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mercoledì 25 novembre 2015

Il genocidio silenzioso

Le specie appartenenti all’ordine dei primati sono ormai tutte in via di estinzione. A parte la specie Homo sapiens ovviamente, che è la causa della estinzione delle altre specie. Ovunque sulla Terra diminuiscono le foreste che consentono ai primati di vivere nel loro ambiente naturale. Quello che sta avvenendo ai gorilla, uno dei nostri parenti più prossimi, è uno dei tanti esempi di prossima estinzione. Le due specie oggi esistenti di gorilla vivono ormai ridotte a poche decine di migliaia in Africa equatoriale, separate da circa 900 km di foresta del Bacino del Congo: si tratta del gorilla occidentale e del gorilla orientale. Ricoprono un ruolo cruciale nella biodiversità locale, spostandosi attraverso grandi territori e aiutando, per esempio, la diffusione e germinazione degli alberi da frutto di cui si nutrono. La pressione antropica ne sta profondamente alterando l’habitat. Intere foreste vengono abbattute per installarvi coltivazioni destinate ad alimentare la crescente popolazione umana in esplosiva crescita demografica. Strade e cementificazione erodono il territorio vergine e lo rendono sempre più inadatto alla sopravvivenza delle specie locali. Ogni anno perdiamo circa 700.000 ettari di foreste a causa della deforestazione e del taglio illegale di alberi. Una superficie enorme, che corrisponde a tre volte il Belgio, viene distrutta, sottraendo così anche spazi ed habitat a moltissime specie animali, tra cui quella dei gorilla. Ma non c’è solo questo purtroppo. Il commercio di “bushmeat” (carne da animali selvatici), che avviene in tutta l’Africa occidentale e centrale, è oggi la più grave minaccia per i gorilla. La carne di gorilla, di scimpanzé, di antilope e di molti altri animali è infatti un cibo ricercato nei mercati clandestini di molti paesi, e viene venduto a prezzi da capogiro. Uguale sorte monaccia gli scimpanzè africani, un’altra specie che ci è molto vicina geneticamente. Continua la caccia e l’uccisione degli elefanti allo scopo di alimentare il commercio di avorio, ufficialmente illegale ma di fatto consentito per il reddito che produce. Quello che avviene nel Borneo, Sumatra, Indonesia e Malesia non è meno grave. Qui il genocidio sta avvenendo ad una velocità e su una scala sconcertante e vergognosa. Di oranghi sono ormai rimaste poche decine di migliaia di esemplari nelle foreste pluviali di quei paesi. Nel silenzio di tutto il mondo, sia dei governi che dei media, viene distrutto giornalmente con avidità ed efficienza uno degli habitat naturali più importanti per la biodiversità e per la sopravvivenza di molte specie in pericolo di estinzione. Nella più assoluta indifferenza il genocidio degli oranghi sta raggiungendo la sua conclusione. Tutto questo a causa dell’olio di palma, un ingrediente presente in prodotti di uso quotidiano come grissini, merendine, shampoo, dentifricio e cioccolato. Dietro l’uso di questo olio, che secondo alcuni sarebbe addirittura tossico e dannoso alla salute, c’è la speculazione: viene usato perché a buon mercato e molto conveniente. L’altra causa, quella determinante, è l’enorme richiesta mondiale di prodotti alimentari a basso costo in seguito alla crescita demografica esplosiva ed ininterrotta della specie Homo che infesta il pianeta. Al fine di spianare la strada per le piantagioni di palma da olio, immense distese di foreste pluviali incontaminate vengono distrutte, gli animali come gli oranghi e altre specie locali uccisi, catturati con trappole, venduti, lasciati senza il loro ambiente naturale e avviati all’estinzione. Le grandi aziende interessate non si preoccupano minimamente del problema e anzi incoraggiano i lavoratori locali impegnati nella deforestazione ad approfittare delle risorse naturali per aumentare i guadagni. Se la deforestazione continua a questo ritmo, oltre alla estinzione degli oranghi e di tante altre specie, avremo la distruzione pressoché completa della foresta pluviale in quell’area del pianeta (si calcola che al ritmo attuale di deforestazione venga raggiunta nel 2035). Tutto questo provocherà conseguenze estreme al nostro clima a causa del rilascio di anidride carbonica nell'atmosfera non più assorbita dal polmone verde di quelle foreste, una volta immense. Le organizzazioni ecologiste invitano a boicottare i prodotti contenenti olio di palma, e non posso che appoggiare questa iniziativa. Ma se non interveniamo all’origine del problema, cioè sulla esplosione demografica della nostra specie, ho l’impressione che la crescente richiesta di prodotti alimentari a basso costo impedirà la riuscita della campagna volta a salvare i primati e le altre specie in pericolo e con essi la foresta pluviale rimasta. Per lo stesso motivo sarà difficile in Africa arrestare il genocidio dei primati e delle altre specie in estinzione come gli elefanti se non si intraprenderà una seria politica di controllo della natalità in quei paesi e di riduzione della pressione antropica sulle ultime riserve verdi rimaste.

