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sabato 30 luglio 2016

La triste fine del laicismo illuminista

Quanto è durato il movimento illuminista? Circa tre secoli. al sorgere del XXI secolo il crollo delle torri gemelle ha suggellato ciò che era già finito nei campi di battaglia europei della prima e della seconda guerra mondiale. Il grande principio illuminista secondo cui la ragione è il solo criterio di legittimità di qualsiasi istituzione umana finisce con l'esaurirsi dei valori liberali e con il prevalere di nuovi oscurantismi. Il pensiero che era nato con gli empiristi inglesi, con Descartes, John Locke, Hume, Montesquieu, Rousseau e Voltaire e che vedeva nella scienza e nella ragione i mezzi per liberare l'umanità dalla superstizione e da ogni sudditanza, finisce sotto i nostri occhi sbalorditi dai cambiamenti rapidi che annunciano la fine di quel mondo di speranze e di progresso. La grande energia sociale e di pensiero che aveva accompagnato la rivoluzione Americana e Francese, la democrazia Inglese e poi le speranze del socialismo, non hanno eredi.Gli intellettuali balbettano di accoglienza e tolleranza ma parlano isolati in un disinteresse diffuso. Non sanno proporre nulla se non che tutto è uguale, e che una cultura vale l'altra. Per ritrovare qualche entusiasmo ai giovani non resta che il calcio e i centri commerciali: non credono più a nulla e sono occupati a cercare un lavoro per la sopravvivenza. Quello che ereditiamo è un mondo devastato dalla follia umana, un consumismo sfrenato fine a se stesso, una trasformazione dell'ambiente in cui la natura viene sistematicamente distrutta e il suolo cementificato, l'aria e le acque inquinate irreparabilmente, il clima stravolto, le specie diverse da Homo annientate giorno per giorno. In questo scenario che fine ha fatto la ragione? Secondo gli illuministi essa doveva guidare un processo di globalizzazione che avrebbe dovuto affermare i nuovi valori della libertà, dell'uguaglianza e della solidarietà tra gli uomini. In nome della ragione si era preteso da parte dei rivoluzionari l'abbandono della storia, della tradizione, del costume, dell'appartenenza e dell'esperienza dei singoli popoli. Si auspicava l'uomo nuovo libero dalle credenze del passato e aperto alle nuove scoperte e alla fratellanza universale. Gli esiti di questo pensiero sono stati invece tutt'altro. Una politica di predominio delle singole nazioni, comprese le conquiste coloniali, poi la guerra civile europea e infine uno scatenato consumismo privo di valori morali che ha condotto alla catastrofe ecologica. Nello stesso tempo l'uomo è divenuto, da creatura di dio, una creatura della scienza che lo ha illuso di poter accrescere la sua potenza sul mondo in modo illimitato. La scienza in grado ancora di dare spiegazioni sul mondo fisico, ha però smesso di dare risposte sul futuro dell'uomo. Il pensiero illuminista, come elaborato da Kant e da Hegel e poi da Marx nella versione tedesca, o dai pragmatisti americani nella versione anglosassone, ha rivelato una intrinseca debolezza: è il pensiero che ha accompagnato il declino europeo e poi la fine del sogno americano. Le democrazie basate sul laicismo si sono rivelate deboli, incapaci di motivare i giovani, di dare visioni e speranze di un mondo nuovo per cui lottare e affermarsi. Lo spirito illuminista, annientate le tradizioni e le superstizioni, non ha trovato altro sbocco che l'economicismo freddo dei burocrati europei o l'isolazionismo degli Stati Uniti, impaurito dalle proprie stesse responsabilità.
Nel frattempo il principio di ragione si è andato isterilendo verso uno scientismo che tende soltanto ad implementare la propria potenza, senza un fine condiviso che non sia quello di aumentare se stesso, di produrre sempre di più merci e tecnologia. Di questa aumentata produzione fa parte, per paradosso, l'uomo stesso la cui esplosione numerica è parte essenziale di questo processo di svalorizzazione e di mero aumento della produzione e dello smercio. L'esplosione demografica è il fondamento di questa trasformazione finale del mondo moderno avviato ad una combustione rapida, anche nel senso letterale di bruciare in pochi decenni le risorse ambientali ed energetiche residue.
Il laicismo ha subito, in seguito allo sviluppo dello scientismo e delle visioni logico-matematiche in cui si è andato trasformando, un lento processo di depotenziamento. Il dubbio metodico cartesiano, fondamentale per il progresso scientifico, si è rivelato un tarlo nichilistico per quanto riguarda la costruzione di una politica globale occidentale. Ai vecchi valori cristiani, è subentrato un laicismo privo di forza che una volta secolarizzata una parte della società - esaurita la spinta rivoluzionaria- ha dato origine ad una neutralità e una parificazione in cui ogni cultura etnica e ogni visione religiosa viene equiparata e resa equivalente ad ogni altra, senza scala di valori e senza giudizi di validità. La grande superiorità della visione laica della vita e del principio di ragione predicata dai rivoluzionari del 1789 finisce così in uno sterile burocratismo che registra le differenze solo per parificarle nella neutralità generale. Si è creato un pensiero debole, registrato anche a livello filosofico senza infingimenti con lo stesso termine, un pensiero che non genera entusiasmi, che rende apatici i giovani, che riduce tutto a consumo, che predica una metafisica dei diritti in quanto non ha altra metafisica da proporre se non quella di valorizzare al massimo il soggetto. Il soggetto nella forma di un individualismo egocentrico rimane l'unico valore nel deserto metafisico occidentale. Non esiste più tradizione, popolo, appartenenza, storia, nazione, cultura locale; ma esiste un solo unico soggetto universale (l'individuo metafisico) sradicato da ogni appartenenza ad un suolo specifico, cittadino planetario, depositario solo di diritti e privo di doveri. Se si eccettua forse l'unico dovere pro-posto-imposto che è quello di consumare. Al contempo si assiste, sull'onda dell'esplosione demografica presso culture che, nell'ottica illuminista di un tempo erano arretrate e oscurantiste, ad una rinascita vigorosa delle culture basate sulla religione, sull'uso utilitaristico e fittizio della ragione, sul rifiuto del liberalismo e della democrazia liberale in favore di regimi autoritari spesso fondati su familismi o tribalismi o su fazioni religiose. Il laicismo dei paesi occidentali, d'altra parte, è rimasto se pur depotenziato nelle istituzioni e nelle teste degli intellettuali, mentre sul territorio , anche per i cambiamenti apportati dall'epocale processo immigratorio, rinascono le fazioni, le appartenenze etniche, le culture conflittuali, le tradizioni che persa ogni appartenenza per lo sradicamento dai luoghi di origine, si estremizzano, danno luogo a violenze in nome di oscurantismi e -nella vecchia ottica illuminista- di superstizioni stupide.
Di fronte a queste nuove forze che desautorano la ragione e impongono visioni irrazionali e religiose o pseudo-religiose, il laicismo perde continuamente di presa sulle coscienze. Tutti i giovani immigrati o figli di immigrati si sentono profondamente estranei ad una cultura laica liberale. Senza alcun dubbio sono attratti dalle visioni totalizzanti offerte dalla religione, assai più forti delle visioni laiche proposte con debolezza dai governi occidentali. Anche a livello politico internazionale manca una risposta laica. L'Europa ormai subisce le guerre ai propri confini senza reagire, senza poter imporre nulla. Come magnificamente previsto da Huntington nel suo libro sullo "Scontro delle Civiltà" l'illusione sulla forza delle democrazie si sta esaurendo nella constatazione allibita della loro fragilità e incapacità di guidare i processi politici internazionali. Trecento anni dopo, l'era dell'Illuminismo si sta esaurendo nello spavento di coloro che ancora credono nell'occidente. Un Tir lanciato contro una folla di passanti sul lungomare di Nizza è l'emblema di un'epoca. Ma cantare la Marsigliese servirà veramente a poco. Anzi a niente.

