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martedì 13 ottobre 2020

Una questione di anima e di numeri

Mi chiedo spesso il motivo del fallimento del movimento dei verdi, fallimento a livello mondiale e non solo in italia, pur in presenza di un inquinamento inarrestabile del pianeta con i suoi effetti sulla salute e sul clima. Potrebbe essere il loro momento, invece stanno quasi scomparendo dall'agone politico. Uno dei motivi di fondo è l'incomprensione, da parte gegli ecologisti dell'ultima ora, del problema demografico. La trasformazione dei popoli e delle nazioni in una informe ed uniforme massa umana basata sul numero. Al posto dei vari popoli della terra, radicati ciascuno in un suo luogo e in una storia, vi e' un uomo globale , sradicato, senza luogo e senza storia, senza patria e senza confini, il cui unico valore è il consumo fine a se stesso e la continua crescita numerica senza ideali e senza scopo. Come tutto questo sia coerente e finalizzato al mantenimento di un potere finanziario e tecnocratico e' motivo di discussione e approfondimento da parte della filosofia contemporanea. Il discorso è invece completamente assente e l'argomento completamente ignorato in campo politico. In primo luogo proprio dai movimenti ecologisti, concentrati sulle conseguenze del fenomeno (il riscaldamento globale, l'inquinamento) senza averne mai compreso le origini.
Un libro scritto dal giovane filosofo Diego Fusaro, aiuta a dare una risposta.Il pensiero unico globalista che ha uniformato il mondo sotto il dominio del mercato, delle merci e dell'uomo ridotto a un neutro consumatore, un numero tra i numeri dell'economia globale, non ammette differenze, distanze, confini, separazioni, culture diversificate: l'uomo globale e' un consumatore neutro sradicato dal luoghi e dalla storia. La furia egualizzante del pensiero unico ha negato nell'uomo ogni distinzione, persino il sesso è visto come un problema. "La rappresentazione politicamente corretta dei bambini con il colore diverso della pelle, provenienti da differenti aree del pianeta, e poi vestiti tutti immancabilmente con gli united colors della medesima marca e dei medesimi capi di abbigliamento, esprime in maniera paradigmatica la cancellazione di ogni storia e di ogni appartenenza in favore dell'egualitarismo identitario. il falso multiculturalismo coesiste con il monocromatico assoluto del mercato. Esso finge di valorizzare la pluralita' delle identita' nell'atto stesso con cui procede per inclusione neutralizzante: ossia, appunto, neutralizzando le identita' e insieme includendo i neutralizzati nella nuova identita' gadgettizzata di consumo, prodotta artatamente dall'ordine dominante" (Diego Fusaro: Difendere chi siamo, Rizzoli pag. 27).
La moltiplicazione numerica della popolazione ha sostituito la diversificazione delle qualità. Il popolo perde le sue caratteristiche che rendono i popoli uno diverso dall'altro, per divenire massa, un insieme di elementi neutri volti al consumo. I luoghi non hanno più anima. L'anima era ciò che dava una identità agli abitanti di quel determinato luogo. Ma la terra oggi è un indistinto globale destinato allo sfruttamento delle risorse e all'utilizzo del mercato. Il borgo medioevale circondato dai suoi campi coltivati o dai boschi, che ancora oggi ci da il senso della bellezza e dell'umanità intesa come appartenenza, è ovunque sotituito dalle periferie urbane, di monocromo cemento, in cui il degrado ambientale sostituisce il territorio con l'uniforme tecnostruttura dell'homo novus dell'età della tecnica e del mercato. Dai caseggiati alle baraccopoli e le bidonville è tutto un trionfare del numero sulla qualità: non c'è più l'anima del mondo. Ucciso il passato, muore anche il futuro. La crescita umana è solo numerica, i giovani non sanno cosa sperare perché non c'è un'idea o un valore se non quello del denaro. Secondo il politicamente corretto il nuovo valore è l'uguaglianza assoluta, la distruzione di ogni differenza: di etnia, di cultura, di storia, di nazione. L'uomo diviene come la merce, interscambiabile, sostituibile, trasportabile, con tutti i diritti propri del mercato: la libertà di scambio, di commercio, di spostamento. Se la produzione e il consumo lo richiedono, un popolo può essere sostituito con un altro. E' solo questione di numero. L'invariante è il numero di ordinazioni, il fatturato, la produzione, il Pil in crescita. In questa maniera i luoghi scompaiono, se non ci sono differenze non c'e neanche identita'. Difendere un luogo verde, un paesaggio, un borgo storico medioevale e' impossibile, ed i tentativi degli ecologisti si risolvono in inutili e temporanei opere di giardinaggio. Dare una pennellata di verde a luoghi che hanno perso i loro abitanti, trasformati in consumatori globali sradicati dai loro luoghi di provenienza, non ha senso ed e inutile. Tutto e' fruibile o non e'. Se c'è un appezzamento di terreno verde si comincia con l'abbattere gli alberi, poi si spiana per eliminare i dislivelli, infine ci si impianta il cemento armato e l'asfalto. Tutto puo essere trasformato, sterrato come terreno da capannonare o cementificare. Se questo non è possibile, si scava, si trafora, si sbanca, oppure ci si costruisce un viadotto che magari non serve a nessuno: ma non importa qualcosa bisogna farci. Se proprio c'è una zona verde che non si può toccare ci si fa turismo, si circonda di alberghi ed attività commerciali, se ne fa una specie di parco giochi, di zoo cittadino. Nel migliore dei casi se ne fa un parco nazionale, difeso da leggi e guardiaparco, senza neanche rendersi conto dell'assurdo di dover difendere e recintare una natura che sta li da migliaia di anni. Qualunque luogo naturale assume l'aspetto di una fiction, e tale è in realtà.
Contro questa deriva del mondo non c'e' finora alcuna opposizione politica. Gli stessi sovranisti non guardano ad alcuna difesa del territorio ma solo ad una protezione degli interessi commerciali ed economici, o all'imposizione di dazi e tariffe. Ritrovare l'anima significa tornare nei luoghi, ritrovare le differenze, le culture diverse, le radici, le appartenenze. Senza l'anima dei luoghi, il mondo diviene dominio del numero, il popolo scompare insieme alla sua storia e l'uomo diventa massa. E' del tutto evidente come il livello politico di tutto questo comporti un pericolo alla sopravvivenza della democrazia verso autoritarismi di massa.
Anni fa esisteva un movimento definito no logo, per coloro che si opponevano alla globalizzazione del mercato. Poi si sono convertiti al politicamente corretto della fine di ogni differenza, del falso multiculturalismo egualizzante. Sono passati dal no logo al non luogo. Scambiavano l'effetto con la causa: combattevano le multinazionali del marchio mentre la popolazione cresceva, nel giro di pochi anni, di due miliardi. Il mostro della sovrappopolazione con le sue due braccia, il denaro e la tecnica, sta fagocitando la varietà del mondo sostituendo tutto con un codice numerico. Al posto delle idee c'è un futuro fatto di numeri: il numero che indica i gradi di crescita del riscaldamento atmosferico, o quello, in miliardi, della popolazione umana sulla Terra devastata.

