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domenica 23 luglio 2023

Dal blog dei climatologi

Pubblico questo post ripreso dal blog dei climatologi dell'Areonautica Militare. Come si puo vedere, non segue il pensiero unico imposto dalla narrazione dominante. Tra poco, seguendo quanto vorrebbero imporre gli ecologisti alla Bonelli, fare queste affermazioni potrebbe costare la galera. Stalin era solo una premonizione del nuovo giacobinismo verde-rosso. Ma finche' si puo'.....
Quando ero piccolo
Pubblicato da Massimo Lupicino il 19 Luglio 2023
Ricordo bene le vacanze di tanti anni fa, di quando ero piccolo. Già da piccolo guardavo più il cielo di qualsiasi altra cosa. E d’estate più che il cielo (regolarmente sereno, da queste parti) guardavo i termometri appesi sulle pareti del terrazzo di casa, o sullo stipite della finestra del salotto. E ricordo bene l’eccitazione di quando si segnavano nuovi record di temperatura.
Andavo e venivo dal terrazzo per prendere nota sul mio quaderno delle temperature ora per ora. E chi si dimentica quei 44 gradi del 1987, tutt’ora imbattuti? Era il 20 luglio o giù di lì, proprio come in questi giorni. Non era tempo di “global warming” quello, né tantomeno di “crisi climatica”, giacché i media ci raccontavano che era imminente l’arrivo di una glaciazione. Quando ero piccolo aspettavo con trepidazione quelle giornate estive in cui si superavano i fatidici 40 gradi. Succedeva quando c’era vento di “faugno”, il vento che soffiando da sud-ovest e valicando l’Appennino, scendeva caldo e secco lungo i litorali adriatici pugliesi e quelli ionici lucani. Faugno era la versione dialettale dell’italiano favonio, non a caso. Ché già i nonni ci insegnavano che da queste parti quando soffiava il faugno i 40 gradi si raggiungevano e si superavano sempre, a luglio e ad agosto.
Strategie di adattamento
Nessuno si sorprendeva di quei 40 gradi, al contrario ci si adattava: tapparelle abbassate dove batteva il sole, ma con “i buchi aperti”, per far passare l’aria che in casa circolava grazie alle tapparelle tenute alzate sul lato dove il sole non batteva. Dopo mezzogiorno si invertiva la modalità di apertura delle tapparelle stesse, al ruotare del sole. Qualche ventilatore nelle stanze dove passavamo più tempo. E la sera finestre tutte spalancate, e pazienza se entrava qualche zanzara: si risolveva il problema con qualche tavoletta di VAPE nelle camere da letto. La mattina si andava al mare, perché al mare un po’ di brezza si trovava sempre, e potevano esserci fino a dieci gradi in meno rispetto alle temperature registrate in città. Bastava un tuffo in acqua per rinfrescarsi. E poi c’erano gli amici con cui giocare, e le ragazze con cui fare gli scemi, o da guardare furtivamente perché in città giravano ancora con le gonne lunghe e ben coperte, anche d’estate. Quando ero piccolo non si andava in giro per la città nelle ore più calde quando soffiava il faugno. La città alle due del pomeriggio era deserta. Del resto non c’era motivo per uscire: i negozi restavano chiusi fino alle 5 del pomeriggio, e non c’erano turisti sciamanti e tavolini buttati in ogni angolo della città a giustificare un “orario continuato”. Oggi lo devono spiegare in TV, che è meglio non uscire se fuori ci sono 42 gradi, con contorno di virologo che esorta soprattutto “i fragili” a rimanere a casa. Quando ero piccolo questo termine orrendo non lo utilizzava nessuno: al più si sarebbe detto che chi usciva di casa alle 2 del pomeriggio con il faugno era fragile di mente. Ma si sarebbe usata sicuramente una espressione più colorita.
Questione di preposizioni
Oggi guardavo quello stesso termometro di quando ero piccolo. Di gradi ne segnava 10 di meno rispetto a quel fatidico 1987. Eppure in giro la gente si lamentava come se di gradi ce ne fossero 50. Sul tavolino del bar campeggia un giornale con un bollettino di guerra “climatica”: morti, feriti e temperature infernali. Il mio amico d’infanzia mi chiede: “ma davvero ci sono stati 49 gradi?” “No Carlo, ma quali 49 gradi”. “Ma qua c’è scritto”. Gli spiego che quei 49 gradi di cui si scriveva nel giornalone erano “temperatura del suolo”, non la “temperatura al suolo” delle misurazioni ufficiali. Una preposizione che cambia tutto, che simboleggia la trasformazione della meteorologia di quando ero piccolo nella pagliacciata indegna della “crisi climatica” che domina ogni narrativa su qualsiasi mezzo di “informazione” di oggi.