domenica 17 luglio 2016

L'inutile polemica sugli OGM

(Pistola per inserire geni nelle cellule vegetali)
Roger Scruton nel suo libro intervista sul "Suicidio dell'Occidente" dice a proposito degli Ogm: "Io sono un Ogm, e per questo ne sono a favore, a patto che siano attentamente costruiti per generazioni, proprio come me". Nel 1962 il libro "Primavera silenziosa" di Rachel Carson denunciava che i pesticidi stavano avvelenando l'ambiente, i suoli e le acque e contaminando il cibo. Un rappresentante della grande industria americana dei pesticidi dichiarò che se avessimo dato retta alla Carson saremmo tornati al medioevo e "insetti, malattie e parassiti tornerebbero signori del pianeta". Negli anni sessanta e settanta non si poteva fare a meno di constatare la completa dipendenza dei coltivatori dai pesticidi chimici sia in America che nel resto del mondo. Gli scienziati dell' U.S. Department of Agricolture suggerivano di mettere in campo i nemici naturali degli insetti e dei parassiti: ad esempio il virus della poliedrosi, avrebbe potuto neutralizzare la larva del lepidottero Heliothis Armigera nota come verme del cotone americano. Ma queste strategie di lotta biologica, applicate anche ad altri insetti e parassiti per le piante e la frutta si rivelarono costose e impraticabili su vasta scala essendo le rese limitate. Nel frattempo la continua rapida crescita della popolazione mondiale, insieme alla continua riduzione dei suoli fertili messi a produzione agricola, determinavano una fortissima richiesta di fertilizzanti chimici e di antiparassitari e insetticidi. A questo punto la Monsanto sulla scia degli studi portati avanti negli anni 70 da Mary-Dell Chilton a Seattle Marc Van Montagu e Jeff Schell in Belgio, si mise a studiare come introdurre tratti di DNA nella sequenza genica della pianta che potesse renderla resistente sia agli insetti che ai parassiti. Fu dapprima utilizzato un batterio (Agrobacterium) che attraverso una sonda biologica inseriva materiale genetico nella pianta. Negli anni ottanta John Sanford della Cornell University mise a punto una pistola genica che letteralmente sparava il materiale genetico all'interno delle cellule. Per inserire il DNA prescelto, questo veniva fissato a una minuscola particella di oro o tungsteno,e in questa forma era pronto per entrare nelle cellule di mais, frumento o riso. Nel 1987 Sanford illustrò la sua pistola botanica sulle pagine di Nature. La Pioneer gigante americano produttore di sementi ibride di mais (l'ibridazione serve a renderle non utilizzabili dagli agricoltori per la semina dell'anno successivo, costringendoli così a tornare dal produttore di sementi)è stato uno dei primi a ricorrere alle biotecnologie del DNA. In fondo l'uomo ha sempre utilizzato la modificazione genetica. Molti progenitori selvatici delle attuali piante coltivate, ad esempio, erano difficili da coltivare e di bassa resa. Fu quindi necessario modificarle e i primi agricoltori capirono che le modificazioni dovevano essere prodotte internamente all'organismo (dovevano cioè essere genetiche, diremmo oggi). Ricorsero allora alla selezione artificiale, grazie alla quale gli agricoltori e allevatori facevano riprodurre solo gli esemplari che avevano i tratti desiderati. Oggi le manipolazioni GM accelerano questi procedimenti. Per il difficile problema delle erbe infestanti la Monsanto ha messo a punto una tecnologia innovativa: la Roundup Ready. Roundup è un erbicida ad ampio spettro che può uccidere praticamente qualsiasi pianta; tuttavia grazie alla ingegneria genetica, i tecnici della Monsanto hanno prodotto piante Roundup Ready nelle quali è stata incorporata la resistenza all'erbicida, e che quindi prosperano mentre le erbacce intorno sono distrutte. Naturalmente, il fatto che gli agricoltori che acquistano i semi GM della Monsanto comprino anche l'erbicida prodotto dalla stessa azienda non fa che favorire gli interessi commerciali di qest'ultima. I vari tipi di erbacce richiedevano in passato prodotti chimici diversi per ciascun tipo. L'uso di un unico prodotto si traduce in una effettiva riduzione della concentrazione di inquinanti chimici nell'ambiente; quanto allo stesso Roundup, esso viene rappidamente degradato nel suolo( o almeno così viene affermato dai produttori). I pesticidi sono tra le sostanze più inquinanti del pianeta. Il DDT fu bandito nel 1972 ma la tossicità ambientale è ancora presente con effetti devastanti. Gli organofosforici, sebbene degradino più rapidamente, sono ancora più tossici: il gas nervino utilizzato nell'attacco terrorista ala metropolitana di Tokyo nel 1995, noto come sarin, è un membro della famiglia dei pesticidi organofosforici. Anche il ricorso a sostanze pesticide naturali o derivate da esse come la piretrina (sintetizzata artificialmente dalla metà degli anni sessanta copiando prodotti naturali, ha dimostrato la pericolosità di queste sostanze che sono fortemente sospettate di essre all'origine del Parkinson o sindromi affini nei mammiferi. Un effetto collaterale dell'uso delle piretrine è che molti insetti hanno sviluppato resistenza nei loro confronti. L'agricoltura biologica utilizza già da tempo una tossina prodotta da un batterio - Bacillus thuringiensis (Bt)- che attacca l'intestino degli insetti uccidendoli. Gli ingegneri del DNA ricombinante hanno pensato che anziché disperdere enormi quantità del bacillo sulle piante coltivate, convenisse inserire il gene codificante la tossina Bt nel genoma di queste ultime. Gli agricoltori non avrebbero avuto così più bisogno di irrorare i campi, perché ogni boccone del vegetale manipolato sarebbe letale per l'insetto, e innocuo per noi perché la tossina è disattivata dall'ambiente acido gastrico. Oggi abbiamo un'ampia gamma di piante produttrici di Bt - mais Bt, patate Bt, cotone Bt e soia Bt- e il risultato complessivo è stata una drastica riduzione nell'uso dei pesticidi. Nel 1995, in media, i coltivatori di cotone nella regione del delta del Mississippi irroravano i campi 4,5 volte per stagione. Solo un anno dopo, non appena il cotone Bt si diffuse, quella media in tutte le piantagioni (comprese quelle in cui si coltivava cotone non Bt) scese a 2,5.Si stima che in Cina, nel 1999, l'impiego di cotone Bt abbia ridotto l'uso di pesticidi di milletrecento tonnellate. Le biotecnologie hanno reso più forti molte piante coltivate anche rispetto ai virus. Roger Beachy della Washington University provò a inserire nelle piante il gene che codifica l'involucro proteico di virus che le colpiscono per verificare se le piante divenissero immuni. Il trucco funzionò. In seguito gli scienziati della Monsanto per combattere una comune malattia virale che colpisce la patata,ricorsero a questa tecnica favorendo la produzione e abbassando i prezzi. La Mc Donald e altri giganti del fast food rifiutarono di utilizzarle temendo forme di boicottaggio, per cui oggiutilizzano patatine fritte con costi più elevati del mercato. Alcuni prodotti dell'agricoltura GM oltre alla resistenza alle malattie hanno maggiori costituenti nutritivi, come il riso giallo ricco di vitamina A che assicura una maggiore protezione alle popolazioni che se ne cibano, scongiurando malattie e invalidità (come la cecità da carenza di carotenoidi, che interessa circa 500.000 persone ogni anno nei paesi poveri). Gli ambientalisti si sono sempre rifiutati di accettare le manipolazioni genetiche delle piante usate in agricoltura. Le loro posizioni al riguardo non hanno nessuna logica razionale ma sono dettate unicamente da motivazioni irrazionali e pregiudizi ideologici. La necessità di sfamare sette miliardi e mezzo di persone impone -obtorto collo- l'uso di pesticidi o in alternativa di organismi GM in agricoltura. La lotta biologica alle malattie delle piante ha forti limiti di produzione e di costi e ovunque nel mondo si è dimostrata inefficace nell'assicurare produzioni sufficienti a soddisfare la richiesta di cibo a prezzi accessibili. I prodotti da agricoltura biologica sono prodotti di nicchia con costi proibitivi per la grande massa di consumatori. La sovrappopolazione impone oggi il ricorso agli OGM se vogliamo sfamare il mondo senza le carestie e i milioni di morti per fame del passato. Nonostante questo sia a tutti evidente, gli ambientalisti si rifiutano di lottare contro la sovrappopolazione, si disinteressano ampiamente delle politiche di controllo demografico da portare avanti specialmente nei paesi poveri con agricoltura arretrata. Nello stesso tempo combattono ferocemente gli OGM e pretendono di proibire il ricorso ai pesticidi. Se fossero seguite le politiche da loro proposte non si vede come si potrebbe assicurare alla popolazione mondiale in rapida crescita una quantità di cibo e prodotti agricoli adeguata. Anche i fenomeni migratori sono influenzati da queste politiche cieche e irrazionali, infatti alti tassi di natalità in paesi che non hanno produzioni sufficienti di derrate agricole determinano la necessità per milioni di persone di spostarsi verso terre più ricche e produttive. Gli ambientalisti mainstream si rifiutano di vedere quello che è davanti agli occhi di tutti: l'uso degli OGM non è una discussione teorica in cui discettare di politica, ma una necessità imposta ai governanti e alle popolazioni dalla abnorme esplosione demografica degli ultimi decenni che ha portato a raddoppiare la popolazione mondiale nello spazio temporale di una generazione. L'alternativa all'uso degli OGM se non vogliamo far morire di fame decine di milioni di persone, è un uso massiccio e devastante per la salute umana e delle specie animali di migliaia di tonnellate di pesticidi ogni anno in agricoltura. Tutto il resto sono chiacchiere "ambientaliste" del politicamente corretto che hanno poco a che vedere con la realtà che sta vivendo il pianeta. Ci aspettiamo almeno dai cosiddetti "verdi" (più ideologi dell'anticapitalismo romantico che realmente interessati all'ambiente) una conversione alle politiche di controllo della natalità, le uniche che nel giro di alcuni decenni potrebbero portare ad un minor uso di OGM e pesticidi in agricoltura.

