti tanto più temibili in quanto troppo a lungo sarà stata sfidata la loro tolleranza. Come in seguito un residuo di umanità potrà ricominciare da capo su una terra devastata , non riesce possibile neppure ipotizzare"
(Hans Jonas: "Il Principio Responsabilità, un'etica per la civiltà tecnologica". 1979- trad. italiana 1990, Einaudi Paperbacks Filosofia pag.180)

sabato 12 ottobre 2019

Lo scambio

Non trovo le parole per esprimere il senso di schifo, di repulsa e disgusto che la sola espressione "unione europea" mi suscitano in queste ore. Un forte senso di nausea mi genera la visione dei cosiddetti "incontri" al vertice europei, con la faccette di Macron, della Merkel e tutti gli altri squallidi personaggi, alcuni palesemente alcolizzati o altro , che popolano questi vertici.Accenno soltanto, per evitare ulteriore ribrezzo, agli ammennicoli che circondano la corte UE come il cosiddetto Tribunale di giustizia europeo composto da membri che, ben assisi sui loro scranni vellutati e odorosi di alte prebende, pontificano per evitare l'ergastolo ai mafiosi pluriassassini. Senza nessuna vergogna asseriscono con sicumera una nuova teoria democratica: la mafia si combatte con gli sconti di pena. Ma torniamo all'unione europea, alla sua ridicola commissione e all'altisonante inutile Parlamento Europeo. Specializzati nel controllo delle distanze del culo delle galline e del diametro medio delle vongole, si sono recentemente cimentati con la questione Curda. Il popolo curdo, con eroico coraggio e con pochi mezzi, ha combattuto al posto nostro l'Isis in territorio Siriano, dopo che il Presidente Obama aveva intrigato per abbattere il tiranno Assad senza avere alcuna idea su quello che bisognasse fare dopo. Tra i gruppi di guerriglieri armati e sostenuti dal presidente premio Nobel della pace c'erano numerosi combattenti facenti parte dell'Isis (come quelli di Al Nusra). Quando le truppe assassine di Al Bagdadi distavano appena quindici chilometri da Damasco e' dovuto intervenire Putin a riportare la situazione ad un minimo di vivibilità' per le popolazioni, dopo che la guerra del Nobel della pace (ben appoggiato dall'UE) aveva fatto settecentomila morti e distrutto quasi tutto il paese. Fu grazie ai curdi che si poterono riconquistare le città in mano ai tagliagole. Fecero il duro lavoro di combattere casa per casa per stanare i terroristi. Dopo la sconfitta dell'Isis e' arrivato il ringraziamento di Bruxelles: il popolo curdo e' stato consegnato al predone turco. Questo tiranno, che per molte forze politiche europee avrebbe dovuto entrare a far parte dell'UE, ha invaso il nord della Siria con l'intento di riaffermare il dominio turco e di assassinare i capi curdi e i componenti del loro esercito e migliaia di civili che hanno la colpa di aspirare ad una loro indipendenza. L'Unione Europea ha lasciato fare. Perché?
Perché sotto ricatto del Pirata turco: se tu, unione europea dei miei stivali, ti opponi alla mia guerra contro i tuoi ex alleati, io ti spedisco in Europa 3 milioni e seicentomila profughi siriani, nonostante tu mi abbia pagato sei miliardi di euro per tenermeli (segregati in campi di concentramento).Qui l'Unione ha finalmente mostrato una reazione. Ma non e' stata un ruggito da leone, ma quello che e' più' confacente alla non proprio eroica Unione: un belato da pecora. Ha detto che loro sono contrari e ha raccomandato moderazione al Pirata. Senza minacciare alcuna seria sanzione. Il capo della Nato ha mostrato un poco più' di attributi, essendo a capo di una organizzazione militare, ed ha detto: " Fate, ma fate piano". Il belato da pecora si e' così' trasformato in squittio di topo.
Al fondo di tutta la storia c'e', inqualificabile se consideriamo la cosa dal punto di vista etico, lo scambio profughi-miliardi di euro. La politica e l'essenza della cosiddetta Unione Europea si sostanzia in questo scambio infame. Uno scambio che secondo i burocrati europei non aveva alternative, se non quella improponibile di mettere le mani (e i propri soldati) sul campo. Quella di riaffermare una presenza in grado di portare i valori dell'occidente anche al prezzo di sacrifici. Ma ormai i popoli e i governanti europei sono incapaci di ogni sacrificio: non sono disposti a sporcarsi le mani anche a costo di cedere la sovranità' sulla propria terra. Su questa base nessuna Unione Europea e' possibile. Al massimo si puo' fare una unione di banche. I burocrati di Bruxelles neanche sono stati in grado di emanare sanzioni economiche e blocchi commerciali, timorosi delle ritorsioni del tiranno turco. Meglio uno scambio infame. Sei miliardi e il via libera al massacro del popolo curdo pur di continuare a tenere il culo nell'ovatta, questa e' la più' alta espressione della "politica di potenza" dell'Unione Europea. Una vergogna che rimarrà' scritta a perenne ricordo di un fallimento irrecuperabile di quello che nel dopoguerra era stato il sogno degli Stati Uniti d'Europa.