domenica 26 luglio 2020

Il prefetto del suolo

Come un cancro si estende ogni giorno la cementificazione del suolo verde. Le attività di otto miliardi di umani trasformano in cemento e strutture artificiali porzioni di territorio naturale in ogni parte del globo. Solo in Italia con edifici, strutture industriali e di servizio, strade, aeroporti, porti e tutte le altre artificialità, vengono cancellati circa 16 ettari di prezioso suolo verde ogni giorno (dati ISPRA). Uno dei danni principali della cementificazione e' costituito dalla impermeabilizzazione dei suoli, con gravi ripercussioni sulle falde e sulla salubrita' dei luoghi. Anche le azioni di ripristino non restituiscono, il più' delle volte, l'originaria permeabilità dei suoli. In maniera stupida e, spesso antieconomica, ma in modo da produrre forti speculazioni e persino affari illeciti, non si ristruttura il già costruito, ma si lascia il vecchio alla rovina e si distrugge altro suolo vergine per sempre nuova cementificazione. Le nuove periferie si caratterizzano così per la coesistenza di squallidi casermoni di cemento e miseri tuguri dove popolazioni eterogenee vivono una vita di stenti e senza prospettive. Ogni aspetto gradevole dell’esistenza è cancellato , anche nell’estetica e nel paesaggio, con un imperante e diffuso squallore, spesso origine di degrado morale oltre che estetico.
La perdita dei valori tradizionali di una società è, più di quanto comunemente si creda, una perdita dell’aspetto esteriore, una perdita di bellezza. Se vediamo i vecchi centri storici di città medioevali in Europa, non possiamo che apprezzare la presenza di una misura e un equilibrio tra necessità ed arte, tra utilità e bellezza. Con le contemporanee periferie sovrappopolate tutto questo si è perso, insieme ai valori di spiritualità ed etica a cui quelle antiche perle di architettura davano espressione. Il degrado urbano delle megalopoli è anche degrado di cultura e incapacità di produrre arte da parte di un popolo senza più appartenenza e sradicato. Una società in cui contano i grandi numeri, la massa e non le individualità, ed in cui è rimasto come unico valore la quantità di consumi non può che sfociare nella realtà attuale: il disastro ecologico.
È urgente oggi salvare il suolo verde. Questa è l’ultima possibilità di conservare ancora un rapporto tra uomo e natura, tra homo e tutte le altre specie. È necessaria una legislazione rigorosa che impedisca la crescita cancerosa del cemento. Per questo bisogna ricorrere ad un ruolo nuovo dello stato, ad un ritorno dello stato. Insieme alle leggi di protezione del suolo e del paesaggio è di importanza fondamentale dare poteri allo stato, ad esempio con la creazione della figura del prefetto del suolo. Su base regionale o provinciale questo magistrato in rappresentanza dello stato ( con poteri più estesi dell’attuale prefetto) dovrebbe valutare ogni progetto edilizio, ogni nuova costruzione, ogni licenza da parte dei poteri locali, impedendo nuovo consumo di suolo e subordinando alla propria approvazione ogni nuova iniziativa che abbia impatto sul territorio di competenza.
La possibilità di una corruzione non dovrebbe ostacolare la nuova magistratura. A parte i consueti controlli da parte dei magistrati ordinari, potrebbe essere di aiuto una legislazione del regime dei suoli che introduca alcune novità: la non proprietà del suolo da parte dei privati, e la transizione attraverso lo stato delle compravendite. Al posto della proprietà del suolo andrebbe introdotta la concessione a termine, come avviene in Inghilterra, con la possibilità da parte dello stato di rientrare nel pieno possesso ogni volta che l’interesse della comunità lo richiede. Ogni soggetto che detiene un diritto sul suolo può, secondo la nuova legislazione, vendere il proprio diritto e non il suolo , allo stato che, nel caso può rivenderlo al nuovo soggetto interessato, assicurando l’interesse pubblico e impedendo speculazioni private. Il prefetto del suolo avrebbe anche il potere di ripristino immediato del verde con l'abbattimento dei fabbricati, contribuendo a por fine all'abusivismo.
Nel frattempo, ogni ora, ogni minuto viene cancellato suolo verde. Nuove leggi e nuovi poteri dello stato sono necessari ma non sufficienti. Ogni nuova legislazione e ogni ruolo innovativo dello stato è comunque subordinato allo stop della crescita demografica esplosiva. Senza questa, il risparmio di ciò che resta del suolo verde è destinata a fallire.