mercoledì 29 giugno 2016

La popolazione mondiale non si stabilizza

(Mappa delle Megalopoli)
La favola che la popolazione del pianeta si sarebbe stabilizzata a fine secolo si è pubblicamente rivelata quello che era: una bufala. Anche l’organizzazione delle Nazioni Unite che aveva contribuito a diffonderla ne ha preso atto e ha pubblicato nuovi dati che prevedono una popolazione ben superiore (da nove a undici miliardi) per la fine del secolo, come riporta l’articolo delle Scienze che riproduco qui sotto. Purtroppo la previsione di 11 miliardi è anch’essa ottimista, nel senso che ormai è dimostrato che quando aree con alti tassi di natalità si stabilizzano subentrano subito altre aree del pianeta che aumentano i propri tassi. Considerando l’alta mobilità della popolazione, queste aree di alta natalità, per lo più con risorse insufficienti, divengono aree di emigrazione verso quelle con tassi stabili. L’effetto complessivo è una crescita costante dell’antropizzazione di tutto il pianeta con effetti devastanti sull’ambiente, le risorse ambientali e la sostenibilità. Quello che colpisce in questo quadro ormai riconosciuto dai maggiori esperti di demografia è l’assoluto silenzio della politica. Per i politici vige il politically correct per cui è assolutamente tabù parlare di tassi di natalità, di crescita di popolazione, di pressione antropica, di sostenibilità ambientale legata alla sovrappopolazione. Dai campioni del politically correct ci può al massimo essere un accenno alla eccessiva pressione dello sviluppo economico sull’ambiente, ma sul lato della popolazione vige la più completa cecità. L’equazione di Ehrlich che vede i consumi individuali medi moltiplicati per il numero complessivo degli abitanti è costantemente e volutamente dimenticata. Forse per timore di essere scambiati per razzisti o per non solidali (l’assoluto antropocentrismo che caratterizza la nostra epoca vieta ogni riferimento alla limitazione dei diritti umani, anche se riferita alla salvezza del pianeta) tutti tacciono nelle sedi istituzionali su questo tema. In primo luogo colpisce il silenzio tombale dei movimenti ambientalisti, la cui contraddizione è talmente evidente che questi movimenti cosiddetti verdi stanno ovunque declinando meritatamente nella insignificanza. Eppure non sono mancati, anche nel secolo scorso, i richiami di molti intellettuali che hanno ricordato come l’enorme potere che viene all’uomo dall’uso della scienza e della tecnica deve essere accompagnato da una nuova responsabilità verso la natura, le piante e gli animali (tra tutti ricordo H. Jonas: il principio Responsabilità). Una nuova coscienza e una nuova morale più attenta all’ambiente e ai diritti delle altre specie deve essere assunta dall’uomo contemporaneo, altrimenti ci attende la rovina e la distruzione del pianeta e di tutte le specie viventi compresa la nostra.
Riporto l’articolo pubblicato sulle Scienze nel 2014 riguardanti le nuove stime Onu sulla sovrappopolazione mondiale.
“Nel 2100 la popolazione mondiale potrebbe arrivare a 11 miliardi di persone, con gravi ripercussioni per lo sfruttamento delle risorse del pianeta, lo sviluppo socioeconomico e la sostenibiltà ambientale. Lo afferma un nuovo studio delle Nazioni Unite e dell'Università di Washington, che aumenta di ben 2 miliardi di persone gli abitanti della Terra di fine secolo rispetto alle previsioni precedenti. Per cercare di mitigare il problema, le politiche globali dovrebbero puntare a una diminuzione del tasso di natalità dei paesi in via di sviluppo, puntando sull'incremento del livello di scolarità delle donne e sull'educazione alla contraccezione. Undici miliardi di abitanti entro il 2100. È la previsione demografica elaborata in un nuovo studio dell'Università di Washington e delle Nazioni Unite pubblicato su “Science”. Si tratta di un valore medio: lo studio infatti stabilisce che c'è una probabilità dell'80 per cento che la popolazione sia compresa tra 9,6 e 12,3 miliardi. In ogni caso, la stima è di due miliardi di persone superiore rispetto alle previsioni precedenti, e quindi costringerà a rivedere molti altri parametri globali in termini di sviluppo socioeconomico e di sostenibilità ambientale delle attività umane. “I modelli che negli ultimi vent'anni anni hanno ottenuto il più largo consenso prevedevano che la popolazione mondiale, oggi circa 7 miliardi di persone, dovesse raggiungere un massimo a 9 miliardi, oltre il quale sarebbe poi diminuita”, spiega Adrian Raftery, professore di statistica e sociologia della Università di Washington e coautore dello studio. “Abbiamo scoperto che c'è una probabilità del 70 per cento che la popolazione mondiale non si si stabilizzi entro questo secolo: questo significa che il problema demografico deve ritornare sull'agenda delle organizzazioni mondiali”. L'analisi si basa sui dati demografici pubblicati dalle Nazioni Unite a luglio scorso. Le proiezioni indicano che la maggiore crescita sarà concentrata in Africa, dove la popolazione quadruplicherà, passando da circa un miliardo a circa 4 miliardi alla fine del secolo; più precisamente, la stima è data all'interno di un intervallo di valori: c'è una probabilità dell'80 per cento che nel 2100 la popolazione africana che sia compresa tra 3,5 e 5,1 miliardi di persone. L'elemento fondamentale di questa previsione è che nelle nazioni dell'Africa sub-sahariana il tasso di natalità non scenderà rapidamente come invece ipotizzato. In Africa, anche a causa dello scarso accesso ai metodi contraccettivi, le famiglie continuano a essere numerose, con una media di 4,6 figli per coppia. Allo stesso tempo la mortalità per malattie, come per esempio quella dovuta all'infezione da HIV, sta costantemente diminuendo, contribuendo alla crescita della popolazione. In Asia, dove oggi abitano circa 4,4 miliardi di persone, la crescita della popolazione dovrebbe toccare un picco nel 2050 per poi diminuire. Complessivamente la popolazione di Nord America, Europa e America Latina e Caraibi dovrebbe rimanere al di sotto di un miliardo di abitanti. Le proiezioni contenute nello studio destano allarme soprattutto perché sulle stime dei livelli demografici sono basati altri parametri globali, che riguardano l'accesso alle risorse naturali e il loro sfruttamento, lo sviluppo socioeconomico e non ultima la sostenibilità ambientale. Questi rapporti, tuttavia, servono anche per mettere in atto adeguate politiche che consentano di contenere l'esplosione demografica, essenzialmente mirate al contenimento della natalità nei paesi in via di sviluppo. Secondo, gli autori, sono due sono i fattori che consentono di diminuire il numero di figli per donna: un maggiore accesso ai contraccettivi e l'incremento del livello di scolarità delle donne. “
(Da Le Scienze n.346 ottobre 2014).