martedì 1 ottobre 2019

Gli inutili 100 miliardi della Germania

Quando ho letto i titoli dei giornali in cui si riferisce dei 100 miliardi investiti dal governo della Merkel per salvare il pianeta ho quasi esultato: "vuoi vedere che finalmente la Germania finanzia il controllo demografico investendo nel terzo mondo con strutture dedicate all'igiene familiare, alla salute riproduttiva e alla programmazione dei figli, con iniziative che prevedono la distribuzione generale e gratuita alla popolazione di contraccettivi? Merkel da aiuti concreti ai paesi poveri (imprese, coltivazioni, scuole agrarie, istruzione, acquedotti, case, strade, ospedali ecc.)per indirizzare risorse allo sviluppo di una economia autosufficiente invece che sprecarle per nutrire e mantenere un numero eccessivo di figli ? Era ora. Lo sviluppo è pre-condizione per la riduzione dei tassi di natalità, come dimostra la storia in occidente o, più recentemente negli ex paesi poveri dell'Asia. Finalmente -ho sperato- la Germania è passata a finanziare il figlio unico, invece che incentivare le famiglie numerose come si e' fatto finora. Solo una riduzione della popolazione residente può determinare la conservazione dell'ambiente naturale che riduca il cemento e l'emissione di anidride e particolati. Anche l' Europa, oltre l'Africa e l'Asia, necessita dell'abbassamento della densità' demografica, tuttora altissima (l'europa è una delle zone del pianeta più densamente popolate). La riduzione della natalità e , nei prossimi anni, dei flussi migratori potrebbe contribuire alla salvaguardia ambientale sia in occidente che nei luoghi di partenza, più di tutte le altre misure messe insieme.
Una minore popolazione significa minori consumi, minori richieste di risorse, minore cementificazione, minore mobilita', meno deforestazione, minor uso di riscaldamento o refrigerazione, minor utilizzo di idrocarburi a scopo energetico. Con una dinamica demografica di rientro vi sarebbe una minor richiesta di alimenti che, come la carne, necessitano di grandi quantità di carbonio e di territori da deforestare. Allo stesso tempo minori risorse sarebbero dedicate alla sussistenza, la nutrizione, la cura e la formazione di bambini, dei giovani, e degli adulti in età di lavoro, cioè la fascia di popolazione che genera un aumento maggiore dei consumi e della produzione. Soprattutto i paesi poveri potrebbero giovarsi di maggiori risorse per sviluppare istruzione, ricerca, e una tipologia di produzione compatibile con l'ambiente. Un minor numero di figli lascia alle donne più tempo da dedicare alla propria istruzione e al lavoro. In prospettiva vi sarebbero più risorse dal risparmio in assistenzialismo e welfare. Nessuna riduzione delle emissioni di carbonio è possibile senza una riduzione della crescita demografica. Forse, ho pensato, la Germania investe sul controllo della natalità' come i grandi ecologisti degli anni settanta e ottanta avevano auspicato (ad esempio Paul Ehrlich, Lester Brown, James Lovelock).
Ma presto, leggendo le misure finanziate, la speranza si e' trasformata in amara disillusione.
