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venerdì 15 giugno 2012

TIZIANO TERZANI: DISTRUGGERE LE RADICI E’ DISTRUGGERE SE STESSI. IL CASO DELLA CINA E DEGLI ALLEVATORI DI GRILLI.




TIZIANO: Nel 1966 comincia in Cina la rivoluzione culturale che vuole distruggere il passato perché possa nascere una Cina nuova. Cominciano le distruzioni spaventose per mano delle guardie rosse, e comincia la repressione. Bastava che tu avessi un libro che non era approvato dal partito e venivi accusato di essere un revisionista, un controrivoluzionario, e spedito per anni a fare il lao gai nei campi di lavoro. Se tu pensi a cosa questi fregnoni di giovani iconoclasti hanno bruciato, distrutto! Cose incredibili. Entravano nei templi, mamma mia! Entravano nelle case dei poeti, della gente e disfacevano ogni cosa, il loro lavoro, le cose belle che possedevano. L’idea che il “vecchio” fosse di impedimento al “nuovo” poteva essere giustificata dal punto di vista ideologico (… ) il vecchio che Mao voleva distruggere perché diceva che incatenava il paese al suo passato! Ma questo “vecchio” sono le radici della Cina; senza questo “vecchio” la Cina non sarebbe più la Cina!
E infatti la Cina oggi non è più la Cina, da quando quell’assassino ha eliminato le radici della sua antica cultura. Invece di fare un comunismo o un socialismo cinese, Mao ha voluto distruggere tutto quello che era cinese per creare una società completamente nuova. E questo è spaventoso. Mao ha finito per distruggere la Cina e la visione di oggi la vedi.
FOLCO: Il comunismo non ti interessava più?
TIZIANO: No, basta. Come soluzione ai problemi dell’umanità quella formula era proprio fallita. La mia grande crisi comincia in Cina. Ho capito subito che era stata una trappola. In Vietnam lo avevo annusato, ma sai, ero in mezzo alla rivoluzione, casini…E da allora è stato tutto un declino. Non ho più scritto un vero pezzo politico. La politica proprio non mi interessava più, avevo capito che la politica non era la soluzione a nulla.
FOLCO: E’ in Cina che il socialismo ti ha definitivamente deluso?
TIZIANO: Si, certo. Ma soprattutto mi ha deluso la politica stessa come strumento di cambiamento. Capisci così come poi si arriva alla grande delusione con la materia, con l’operare sul corpo sociale di un paese.  Perché questo operare non serve, non porta a fare un passo avanti. Anzi,  porta a fare tanti passi indietro, verso la miseria, il dolore, la morte e la distruzione. E lì bisogna ragionare. Era soltanto il maoismo a creare in me questa delusione, o era la constatazione, ormai così ovvia, che non è possibile creare un uomo nuovo, che è sacrilega  quest’idea? La verità è che c’è una natura umana che non può essere combattuta. C’è una natura umana che è individualista, che è egoista, e che non accetta questa limitazione dei propri diritti, della propria libertà di espressione. Bisogna riconoscerlo. Perché tu puoi dare a tutti la stessa ferrea ciotola di riso, puoi dare a tutti lo stesso vestito, e tanti ci credono e tanti partecipano al tuo progetto. Ma c’è sempre una parte che vuole due vestiti, due ciotole di riso, e la libertà di fare quello che vuole. Questo però il comunismo lo nega per cui crea una contraddizione che diventa omicida. Così si arriva alla  violenza perché quelli che credono nel sistema reprimono quelli che lo minano. Per questo ci sono stati i massacri di Pol Pot, il gulag dei sovietici e i campi di lavoro dei cinesi.
FOLCO: Vuoi dire che i pochi che hanno cercato di cambiare l’uomo erano tutti…
TIZIANO: …assassini, grandi assassini. C’è qualcosa di sacrilego nell’idea di voler creare l’uomo nuovo che è di tutti, tutti i rivoluzionari. Lenin, Stalin, Trosky, Mao hanno tutti avuto questo stesso sogno. Ma l’uomo è quello che è, è il frutto di un’evoluzione e non puoi fermare l’evoluzione, come non puoi fermare l’acqua che scorre nel fiume… Lo vedi che cosa sono diventati? Banditi, banditi! (Ride). Stanno facendo della Cina una seconda Taiwan, una brutta imitazione di Hong Kong in cui tutti corrono per far soldi…
FOLCO: Non servono le rivoluzioni?
TIZIANO: E da qui il mio passo verso l’unica rivoluzione che serve, quella dentro di te. Le altre le vedi. Le altre si ripetono, si ripetono in maniera costante, perché al fondo c’è la natura dell’uomo. E se l’uomo non cambia, se l’uomo non fa questo salto di qualità, se l’uomo non rinuncia alla violenza, al dominio della materia, al profitto, all’interesse, tutto si ripete, si ripete, si ripete. (Il Babbo riflette a lungo). Lentamente in Cina ebbi una reazione che fu questa: invece di cercare l’uomo nuovo mi resi conto che c’era un uomo vecchio, cinese, che era meraviglioso; e che quella era stata una cultura stupenda con una grandezza e con una ricchezza che proprio mi colpivano. Allora mi sono messo in cerca di quell’uomo vecchio, della meraviglia che era stata la vecchia Cina e di quel che ne rimaneva.