Grande informazione
Maledetto il Guardian e il giorno in cui i giornalisti inglesi ci hanno informati che siccome la parola “Climate Change” non spaventava più nessuno, da quel momento si sarebbe usato il termine “Crisi Climatica”, che secondo gli psicologi avrebbe avuto un effetto più efficace sulla psiche dei lettori. O sulla psiche dei “fragili”, direbbe il virologo. E siccome di fragili di mente l’editoria nazionale abbonda, quel diktat del Guardian è stato recepito da tutti. Ma proprio tutti: non c’è nessuna trasmissione di “approfondimento” (meglio sarebbe sprofondamento) che in questi giorni non si premuri di spiegarci che ci sono 35 gradi a causa della “crisi climatica”. Per esempio, oggi pomeriggio su Rai 1 c’era una trasmissione con un “inviato sul campo”. Si trattava di un giornalista (suppongo) che con tono tra l’afflitto e il concitato raccontava che in Sicilia era stata registrata la temperatura più alta d’Europa. Notiziona, perché le temperature più alte d’Europa notoriamente non si registrano a pochi chilometri di distanza dall’Africa: in Sicilia o in Andalusia, ma piuttosto sulle Highlands scozzesi, in Islanda e a Capo Nord. Siccome i poco più di 40 gradi registrati non erano abbastanza, l’inviato aggiunge: “alcuni passanti mi hanno detto che i loro termometri sul balcone hanno segnato anche 48 gradi!”. I due conduttori in studio, entrambi coreograficamente armati di ventaglio, annuiscono scioccati. Quando la grande scienza si fa grande informazione sulla TV di Stato, ci si sente ancora più orgogliosi di essere italiani. Mentre commentavo con epiteti irriferibili le trasmissioni in questione, mia madre si godeva l’aria condizionata: “senza condizionatori sarei già morta!”. L’affermazione non è casuale, perché su tutti i media si attribuiscono al caldo di questi giorni le morti di poveri cristi colti da infarto o ictus mentre si trovavano in spiaggia, o a passeggiare in città. Resta il fatto che mia mamma i condizionatori li paga cari, letteralmente. Perché l’elettricità costa più o meno il 500% in più del 1987. Le hanno spiegato che questo accade perché “ora siamo più green”, ma non mi sembra convinta che ne sia valsa la pena. Chissà se anche in Ucraina si sta morendo di caldo, in questi giorni…Magari ce lo spiegherà il Guardian con uno scoop. Intanto il cugino del Guardian, il Times, informa il mondo intero che Roma è diventata una città africana. Estasiati, i media italiani rimbalzano la notizia, evidentemente orgogliosi del fatto che la castroneria del Times ha fatto crollare le presenze dei turisti stranieri, atterriti dalla prospettiva che la Crisi Climatica li colga di sorpresa sui sanpietrini della Capitale, accoppandoli senza pietà. Non gli par vero, alla “grande editoria italiana” di aver trovato un nuovo argomento, dopo la “transizione energetica” e la “fedeltà atlantica”, per distruggere quel poco che resta dell’economia nazionale.
Ed è subito sera
Ho concluso la mia giornata con una visita serale al sito meteo (bellissimo, e aggiornato di fresco) dell’Aeronautica Militare. Siccome da quelle parti sono ancora seri come lo erano 40 anni fa, vengono riportati solo i dati “osservati” delle stazioni meteorologiche ufficiali. E in uno slancio vintage che ci fa tornare tutti bambini, vengono riportate quelle osservazioni soltanto per i capoluoghi di regione. Proprio come sulle cartine commentate da Bernacca o Baroni la sera in TV una quarantina d’anni fa. Ebbene, le massime di oggi erano state di 40 gradi a Roma Ciampino, ma “solo” 33 gradi a pochi chilometri di distanza, sul mare di Fiumicino. 37 gradi a Firenze e a Bologna. 33 gradi a Milano, 32 a Torino. Appena 28 a Genova. 33 gradi a Napoli e 34 a Bari. Mi immagino da piccolo, a vedere queste temperature sulla cartina di “Che Tempo Fa”, su Rai 1, illustrate dalla bacchetta di Baroni. Avrei pensato che si trattasse solo di una normale, calda giornata nel cuore dell’estate italiana. E avrei aspettato che il faugno arrivasse anche qua, per aggiornare i miei taccuini di osservazioni meteo. E per scappare al mare a giocare con gli amici, dopo essermi accertato che le tapparelle esposte a sud fossero tutte abbassate, ma “con i buchi aperti”, come volevano la mamma e papà. Vorrei tanto tornare ad essere piccolo.

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