Si rischia di gettare al vento i cento miliardi. Anche perché' sembra che il grosso delle misure vada in maggiori tasse sui consumi, in divieti e imposizioni (si sa che i burocrati credono in modo religioso nelle virtù taumaturgiche delle tasse e dei regolamenti fatti a tavolino). E' prevista, con molto ottimismo, la chiusura delle centrali a carbone entro il 2038 , ma la germania e' tuttora uno dei maggiori paesi al mondo che utilizzano carbone per le proprie necessita' energetiche. Si finanziano le auto elettriche, ed un piano di sviluppo del trasporto ferroviario. Si danno aiuti ai pendolari per spostamenti "ecologici" e altre misure borotalco. Ma se non si interviene sulle dinamiche demografiche mondiali, vietare i diesel di un paese solo e piantare qualche migliaio di costosissime -ed ecologicamente devastanti- pale eoliche serve a poco. Anzi a niente.La quantità di pannelli solari e torri eoliche necessarie a sostituire gran parte dell'energia da gas e petrolio e tutta quella da carbone, porterebbe ad una devastazione paesaggistica, naturale e territoriale senza precedenti, con gravi danni alla flora e alla fauna. Molto suolo oggi destinato all'agricoltura e all'allevamento verrebbe convertito a pannelli solari e a torri eoliche con danni ambientali irreparabili. Dei cento miliardi nessuna risorsa va alla ricerca per le innovazioni tecnologiche realmente in grado di ridurre la CO2. Ricerche come quelle sul trattamento ed inattivazione delle scorie nucleari, come proposto da Rubbia, o sull'estrazione del carbonio dal metano e altri gas, utilizzando la parte pulita (idrogeno) rimangono senza finanziamenti. Fermare le centrali a carbone in Germania e' sano e bello (e tutto da dimostrare), ma che senso ha se complessivamente nel pianeta le emissioni da carbone sono in aumento vertiginoso e la sola Cina costruisce, con un piano già in fase di attuazione, ben 115 nuove centrali a carbone? Le giustificazioni dei cinesi sono chiare: troppa popolazione da sostenere per potersi permettere solo le energie rinnovabili. l'India, un altro dei maggiori produttori e consumatori di carbone, si giustifica -ottenendo credito all'Onu e nelle altre istituzioni di controllo-con la sua struttura industriale arretrata e con il fatto che deve fronteggiare una crescita demografica tra le più' alte al mondo, nonostante tutti i tentativi falliti del passato per tenerla sotto controllo. Nei prossimi anni le prospettive non migliorano: aumenteranno le richieste di energia da carbonio (quella tuttora più conveniente per i bassi costi) dell'Africa, che raddoppia la popolazione ogni 30 anni.
Deforestazione e carbone saranno le parole d'ordine di un'Africa con ha ancora una media di 5,5 figli a donna. Come si fa a sostenere questa enorme crescita della popolazione con l'utilizzo solo delle rinnovabili? Siamo fuori da ogni logica e bastano semplici calcoli matematici per togliere tutte le illusioni sull'energia "sostenibile". E allora le parole della Cancelliera: " il nostro stile di vita non e' sostenibile" sembrano più' uno slogan politico che una reale inversione di tendenza e una lotta seria al riscaldamento globale. Le città' tedesche potranno essere, con il piano da 100 miliardi, anche più' verdi ed elettriche, ma rischiano di essere pura testimonianza in un mondo che sta distruggendo l'Amazzonia e le foreste africane, e in cui gli ultimi animali selvaggi cercano invano rifugio nelle poche riserve rimaste, ormai assediate dalla crescita umana.
Persino i Verdi tedeschi hanno respinto il piano del governo Merkel. Ma per motivi opposti: si punta ancora poco sulle rinnovabili e si allungano i tempi. Chiedono di chiudere subito carbone e nucleare. Puri slogan senza una visione strategica: un rifiuto della tecnologia e uno sguardo idilliaco ad una Germania agreste che- in un mondo che corre verso gli 11 miliardi di abitanti- è solo una favola per ingenui o per chi è in malafede. I verdi tedeschi scelgono così un cupio dissolvi basato sull'ideologia del "povero è bello". Se poi è pure sovrappopolato e multiculturale, è ancora più bello.