sabato 21 novembre 2015

La fine della Rivoluzione Francese

Il 13 novembre e stato l'11 settembre dell'Europa. Cosa succederà adesso? Dicono che c'è una guerra in corso, una guerra che nessun europeo e nessun americano vuole combattere. Chi difenderà i valori dell'illuminismo, della libertà e della democrazia? Ormai i valori del laicismo sono in regresso ovunque, la superstizione religiosa si diffonde con o senza il Califfo.Al posto della ragione si parla di nuove idolatrie: la sicurezza dei rivoluzionari del 1789 lascia il posto al trionfo dell'oscurantismo. Di fronte a questa radicalizzazione che fine fanno i valori dell'ecologia, del rispetto per la natura e le altre specie? Semplicemente non se ne parla, o se ne parla sempre meno. Sembra che la conferenza di Parigi sulle emissioni di carbonio non si terra più. Non e' una gran perdita, sarebbe servita a poco, ma anche questo e' un segno. Intanto in Siria E Iraq un intero territorio grande come uno stato e' in mano ai terroristi tagliagole. Il presidente Usa ha fatto finta, con radi e inutili bombardamenti, di contrastarlo. Come ha giustamente fatto notare il leader russo Putin persino i pozzi di petrolio e le migliaia di autobotti per trsportarlo in mano ai terroristi sono state lasciate intatte e funzionanti dagli americani, non si sa bene perché. L'Europa in tutta questa situazione da uno spettacolo ancor più mediocre. Ridotta ad una semplice area finanziaria e di commercio, con una grossa burocrazia e senza più alcun valore in cui credere, parla - anzi balbetta- in una pruralita di lingue senza saper prendere una sola decisione efficace. Senza più frontiere e senza più idee gli europei attendono una lenta fine mascherata da multiculturalismo tollerante. Tante culture senza più alcuna cultura. La forza morale che nacque dalla rivoluzione francese estinta. Si canta la marsigliese purché non si faccia nulla, per non fare nulla. Tutti invocano intelligence senza intelligenza, ci si affida alla illusione che qualcun altro risolva il problema e sembra che il 1945 non abbia mai termine, si prolunghi ai nostri giorni ma senza più la speranza di allora e senza l'America di allora. Nessun Roosvelt ci viene a soccorrere e non si vede nessun Churchill all'orizzonte. Mentre un Hitler redivivo e alle porte, anzi e' già tra di noi.