domenica 26 giugno 2016

L'illusione europeista

Il Brexit ha messo a nudo la profonda crisi di identità dell'Europa. Finiti i nazionalismi con le due grendi guerre mondiali del 900, ci si era illusi di poter fondare una unità politica del continente. Ma già nel dopoguerra ci si chiedeva su quali valori fondare l'auspicata unità delle nazioni pochi anni prima in guerra tra loro. Ciò che si è realizzato negli anni successivi è stato di creare un enorme apparato burocratico senza alcuna consistenza politica. Gli unici elementi unificanti sono stati una unione dei mercati (che è andata di pari passo con la globalizzazione), una moneta e una banca comune. La caduta delle frontiere, la inconsistenza politica, l'assoluta prevalenza degli interessi di mercato ha creato le condizioni per un afflusso migratorio senza precedenti, favorito dlla esplosione dei tassi di natalità in vaste aree del terzo mondo. La crisi economica, la sovrappopolazione del territorio, la cementificazione, la distruzione ambientale, la crecita delle megalopoli e delle periferie degradate è stata la conseguenza della confusione mentale e della mancanza di un disegno unitario nella creazione della cosidetta Unione Europea. Senza contare gli errori della aggregazione di nazioni tanto diverse e in situazioni economiche differenti che ha portato nel calderone europeo un numero spropositato di paesi di difficile o impossibile integrazione, rispetto ai sei paesi fondatori. La crisi greca e ora l'uscita della Gran Bretagna sono l'annuncio della prossima fine dell'UE come è stata concepita fino ad oggi. E' finito il tempo delle illusioni e dei regolamenti parcellari sulla lunghezza delle zucchine e sulla curvatura delle banane. Suona la campana a morto anche per l'enorme apparato burocratico fatto di carrozzoni, doppioni e di incarichi inutili profumatamente pagati. Si tratta di creare una visione politica sul futuro europeo, una visione che non puo non essere legata alla storia e alla natura della terra europea (una volta magnifica ed oggi ridotta a una distesa di cemento). Senza questa visione, non ci sara' più alcuna europa unita. Meglio allora tornare alle vecchie nazioni, alle frontiere difese e controllate, alle identità nazionali, a mercati più ristretti ma efficienti, agli interessi delle singole zone europee. Si e voluto creare un cittadino artificiale di una unione artificiale i cui unici valori erano nel mercato e nella finanza. Come sempre accade quando non si da valore alla cittadinanza, i cittadini si sono moltiplicati fino ad arrivare a settecento milioni con la prospettiva di crescere rapidamente per ancora più massiccie migrazioni. La perdita di identità e di benessere è senza ritorno. O ci si ferma ora, o la disintegrazione europea esploderà in pochi anni.

venerdì 27 maggio 2016

Che cosa significa pensare?