domenica 19 luglio 2020

L'impatto dell'uomo dipende dal numero

Antico borgo contadino in cui un numero limitato di persone insiste su un territorio in parte agricolo in parte a verde naturale. Il rapporto tra uomo e natura e' sostanzialmente conservato.
L'eccesso numerico della popolazione crea le condizioni per mostruosità' di cemento che implicano allevamenti intensivi di umani non umani.
La antropizzazione massiccia del pianeta ha oggi un nome: megalopoli. Le megalopoli sono un coacervo di tecnologia e di sovraffollamento da allevamento intensivo, in cui si manifesta una alienazione della condizione umana che in passato e' stata individuata con nomi diversi come civiltà' industriale, società' moderna, capitalismo, ma che oggi puo' essere definita tout court "società' della sovrappopolazione". La sovrappopolazione si organizza in megastrutture che consentono di ottimizzare la vita e i consumi in spazi limitati con economie di scala. In questi luoghi di massima antropizzazione si realizzano le condizioni per assicurare l'esistenza materiale e culturale di milioni di umani con produzione e consumi di massa, ed energia ottimizzata per numeri giganteschi che non hanno precedenti nella storia planetaria. Tutto ciò che resta dell'ambiente naturale , delle campagne e delle aree montane non urbanizzate, si configura come servizio e supporto delle zone di antropizzazione intensiva. Sono anch’esse aree urbane a bassa densità, pure appendici delle megalopoli. Le stesse coste marine, sulla spinta del turismo di massa, hanno perso ogni significato naturalistico per trasformarsi in parco giochi tipo Walt Disney.
Che cosa ha determinato questa trasformazione del mondo? Perché ancora qualche secolo fa le città erano più’ piccole, le campagne conservavano un rapporto naturale tra presenza umana e paesaggio, i borghi agricoli avevano una funzione, mentre in poco più di due secoli tutto è finito , dando luogo a una crescita cancerosa della cementificazione e delle strutture artificiali in cui vivono stipati e in modo innaturale milioni di homo? Tutto è cambiato con l’esplosione demografica della specie H.Sapiens che ha portato ad una violenta antropizzazione e alla concentrazione di grandi masse umane nelle nuove aree urbane. La tecnica ha consentito lo sviluppo dell’organizzazione artificiale e l’energia necessaria all'urbanizzazione. La produzione industriale di massa e il petrolio hanno guidato il processo soprattutto nell’ultimo secolo, portando al superamento di tutti i limiti e al letterale soffocamento della biosfera. Tecnica e sovrappopolazione si sono rafforzate a vicenda accelerando il processo in modo esponenziale. La scomparsa delle grandi foreste, l'estinzione delle specie diverse da homo, l'esaurimento delle risorse, la plastificazione dei mari, la carbonizzazione atmosferica e il riscaldamento globale sono gli effetti finali di un mondo in cui cemento e homo non hanno più' limiti. Insieme al nuovo tipo di agglomerati umani si è venuta estraniando la vecchia civiltà contadina basata su popolazioni assai meno numerose e su economie pre industriali prevalentemente agricole, in cui l'inquinamento dovuto all'attivita' umana rimaneva limitata e la situazione reversibile.
L'urbanizzazione di grandi masse sta portando anche cambiamenti politici. Lo stato nazionale scompare, i confini perdono di significato, il motore economico divengono le megalopoli che portano ad una nuova organizzazione del potere politico. I governi divengono sopranazionali, la finanza e l'industria si globalizza, le masse umane e le merci si spostano in modo globale portando alla crescita delle aree urbanizzate (dalle bidonville nei paesi arretrati alle periferie delle grandi città' occidentali)e a nuove forme di potere, in cui la democrazia assume nuovi significati e nuove forme centralizzate e autoritarie.
Senza un eccesso di natalità' e una libera circolazione di merci e popolazione non e' possibile l'esistenza e lo sviluppo delle megalopoli. La civiltà' megapolitana non sarebbe possibile se, ad esempio, il numero delle nascite dovesse calare e portare ad una riduzione stabile della popolazione mondiale sotto dei livelli di soglia, che molti individuano in due miliardi. E' chiaro che una decrescita della popolazione tocca interessi profondi, da quelli politici, a quelli della grande finanza e delle imprese.