martedì 10 novembre 2015

La legge inutile sul consumo di suolo

Giorno dopo giorno viene annacquata la legge in discussione alla Commissione Ambiente della Camera sulla difesa del suolo verde in Italia. Il vino ora è talmente annacquato che è quasi diventato acqua. Le potenti lobby dei costruttori e dei proprietari terrieri, con un consenso generalizzato di tutti quelli che ci speculano, in particolare i comuni e la classe politica locale, hanno fatto pressioni e hanno raggiunto lo scopo di neutralizzare la legge. Il testo unificato che ora passa al vaglio delle altre commissioni per approdare poi in aula ha l’obiettivo teorico di azzerare entro il 2050 il consumo di suolo, introducendo una serie di vincoli progressivi sull’utilizzo dei terreni agricoli ed incentivando il riuso e la rigenerazione urbana, ma una serie di aggiunte e modifiche hanno di fatto azzerato l'efficacia della legge. L'Italia ha uno dei record mondiali sul consumo di suolo verde: 7 mq al minuto, una superficie che nell'arco di una giornata corrisponde a circa 80 campi di calcio. Nel 2014 il suolo “consumato” ha così raggiunto il 7% del territorio nazionale, contro il 6,4% del 2006, il 5,7% del 1996 ed il 2,7 degli anni ’50. Parliamo di qualcosa come 21mila chilometri quadrati, ovvero 345 metri quadri per ogni abitante. Uno dei punti deboli della legge è la genericità: non esiste infatti alcun dato certo e sarà un decreto del ministero delle Politiche agricole, di concerto con Ambiente, Beni Culturali e Infrastrutture e trasporti, a definire «la riduzione progressiva vincolante di consumo del suolo» a livello nazionale. Criteri e modalità verranno definite dalla Conferenza unificata (alla quale partecipano anche le regioni), che dovrà tenere conto delle specificità territoriali, delle caratteristiche dei suoli, delle produzioni agricole e dell’estensione delle coltivazioni (anche in chiave di sicurezza alimentare nazionale), della sicurezza ambientale, della pianificazione territoriale e dell’esigenza di realizzare opere pubbliche e fornire il suo parere entro 180 giorni dall’approvazione della legge, altrimenti subentra il governo. Il risparmio di suolo verde viene così diluito nel tempo e sottoposto ad una serie di vincoli e di pareri che renderà difficile opporsi alla cementificazione, la quale invece avanza rapida e senza vincoli, se non quelli minimi sulle licenze, spinta dal vento in poppa della speculazione e dei facili guadagni per costruttori e per i comuni che concedono le licenze.
Intanto restano fuori dalla nuova legge le infrastrutture e gli insediamenti produttivi strategici e di preminente interesse nazionale e le opere di interesse statale e regionale. L’attuazione concreta del provvedimento compete alle Regioni che devono fissare criteri e modalità da rispettare nell’ambito della pianificazione urbanistica a livello comunale. Anche in questo caso a fronte di enti inadempienti decide il governo esercitando il proprio potere sostitutivo. Ma rimandare i criteri alla pianificazione urbanistica comunale apre la porta a qualsiasi appetito dei costruttori, che attraverso i legami interessati con i politici locali, faranno le solite pressioni per inserire "varianti" e "aggiunte" come in passato. La nuova legge prevede anche che entro il termine di 180 giorni le Regioni «dettano disposizioni per incentivare i comuni, singoli e associati, a promuovere strategie di rigenerazione urbana anche mediante l’individuazione negli strumenti di pianificazione degli ambiti urbanistici da sottoporre prioritariamente a interventi di ristrutturazione urbanistica e di rinnovo edilizio, prevedendo il perseguimento di elevate prestazioni in termini di efficienza energetica ed integrazione di fonti energetiche rinnovabili, accessibilità ciclabile e ai servizi di trasporto collettivo, miglioramento della gestione delle acque a fini di invarianza idraulica e riduzione dei deflussi». Come dire: "state calmi cari costruttori, la torta anziché ridursi si amplia" con nuove cementificazioni di aree già urbanizzate.
Le Regioni dovranno dettare anche le disposizioni per la redazione di un «censimento comunale degli edifici sfitti, non utilizzati o abbandonati esistenti», al fine di creare una banca dati del patrimonio edilizio pubblico e privato inutilizzato, disponibile per il recupero o il riuso. Spetta invece ai comuni segnalare ogni anno al prefetto, che raccoglie le segnalazioni in un apposito registro, le proprietà fondiarie in stato di abbandono o suscettibili di arrecare danno al paesaggio o ad attività produttive a causa dello stato di degrado o incuria nel quale sono lasciate dai proprietari. Questo significa che ogni rudere abbandonato in aree verdi anche di alto valore paesaggistico sarà la scusa per aprire la strada a ruspe e gru e alle gettate di cemento dietro il paravento della riqualificazione dell'area.
La legge assegna una delega specifica al governo, da esercitare entro nove mesi, per "semplificare attraverso uno o più decreti le procedure per gli interventi di rigenerazione delle aree urbanizzate degradate da un punto di vista urbanistico, socio-economico e ambientale, innanzitutto attraverso progetti organici relativi a edifici e spazi pubblici e privati, basati sul riuso del suolo, la riqualificazione, la demolizione, la ricostruzione e la sostituzione degli edifici esistenti, la creazione di aree verdi, pedonalizzate e piste ciclabili, l’inserimento di funzioni pubbliche e private diversificate volte al miglioramento della qualità della vita dei residenti, garantendo elevati standard di qualità, minimo impatto ambientale e risparmio energetico, attraverso l’indicazione di precisi obiettivi prestazionali degli edifici, di qualità architettonica, di informazione e partecipazione dei cittadini". E' così che la legge consentirà in maniera generica e con criteri aleatori l'edificazione di aree non ben definite, coprendo il vizio della speculazione e della corruzione dei politici locali dietro la virtù della riqualificazione ambientale e del risparmio energetico e della partecipazione dei cittadini - tutte parole vuote dietro cui tutto è consentito.