"Di molte specie è l'inquietudine, nulla tuttavia è più inquietante dell'uomo" (Sofocle: Antigone, primo coro)
Avere affidato la nostra civiltà alla scienza ci porta più vicino alla verità? Oppure, come constatiamo sotto i nostri occhi, la scienza e la tecnica ci stanno portando al collasso planetario? Ma è possibile oggi, all’uomo moderno, non affidarsi alla scienza? E’ possibile rifiutare il destino che affida il mondo alla tecnica che è ormai in conflitto aperto con la natura? Il conflitto che nell’epoca dell’antropocene è divenuto semplicemente conflitto tra uomo e natura, tra uomo e specie non umane. Sull'uomo incombe un senso generale di sradicamento che toglie al suo agire e al suo sentire ogni appartenenza. La Terra non è più la Terra, tutto ha il sapore della uniformità e della artificialità. Anche tra le persone più sensibili all’ecologia e alla corsa a salvare il pianeta sembra non essere sufficientemente presente la coscienza che solo un nuovo modo di pensare potrà salvarci. Molti tra di noi puntano ancora alla scienza senza un sufficiente criticismo. Non è la scienza che ci ha condotto a questo punto? Non è il modo di produzione tecnologico introdotto dalla scienza che ci ha condotto al disastro ecologico? Non sono stati i progressi nell'agricoltura e nella produzione industriale del cibo insieme ai vaccini e gli antibiotici, prodotti della tecnologia, che hanno portato all’esplosivo aumento della popolazione mondiale e alla conseguente minaccia di annientamento verso tutte le altre specie? E’ tuttavia vero che molti rimedi ai problemi attuali vengono dalla scienza. E’ la scienza che può realizzare nuove forme di produzione di energia meno inquinanti con più basse o addirittura senza emissioni di carbonio. E’ la scienza che ci potrà permettere di produrre cibo sufficiente, o di trovare soluzioni per alcuni problemi ambientali. E’ sempre la scienza che attraverso la pillola, i contraccettivi e tanti altri mezzi di contenimento delle nascite può assicurare un rientro demografico. Il problema non è dunque tanto nella scienza in se stessa, quanto nell’uso che se ne fa, ossia nel pensiero che ne determina i fini e ne regola l’uso. Si torna di nuovo al punto: è nel pensiero che si può trovare una soluzione. L’uomo di oggi pensa sempre di meno, se si esclude quel pensiero che è dedicato solo alla scienza intesa come pura potenza e alla trasformazione tecnologica del mondo. Questo pensiero che ha prevalso fino ad oggi è un pensiero che vede nel mondo solo una cosa o un’insieme di cose a nostra esclusiva disposizione. E’ un pensiero arrogante. E’ un pensiero di dominio in cui il dominatore è l’uomo. Tutto il resto è alla sua disposizione e di fatto pronto ad essere utilizzato, trasformato e distrutto. Questo è il pensiero antropocentrico, un pensiero che, come dice Heidegger in queste famose pagine in cui adombra un nuovo modo di pensare, conduce alla desertificazione e all’aridità. Solo abbandonando il punto di vista egoista di specie, l’uomo può avvicinarsi a quello che l’allievo Hans Jonas defini “Principio di Responsabilità” verso la salvaguardia della natura, del pianeta e delle sue molteplici specie. Riporto i passi di questo brano di sapore pre-ambientalista del filosofo, tra cui le pagine illuminanti sull’ ”albero in fiore” visto secondo il punto di vista della scienza in contrapposizione ad un pensiero più interrogante ed originario. Il brano è tratto da: “Cosa significa pensare”?
“Il pensiero pensa quando corrisponde al più considerevole. Il più considerevole si mostra nel nostro tempo preoccupante nel fatto che noi ancora non pensiamo.. E’ sufficientemente nota la diffusione di questo tono quando si giudica la nostra epoca. La generazione precedente parlava di “tramonto dell’Occidente”. Oggi si parla di “perdita del centro”. Ovunque si insegue e si immagina la decadenza, la distruzione, il minaccioso annullamento del mondo. In primo luogo è letterariamente molto più facile tenere questo atteggiamento che non dire qualcosa di essenziale e di veramente pensato; in secondo luogo, questo tipo di letteratura comincia già ad annoiare. Non solo si scopre che il mondo sarebbe privo di connessione, ma anche che esso starebbe rotolando verso il nulla dell’assurdo. Nietzsche, lontano da tutto ciò e guardando le cose da un punto di vista superiore, già negli anni Ottanta dell’800 dice queste semplici parole, semplici perché pensate: “Il deserto cresce” (Così parlò Zarathustra). Il che vuol dire: l’inaridimento è in espansione. L’inadirimento non è la distruzione. L’inadirimento è più inquietante della distruzione.La distruzione accantona soltanto ciò che fino a quel momento è cresciuto ed è stato costruito; l’inaridimento impedisce ogni ogni crescita futura e ogni costruzione. L’inaridimento è più inquietante del semplice annullamento. Anch’esso accantona, e accantona alla fine anche il nulla, mentre l’inaridimento prepara ed estende proprio ciò che crea impedimento. Il Sahara, in Africa, è solo un tipo particolare di deserto. L’inaridimento della terra può andare di pari passo tanto con il raggiungimento di un più alto tenore di vita dell’uomo, quanto con l’organizzazione di una condizione uniformemente felice di tutti gli uomini. L’inaridimento può coincidere con entrambe le cose e circolare ovunque nel modo più inquietante, perché è capace di nascondersi. L’inaridimento non è il semplice diventar sabbia, L’inaridimento è l’eliminazione di Mnemosyne, eliminazione che si sta svolgendo a pieno ritmo. La sentenza “il deserto cresce” non proviene dagli stessi luoghi da cui provengono le correnti condanne della nostra epoca. A questo punto sembra che l’affermazione “il più considerevole nel nostro tempo preoccupante è il fatto che noi ancora non pensiamo” faccia parimenti parte del coro delle voci che considerano malata l’Europa odierna e al tramonto l’epoca presente. La nostra affermazione sembra portare un raggio di luce nell’incombere dell’oscurità, che non sembra tanto gravare sul mondo come qualcosa di estraneo, quanto piuttosto come qualcosa che gli uomini quasi si sono tirati addosso. …Ma anche i giudizi sull’epoca che hanno un’origine diversa non sembrano essere meno nel giusto. E infatti lo sono nella misura in cui sono adeguati, tali cioè che si adeguano ai fatti, e i fatti possono venir esibiti in gran numero come prove ed appoggiarsi a citazioni d’autore abilmente scelte. Diciamo che una rappresentazione è adeguata quando si adegua al suo oggetto… Rappresentazione? Chi di noi non saprebbe che cosa significa la rappresentazione? Quando dobbiamo presentare qualcosa, ad esempio in filologia un testo, in storia dell’arte un oggetto artistico, in chimica un processo di ossidazione, abbiamo ogni volta una rappresentazione degli oggetti in questione. E dove abbiamo queste rappresentazioni? Le abbiamo in testa. Le abbiamo nella coscienza. Le abbiamo nell’anima. Abbiamo le rappresentazioni dentro di noi, le rappresentazioni degli oggetti. Naturalmente già da alcuni secoli in mezzo a tutto ciò è passata la filosofia, sollevando il problema se le rappresentazioni dentro di noi corrispondano in generale ad una realtà fuori di noi. Alcuni dicono di sì, altri di no; altri ancora dicono che non si tratterebbe affatto di qualcosa che si possa decidere , si potrebbe soltanto dire che il mondo, ossia la totalità del reale, è soltanto in