La cittadinanza mondiale e i nuovi diritti del consumatore sono la risposta dei poteri globalizzati al pericolo del calo demografico. L'arma ideologica della nuova finanza è lo spettro del deserto demografico: lo spettro delle culle vuote. Un mondo con meno consumatori, meno spostamenti e meno traffici e' il principale pericolo per il grande capitale. Le grandi potenze politiche premono per un mercato globale. La finanza e l'industria acquisiscono il controllo dei mezzi di informazione e dei social network che possono influenzare la pubblica opinione. I poteri globali premono sia a livello politico che di informazione con messaggi più' o meno espliciti e forme di pubblicità' per mantenere alta la natalita' e liberi gli spostamenti globali.
Secondo il potere non esiste un problema demografico. La sovrappopolazione sarebbe una Fake news. I messaggi tranquillizzanti abbondano. Persino da parte di esponenti dell'area ecologista. Ad esempio uno scienziato norvegese, Jørgen Randers, autore tra l’altro di un libro intitolato The Limits to Growth, afferma che la popolazione mondiale non raggiungerà nemmeno i 9 miliardi di persone ma si assesterà sugli 8 miliardi o poco più nel 2040 per poi cominciare a diminuire. Lo scienziato è certo che a rallentare la popolazione sarà anche l’urbanizzazione selvaggia nei paesi in via di sviluppo e un aumento mai visto prima dei bassifondi urbani: “In una baraccopoli urbana, non ha senso avere una famiglia numerosa”. Sulla stessa onda sono i messaggi degli esperti OMS. Ma quale e' la realtà'?
Il rientro demografico e' stato annunciato già' molte volte negli ultimi decenni. Ma non si e' mai realizzato. Nelle grandi megalopoli e nei loro periferie sovrappopolate, come avviene ad esempio al Cairo In Egitto o a Mumbai (India) o a Kinshasha in Congo, i tassi di aumento della popolazione non solo non sono diminuiti, ma sono aumentati rispetto alle aree rurali dei rispettivi paesi. Le megalopoli sono strutture che funzionano da attrattori, la natalità delle campagne e’ mantenuta alta dalla presenza dei grandi centri urbani che con redditi medi più elevati e le facility tecnologiche, condizionano le aspettative che sono alla base della scelta delle famiglie di figliare. Così come da attrattori, questa volta a livello globale, funzionano le nazioni con redditi elevati e con sistemi politici basati sui cosiddetti diritti umani (in realtà' diritti del consumatore), che contribuiscono ad incentivare le nascite in paesi poveri senza risorse adeguate. Per ogni milione di umani che migrano vi sono 80 milioni di nuovi nati sul pianeta ogni anno. Questo contribuisce a mantenere la situazione di arretratezza economica dei paesi di origine e porta al degrado ambientale globale.
Invertire la rotta.
E' possibile modificare le condizioni che hanno portato al disastro attuale? Tornare ad un rapporto equilibrato tra presenza di homo con le altre specie e con l'ambiente naturale? E, al tempo stesso, salvaguardare un livello di tecnologia che consenta economie poco inquinanti e una esistenza umana inserita nel contesto naturale?
A differenza di quel che affermano alcuni movimenti ecologici attuali, come l'ecologia profonda o i fautori della decrescita felice, non ritengo possibile un regresso o anche solo uno stop tecnologico. Quello su cui è necessario intervenire e' il fattore P, cioè' il numero della popolazione. Fermare la popolazione ferma la crescita megapolitana. Ogni intervento sulla tecnologia, senza un adeguata riduzione del numero della popolazione, rischia di portare indietro l'orologio della storia portando a situazioni di crisi sociale e ambientale senza precedenti: una società' sovrappopolata con un basso livello di innovazione tecnologica.
Se ad esempio vogliamo fermare l'immissione di carbonio in atmosfera, e' chiaro che ciò' sara' possibile solo con lo sviluppo tecnologico di nuove forme di energia (compresa quella da rinnovabili che richiede importanti progressi nella tecnologia e nella ricerca, con investimenti adeguati). Ogni transizione, sia essa economica o demografica, presuppone l'utilizzo di tecnologie che, in gran parte, sono ancora da sviluppare.
Il discorso politico e quello sulle nuove energie qui rimane aperto.Nuove organizzazioni dello stato e nuove decisioni politiche si impongono. Così' come nuove energie con basso impatto sull'ambiente. Ma ogni risposta non puo' che partire dalla demografia. Senza la riduzione della popolazione nulla e' possibile.