La legge fissa criteri "molto precisi e rigidi" per i compendi agricoli neorurali e sui mutamenti di destinazione. Vietati per 5 anni, in particolare, per le superfici coltivate che hanno beneficiato di aiuti comunitari. Ma come dimostra la storia passata delle leggi in Italia, se vengono inserite deroghe regolamentari o temporali, il "criterio rigido" viene subito aggirato e reso nullo. Dall’entrata in vigore della legge e fino all’adozione dei piani regionali, e comunque non oltre il termine di tre anni, non è consentito il consumo di suolo tranne che per i lavori e le opere inseriti negli strumenti di programmazione urbanistica e per le opere prioritarie. Ma sono fatti comunque salvi i procedimenti in corso alla data di entrata in vigore della legge che consentono il consumo di suolo inedificato, nonché gli interventi ed i programmi di trasformazione previsti nei piani attuativi. Nel caso il termine di tre anni dovesse trascorrere inutilmente "regioni e province autonome non potranno autorizzare il consumo di suolo in misura superiore al 50 per cento della media di consumo di suolo di ciascuna regione nei cinque anni antecedenti". E' ovvio che questa parte della legge in realtà consente l'edificazione in modo pressoché indiscriminato in quanto i parametri rimangono vaghi e indeterminati e salva in ogni caso tutte le procedure di edificazione in corso o già autorizzate o addirittura soltanto pianificate. Il fatto che poi si possa edificare su suolo verde col vago criterio del 50 % della edificazione nei cinque anni precedenti apre il vaso di pandora della cementificazione a tappeto e rende ridicola e inefficace tutta la legge.
Secondo il ministro dell’Ambiente Galletti e quello dell’Agricoltura Martina ora occorre passare rapidamente all’aula «per fermare lo scempio del territorio» e «preservare i suoli fertili». Mentre il Pd, col presidente della Commissione Ambiente Ermete Realacci e la relatrice Chiara Braga difendono il provvedimento, alla Camera non mancano i malumori. «L’intervento del partito del cemento ha peggiorato il testo» denuncia Adriano Zaccagni di Sel, che punta il dito contro «la delega in bianco» assegnata al governo sulla rigenerazione urbana. «ll ddl è mutato, negli ultimi due anni è andato avanti a singhiozzi e a ogni ripartenza c’è stata una sorpresina che l’ha svuotato progressivamente – dichiara Samuele Segoni, ex M5s ora deputato di Alternativa Libera -. Da un provvedimento che avrebbe dovuto contenere il consumo di suolo, si è tramutato in un testo per il rilancio dell’edilizia».
I costruttori dell’Ance invece ovviamente apprezzano la nuova legge soprattutto perchè «il mercato è fortemente cambiato, la domanda di case si è dimezzata rispetto al 2006 e le imprese sono consapevoli che si debba intervenire sul costruito, andando a intercettare una domanda che è sempre più selettiva ed esigente». Però chiedono al governo «più coraggio - spiega il presidente Claudio De Albertis -. Ci vogliono strumenti operativi, sia di tipo normativo che fiscale, poche cose che potrebbe essere adottate molto rapidamente e altrettanto rapidamente dare buoni risultati, che consentano di realizzare interventi di vera rigenerazione urbana». Ma dietro il paravento della "rigenerazione urbana" si nascondono ben altri intenti dei costruttori, i quali chiedono un rilancio della attività edilizia anche con sgravi fiscali, in un paese che ha già gran parte del territorio urbanizzato.
Con il passaggio di molte competenze dalle province ai comuni si rischia un ulteriore assalto alla diligenza (suoli verdi delle aree in passato competenza delle province che andranno alla competenza dei comuni) a cui parteciperanno al solito con voracità anche le regioni. Troppi interessi girano intorno alle aree verdi, e finché una seria legge sui suoli non intervenga sui facili guadagni del cambio d'uso, tutto sarà inutile. Una legge che blocchi in maniera efficace il consumo di suolo dovrebbe intervenire proprio alla base del problema: la speculazione sul cambiamento di destinazione del suolo verde. In un altro post su questo blog ho proposto quella che potrebbe essere una soluzione efficace: assoggettare tutti i suoli non edificati in Italia al regime delle concessioni di Stato. La proprietà privata di un suolo rurale (sia esso ad uso agricolo o meno) dovrebbe divenire una concessione dello Stato, una specie di affitto pluridecennale,che obbliga il proprietario pro tempore a mantenere il suolo nell'uso cui è stato concesso dallo Stato il quale detiene la proprietà effettiva del suolo. Questo è quanto prevede ad esempio la legge in Inghilterra. Ogni cambiamento di destinazione di quel suolo dovrebbe essere autorizzato dallo Stato: in particolare la vendita di un terreno da parte di un privato cocessionario dovrebbe essere esclusa da ogni speculazione passando per una transazione obbligatoria con il proprietario effettivo, lo Stato. Eventuali apprezzamenti di valore derivanti dal cambio di destinazione verrebbero così incamerati dallo Stato e sottratti alla speculazione. Nel frattempo la nuova legge rischia di essere un nulla di fatto e di mantenere il tasso di cementificazione del suolo immutato o addirittura aumentato.

