Ius sanguinis o
ius soli? E’ più importante l’appartenenza per generazioni ad un dato luogo, o
deve contare il fatto che una persona ha il diritto di risiedere nel luogo in cui nasce? Si
appartiene al luogo in cui si nasce o alla storia dei propri genitori? La nascita genera obblighi di accoglienza ? Che posto ha la cultura del luogo nello ius soli e nello ius sanguinis?
Conta la condivisione dei valori di un popolo o contano di più i diritti universali?
Chi si ricorda
del termine “patria”? E’ un
termine superato che non usa ormai più nessuno. E’ troppo legato all’idea di
nazionalismo e delle guerre combattute nel nome della nazione. Oggi va di moda
il multiculturalismo e i diritti di tutta l’umanità, senza partizioni
territoriali. C’è un nuovo e
superiore valore che azzera tutti gli altri: il diritto dell’uomo, di ogni
uomo, di occupare la terra, qualunque terra, per i propri scopi e il
soddisfacimento dei propri bisogni.
Oggi il concetto di luogo e di suolo non ha più nulla di identitario: esprime
soltanto una determinazione spaziale priva di riferimenti a valori e tradizioni. Le città conservano le differenze soltanto nei centri
storici, edificati nel passato; le periferie moderne sono tutte uguali, in ogni parte
del mondo. Quando lo spazio diviene tutto uguale, anche la dimensione culturale si appiattisce e si uniforma. Oggi gli unici riferimenti sono i diritti del cittadino globale e riguardano solo lui: tutto il resto della natura non ha
diritti.
Nel nuovo significato di suolo come spazio a disposizione, vengono compressi e azzerati il tempo, i riferimenti culturali, i significati storici, il valore naturalistico dei luoghi. Questa perdita di profondità storica dei concetti di luogo, di suolo e di nazione riguarda non solo il mercato e la speculazione. Il suolo è a disposizione anche dei milioni di migranti che si mettono in moto in tutti gli angoli della terra attratti dal richiamo consumistico. Non si cerca un’appartenenza, ma un “posto” in cui trovare cibo e merci, in cui la famiglia ricreata o traslocata possa trovare un sostituto posticcio del luogo di origine. Quando del suolo rimane solo il concetto utilitaristico dello spazio da occupare può accadere quello che è successo a tanti luoghi di valore storico e paesaggistico in Italia: la trasformazione in centri commerciali, o in quartieri residenziali, o addirittura in parcheggi. Insieme ai luoghi anche gli uomini divengono senza storia, senza appartenenze, senza determinazioni culturali, senza fini spirituali, senza significato se non quello di vivere la vita stereotipa delle città contemporanee: consumare, trasformare, produrre. Quando tutti i valori cadono, l'uomo da sfogo al suo egoismo. Sull’altare dell’antropocentrismo vengono così distrutti suoli vergini, prati, foreste, coste marine, rive di fiumi e di laghi, paesaggi, antichi borghi; vengono stravolti paesi rimasti per secoli in armonia con il proprio territorio, cittadine ridenti, centri storici di alto valore artistico. Vengono azzerate le appartenenze e le diversità culturali. Suoli che per secoli ci hanno dato il nutrimento materiale e spirituale con l’agricoltura e il paesaggio, che hanno conservato dentro di sé la cultura di intere generazioni, vengono in pochi giorni spianati da ruspe, colmati da gettate di cemento, trafitti da piloni e impalcature di ferro e acciaio, uniformati alle peggiori periferie degradate delle città di ogni parte del mondo. Lo stravolgimento avviene in tutto il pianeta, non solo da noi. Del resto i capannoni non si possono non costruire, ne va dei guadagni degli imprenditori e del diritto al lavoro degli operai. Gli orrendi palazzoni grigi si debbono fare: ne va del diritto alla casa dei cittadini (e delle finanze dei costruttori). Gli alberi non hanno diritti, i campi fioriti, le acque cristalline di fonti e ruscelli non possono vantare diritti. E gli animali e le piante non sono depositari di diritti, ma servono all’esclusivo soddisfacimento umano. Se questo è il contesto, la cittadinanza vale poco, e si può dare a tutti. La cultura non ha più molto senso: conta assai più la pubblicità o l'ultimo prodotto alla moda. Molti migranti rispondono alla domanda del perché hanno affrontato un rischioso viaggio per raggiungere un luogo determinato con la risposta più sconvolgente: perché ho visto alla televisione che qui si vive bene. Qualcuno si stupisce che la realtà sia tanto diversa da quello che vedeva sulla tv. Non si vuole partecipare alla cultura di un popolo, ma consumare un marchio, avere uno spazio, un reddito, fruire dei beni materiali che quel posto offre. Se questo è ciò che conta, basta nascere in un posto per esserne cittadino. Forse in futuro basterà ancora meno: esibire uno scontrino, una prova di acquisto.