martedì 28 aprile 2020

L'attacco

Dice Lorenz nel suo piccolo grande libro "Gli otto peccati capitali della civiltà" che "Devastando in maniera cieca e vandalica la natura che la circonda e da cui trae nutrimento, l’umanità civilizzata attira su di sé la minaccia della rovina ecologica. Forse riconoscerà i propri errori. quando comincerà a sentirne le conseguenze sul piano economico, ma allora, molto probabilmente sarà troppo tardi. Ciò che in questo barbaro processo l’uomo avverte di meno è tuttavia il danno che esso arreca alla sua anima. L’alienazione generale, e sempre più diffusa, dalla natura vivente è in larga misura responsabile dell’abbrutimento estetico e morale dell’uomo civilizzato" (Konrad Lorenz : gli otto peccati capitali della civiltà" Adelphi, 1973).
Tornano alla mente le sue parole quando leggiamo notizie come quella che riferisce della uccisione di 13 ranger (eroi che per pochi soldi rischiano la pelle per difendere i gorilla) e cinque civili nel parco Virunga in Congo da parte, sembra , di milizie Huti. Gli scopi degli assassini? E' presto detto: prendere il controllo del parco, uccidere tutti gli animali, tra cui gli ormai rari gorilla della montagna, che sono la principale attrattiva per i turisti che visitano il parco. Lo scopo finale del massacro è poter permettere così agli speculatori, che finanziano le milizie, di appropriarsi del territorio per poterlo sfruttare nelle sue ricchezze: petrolio e oro, e fare per quel che ne resta terra bruciata. I guerriglieri che in passato operavano nel vicino Rwanda hanno spostato il loro campo d’azione nell’est del Congo-K, dove da anni commettono atrocità indescrivibili contro la popolazione civile. Sono accusati di reclutare con la forza bambini-soldato, di saccheggiare i villaggi e di finanziare le loro attività criminali grazie al traffico illecito di oro e legno pregiato. Fanno gola agli speculatori non solo il petrolio e l'oro ma le terre vergini da dedicare all' agricoltura e agli allevamenti e la cementificazione, per creare le strutture necessarie ad una popolazione di Homo in forte crescita. Vicina al parco è la città di Butembo che con i centri vicini ha una popolazione complessiva di due milioni di abitanti in rapida crescita ed espansione e le cui necessità non possono che indirizzarsi verso le vergini terre del parco.
La strage del parco di Virunga è solo uno dei tanti episodi che mostrano il degrado in cui è giunta l'anima dell'uomo, che stenta a trovare un senso alla sua presenza sul pianeta terra. Nelle foreste del Borneo e di Sumatra prosegue il genocidio degli Orango, sempre più ristretti in aree limitate, privati del loro ambiente, mentre le foreste vengono abbattute e sostituite da quelle strutture artificiali ed estranee che sono la caratteristica dell'azione di Homo ovunque si insedi.Colture di specie vegetali esotiche, come la palma da olio e le altre coltivazioni commerciali, o lo sfruttamento di minerali, della gomma e delle risorse idriche hanno ben più valore dei pochi oranghi rimasti, per una popolazione di umani passata nel Borneo da 280 mila a 22 milioni in appena 60 anni. Per Sumatra va anche peggio. In tutto il pianeta le ultime aree silvestri sono aggredite. Nell'Amazzonia prosegue l'attacco di Homo con l'incessante opera di deforestazione allo scopo di insediare allevamenti ed aumentare la produzione di minerali e legname, con una perdita di specie che è stimata di migliaia al giorno.
Neanche il segnale del Covid 19 e del riscaldamento globale smuovono Homo dalla sua azione cancerogena sulla biosfera. Da quando il virus ha cominciato la sua diffusione globale sul pianeta la popolazione mondiale, in poco più di tre mesi, è cresciuta di ben 24 milioni di esemplari Homo. Le attività di replicazione degli umani non hanno sosta, indifferenti ad ogni epidemia. E questo è avvenuto dopo un inverno che non c'è stato, essendo stato caratterizzato da temperature quasi ovunque molto al di sopra della norma per effetto del riscaldamento dovuto alle emissioni della specie infestante. Il temporaneo miglioramento dovuto alle sospensioni delle attività umane per la presenza della pandemia, con minori immissioni di CO2 e di particolati nell'atmosfera e di veleni e plastiche nelle acque, sta per terminare, tra poco tutto tornerà su livelli uguali, anzi superiori al passato per il noto effetto rebound. Le specie animali e vegetali continueranno così a morire, le foreste a sparire e gli umani a crescere. Una umanità senza più anima, come giustamente denunciato da Lorenz. L'attacco di Homo al pianeta continua...