mercoledì 4 novembre 2015

In arrivo la fusione tedesca

Al Max Plank Institut fur Plasmaphysic di Greifswald (Germania) sono vicini all'accensione del reattore a fusione, denominato Wendelstein 7-x. La macchina è stata completata l'anno scorso e ora fervono i preparativi per la verifica sperimentale della fusione e soprattutto del suo mantenimento. Il problema principale nella gestione della fusione nucleare non è innescare la fusione in sé, quanto riuscire a controllarla e mantenerla nel tempo: bisogna infatti governare le temperature altissime (100 milioni di gradi Celsius, circa 7 volte la temperatura del centro del Sole) alle quali deve essere portato il plasma affinché gli atomi possano fondersi e generare in tal modo energia. A tale scopo il sistema Wendelstein 7-x è un miglioramento del sistema tomawak di confinamento magnetico. Mentre il Tomawak (come quello del progetto ITER in costruzione a Cadarache) prevede una camera toroidale di confinamento magnetico fisso, il sistema tedesco denominato "Stellarator" presenta una camera a conformazione del tipo "a torsione" che possiede un campo variabile comandato da un software con lo scopo di mantenere costante la pressione e la temperatura del plasma reagente nella fusione. Nel Tomawak le spire che creano il campo magnetico hanno un problema: poiché gli avvolgimenti del filo sono più vicini all'interno del foro della ciambella, il campo magnetico è più forte al centro e più debole verso il bordo esterno della ciambella. Lo squilibrio provoca particelle alla deriva fuori rotta che vanno a impattare sul rivestimento e portano instabilità al confinamento. La soluzione progettata nel sistema Stellarator è di aggiungere una torsione che costringe le particelle attraverso regioni di campi magnetici variabili ma più omogenei nella camera , con effetti che si annullano a vicenda e creano stabilità al confinamento. Stellarator ha un sistema che assicura questa torsione dall'esterno. La strategia di progettazione, nota come ottimizzazione, prevede la definizione della forma del campo magnetico che meglio confina il plasma, poi la progettazione di un insieme di magneti per produrre il campo. Questa progettazione prende una notevole potenza di calcolo, e i supercomputer non erano all'altezza del compito fino al 1980. Uno dei primi tentativi di realizzare uno Stellarator con la finalità di ottimizzare la progettazione del campo magnetico fu iniziato negli Stati Uniti da parte del Nazional Compact Stellarator (NCSX) nel 2004, con una strategia di ottimizzazione diversa dai tentativi precedenti. Ma la difficoltà di costruzione e assemblaggio delle parti e la precisione millimetrica necessaria sia nella progettazione che nella realizzazione ha portato ad aumenti di costi e ritardi di pianificazione. Nel 2008, con l'80% dei principali componenti o costruiti o acquistati, il Dipartimento dell'Energia ha staccato la spina sul progetto (Science, 30 maggio 2008, pag. 1142). "Abbiamo sottovalutato il costo e sbagliato il calendario", dice L. George "Hutch" Neilson, direttore di NCSX. Ulteriori progetti di stellarator sono stati portati avanti e in corso di realizzazione, come ad esempio quello a Toki in Giappone. Nel frattempo a prendere in mano la guida avanzata del progetto si sono fatti avanti i tedeschi con la costruzione del reattore W7-X che è stato terminata nel 2014 ed è ormai prossimo all'accensione. Il governo del paese aveva dato il via libera all'iniziativa subito dopo la riunificazione nel 1993, e nel 1994 aveva deciso di istituire un nuovo istituto dipendente dal Max Plank Institut a Greifswald, nella ex Germania dell'Est, per costruire la macchina. Cinquanta membri del personale di IPP furono spostati da Garching a Greifswald, a 800 chilometri di distanza, con altri ricercatori che hanno fatto frequenti viaggi tra i siti. I nuovi assunti hanno portato l'organico fino ad oggi a 400 ricercatori. W7-X è stato programmato per iniziare la fase realizzativa nel 2006 ad un costo previsto di 0,550 miliardi di euro. Ad oggi, a macchina realizzata i costi hanno raggiunto gli 1,1 miliardi di euro. Ma proprio come era successo con lo sfortunato tentativo americano del NCSX, anche la realizzazione della macchina tedesca ha incontrato problemi enormi. La macchina dispone di 425 tonnellate di magneti superconduttori e prevede una complessa struttura di supporto con il compito di tenere refrigerati i sistemi vicino allo zero assoluto. Il raffreddamento dei magneti con elio liquido è un compito ingegneristico che Klinger, direttore della filiale di Greifswald, definisce "l'inferno sulla Terra". "Tutti i componenti freddi devono lavorare, le perdite non sono possibili, e l'accesso è molto difficoltoso" a causa dei sistemi di torsione dei magneti. Tra i magneti con la loro forma stranissima, gli ingegneri devono ottenere più di 250 aperture che permettano di fornire e rimuovere il carburante, riscaldare il plasma, e dare accesso a strumenti diagnostici estremamente precisi. Tutti gli elementi richiedono una modellazione 3D estremamente complessa. "Si può fare solo sul computer", dice Klinger. "Non si può adattare nulla in loco."Dopo 1,1 milioni di ore di costruzione, l'istituto di Greifswald ha terminato la macchina nel maggio 2014 e ha trascorso l'anno effettuando controlli di operatività, che W7-X ha passato senza intoppi. Prove con fasci di elettroni mostrano che il campo magnetico nel reattore è della forma giusta. "Tutto sembra eseguito con una estrema precisione, esattamente come dovrebbe", dice Thomas Sunn Pedersen del Max Plank Institut. L'Agenzia per l'energia nucleare tedesca ha dato il via recentemente alla continuazione dell'esperimento . Il vero test arriverà una volta che la macchina W7-X sarà piena di plasma e ricercatori verificheranno alcune condizioni di funzionamento. La misura chiave è il tempo di confinamento e il rapporto di dispersione dell'energia, il tasso al quale il plasma perde energia all'ambiente. "I ricercatori sul campo della fusione di tutto il mondo sono in attesa per vedere se nell'esperimento tedesco otteniamo il tempo di confinamento necessario e se realizziamo una reazione di fusione abbastanza lunga con una produzione di energia adeguata", dice l'americano David Gates del Princeton Plasma Physics Lab. Il successo potrebbe significare un cambiamento di rotta per la fusione. Il passo successivo dopo ITER è una centrale-prototipo che deve ancora essere progettata chiamata DEMO. La maggior parte degli esperti hanno ipotizzato che sarebbe stato una sorta di tokamak, ma ora, con quanto accade intorno al progetto tedesco, alcuni stanno iniziando a ipotizzare che la futura centrale sarà del tipo a stellarator derivata da Wendelstein 7-x. . Tutto dipenderà da come saranno i risultati dell'esperimento tedesco. Se saranno positivi, ci sarà un sacco di entusiasmo ". La realizzazione industriale della fusione potrebbe essere accelerata e alcuni gravi problemi del pianeta potrebbero cominciare ad avere risposte tecnologiche adeguate, primo fra tutti l'eccessiva emissione di carbonio in atmosfera.
(Molte delle notizie riportate nell'articolo sono tratte da Science 23 October 2015: Vol. 350 no. 6259).