(…) E infine ho fatto la grande scoperta dei grilli.
FOLCO: Infatti! Io della Cina mi ricordo soprattutto i grilli.
TIZIANO: Si, voi eravate bambini. Era bellissimo! Tu pensa, un popolo che dedica il suo tempo –Mao avrebbe detto che “spreca” il suo tempo, e in parte non aveva torto_ ad allevare i grilli fuori stagione per poter sentire d’inverno, quando fuori nevica, la voce della primavera.. Perché il grillo dove sta? Sta al caldo, in una piccola zucca vuota, che è la sua casa, nella tasca interna della tua giacca. Il tappo è d’avorio intarsiato o a volte anche di giada, bellissimo.
Tutti questi erano i divertimenti dei mancia. Di nuovo, la cosa che mi affascinava era che i cinesi non prendevano la prima zucca dell’orto e la mettevano a seccare. No! Quando la zucca veniva fuori dalla terra la mettevano in uno stampo di argilla nelle cui due metà erano incisi dei simboli, così che la zucca crescendo, premesse nei vuoti  dell’incisione e quando si aprivano le due metà lo stampo avesse impresso sulla zucca i caratteri della lunga vita o della felicità. Ma te lo immagini?
Alcune zucche invece venivano fatte crescere in forme perfettissime su cui poi venivano incisi con ferri infuocati paesaggi o scene di saggi nelle montagne. Tu, questa zucca la tenevi nella giacca e nel freddo della notte, mentre scrivevi una poesia o bevevi il tè nel tuo piccolo si he yuan, la tua casa col cortile, sentivi il cri-criii del grillo che ci stava dentro. (…)
Noi eravamo amici di Wang Shixiang, detto “Mobilia Ming Wang” perché era l’unico ad aver scritto sulla mobilia della dinastia Ming e l’unico ad aver scritto sull’arte di allevare i grilli. Ho imparato tanto da lui: come allevarli, cosa era buono per loro,cosa non era buono. Andavamo a trovarlo nella sua casa fatiscente con un cortile pieno della spazzatura dei suoi inquilini coatti. Lui era un uomo di una cultura straordinaria e gli avevano messo in casa dei caconi del partito che venivano dalla provincia. Se ne sfottevano di lui e della sua cultura. Noi siamo stati di nuovo tra i primi  che lo andavano a trovare,  che lo apprezzavano, e lui ci adorava e mi introdusse poi all’altra grande passione che ebbi – e che non durò  tanto perché dopo fui arrestato- i piccioni. Avevamo un piccolo allevamento di piccioni!
Tu immagina una civiltà che è capace di pensare che se a un piccione gli leghi sulla coda un fischio che, come puoi capire, deve essere leggerissimo o il piccione non vola, quello emette un suono nell’aria. Se poi tu fai fischi di vario tipo e ogni fischio è di per sé uno strumento musicale con tanti buchi, con tanti suoni, e se tu hai tanti piccioni con tanti fischi tutti diversi, e lasci questi piccioni liberi per l’aria, senti allora la musica dei pianeti – wuuu!...Ma che grande civiltà! Quando tu scopri queste cose  non puoi che ammirarla profondamente, e capire come invece quel puzzone di Mao trovasse tutto questo orribile. Perché erano tutti giochi che facevano i ricchi, i cittadini, non i contadini. Quelli avevano poco da fischiare, fischiavano se avevano da mangiare.  Ma io a tutta questa bellezza non resistevo. Era più forte di me. Allora, quando sentivo che un vecchio in un villaggio fuori Pechino aveva ricominciato a fare i fischi io –via! Partivo la domenica con la macchina a cercarlo, per vedere i fischi che faceva.  Erano stati proibiti e ora ricominciavano a farli. Era il momento in cui le cose cambiavano. Ritornavano i grilli, i fischi, i piccioni.
Ma vedi, non ero giornalista, no? I miei colleghi la domenica magari andavano a cena dall’ambasciatore, parlavano col segretario del partito; io invece andavo ai mercati e, secondo me, alla fine ho capito più io della Cina, cioè la Cina mi è venuta addosso di più. Per questo puoi capire che quando i cinesi mi hanno cacciato mi hanno davvero punito, mi hanno tolto una grande gioia di cui solo l’India mi ha poi ripagato…

(Tiziano Terzani: “La fine è il mio inizio”, Longanesi 2006, pag.217 e seg.)

La scomparsa della Cina dei grilli, la scomparsa della millenaria cultura cinese non ha dato origine all’uomo nuovo. Ha preparato il campo alla Cina di oggi. Ha dato origine a  quell’orribile apparato tecnologico e produttivo che schiaccia l’uomo e la sua dignità, per ridurlo a un produttore puro, ad un mercante assetato di denaro. La Cina di oggi è un paese  in cui tutto perde di significato per lasciare il posto ad una uniformità posticcia che somiglia sempre di più all’aspetto peggiore dell’occidente. Le sue città diventano simili alle peggiori città occidentali, con tanto asfalto e tanto cemento. Lo smog intossica tutti. I luoghi millenari vengono stravolti, i paesaggi divengono irriconoscibili. La potenza della tecnica planetaria continua così la sua distruzione di cultura e di civiltà. agobit


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