domenica 12 aprile 2020

Il nuovo modello

Il significato di questa pandemia è chiaro: otto miliardi di homo sono troppi su un pianeta limitato. Se non si cambia il modello basato sulla crescita continua della popolazione, della produzione e dei consumi non ci sarà futuro sul pianeta Terra. Cambiare il modello. Ma come? Bisogna tornare indietro da due imbuti logici: Primo imbuto logico: La megalopoli come polis contemporanea. Secondo imbuto logico: consumi come misura di tutte le cose. L'idea alla base della catastrofe: l'uomo al centro dell'universo padrone della natura. Il nuovo imperativo categorico kantiano: arrestare la crescita demografica di Homo. Se si arresta la crescita demografica c'è soluzione alle aporie degli imbuti logici. Se non si arresta la crescita demografica rimane il modello unico della crescita: megalopoli e consumi.
Lo strano effetto della pandemia e l'insegnamento che dobbiamo trarne.
Dalla chiusura delle attività industriali e commerciali sta nascendo un modello che potrebbe esserci utile nella costruzione di una società ecologica più rispettosa del pianeta. La sospensione delle attività di piccole, medie e grandi imprese e degli esercizi commerciali, il divieto di uscita dalle case, la riduzione notevole del traffico urbano, il blocco dei voli e del traffico navale, la riduzione diffusa delle attività umane ha creato un effetto che sebbene previsto ha sorpreso molti. Dalle foto satellitari risulta per la prima volta da decenni un'aria più pulita e più trasparente sulla valle Padana: la nube di fumi e particolati si è di molto assottigliata. Il mare è ovunque più trasparente, con tante specie di pesci che tornano a vedersi e che sembravano in precedenza sparite. I fiumi e i laghi hanno acque più pulite e tornano a vedersi anatre, cormorani, cicogne, aironi sulle sponde. Le montagne sembrano ovunque ritrovare pace e bellezza, e tornano ad essere un luogo di incontro con il significato più profondo della natura, un posto privilegiato per chi vuol sentirsi parte dell'universo. Finalmente hanno smesso, purtroppo temporaneamente, di essere quella specie di luna park per gente che ci vede solo occasione di svago dozzinale e di interesse commerciale; sembra quasi che speculatori e cementificatori, quelli che avevano riempito coste montane e valli di orribili impianti di risalita e spianato boschi per far posto a strade, palazzi, piste e centri commerciali, siano spariti per sempre. Forse con un po di freddo la montagna avrebbe ritrovato tutta la sua natura, con la neve e i lupi, le aquile, le volpi. Di nuovo le valli montane avrebbero riavuto l'ululato notturno, la musica delle montagne, un vero canto spirituale ad un mondo tornato ad essere mondo. Ma non è così purtroppo.
Le spiagge sembrano essere tornate luogo di incontro con il mare, momento di riflessione ed empatia tra noi e l'ignoto, tra il piccolo e il grande, tra lo stare e il partire, tra l'essere se stessi e il perdersi ("in questa infinità s'annega il pensiero mio e il naufragar..."). Fino a pochi giorni fa si preparavano a ricevere la folla di consumatori, l'osceno scempio della fruizione meccanizzata di massa in cui il mare era divenuto merce come tutto il resto, se non discarica e occasione per squallidi giochi, sport, autostrada per imbarcazioni inquinanti di ogni tipo, e via antropizzando. Dopo molti anni si sono rivisti i delfini vicino alle coste. La campagna, in questi giorni di pandemia, sembra essere tornata... campagna! si rivedono animali di ogni tipo come i tassi, le lepri selvatiche, i cerbiatti, i caprioli che ancora al tempo dei nostri nonni e bisnonni facevano compagnia ad agricoltori e abitanti dei piccoli paesi in collina, in un mondo assai meno popolato dell'attuale. I cinghiali e i gabbiani si riavvicinano ai centri abitati. E' come se la natura tornasse a riappropriarsi, ora che l'uomo sembra indietreggiare, sembra... I piccoli paesi, le cittadine, e persino le periferie di grandi città sembrano tornare ad una dimensione...umana. L'aria non odora più di fumi di scappamento delle auto, il cielo è più terso. Sembra essere tornato azzurro come nell'infanzia, anche in città. La folla ha lasciato il posto nelle nostre strade alle persone, tornano i nomi, il rapporto di conoscenza al posto dell'anonimato. Torna a sentirsi il rintocco delle campane delle chiese, come in una poesia di Pascoli. Manca l'asinello o il cavallo al posto delle rare auto e sembrerebbe tornato il mondo di un secolo fa. Le megalopoli appaiono quasi ferme, come un gigantesco meccanismo inceppato. La gente va in strada con il cane, o è affacciata al balcone. I negozi chiusi, i rumori quasi assenti. Il rombo dei motori sembra scomparso come per magia. Il mondo di otto miliardi di Homo sembra tornato quello di due, tre miliardi. Un mondo più pulito, meno inquinato, dove la natura ha ancora la sua voce forte, profonda, capace di dare un senso alla vita, a tutte le vite. Non ci sono aerei nel cielo, il cielo ha perso le sue macchine volanti ma è tornato ad avere significati, ad ospitare gli dei. E' un cielo con meno uomini ma più umano.
Me è solo un effetto temporaneo delle misure prese dai governi per contrastare l'epidemia.
Presto tutto tornerà in moto, la macchina riprenderà a girare, gli ingranaggi a sferragliare, i fumi a uscire, i rombi torneranno a sentirsi ovunque. Gli aerei ricominceranno a rullare sulle piste, a decollare e solcare il cielo. Le navi torneranno a salpare per i loro viaggi spesso senza senso, senza perché. I cargo pieni di merci e di petrolio riprenderanno la navigazione per alimentare dei consumi senza scopo, un inutile dispendio di energia, una produzione e un commercio fine a se stessi. Le auto torneranno a invadere strade e piazze, le folle a uscire. Gli impianti di risalita torneranno a funzionare per folle festanti di turisti. Le megalopoli torneranno ad essere megalopoli e gli otto miliardi di consumatori a consumare. Di nuovo milioni di tonnellate di plastiche invaderanno terre e mari e le discariche di immondizie a riempirsi. Nel cielo torneranno a versarsi milioni di tonnellate di carbonio, gli idrocarburi ad essere bruciati, la benzina a salire di prezzo. Sarà finita l'epidemia , ma anche il sogno di un mondo più pulito, più naturale, in cui la presenza umana sia in armonia con quella delle altre specie. Un sogno appunto, ma anche un modello. Forse questo virus ci ha lasciato un piccolo modello e ci ha dato un grande insegnamento.