martedì 27 ottobre 2015

Gli eco-ottimisti

(Nella foto Hans Rosling)
Mentre i sistemi naturali si vanno esaurendo, le specie spariscono, il mondo si trasforma in una discarica e i gas serra surriscaldano il clima, prosperano ovunque gli eco-ottimisti. Il primo in assoluto è ovviamente il papa che nella sua enciclica "ecologista" ci ha fatto sapere che basta un po' di buona volontà nel rispettare piante e animali e tutto si sistema, e soprattutto che " l’eccesso di popolazione umana non contribuisce a rendere difficile la situazione della Terra" ma anzi è un segno del ruolo preminente assegnato all'uomo dal disegno divino. Una castroneria "apostolica" verrebbe da dire. Ma alla schiera degli eco-ottimisti appartengono anche molti laici dei movimenti ambientalisti. Cito l'esempio di sedicenti esperti come Fred Pearce e Danny Dorling che lanciano messaggi rassicuranti sostenendo che la crescita demografica si concluderà presto e che i temi da affrontare sono altri. La conseguenza è che molti governi di paesi in piena esplosione demografica non vengono sostenuti nelle politiche di pianificazione familiare e di miglioramento delle condizioni di vita e nella formazione culturale e professionale delle donne. Gran parte delle Ong che lavorano nei paesi del terzo mondo non affrontano il problema della sovrappopolazione ma si limitano a distribuire aiuti a pioggia senza neanche preoccuparsi di migliorare il know how sulle tecnologie necessarie ad aumentare la produttività della terra o avviare produzioni industriali. Il messaggio ottimista che lanciano porta al contrario molte famiglie a programmare più figli perché tanto ci saranno soluzioni ai problemi della fame e della sopravvivenza. Recentemente il professore di statistica Hans Rosling ha sostenuto in un programma sulla Bbc che i problemi di sovrappopolazione e di povertà si andranno rapidamente risolvendo grazie alla tecnologia e allo sviluppo economico. Rosling cita l'esempio del Bangladesh in cui - secondo lui- le famiglie composte da due figli sono ormai la norma. Il professore poi assicura che mai come oggi sono diminuite in percentuale le persone che vivono in estrema povertà e che, citando studi delle nazioni unite (che notoriamente non ne hanno mai azzeccata una), nel giro di pochi decenni l'estrema povertà sarà eradicata dal pianeta. Perché queste informazioni mistificanti? Probabilmente si tratta di banali interessi. Molte università sono sostenute da banche e da lobbies finanziarie. Le grandi imprese vedono in un mondo sovrappopolato occasioni di mercato e di aumento di consumi. Per molti stati la crescita demografica rappresenta una occasione per incrementare il loro peso strategico sulla scena geopolitica. Poi ci sono quelli che ritengono che i problemi creati dalla sovrappopolazione verranno risolti dallo sviluppo tecnologico. Portano ad esempio la vita nelle megalopoli dove un maggior uso di tecnologie permette a milioni di persone di vivere ammassate con densità di popolazione mai viste. La falsa sensazione che il problema dell'eccesso di natalità sia di facile soluzione ritarda l'avvio di provvedimenti efficaci per il controllo delle nascite. Da parte degli organi di informazione si cita spesso il calo demografico in Europa o negli Stati Uniti come dimostrazione che l'esplosione demografica non è un problema, senza specificare che i numeri dimostrano un forte aumento della popolazione in questi paesi nonostante l'asserito calo della natalità. In realtà i tassi di natalità variano molto da zona a zona sia all'interno dei singoli paesi sia tra paesi e continenti diversi.Questo azzera ogni vantaggio di controllo demografico limitato a certe zone soltanto. Aree di rientro demografico possono coesistere con altre vicine ( o rese vicine dai veloci mezzi di trasporto attuali) in pieno boom demografico che annullano i vantaggi attesi dal calo locale. Inoltre esiste una reale inerzia demografica per cui interventi che tendono a portare al rientro demografico si rivelano in realtà di difficile attuazione. La parziale efficacia di questi interventi conduce comunque ad una crescita, per l'interferenza di altri fattori come l'allungamento della vita media o le diverse dinamiche demografiche tra città e campagna. La Cina iniziò una politica "del figlio unico" già all'inizio degli anni sessanta quando la popolazione cinese era di 600 milioni. Nonostante la legislazione sia durata (e resa più efficace negli anni 70 con divieti severi da Deng Xiao-Ping) fino ad oggi, attualmente la popolazione cinese è di 1,36 miliardi, più che raddoppiata. Figurarsi quale sarebbe l'attuale popolazione cinese senza questa legislazione restrittiva. Questo sottolinea tra l'altro l'importanza di una politica di sostegno economico e di formazione culturale verso la pianificazione, più che del mero divieto per legge. Il Global Footprint Network e la Zoological Society di Londra, ci dicono che l'umanità sta già consumando risorse ecologiche rinnovabili ad un tasso superiore al 50% della quantità che può essere prodotta in modo sostenibile, mentre le risorse ecologiche non rinnovabili sono in costante esaurimento. Le conseguenze, che sono già con noi, sono un aumento dei prezzi delle risorse e il degrado ambientale. Di tutto questo è responsabile l'antropizzazione massiccia del pianeta. Inoltre il mantenimento di una alta natalità impedisce l'industrializzazione e lo sviluppo dei paesi arretrati. Nonostante questo, gli eco-ottimisti negano che il problema esista, e al massimo se la prendono con l'eccesso di consumi, ritardando così l'iniziativa di molti governi e di molti stati verso una politica di controllo demografico in grado di ridurre la crescita. Con questo modo di fare informazione spesso si ottiene l'effetto opposto, come avvenuto in Zimbawe dove rappresentanti del governo hanno pubblicamente incoraggiato la popolazione ad aumentare il numero di figli e condannato l'uso di mezzi contraccettivi, in quanto la crescita demografica è l'unico mezzo, dicono, per migliorare le condizioni economiche del paese (maggiori aiuti internazionali, più emigrazione, più rimesse dagli emigrati, più peso strategico). Gli eco-ottimisti dettano legge anche tra gli esperti dell'Onu i quali inviano continuamente messaggi rassicuranti seguiti regolarmente da rettifiche. Ora il picco demografico è stato spostato dall'Onu a fine secolo con una previsione di undici miliardi di abitanti. E' facile prevedere che tutto verrà clamorosamente smentito da una crescita superiore alle previsioni. Nel frattempo si dilazionano i tempi per iniziare a porsi seriamente il problema di cosa fare.