quanto ce lo rappresentiamo. “Il mondo è mia rappresentazione”. In questa proposizione Schopenhauer ha riassunto il pensiero della più recente filosofia. Schopenhauer va qui menzionato perché la sua opera principale, Il mondo come volontà e rappresentazione, sin dalla sua apparizione nel 1818, ha influito nel modo più profondo su tutto il pensiero dei secoli XIX e XX, anche là dove la sua influenza è meno evidente, anche là dove la sua proposizione è combattuta. Troppo facilmente dimentichiamo che un pensatore ha un influsso più essenziale proprio quando viene combattuto, che non quando lo si approva.Persino Nietzsche dovette sostenere un confronto con Schopenhauer…, in cui Nietzsche nonostante la sua opposta concezione della volontà, tien fermo il principio: “Il mondo è mia rappresentazione”… Se tuttavia interrogandoci su che cosa sia la rappresentazione non ci atterremo alla scienza, non è per la presunzione di conoscere meglio, ma per il timore di non sapere. Noi stiamo fuori della scienza. Stiamo altrove, ad esempio davanti ad un albero in fiore, e l’albero sta davanti a noi. Esso si presenta a noi. L’albero e noi ci presentiamo a vicenda, l’albero stando lì e noi di fronte ad esso. Noi e l’albero siamo in quanto siamo posti in relazione l’uno per l’altro e l’uno dall’altro. In questa presentazione non si tratta quindi di rappresentazioni che ci ronzano nella testa. Ma qui sostiamo un istante, come quando prendiamo fiato prima e dopo un salto. Giacché siamo già saltati lontano dall’ambito consueto delle scienze e anche, come stiamo per vedere, della filosofia. E dove siamo saltati? Forse in un abisso? No, piuttosto su un suolo. Su un suolo? No, non su un suolo, ma sul suolo dove viviamo e moriamo, se non ci facciamo illusioni. Una cosa singolare, o magari inquietante, dover saltare per raggiungere il suolo sul quale già si è. Se qualcosa di tanto singolare come questo salto diventa necessario, allora dev’esser successo qualcosa che dà da pensare. Dal punto di vista scientifico, comunque, che ciascuno di noi si sia trovato almeno una volta davanti ad un albero in fiore, resta la cosa più insignificante del mondo. Dopo tutto, di che cosa si tratta? Ci mettiamo di fronte ad un albero, davanti ad esso, e l’albero si presenta davanti a noi. Chi è, qui, che si presenta all’altro? L’albero o noi? Entrambi? O nessuno dei due? Noi ci presentiamo all’albero che fiorisce , così come siamo, non con la sola testa o con la sola coscienza, e l’albero si presenta a noi come quell’albero che è. O forse l’albero è qui ancor più premuroso di noi? Si sarebbe già presentato in anticipo, per consentire a noi di portarci di fronte ad esso? Che cosa succede quando l’albero si presenta a noi, e noi ci mettiamo di fronte all’albero?Dove ha luogo questa presentazione quando stiamo di fronte ad un albero in fiore, davanti ad esso? Nella nostra testa, forse? Certo. Nel nostro cervello possono succedere molte cose quando ci troviamo in un prato e abbiamo di fronte in tutto il suo splendore e in tutta la sua fragranza un albero in fiore, quando lo percepiamo. Oggi si possono addirittura rendere percepibili acusticamente, attraverso apposite apparecchiature di trasformazione ed amplificazione, i processi che avvengono nella testa come correnti cerebrali, e tracciarne l’andamento mediante curve. E’ possibile. Certo. Che cosa non è possibile all’uomo moderno? E’ persino possibile che con la sua potenza possa, qualche volta, rendersi utile. E lo fa ovunque con le migliori intenzioni. E’ possibile: probabilmente nessuno di noi riesce ad immaginare quel che presto non sarà scientificamente possibile all’uomo. Ma che ne è, per limitarci al nostro caso,che ne è, tra le correnti cerebrali scientificamente registrate, dell’albero in fiore? Che ne è del prato? Che ne è dell’uomo? Non del cervello, ma dell’uomo, che domani potrebbe estinguersi, quello stesso che ci era venuto incontro dal passato. Che ne è della presentazione in cui l’albero si presenta e l’uomo si porta davanti all’albero? Probabilmente, qualcosa di simile a ciò che sopra abbiamo chiamato presentazione accade anche in ciò che viene descritto come sfera della coscienza e osservato come elemento psichico. Ma l’albero si trova nella coscienza o si trova nel prato? Il prato, in quanto esperienza, sta nella psiche, o non piuttosto sulla terra? E la terra è nella nostra testa? O siamo noi che stiamo sulla terra? Si obietterà: che scopo hanno simili domande su un fatto che chiunque, con ragione, ammetterebbe immediatamente, essendo chiaro come la luce del sole, per il mondo intero, che noi stiamo sulla terra e, in base all’esempio scelto, di fronte ad un albero? Ma non procediamo troppo in fretta con questa ammissione, non prendiamo questa chiarezza troppo alla leggera. Senza rendercene conto, infatti abbandoniamo tutto, non appena la fisica, la fisiologia, la psicologia, insieme con la filosofia scientifica, ci spiegano con tutto lo sfoggio dei loro mezzi di documentazione e di verifica, che propriamente non percepiamo alcun albero, ma in realtà solo uno spazio vuoto, in cui si inseriscono qua e là cariche elettriche che sfrecciano in ogni direzione a grandissima velocità. Non basta ammettere che solo in quei momenti che sono, per così dire, scientificamente incontrollati, staremmo naturalmente di fronte ad un albero in fiore per accertare poi, in modo altrettanto spontaneo, che tale concezione non indicherebbe naturalmente che la comprensione ingenua degli oggetti, in quanto appunto prescientifica. Con l’accertamento di questo fatto, abbiamo tuttavia ammesso qualcosa la cui portata quasi ci sfugge, ossia che propriamente sono le scienze nominate sopra a decidere quel che nell’albero in fiore possa valere come realtà e quel che non lo possa. Donde traggono le scienze, l’origine della cui essenza deve restare oscura, la competenza per tali giudizi? Donde traggono le scienze il diritto di determinare la posizione dell’uomo e di porsi come il criterio di tale determinazione? Ma tutto ciò accade già quando accettiamo, anche solo tacitamente, che la nostra posizione di fronte all’albero sia soltanto una relazione, pensata prescientificamente, con ciò che noi chiamiamo ancora “albero”. In verità oggi siamo più inclini a lasciar cadere l’albero in fiore a vantaggio di conoscenze fisiche e fisiologiche considerate superiori. Se ci fermiamo a pensare a che cosa significa che un albero in fiore si presenti a noi, in modo che noi possiamo porci di fronte ad esso, troviamo che finalmente si tratta, prima di ogni altra cosa, di non lasciar cadere l’albero in fiore, ma di lasciarlo stare là dov’è. Perché diciamo “finalmente”? Perché il pensiero finora non ha ancora mai lasciato l’albero là dove esso è. Eppure l’indagine scientifica sulla storia del pensiero occidentale ci riferisce che Aristotele, giudicato in base alla sua teoria della conoscenza, sarebbe stato un realista. Realista è colui che ammette l’esistenza e la conoscibilità del mondo esterno: In effetti, Aristotele non ha mai pensato di negare l’esistenza del mondo esterno.Né ci pensò mai Platone, così come non lo fecero Eraclito e Parmenide. Questi pensatori non hanno naturalmente neanche ammesso in modo esplicito o magari provato la presenza del mondo esterno.
(Martin Heidegger: Che cosa significa pensare? Pagg. 51-61. Sugarco. I edizione originale 1954 ).