sabato 28 marzo 2020

Le megalopoli all'origine della pandemia

C'è una immagine che dovrebbe farci riflettere: quella di una New York deserta. La piazza di Time Square ancora tutta illuminata dalle insegne luminose de dai cartelloni della pubblicità, ma a fronte di queste luci uno spettrale silenzio senza anima viva. Che cosa ci dice questa immagine?
La lezione che dobbiamo trarne è che il modello di crescita basato sulle megalopoli qui mostra un limite. E' il segnale del suo fallimento. Abbiamo sbagliato modello di sviluppo e modo di abitare il pianeta. Le megalopoli stanno invadendo la terra, alimentate dalla crescita esponenziale della popolazione umana e dal modello consumistico. La loro crescita corrisponde all'espansione antropica su tutte le superfici vergini rimaste, con lo sventramento e l'abbattimento delle foreste fluviali e di tutte le zone silvestri. La perdita degli ambienti silvestri equivale alla estinzione rapida di migliaia di specie animali e vegetali, alla riduzione di numero di esemplari, alla sostituzione di specie in bilico per la loro sussistenza, alla forzata coabitazione con specie per migliaia di anni aliene, quando non addirittura alla vendita di specie rare come carne da macello in raffazzonati mercati ai margini delle grandi città.
Molti si chiedono del perché oggi questa convivenza stretta tra Homo e specie silvestri dia origine ad epidemie letali, mentre nel passato questa convivenza, quando ci fu, come per esempio nell'Europa medioevale caratterizzata dai disboscamenti e dalla caccia, non diede origine ad epidemie parimenti letali?
In effetti in passato la domesticazione di alcuni animali, come i Bovini nel caso del morbillo, o come in tempi più recenti l'invasione dei centri urbani medioevali (in primis quelli forniti di porti) da parte di topi provenienti spesso via mare dall'oriente, furono causa di epidemie. Come lo fu l'arrivo e il transito di truppe straniere nel caso della peste di Milano del 1630 o della epidemia spagnola. In tutti i casi si trattava della rottura di un equilibrio e la fine di un isolamento. Ma nelle epidemie del passato notiamo due fenomeni che non si notano nelle epidemie attuali.
Il primo fenomeno è l'autolimitazione. Come fa notare la virologa Ilaria Capua nel passato antico e medioevale o ancora agli albori dell'era moderna, i virus e i batteri trovavano popolazioni limitate in cui espandersi. Nella peste del 1348 i borghi e le città avevano poche migliaia o nei casi di città più grandi qualche decina di migliaia di abitanti. Anche nel caso della peste che aveva una letalità molto alta (circa un quarto degli infettati morivano), i numeri assoluti rimanevano limitati anche se percentualmente rilevanti in rapporto alla popolazione complessiva. Infatti le epidemie trovavano il loro limite quando le zone abitate erano state tutte colpite (sviluppando immunità di gregge) e i patogeni esaurivano il loro potenziale diffusivo trovandosi di fronte zone selvagge, deserte o scarsamente abitate. Il confine tra borghi e foresta era spesso anche il confine delle epidemie che mai divenivano pandemie.
Il secondo fenomeno che caratterizza le epidemie del passato è la lentezza di diffusione rispetto alla velocità delle epidemie attuali. "Pensiamo all'influenza spagnola" - afferma Ilaria Capua- "che un secolo fa ci ha messo ben due anni per diffondersi. Questa volta invece sono bastate un paio di settimane. Un virus che stava in mezzo a una foresta, in Asia, è stato improvvisamente catapultato al centro della scena, passando da un mercato in cui venivano radunati animali provenienti da aree geografiche molto diverse. Siamo noi ad aver creato l'ecosistema perfetto per generare spontaneamente delle armi biologiche naturali". La dottoressa accenna ad ulteriori ipotesi che possano spiegare la rapidità di diffusione: ipotizza ad esempio i tubi e i sistemi di condizionamento degli ambienti nelle città, con l'umidità e la temperatura adatta a mantenere vitali gli agenti infettanti e a diffonderli. Ai mezzi di trasporto rapidi e caratterizzati dall'affollamento di molte persone in spazi ristretti, tipici delle grandi città moderne. All'intrattenimento negli spettacoli o agli affollamenti dei grandi stadi sportivi, tutti aspetti favoriti dalla tecnologia e facenti parte dell'ambiente megapolitano contemporaneo. Queste condizioni, conclude la dottoressa , le abbiamo create noi.
Così come noi siamo responsabili del fattore che più di tutti può spiegare l'accelerazione della diffusione epidemica, l'espansione rapida della pandemia a tutto il globo, la mancanza di autolimitazione che invece avevano le vecchie epidemie, gli elevati numeri assoluti della mortalità. Questo fattore è costituito dalla sovrappopolazione planetaria con otto miliardi di umani raccolti in maggioranza nelle megalopoli e in aree fortemente antropizzate. Le megalopoli sono grandi strutture antropiche che per sopravvivere necessitano di scambi continui e globali di merci e di persone, e che hanno bisogno di tecnologie che assicurino la convivenza stretta in spazi limitati di milioni di persone in archi temporali ristretti. Tutte condizioni che favoriscono le pandemie veloci e letali come quella attuale.
Gli epidemiologi esprimono la diffusività di un patogeno con R-0 (Erre - zero) o "Basic reprodution Number" o il numero atteso di casi direttamente generato da un caso in una popolazione in cui tutti gli individui sono sensibili alle infezioni. L'R-0 varia con la densità di popolazione in un rapporto diretto e crescente in modo esponenziale. Infatti la densità di popolazione (numero di individui all'interno di un determinato spazio o territorio) determina quante persone si incontrano, per quanto tempo e quanto a lungo, tutti fattori che vanno ad influire sul tasso di diffusività di un patogeno. E' evidente che la megalopoli è il principale moltiplicatore dell'indice di diffusività R-0. Questo fa la differenza tra una epidemia del passato ed una pandemia del XXI secolo. La convivenza di milioni di persone in spazi affollati all'estremo, come avviene nei grattacieli e nei centri commerciali, negli stadi e nelle strade delle megalopoli, a cui concorrono gli eventi, i consumi, lo svago e le fitte relazioni tra milioni di persone, possono spiegare la attuale dinamica delle pandemie con la diffisività rapida e globale e l'alto numero assoluto di contagiati e di vittime. Si può ben capire come le ultime epidemie come la Sars, l'H1N1, la Mers, la suina ecc. nascano nelle grandi megalopoli cinesi, o come l'Ebola o l'AIDS si siano sviluppate in Africa, in cui gli agenti virali usciti dalle zone silvestri si sono rapidamente diffusi nelle città e aree densamente popolate. Proprio la recente antropizzazione delle zone silvestri invase dalla massa umana, può spiegare la localizzazione dei focolai iniziali appena generati dallo "spillover" di specie.