mercoledì 14 ottobre 2015

La buffonata degli ecologisti sul clima

Leggo sul sito del principale movimento ecologista italiano, Legambiente, il seguente articolo evidenziato in primo piano:
"Il 2015 è un anno importante per il futuro del Pianeta: a dicembre, nel prossimo vertice delle Nazioni Unite che avrà luogo a Parigi (30 novembre/11 dicembre), si dovrà definire il nuovo accordo internazionale sul clima. Una partita non scontata. I governi dovranno assumere impegni significativi per ridurre le emissioni di gas serra, attivare aiuti per le comunità e i territori maggiormente colpiti dall'effetto devastante dei mutamenti climatici, e, non ultimo, definire strategie e investimenti per uno sviluppo senza fonti fossili. Ci stiamo avventurando verso un surriscaldamento del Pianeta di 4°C con scenari apocalittici se non interverremo rapidamente. Milioni di persone nel mondo stanno pagando le conseguenze di un sistema economico, di produzione, di consumi insostenilbile e ingiusto che va radicalmente cambiato, per salvare il clima del Pianeta, per restituire dignità e speranza alle persone.
Legambiente con la campagna "In marcia per il clima" vuole contribuire a mettere in moto il cambiamento stimolando cittadini, amministrazioni, piccole e medie imprese verso un modello di sviluppo differente, sostenibile, nel rispetto dei territori e delle comunità."
Nel caso i lettori non avessero ben capito quale è o dovrebbe essere il modello di "sviluppo sostenibile" (termine quanto mai vago, un vero "Idola Theatri" secondo la definizione di Bacone delle parole vuote di senso) secondo le menti ecologiste di Legambiente ecco una immagine chiarificatrice sempre reperibile sul sito della associazione ambientalista:
Tra l'altro nell'articolo si parla di 100% dell'energia fornita da rinnovabili. La domanda che viene alla mente spontanea è: ...e chi o che cosa fornirà l'energia necessaria a sostenere vita e consumi di dieci-undici miliardi di umani che abiteranno la Terra, come prevede l'Onu, per fine secolo?" Prosegue l'articolo di Legambiente:
"Ecco, in sintesi, gli impegni che le 50 associazioni che hanno dato vita oggi alla coalizione "Parigi 2015: mobilitiamoci per il clima", hanno deciso di affrontare in vista dell’appuntamento di Parigi. “I cambiamenti climatici rappresentano oggi un'emergenza globale e locale, che mette a rischio la vita di persone, specie ed ecosistemi – si legge nel documento approvato dalla Coalizione - In pericolo c’è la sicurezza di intere popolazioni in ogni area del pianeta, costi economici, difficoltà crescenti nell’accesso all’acqua, riduzione della produzione agricola, aggravamento delle condizioni di povertà e nuove cause di conflitto e di fuga: oggi si pongono esplicitamente questioni di giustizia climatica nel mondo. Se le cause antropiche sono ormai condivise a livello scientifico mondiale e si è tutti concordi sul fatto che in gran parte dipendono dall'esplosione negli ultimi secoli dell'utilizzo delle fonti energetiche di origine fossile e della deforestazione, oggi esistono le conoscenze e le soluzioni tecnologiche per sviluppare un'economia fossil free, che apre prospettive di nuovi settori produttivi con importanti ricadute occupazionali e che sviluppa una nuova democrazia energetica”. La COP21, che si terrà a Parigi il prossimo dicembre, rappresenta allora una tappa molto importante nella battaglia contro i cambiamenti climatici, ma molte sono le resistenze, guidate soprattutto dalle lobby delle vecchie fonti energetiche, e molte sono le timidezze che i governi stanno dimostrando. Per questo non si può dare per scontato che l'esito della COP21 sia positivo, e sia cioè varato un accordo efficace, equo e incisivo, che permetta davvero di raggiungere l’obiettivo di mantenere il riscaldamento globale ben al di sotto dei 2°C. “Per noi oggi è necessario e urgente agire perché, grazie alla pressione dell'opinione pubblica e delle organizzazioni della società civile, si riesca a strappare un accordo legalmente vincolante e in linea con le indicazioni della comunità scientifica – dichiarano le associazioni della coalizione -. Per questo è nata la Coalizione italiana "Parigi 2015: mobilitiamoci per il clima", perché Parigi apra un percorso concreto e condiviso da tutti i Paesi, nel quadro di una responsabilità comune e differenziata in rapporto al contributo storicamente dato alle emissioni di CO2. Vogliamo arrivare con una grande partecipazione alle mobilitazioni internazionali del 28 novembre prima e di dicembre a Parigi poi”.
Primi promotori
ACLI, AIAB, AIIG, ARCI, ARCI CACCIA, ARCI SERVIZIO CIVILE, ASUD, AUSER, CEVI - CENTRO DI VOLONTARIATO INTERNAZIONALE DI UDINE, CGIL, CIA, COLDIRETTI, CTS, FEDERCONSUMATORI, FIAB, FIOM, FOCSIV, FONDAZIONE CULTURALE RESPONSABILITA' ETICA, FORUM ITALIANO DEI MOVIMENTI PER L'ACQUA, GREENPEACE, ISDE-MEDICI PER L'AMBIENTE, ISTITUTO NAZIONALE URBANISTICA – INU, ITALIAN CLIMATE NETWORK, KYOTO CLUB, LA NUOVA ECOLOGIA.IT, LEGA PESCA, LEGAMBIENTE, LINK, LIPU, LUNARIA, MAREVIVO, MOVIMENTO CONSUMATORI, MOVIMENTO DIFESA CITTADINO, OXFAM, PRO NATURA, RETE DEGLI STUDENTI MEDI, RETE DELLA CONOSCENZA, RETE PER LA PACE, RINNOVABILI.IT, RSU ALMAVIVA, SALVIAMO IL PAESAGGIO, SBILANCIAMOCI, SI' RINNOVABILI NO NUCLEARE, SLOW FOOD ITALIA, SPI – CGIL, TOURING CLUB ITALIANO, UIL, UISP, UNIONE DEGLI STUDENTI, UNIONE DEGLI UNIVERSITARI, WWF ITALIA"
Direi che ci sono tutti gli eco-demagoghi italiani. Confesso che quando ho letto che"...si è tutti concordi sul fatto che in gran parte dipendono (i cambiamenti climatici ) dall'esplosione negli ultimi secoli..." mi sono detto: ecco finalmente qualcuno ha capito, finalmente si riconosce nella esplosione demografica la causa di fondo. Ma mi ero illuso. Infatti l'articolo prosegue:" dall'esplosione negli ultimi secoli dell'utilizzo delle fonti energetiche di origine fossile e della deforestazione". Quindi il riscaldamento climatico dipende soltanto -secondo costoro- dall'utilizzo di idrocarburi e deforestazione. Bene. Ma chi è che utilizza gli idrocarburi e chi è che realizza la deforestazione? Pare che la Terra sia abitata da marziani che facciano tutte queste cose e che gli uomini si trovino lì per caso. In realtà il pianeta è sovrappopolato di ben sette miliardi e trecento milioni di persone (dati di ieri) che aumentano ogni giorno di 225.000 individui. I quali, credo, saranno propensi a consumare idrocarburi e a deforestare il pianeta per le proprie esigenze di vita e di alimentazione , oltre che di spazio. Ma, dicono gli eco-demagoghi, "oggi esistono le conoscenze e le soluzioni tecnologiche per sviluppare un'economia fossil free, che apre nuove prospettive occupazionali (sic!) e che sviluppa una nuova democrazia energetica (sic! al quadrato)". Insomma continua negli ambientalisti a persistere e ad ingrandirsi il famoso "Scotòma della sovrappopolazione" nella magnifica definizione coniata da Luca Pardi. Cioè la loro visione delle cose e il loro intelletto presenta una zona cieca, un'area di pensiero rimossa (in senso freudiano), come se si trattasse di qualcosa di impronunciabile, di scandaloso, di impuro anzi di immondo e osceno. Si tratta, con tutta evidenza, di uno scotòma fatale perché la cecità riguarda il fenomeno all'origine di tutti i mali del pianeta, compreso il riscaldamento climatico: la spaventosa incredibile esplosione demografica della specie Homo avvenuta a spese dell'ambiente e di tutte le altre specie viventi del pianeta negli ultimi secoli (in particolare negli ultimi cento anni). Altro che modello carbon free. Con questi tassi di natalità e questa crescita demografica sfrenata nessuna economia sarà in grado di sostenere la crescita dei bisogni alimentari e di consumo e le richieste di qualità della vita ( le epocali migrazioni in atto lo dimostrano) degli altri miliardi che si aggiungeranno nei prossimi anni. Altro che prospettive occupazionali nelle fabbriche di mulini a vento e di pannelli solari. E dove si coltiverà la terra necessaria a sfamare gli altri miliardi che si aggiungeranno, se quella esistente si inaridisce e il clima si surriscalda? Abbattere tutte le foreste rimaste non basterà. Spazzare via gli ultimi animali selvaggi non basterà. Depredare tutta la bio-massa dei mari non basterà. I nuovi venuti chiedono di alimentarsi con la carne e vogliono viaggiare in automobile o in aereo. E non vedo nessuno Stalin o Hitler o Mao Tze Tung all'orizzonte in grado di obbligarli a cibarsi di cavallette e girare a piedi o in bicicletta.(Se mai la cosa fosse possibile mi immagino dove andrebbero a finire le famose prospettive occupazionali oltre che la pace nel mondo...). La declamata "democrazia energetica" è una perfetta sparata demagogica, un flatus vocis vuoto di senso in un mondo in cui tutte le potenze corrono a scavare nuovi pozzi petroliferi (anche col famigerato Fracking) e a costruire gasdotti. Anzi si fanno persino guerre per assicurarsi il transito del gas e del petrolio. La malattia mortale dell'ecologismo in chiave europea, cioè una ridicola visione naif del mondo, in cui lo scotòma della demografia continua ad accecarli, li condanna ad un ruolo inefficace e marginale, ad essere dei giardinieri in un pianeta asfaltato e cementificato dalla sovrappopolazione antropica che sta distruggendo la biosfera trasformandola in una tecnosfera invivibile e irrespirabile. Una tecnosfera che sta travolgendo la natura e i paesaggi, ed in cui le persone sono ridotte ad esemplari di allevamento intensivo all'interno di mostruose megalopoli.

