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mercoledì 6 gennaio 2021

Attenborough: L'ecologia degli ottimisti

Nel suo ultimo libro "La vita sul nostro pianeta" (Ed. Piemme) il grande naturalista e divulgatore David Attenborough passa in rassegna i gravi problemi ambientali ed ecologici che mettono in pericolo la vita sul pianeta terra. Sulla causa di tutte le distruzioni, da quella delle foreste pluviali,alla scomparsa della biodiversità e delle specie viventi, non ci possono essere dubbi. La causa è una sola: la presenza e la crescita spropositata di Homo sapiens. A Homo è ormai da tutti gli studiosi attribuita una nuova era planetaria: l'Antropocene, caratterizzata dal progressivo depauperamento delle risorse naturali e inquinamento ambientale, in particolare l'innalzamento del carbonio libero in atmosfera e il conseguente aumento delle temperature. Davanti ai nostri occhi, per lo più indifferenti, si consumano gli spaventosi disastri ambientali e biologici dovuti alla crescita del cancro umano: la scomparsa progressiva delle foreste e degli habitat selvaggi per specie avviate all'estinzione come gli Orango asiatici o i Gorilla Africani, l'abbattimento della vegetazione naturale in favore delle monoculture ad uso commerciale (cereali per umani o soia e altri vegetali per il bestiame da carne e allevamento) o del cemento metropolitano. Attenborough non si nasconde il problema principale: la spaventosa crescita demografica umana dell'ultimo secolo. Riporto parte di uno dei capitoli conclusivi:
"Quando sono nato, c'erano meno di due miliardi di persone sul pianeta: oggi ce ne sono quasi quattro volte di più. La popolazione mondiale continua a crescere, e secondo le attuali proiezioni delle Nazioni Unite, entro il 2100 sulla Terra ci saranno tra 9,4 e 12,7 miliardi di persone. In natura, le popolazioni di animali e piante in ogni habitat rimangono di dimensioni approssimativamente stabili nel tempo, in equilibrio con il resto della comunità. Se sono troppi, ogni individuo farà più fatica a ottenere ciò di cui ha bisogno, per cui alcuni moriranno o si sposteranno altrove. Se sono troppo pochi, le risorse saranno più che sufficienti per tutti.Così si riprodurranno bene e la specie raggiungerà ancora una volta il suo pieno potenziale.Aumentando o diminuendo leggermente, la popolazione di ogni specie oscilla intorno a un numero che l'habitat può sostenere. Questo numero - la capacità che un ambiente ha di sostentare una particolare specie- rappresenta l'essenza stessa dell'equilibrio della natura. Qual è la capacità portante della Terra verso noi umani? ...A quanto pare riusciamo sempre a inventare o scoprire nuovi modi di sfruttare l'ambiente e trarne sostentamento, almeno per quel che riguarda l'essenziale - cibo, alloggio, acqua-, per sempre più persone. Anzi, la verità è ancora più impressionante. Ci procuriamo senza sforzo molto più dell'essenziale - scuole, negozi, divertimenti, istituzioni pubbliche-, anche se la nostra popolazione continua a crescere a una velocità straordinaria. Non c'è niente che possa fermarci? La catastrofe che si staverificando intorno a noi suggerisce di si. La perdita di biodiversità, il cambiamento climatico, la pressione sui nove limiti planetari, tutto indica che ci stiamo avvicinando alla soglia...I demografi parlano di transizione demografica che, sul modello del Giappone, si spera possa avvenire anche per il resto del mondo. Tra i primi anni Cinquanta e i primi anni Settanta ci fu in Giappone un boom economico: le città si espansero rapidamente, i redditi aumentarono, l'istruzione migliorò e le aspirazioni crebbero. Tuttavia, durante quel periodo, il tasso di natalità diminuì improvvisamente. Nel 1975 la famiglia media giapponese aveva solo due figli. Molti aspetti della vita erano migliorati, ma erano anche più costosi. C'erano meno spazio, meno soldi e meno tempo per allevare i bambini, e meno incentivi per le famiglie numerose perché la mortalità infantile era calata con i miglioramenti nella dieta e nelle cure sanitarie. Nel 2000 la popolazione del Giappone era di 126 milioni, ed è così ancora oggi. Si è quindi stabilizzata. Il Giappone è nella quarta fase: sia il tasso di natalità sia quello di mortalità sono bassi, il che significa che si annullano a vicenda e la popolazione rimane stazionaria. E' possibile tracciare una simile transizione nella popolazione del mondo intero. Ma quando succederà alla popolazione mondiale ciò che è successo al Giappone? Sarà un momento storico, il giorno che gli studiosi delle popolazioni, i demografi, definiscono picco umano, quando la nostra popolazione smetterà di crescere per la prima volta dall'avvento dell'agricoltura, diecimila anni fa. Ma ci vorrà molto tempo: in primo luogo, la dimensione della famiglia deve scendere abbastanza da consentirci di raggiungere il picco infantile, il punto in cui il numero di bambini sulla Terra smette di aumentare. Dopodiché dovremo aspettare che la generazione di bambini più numerosa di sempre attraversi i venti e i trent'anni -quando avranno dei figli- perché la popolazione cominci a stabilizzarsi. In sostanza, soltanto quando avremo le famiglie meno numerose di sempre, la nostra popolazione smetterà di aumentare...Possiamo in qualche modo incoraggiare la popolazione a raggiungere il picco più in fretta? La Cina pensava di aver trovato la risposta nel 1980, quando mise in atto la politica del figlio unico. A parte le questioni morali, la difficoltà di metterla in pratica e le perturbazioni sociali e culturali a essa associate, ci sono poche prove