venerdì 22 aprile 2016

La trasformazione delle città

Un raffigurazione iconica della trasformazione del mondo al tempo della sovrappopolazione è l'aspetto generale che stanno assumendo le grandi città. Se guardiamo alle città europee vediamo un centro storico limitato in estensione e ricco di arte e opere architettoniche di valore, una prima area intorno al centro occupata sia da abitazioni che da servizi e poi una grande periferia fatta di costruzioni che, a seconda del grado di civiltà del paese, possono essere urbanisticamente regolate e di buona qualità oppure sregolate urbanisticamente e di qualità architettonica scadente (come in Italia). Ma dopo l'accelerazione demografica degli ultimi decenni, in seguito all'aumento esplosivo della popolazione e al connesso spostamento di masse umane dalle campagne nelle città, si assiste ad una crescita ugualmente esplosiva delle periferie cittadine e ad un generale scadimento della qualità architettonica che va di pari passo allo scadimento della qualità della vita. Ad aggravare il fenomeno ci sono gli epocali spostamenti immigratori in atto che sembrano anch'essi accelerare negli ultimi anni in seguito all'esplosione demografica in tante zone del pianeta. Assistiamo così allo sviluppo di gigantesche megalopoli in India, Cina, Asia, Africa, Sud America e, per quanto concerne l'Europa, alla nascita delle bainleu a Parigi o ai veri e propri ghetti etnici di Londra e di Stoccolma e Berlino. Un fenomeno analogo è quello che avviene in alcune grandi città italiane ed in particolare a Roma dove si stanno creando vere enclave (città nella città) senza alcuna regola e senza infrastrutture adeguate che stanno modificando sia l'aspetto urbanistico che l'assetto sociale e culturale. Nello sviluppo delle megalopoli quello che forse è l'aspetto più rilevante è la perdita del significato storico e culturale della città che accompagna questi fenomeni dovuti alla sovrappopolazione. Insieme con l'espandersi delle periferie grigie e prive di un senso che non sia quello della mera sopravvivenza, si perdono i riferimenti storici e spirituali che erano all'origine della città: riferimenti spesso sintetizzati dal coesistere in uno stesso luogo o in luoghi limitrofi della cattedrale (significato religioso), del palazzo del governo (significato politico), delle grandi opere artistiche (significato culturale). La presenza di valori culturali guida e della certezza politica e del potere costituito era spesso ben rappresentata dall'ordine urbanistico che assumeva lo sviluppo graduale della città nelle varie epoche storiche. Ma con l'attuale esplosione demografica si è assistito alla polverizzazione di queste regole strutturali di crescita e all'irrompere di un vero caos edilizio e sociale. I nuovi centri di aggregamento intorno a cui avviene la crescita delle periferie non sono più le piazze, le chiese o i palazzi del potere, ma puri elementi funzionali come -quando esistono- i centri commerciali, gli snodi stradali , i servizi (i poliambulatori, gli uffici ecc.). A volte l'unico motivo di aggregazione è la disponibilità di spazi per la speculazione edilizia. Si perdono così completamente tutti i significati storici, culturali, religiosi, di appartenenza e di amore dei luoghi che avevano per secoli dettato lo sviluppo cittadino. Con l'aumentare del numero di abitanti la città si trasforma da unità storica e culturale, di cui elemento portante erano tra l'altro le tradizioni locali e il dialetto, ad insieme caotico puramente funzionale dove contano le "facilities", le funzioni, l'aspetto puramente residenziale abitativo e di sussistenza. I trasporti nelle grandi periferie divengono sempre più difficili e la vita dei cittadini vede consumare una gran parte del tempo sui mezzi di trasporto, aumentando stress e fatica. Quando, come nel caso di alcune città italiane o di grandi città del terzo mondo, mancano le autorità politiche a dare un minimo di regole e una gestione sociale e urbanistica, il senso di pura residenzialità si degrada ulteriormente a occupazione di sopravvivenza di un'area, che comporta scadimento edilizio e infrastrutturale fino a sfociare nella creazione di vere bidoville in preda a criminalità e illegalità diffuse. Le cause riconducibili alla sovrappopolazione sono evidenti: l'esplosione demografica è alla base dell'inurbamento rapido di masse umane provenienti dalle campagne e dell'afflusso di popolazioni immigrate provenienti da aree del pianeta con alti tassi di natalità. La sovrappopolazione crea inoltre la necessità di nuove abitazioni con la connessa cementificazione, la necessità di nuove vie di comunicazione, nuove infrastrutture per i trasporti, per la sanità, per l'assistenza che vengono raramente assicurate in modo sufficiente o non lo sono affatto con gravi ricadute sulla qualità della vita. La risposta a queste esigenze, in presenza ad una crescita esplosiva, non può essere che frammentaria e caotica dettata da necessità contingenti e al di fuori di ogni programmazione a lungo termine. La storia della discarica di Roma è esemplare per studiare le necessità create, in questo caso riguardo allo smaltimento delle migliaia di tonnellate di rifiuti giornalieri, dalla nuova popolazione residente in crescita esplosiva. La più grande discarica d'Europa, quella di Malagrotta, si è rivelata insufficiente e fonte di massivo inquinamento ambientale. La ricerca di nuovi siti è stata non solo difficile, ma per ora impossibile: tutto il territorio della periferia romana è fortemente antropizzato e incapace di sopportare dal punto di vista ambientale (e politico-sociale) la presenza di una nuova gigantesca discarica. La disperazione di cittadini e amministratori, insieme ai rilevanti fenomeni corruttivi, ha portato per ora all'invenzione di mini discariche in luoghi assurdi che hanno sollevato proteste popolari e interminabili vertenze giudiziarie. La sovrappopolazione non rende solo insostenibile questa crescita di cemento e di inquinamento, ma è alla base anche del degrado sociale e civile delle periferie. Le necessità dovute ai numeri crescenti di popolazione richiedono risorse economiche sempre maggiori, che vengono sottratte alla realizzazione urbanisticamente regolata della città, e deviate verso forme di pura sussistenza ed assistenza di natura parcellare e emergenziale. Le grandi opere di architettura, veri poli aggregatori di una idea di città vivibile, sono così rare per mancanza di finanziamenti adeguati. Il fenomeno corruttivo, diffuso in tutte le realtà megapolitane , contribuisce in modo significativo ad ulteriore degrado. Le opere una volta finanziate e iniziate perdono di interesse avendo già procurato guadagni ai corrotti, e spesso rimagono incompiute per mancanza di fondi (la funzione pubblica cui erano destinate avendo perso ogni importanza). L'edilizia abitativa per i nuovi residenti in rapida crescita e' spoglia, realizzata in economia, priva di riferimenti guida. Si costruisce per contenere nuove masse senza regole e senza significati che non siano banalmente consumistici, si creano così le condizioni per l'alienazione sociale delle periferie. Il nuovo mito aggregatore è il denaro ed il consumo a cui si accompagna la lontananza di ogni potere politico e civile, percepito come estraneo e ostile. La megalopoli diviene il simbolo della trasformazione massificante al tempo della esplosione demografica umana, l'essenza della incompatibilità tra ambiente e crescita umana eccessiva. Le periferie delle megalopoli sono centri attivi di immissione in atmosfera di migliaia di tonnellate di carbonio ogni ora del giorno. Ma su questo terreno non è solo la perdita ambientale a pesare. Un tempo la città racchiudeva in se il senso della convivenza di tante persone che si riconoscevano in una cultura, in una storia e in un luogo. Le opere d'arte che abbellivano la città erano un richiamo a tutto questo. Oggi queste sconfinate periferie che stanno crescendo sotto i nostri occhi sono senza storia, senza luogo (tutto è grigio come il cemento), e non esistono culture unificanti ma un insieme di culture diverse e contrastanti tra loro. In questo contesto ogni cultura viene degradata a individualismo; le megalopoli sono l'impero del nuovo individualismo parcellizzato, al massimo aggregato a lobby. Ogni aspetto della vita cittadina diviene rivendicazione di diritti (spesso con il risultato di dar luogo a conflitti continui tra titolari reali o supposti di diritti). Nello stesso tempo la perdita di obiettivi comuni e condivisi rende estranea ogni cultura dei doveri. La comunità nelle grandi periferie urbane diviene un insieme di individui e gruppi in conflitto tra loro, mentre il potere centrale è lontano e non più in grado di ordinare e regolare la vita civile. La densità demografica altissima unita alla mancanza di servizi adeguati genera un alto tasso di aggressività, dando ragione agli studi di Lorenz sulla conflittualità intestina nelle comunità altamente popolate rispetto ad un territorio degradato. In assenza di religione e politica, anche l'arte ha sempre più difficoltà ad assicurare una visione unificante e un futuro condiviso. Si perdono le mitologie che un tempo davano coesione sociale in un dato territorio; le antiche mitologie vengono sostituito da nuovi miti globali basati su internet e la Tv. I prodotti commerciali o i protagonisti della comunicazione virtuale diventano i punti di aggregazione culturale e sociale, aleatori come ogni prodotto basato sul consumo e sulla virtualità, ed incapaci di creare una visione d'insieme per il futuro della comunità. L'evoluzione delle grandi periferie megapolitane che si stanno creando sotto i nostri occhi sulla spinta della crescita demografica è aperta e imprevedibile. Sarà ancora possibile assicurare un ordine ed una convivenza civile tra popolazioni così eterogenee e disaggregate in presenza di crisi economiche durature ? E cosa avverrà in presenza di prevedibili futuri gravi problemi ambientali?