Nel nuovo significato di suolo come spazio a disposizione, vengono compressi e azzerati il tempo, i riferimenti culturali, i significati storici, il valore naturalistico dei luoghi. Questa perdita di profondità storica dei concetti di luogo, di suolo e di nazione riguarda non solo il mercato e la speculazione. Il suolo è a disposizione anche dei milioni di migranti che si mettono in moto in tutti gli angoli della terra attratti dal richiamo consumistico. Non si cerca un’appartenenza, ma un “posto” in cui trovare cibo e merci, in cui la famiglia ricreata o traslocata possa trovare un sostituto posticcio del luogo di origine. Quando del suolo rimane solo il concetto utilitaristico dello spazio da occupare può accadere quello che è successo a tanti luoghi di valore storico e paesaggistico in Italia: la trasformazione in centri commerciali, o in quartieri residenziali, o addirittura in parcheggi. Insieme ai luoghi anche gli uomini divengono senza storia, senza appartenenze, senza determinazioni culturali, senza fini spirituali, senza significato se non quello di vivere la vita stereotipa delle città contemporanee: consumare, trasformare, produrre. Quando tutti i valori cadono, l'uomo da sfogo al suo egoismo. Sull’altare dell’antropocentrismo vengono così distrutti suoli vergini, prati, foreste, coste marine, rive di fiumi e di laghi, paesaggi, antichi borghi; vengono stravolti paesi rimasti per secoli in armonia con il proprio territorio, cittadine ridenti, centri storici di alto valore artistico. Vengono azzerate le appartenenze e le diversità culturali. Suoli che per secoli ci hanno dato il nutrimento materiale e spirituale con l’agricoltura e il paesaggio, che hanno conservato dentro di sé la cultura di intere generazioni, vengono in pochi giorni spianati da ruspe, colmati da gettate di cemento, trafitti da piloni e impalcature di ferro e acciaio, uniformati alle peggiori periferie degradate delle città di ogni parte del mondo. Lo stravolgimento avviene in tutto il pianeta, non solo da noi. Del resto i capannoni non si possono non costruire, ne va dei guadagni degli imprenditori e del diritto al lavoro degli operai. Gli orrendi palazzoni grigi si debbono fare: ne va del diritto alla casa dei cittadini (e delle finanze dei costruttori). Gli alberi non hanno diritti, i campi fioriti, le acque cristalline di fonti e ruscelli non possono vantare diritti. E gli animali e le piante non sono depositari di diritti, ma servono all’esclusivo soddisfacimento umano. Se questo è il contesto, la cittadinanza vale poco, e si può dare a tutti. La cultura non ha più molto senso: conta assai più la pubblicità o l'ultimo prodotto alla moda. Molti migranti rispondono alla domanda del perché hanno affrontato un rischioso viaggio per raggiungere un luogo determinato con la risposta più sconvolgente: perché ho visto alla televisione che qui si vive bene. Qualcuno si stupisce che la realtà sia tanto diversa da quello che vedeva sulla tv. Non si vuole partecipare alla cultura di un popolo, ma consumare un marchio, avere uno spazio, un reddito, fruire dei beni materiali che quel posto offre. Se questo è ciò che conta, basta nascere in un posto per esserne cittadino. Forse in futuro basterà ancora meno: esibire uno scontrino, una prova di acquisto.
La storia non esiste, è una
mistificazione del particolare che
tende a togliere diritti all’uomo universale. Dietro lo ius soli si nasconde la
concezione della terra come puro spazio privo di riferimenti al passato e allo
spirito di quella terra. Un res nullius, una superficie da occupare, un vuoto da riempire,
senza senso, senza storia, senza appartenenza, senza valore. Non c’è più
patria, ma un set televisivo e un magazzino di merci che si è
sognato di avere guardandole sullo schermo di un televisore.