martedì 6 ottobre 2015

Stupidità e sviluppo sostenibile

Il 25-27 settembre scorso si è svolto a New York il vertice Onu per adottare la nuova Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile con la partecipazione di oltre 150 capi di Stato e di governo. Compito della nuova agenda è di indicare gli obiettivi da raggiungere entro il 2030 per assicurare uno sviluppo sostenibile al pianeta. La commissione europea è stata rappresentata dal vicepresidente Frans Timmermans , dall’alto rappresentante per gli affari esteri Federica Mogherini e dal Commissario per la Cooperazione e lo sviluppo Neven Mimica. Sono stati individuati 17 obiettivi: no alla povertà, zero fame, buona salute, educazione, eguaglianza di genere, acqua pulita, energia, crescita economica, infrastrutture, riduzione delle disuguaglianze, città sostenibili, consumi responsabili, azione climatica, vita dei mari, biodiversità, pace e giustizia, partnerships per lo sviluppo. Quello che colpisce immediatamente nel prefigurare questi obiettivi da parte dei cervelloni dell’Onu e dei politici che li supportano è la totale mancanza del tema della sovrappopolazione. Secondo i cervelloni il fatto che il pianeta terra nell’ultimo secolo abbia assistito ad una spaventosa esplosione demografica della specie Homo che ha portato da uno a sette miliardi e mezzo gli abitanti non conta nulla. Eppure i loro stessi esperti in demografia hanno recentemente allertato tutte le nazioni che la crescita demografica mondiale accelera: sono previsti non più 9, ma ben 11 miliardi per la fine del secolo. Pare, secondo i redattori dell’Agenda per lo sviluppo sostenibile, che il tema sovrappopolazione non abbia alcuna attinenza con i consumi, con la devastazione ambientale, con la desertificazione delle terre, con la fame delle popolazioni povere, con l’inquinamento delle acque e dei mari, con il riscaldamento climatico. La sovrappopolazione e ciò che ne è alla base, cioè gli alti tassi di natalità che –guarda caso riguardano in particolare i paesi più poveri- non viene mai menzionata tra i diciassette obiettivi principali e i 169 obiettivi associati nell’Agenda elaborata dagli esperti Onu. Mai menzionata, neanche in secondo ordine o tra parentesi. Semplicemente l’esplosione demografica umana non è mai esistita, non esiste. Il pianeta consuma di più perché ci sono le disuguaglianze –dicono i rappresentanti Onu-, il clima si surriscalda per eccessivo ricorso ad energie sbagliate in un pianeta che vivrebbe benissimo con dieci miliardi di umani in mezzo a torri eoliche e pannelli solari (la nuova versione del paradiso terrestre). Le città crescono e si circondano di sterminate bidonville? E’ perché mancano le infrastrutture e diritti del lavoro, rispondono gli esperti naif. Le foreste spariscono e la biodiversità va a farsi fottere? Basta rendere responsabili i consumi (che cosa significa? Verrebbe da chiedere…) e improvvisamente 10 o 11 miliardi di umani vivranno in mezzo a foreste lussureggianti e tantissime varietà di animali. Eppure esistono studi documentati che le masse umane in crescita spaventosa nei paesi del terzo mondo non chiedono sequoie e farfalle, chiedono invece di vivere in città, girare in auto, volare in aereo, mangiare carne. La quale dieta carnea è alla base della trasformazione delle biomasse del pianeta in cui l’uomo e poche specie di animali da allevamento stanno facendo sparire le varietà di specie selvaggie originarie della terra ormai in via di estinzione, insieme a tente varietà di piante sostituite dalle coltivazioni. Negli ultimi 15 anni la popolazione mondiale è aumentata di 1,2 miliardi di persone. Durante tale periodo la popolazione dei paesi meno sviluppati è cresciuta ad un ritmo dieci volte superiore rispetto a quella dei paesi sviluppati, contribuendo a mantenere le economie locali arretrate e povere. La popolazione dei paesi arretrati presto supererà quella dei paesi più sviluppati (si prevede proprio nel 2030) e nel 2070 si calcola che i paesi arretrati avranno il doppio della popolazione dei paesi più avanzati. Questo sarà all’origine di sradicamenti e migrazioni più epocali di quelle odierne ma non solo. I nuovi miliardi di abitanti chiederanno più cibo, più acqua, più consumi, più carne per alimentarsi. Lo squilibrio della biomassa si accentuerà, fino alla scomparsa di quasi tutti gli animali selvaggi a favore dell’allevamento intensivo. O crediamo che i dieci miliardi di umani si accontenteranno di mangiare gli insetti e girare in bicicletta, come sembrano credere gli eco-ingenui del paradiso terrestre previsto dall’Onu? Eppure più lenti tassi di crescita demografica darebbero a quei paesi arretrati più tempo per adattarsi ai cambiamenti della popolazione. Ci sarebbero più possibilità per indirizzare le risorse a politiche di sviluppo, di espandere le economie, migliorare le condizioni di vita, educare i giovani, sviluppare infrastrutture e proteggere gli ambienti naturali. Migliorerebbero non solo problemi come la povertà, la fame, la casa, l’istruzione, l’occupazione, la salute, l’uguaglianza di genere, l’ambiente. Ridurre gli elevati tassi di crescita demografica nei paesi meno sviluppati (ed anche in quelli sviluppati) migliorerebbe le prospettive economiche e occupazionali, contribuirebbe a mantenere gli ambienti naturali, ridurrebbe la pressione migratoria verso altri paesi e garantirebbe un livello di vita dignitoso. Non solo, ma minori tassi di natalità consentirebbe, con il tempo di ridurre i conflitti politici e per le risorse, e ridurrebbe la tendenza alle guerre e alle aggressioni . L’UE con i suoi rappresentanti inadeguati (è il meno che si possa dire) non fa nulla per cambiare questa cecità delle Nazioni Unite che rasenta la follia (oltre che il ridicolo). Nessun rappresentante europeo ha posto il tema dei tassi di natalità e quindi delle reali possibilità di sviluppo sostenibile, nonostante che l’Europa sia la vittima (o meglio una delle vittime) di questa situazione sperimentando letteralmente una invasione di popolazioni povere che non trovano possibilità di cibo e lavoro nei luoghi di origine dove i tassi di natalità sono superiori a 6-7 figli per donna in media. L’Unione europea ha destinato ben 58 miliardi di euro nel 2014 in aiuti ai paesi in via di sviluppo. Tale massa di soldi avrebbe potuto essere una grande opportunità per influenzare le politiche locali nel senso di un maggior controllo della natalità con politiche e organizzazioni che operassero in favore della procreazione responsabile, dell’igiene della gravidanza, della formazione culturale femminile. Ma i rappresentanti dell’UE hanno preferito tapparsi occhi, orecchie e bocca e ignorare completamente il problema demografico, si sono adeguati ai burocrati dell’Onu e alla grande maggioranza dei governanti che vedono nella crescita demografica opportunità di potere politico e un interesse strategico. Così l’Europa continuerà a pagarne le conseguenze e il pianeta continuerà a correre verso il disastro ambientale nell’era dell’antropocene.