martedì 5 aprile 2016

Sul referendum del 17 aprile

Riporto il seguente articolo di Dario Faccini su ASPO riguardo al prossimo referendum sulle trivellazioni al largo delle coste italiane. Lo trovo serio perché non si fa illusioni ridicole sulle cosidette rinnovabili. Per tutte le demagogie che riguardano il referendum mi sembra chiaro il messaggio: una vittoria del si non cambierà nulla. Si importerà solo un po' più di gas dal Mozambico e petrolio da qualche altra parte. Faccini fa un richiamo alla necessità, che ci riguarderà in ogni caso, di diminuire il tenore di vita e di cominciare a pensare che bisognerà rinunciare a molte comodità "occidentali" tra cui il livello della previdenza e della sanità, l'uso dell'auto e delle tecnologie, la vita comoda, le case riscaldate e i viaggi e tutto il resto. Tuttavia a Faccini, come a molti altri ambientalisti non viene in mente (non viene neanche preso in considerazione magari solo per escluderlo...) che il consumo totale è il prodotto tra il consumo procapite medio e il numero dei consumatori(popolazione globale del pianeta). Che quindi oltre a ridurre i consumi pro capite, visto che molti di questi consumi nei prossimi anni aumenteranno per molti paesi attualmente arretrati e in via di sviluppo, bisogna cominciare a pensare a ridurre il numero della popolazione globale, se si vuole realmente salvare il pianeta. E bisogna affermare con forza che se noi occidentali dobbiamo certamente ridurre i consumi non si può consentire ad abitanti dello stesso pianeta di continuare a sfornare otto o dieci o dodici figli per donna. A ciascuno la sua responsabilità.
Il lato oscuro del referendum
… anche questa volta stai scegliendo per ripulirti la coscienza, come un Ponzio Pilato qualunque. Not in My Back Yard.
Perché se fossi così preoccupato dell’ambiente … ti impegneresti perché il tuo paese avesse un partito ambientalista degno di questo nome. Perché nella tua città ci fossero servizi pubblici più efficienti. E non frantumeresti i cabbasisi perché il sindaco ha ampliato le zone a traffico limitato. …
Perché di mettere una croce siamo capaci tutti.
Di Dario Faccini
Sono parole scritte da Marco Cattaneo, direttore del mensile Le Scienze, rivolte a chi intende votare SI al referendum del 17 Aprile contro il prolungamento indefinito delle concessioni petrolifere entro le 12 miglia dalla costa. Sono parole dure, provocatorie, che hanno scatenato un vasto dibattito in rete. E voglio dire subito come la penso. Bravo Marco, ma devi avere il coraggio di dirla tutta. Perché così come hai scritto, sembra che la questione vera sia solo quella di essere un po’ più coerenti, più amici dell’ambiente, un poco più sobri, per evitare di importare poi dal Mozambico quel poco di produzione di gas che potremmo perdere in Italia con un SI al referendum. E invece sappiamo benissimo che non è questa la vera posta in gioco. A te che dirigi la principale rivista di divulgazione scientifica è chiarissima la scelta che abbiamo di fronte. Se non la dici fuori dai denti è solo per un motivo: perché è troppo rivoluzionaria e la maggior parte dei lettori, semplicemente, non potrebbero accettarla (e alcuni neppure capirla). GREENWASHING MENTALE Questo referendum è un piccolo passo sul lungo cammino che dovrà svincolarci dai combustibili fossili, su questo punto la pensiamo allo stesso modo. E sono anche d’accordo con te che le motivazioni più diffuse per votare il SI, seppur legittime, forse mancano il vero problema: si evidenzia l’inquinamento dei fondali, il rischio di sversamenti in mare (c’è in ballo anche un 9% di produzione petrolifera), gli affari per i petrolieri (e da qualche giorno anche della politica), le alternative possibili come le rinnovabili che hanno raggiunto il 40% della produzione elettrica, la sfida del Clima che non può essere combattuta solo a parole. Ecco partiamo proprio dal Clima. Le fonti fossili sono in declino? In Italia si, complice anche la bassa Crescita (si, ci vuole la “C” maiuscola), ma nel resto del mondo non è affatto così.
Nel resto del mondo, per i combustibili fossili, si vede al massimo un rallentamento dei consumi nel 2014, quasi certamente dovuto a cause economiche e metereologiche, non certo per la crescita delle nuove rinnovabili (in calo da un +16,5% a un +12%), che ancora forniscono solo il 2,45% dei consumi totali. Se le fonti fossili sono ancora in crescita, allora le emissioni climalteranti sono ancora in crescita. Si potrebbe obiettare che però ora la situazione potrebbe evolvere velocemente a favore delle rinnovabili e dell’efficienza energetica, spostando grandi finanziamenti nel settore green. In fin dei conti è questo il grande tema del cambiamento climatico: dobbiamo cambiare strada. Già ma chi? Il 20% della popolazione mondiale agiata (si, ci siamo anche noi)? Forse. Di sicuro per l’80% che aspira a raggiungere quel 20% non è possibile. Se quell’80% seguisse quei consigli che tu, Marco, hai dato nel tuo articolo (tenere basso il riscaldamento, comprare l’auto ibrida, tenere un po’ più spento lo smartphone) una volta che avesse raggiunto il nostro livello di benessere materiale, quei grafici che sono qui sopra schizzerebbero verso l’alto. E quell’80% non solo ha tutto il diritto di vivere come noi, ma si sta anche impegnando con tutte le sue forze per farlo, incoraggiato dal modello di Sviluppo che noi per primi gli abbiamo creato. Si chiama Crescita Materiale Globale. Che vuol dire avere più oggetti, spostarsi di più, mangiare meglio e più variato, avere case più grandi e un’infinità di servizi mangia-risorse tra cui rientrano anche l’istruzione, la sanità e la salvaguardia dell’ambiente (che è roba da ricchi, ricordiamocelo). Tutte cose che consumano energia, risorse, suolo, e producono perdita di biodiversità inquinamento e gas serra, non solo nella loro normale attività o funzionamento, ma anche prima, quando vengono prodotti e costruiti. Un’auto nuova, ancora prima di fare un pieno, ha già consumato per la sua produzione l’equivalente in petrolio che consumerà in varie decine di migliaia di km (attorno ai 20000kWh di energia grigia per le auto tradizionali) e le auto elettriche o ibride non fanno eccezione. Per un computer ancora imballato è stato già usato circa un barile equivalente di petrolio. Non c’è crescita delle rinnovabili e dell’efficienza energetica (la cosiddetta decarbonizzazione della società) che possa portare i poveri a livello dei ricchi mantenendo l’aumento della temperatura del clima sotto ai 1,5°C decisi alla COP 21 di Parigi. IL NEMICO DIETRO LE TRIVELLE Questa, come sappiamo entrambi, non è solo un’opinione di qualche complottista o scienziato un po’ estremista. Sono conclusioni scientifiche che vengono dagli anni ’70, quando ancora non si sapeva che i gas serra fossero una forma di inquinamento, ma si era già chiamato il problema con il suo vero nome: I Limiti della Crescita. Ed ora, che il Clima è entrato nell’agenda internazionale, gli studi che si basano su moderni modelli scientifici di previsione che considerano energia, clima e economia, giungono alle stesse identiche conclusioni. Il modello di Sviluppo basato sulla Crescita non può più essere seguito perché se continuassimo su questa strada: la necessaria riduzione nel consumo di combustibili fossili sarebbe solo parzialmente compensata da rinnovabili ed efficienza, producendo nei prossimi decenni carenze di energia e black out, incompatibili con la Crescita; se si provasse a mantenere la Crescita coprendo la quota di energia mancante ancora con le fonti fossili, l’esaurimento di quelle più pulite (Peak Oil and Gas) porterà ad utilizzarne di più sporche, come il Carbone, facendo allora comunque scoppiare la bomba climatica; L’unica via d’uscita viene indicata dagli stessi ricercatori: …i paesi più industrializzati dovrebbero ridurre, in media, il loro uso pro capite di energia almeno di quattro volte e diminuire il loro PIL procapite all’attuale livello medio globale Tradotto per noi italiani: l’indicatore che misura (molto male) la “ricchezza” di ciascuno di noi, dovrebbe più che dimezzarsi. In altro parole, in modo controllato dovremmo decrescere volontariamente ora per evitare di decrescere rapidamente nei prossimi decenni per le carenze di energia o per la bomba climatica. Quindi, Marco, il discorso che tu fai sul referendum lo condivido in pieno: …riguarda la necessità di assumersi la responsabilità di ciò che facciamo. Perché godere dei benefici senza assumersi i rischi è troppo comodo. Siamo noi stessi il vero problema, il vero nemico, dietro le “trivelle”. Ma i rischi maggiori non sono quelli dell’inquinamento che potremmo spostare dall’Italia al Mozambico come hai scritto. I rischi di una decrescita incontrollata sono la povertà, l’insicurezza alimentare, le guerre, la fine dei servizi essenziali come sanità ed istruzione. Grandi rischi per noi e persino moltiplicati per i paesi più poveri come il Mozambico. Votare SI al referendum per far progressivamente chiudere meno di 1/6 della produzione nazionale di idrocarburi non ci porta avanti di una virgola nella soluzione di questi problemi se non si diffonde anche la consapevolezza della portata delle sfide (anzi no usiamo la parola giusta), delle Crisi che abbiamo di fronte. Per questo dobbiamo dirlo con parole chiare. Le rinnovabili e l’efficienza da sole non bastano. Persino cambiare le singoli abitudini di consumo di ciascuno di noi non sarà sufficiente. Ci viene chiesto di ristrutturare le società ricche, come quella italiana, decidendo quali beni e servizi siano meritevoli di esistere, quali debbano essere condivisi e quali debbano essere abbandonati. Non è una cosa che si possa fare in 1 anno o in 10. E da qualche parte bisogna pur partire, per cui va benissimo tutto quanto hai scritto. Ma il vero fine è questo e dobbiamo iniziare a dirlo, perché l’abbiamo nascosto per troppo tempo. Anche se si aprono enormi problemi sociali come l’occupazione, la perdita di alcune tutele, la fine di alcune libertà di consumo, non possiamo tacere, perché l’alternativa è un baratro in cui potrebbe esserci tolto tutto. Quindi, quando andremo a votare al referendum del 17 aprile e usciremo dal seggio, guardiamoci attorno. Guardiamo le case, le auto parcheggiate, i vestiti che indossiamo e magari giriamoci per guardare anche la scuola da cui siamo appena usciti. E chiediamoci, quanto di tutto questo ci serve veramente per essere felici e realizzati, o a quanto potremmo invece ragionevolmente rinunciare. Perché a mettere una croce siamo capaci tutti, ma la scelta non si fermerà lì. La scelta ci sta venendo incontro e ci troverà. Anche se non andremo a votare.