sabato 14 marzo 2020

Epidemie e popolazione

Le popolazioni umane, come tutte le popolazioni animali, sono controllate dal rischio della crescita eccessiva rispetto all'ambiente che le ospita, mediante la fame (disponibilità di cibo), le malattie, la guerra (controllo intraspecifico) o la predazione (controllo interspecifico). La competizione per le risorse in un determinato territorio è stato da sempre l' aspetto di fondo. Questo e' cio' che per decine di migliaia di anni ha riguardato anche Homo sapiens. La tecnica contemporanea, che è alla base dell'economia e della cultura attuale, ha rotto gli argini di Homo: ciò ha determinato una crescita della popolazione senza limiti e la globalizzazione delle merci e delle persone, con l'abolizione di tutti i confini. Il tutto espresso a livello economico e politico con l'ideologia antropocentrica basata sulla crescita continua del Pil, un mantra di tutte le culture del pianeta. Ma, sebbene ideologicamente aboliti, i limiti continuano ad esistere nella realtà della natura e con essi la carenza di cibo, le guerre e le malattie. Quando Homo cerca di negarne l'esistenza con l'ideologia del globalismo, i limiti tornano comunque a presentarsi in modo più' o meno imprevisto: le ondate migratorie con i conflitti sociali e culturali che comportano, la lotta per le risorse come l'acqua o il petrolio, le guerre per il controllo delle terre o dei mari, la fame e le carestie, i disordini climatici, le malattie. La storia del coronavirus e' l'ennesima conferma della rottura di un equilibrio ecologico da parte della crescita eccessiva di Homo.
La nuova epidemia è grande campanello che suona l'allarme, l'ennesimo, per un pianeta in cui una sola specie, Homo, ha rotto tutti i limiti e sta distruggendo tutte le altre specie e l'ambiente che la ospita.
Come fa notare la nota infettivologa Ilaria Capua in una sua intervista al Corriere: "In un pianeta globalizzato, interconnesso ed interdipendente, è chiaro che i fenomeni epidemici possono sfuggire di mano. Abbiamo già avuto delle avvisaglie, dalla Sars ad Ebola fino alla pandemia influenzale del 2009 H1N1 «suina», quest’ultima forse la più vicina a quello che stiamo osservando oggi. Il precedente più interessante ed emblematico riguarda il virus del morbillo, che deriva dal virus della peste bovina, il quale si è avvicinato all’uomo quando Homo sapiens ha addomesticato il bovino". A differenza del Morbillo, che con la mobilità limitata e scarsa di tempi remoti ha richiesto migliaia di anni per diffondersi nelle popolazioni umane provocando epidemie ed endemie che durano tutt'ora, l'attuale epidemia da Covid-19 è divenuta pandemica nel giro di qualche mese. Covid-19 si è presentato in un mondo sovrappopolato in cui gli spostamenti da un punto all'altro del pianeta richiedono poche ore ed in cui le le megalopoli si espandono giornalmente distruggendo territorio ed ecosistemi, minacciando migliaia di specie animali e vegetali. Nel caso di Covid19 l'origine dell'epidemia è stata individuata in un mercato di animali di Wuhan. Prelevare animali selvatici dal loro ambiente naturale e indurre artificialmente un’elevata concentrazione di individui di diverse specie esotiche in uno spazio limitato crea le condizioni ideali per la trasmissione di zoonosi. "La differenza con i virus del passato, conosciuti o sconosciuti (quelli che circolavano nell’era pre-microbiologica) è la velocità della diffusione del contagio" dice la dottoressa Capua. In conclusione la virologa ci fa notare l'aspetto essenziale della nuova malattia epidemica: la rottura di un equilibrio tra zone silvestri e zone residenziali umane. "Stiamo assistendo a un fenomeno epocale, la fuoriuscita di un virus potenzialmente pandemico dal suo habitat silvestre (pipistrelli) e la sua diffusione globale che diventa un’onda inarrestabile, invade le nostre vite, le nostre case e i nostri affetti". L'equilibrio si è rotto per l'eccessiva crescita delle megalopoli e l'antropizzazione di tutti i territori e la conseguente distruzione delle zone silvestri abitate da popolazioni di animali fino a pochi anni fa rimaste indisturbate (o quasi) per migliaia o milioni di anni. La stessa cosa afferma Giovanni Maga, direttore dell’Istituto di Genetica molecolare del CNR-IGM di Pavia, per spiegare la maggior frequenza delle epidemie negli ultimi decenni «I fattori coinvolti sono molteplici: cambiamenti climatici che modificano l’habitat dei vettori animali di questi virus, l’intrusione umana in un numero di ecosistemi vergini sempre maggiore, la sovrappopolazione, la frequenza e rapidità di spostamenti delle persone» L'abbattimento delle foreste fluviali, la rottura dell'isolamento di interi ambienti ed ecosistemi con strade aeroporti, sbancamenti di alture e colline, miniere, sventramenti di ambienti incontaminati anche a scopo di agricoltura e pascolo , ferrovie, insediamenti abitativi, commerciali e produttivi, pozzi di estrazione, discariche, la modificazione dell'ambiente e del modo di vivere degli animali dovuta all'espansione della popolazione umana e delle strutture a questa connesse, l'inquinamento delle falde acquifere, dell'aria e dei terreni, l'introduzione di specie estranee o animali domestici, lo spostamento forzoso di intere popolazioni animali, la modifica dell'alimentazione e tutti gli altri fenomeni indotti dall'espansione delle megalopoli e delle popolazioni di Homo, hanno rotto argini che da millenni separavano specie silvestri dalle altre specie animali e dalle popolazioni umane, favorendo salti di specie.
Un altro aspetto è la densità delle popolazioni in cui il virus può replicarsi: gli allevamenti intensivi e la trasformazione in cibo o la coabitazione stretta con specie allogene costituisce uno dei meccanismi essenziali con cui i virus attivano la loro contagiosità ed aumentano la virulenza. E' dimostrato che nuove opportunità di replicazione in gruppi di popolazione sempre più numerosi favorisce mutazioni nel genoma che amplificano la virulenza e il potenziale patogeno. Le stesse popolazioni umane in forte crescita con convivenze in spazi limitati di milioni di individui hanno innescato la bomba epidemica favorendo il facile diffondersi di specie virali e batteriche particolarmente patogene e virulente. La natura da milioni di anni utilizza virus e batteri per conservare l'equilibrio degli ecosistemi viventi. La rottura di questo equilibrio da parte di Homo si paga a caro prezzo. Le stesse terapie mediche, in queste condizioni, hanno facilitato l'apparire di specie particolarmente diffusive e resistenti a farmaci antibiotici e antivirali. La resistenza sempre maggiore alle terapie della Tbc, dei ceppi batterici, della malaria e dei nuovi virus è un esempio degli effetti delle popolazioni numerose ed in continua mobilità e delle modifiche ambientali da noi prodotte.
L’uomo rischia ora di tramutarsi in un virus che fa ammalare la sua stessa casa. Se non addirittura se stesso. L’aumento delle epidemie è un effetto della sovrappopolazione e del nostro impatto sulla biodiversità.