che tale approccio funzioni più efficacemente dello sviluppo economico. Sembra che il modo migliore per stabilizzare la popolazione sia sostenere le nazioni che cercano di accelerare la loro transizione demografica. Sostenere quelli che vogliono risollevarsi dalla povertà, dotarsi di strutture sanitarie, sistemi educativi, trasporti migliori e sicurezza energetica, diventare attraenti per gli investitori. Tra tutti questi progressi sociali, uno in particolare contribuisce a ridurre in modo significativo le dimensioni medie delle famiglie: l'emancipazione femminile. Ovunque le donne abbiano diritto di voto, accesso ai gradi più alti dell'istruzione, ovunque siano indipendenti e non sottoposte al controllo degli uomini, ovunque possano disporre di una buona assistenza sanitaria e dei mezzi di contraccezione, ovunque siano libere di scegliere il proprio lavoro e di seguire le proprie aspirazioni, il tasso di natalità diminuisce. Il motivo è semplice: l'empowerment porta alla libertà di scelta e , quando la vita offre più opzioni alle donne, la loro scelta è spesso quella di avere meno figli. Le ricerche del Wittengenstein Centre, con sede in Austria, hanno dimostrato che uno sforzo internazionale per innalzare gli standard di istruzione mondiali cambierebbe il corso della crescita della popolazione umana. Politici e industriali sono però preoccupati di un calo delle nascite. L'odierna ossessione per la crescita costante del PIL induce i politici a chiedere più bambini per avere più lavoratori futuri e piu consumatori, o ai pensionati di tornare al lavoro per alleggerire il carico fiscale sulla classe media. Queste preoccupazioni hanno portato alcuni a suggerire, come per il Giappone, che si dovrebbe essere in grado di introdurre robot e intelligenza artificiale per aiutare l'economia. Se ci spostassimo verso una economia mondiale meno dipendente dalla crescita si potrebbe trovare un equilibrio sostenibile , con un minor numero di persone in una società più matura e sicura. L'inevitabile aumento della popolazione umana, che continuerà ancora per molti anni, rende ancora più critiche le decisioni di oggi, prima che sia troppo tardi. " (La vita sul nostro pianeta: pagg. 172-182).
Per quanto siano apprezzabili e condivisibili le denunce di Attenborough in questo suo ultimo libro , mi sembra che difettino di alcune analisi sul modello esplosivo assunto dalla crescita umana nell'ultimo secolo. Da ciò deriva un certo ottimismo, per cui se lasciamo andare le cose come stanno andando, magari correggendo un po' la disuguaglianza di ricchezza e puntando su una energia basata sempre di più sulle rinnovabili, la situazione si aggiusterà da sola. La crescita economica e sociale delle aree più sviluppate comporta in effetti una riduzione della natalità, ma il fenomeno rimane circoscritto a poche aree e il sistema antropico complessivo non sembra tornare indietro da una crescita numerica che ogni anno aggiunge circa 90 milioni di umani alla popolazione planetaria. Ancora vaste aree del pianeta sono soggette ad una crescita demografica eccessiva che innesca fenomeni di devastazione ambientale locale, deforestazione, cementificazione, inquinamento e, con l'emigrazione, aumento di popolazione in aree già sviluppate e cementificate in modo estremo.Il fallimento ormai pluridecennale delle varie conferenze internazionali di porre un freno all'aumento del carbonio atmosferico è una conferma che per ora ogni ottimismo è ingiustificato. Le megalopoli, che Attenborough considera utili per ottimizzare la convivenza di milioni di persone in spazi ristretti con economie di scala, sono anche megastrutture antropiche che tendono ad aumentare i consumi, ad espandersi con la cementificazione nel territorio circostante, ad inquinare con rifiuti e prodotti chimici. Fungono inoltre da attrattori consentendo alle aree meno sviluppate, che di per sé non avrebbero risorse, di sostenere alti tassi di natalità con la prospettiva dell'inurbamento con la migrazione verso megalopoli che sono anche poli di produzione e consumo. La redistribuzione solidale inoltre perde molto delle sue capacità di migliorare istruzione e sanità se viene impiegata per i bisogni primari dovuti ad alti tassi di crescita demografica, come fanno molti paesi cosiddetti arretrati che sperperano risorse in nazionalismi, guerre, crescita demografica e necessità elementari (oltre che in corruzione). Non basta dunque sedersi ed aspettare i magnifici effetti dello sviluppo come sottintendono gli ecologisti dell'ottimismo. Senza politiche attive mirate al calo della natalità, non ci saranno prospettive né del picco demografico di Homo, né di decrescite dei consumi, né di riduzione del riscaldamento planetario da carbonio. Incombe inoltre un conflitto irresolvibile con questi tassi di crescita di popolazione: le crescenti richieste di energia di una popolazione in forte espansione non si conciliano con la dinamica assai lenta e costosa della produzione energetica da rinnovabili. La sostenibilità dei due termini conflittuali è tutta da dimostrare.

1 commento:

  1. David Attenborough fa campagna da anni assieme ad associazioni che si occupano di sovrappopolazione, contraccettivi, calo delle nascite, per cui accusarlo di sottovalutare il problema non è giusto. È una delle voci più ascoltate al mondo sulla sovrappopolazione umana del pianeta come problema fondamentale.

    Riguardo alle sue altre soluzioni, non so se le dice in questo libro ma ho letto recentemente quali sarebbero, e una in particolare, cioè l'intensificazione della produzione alimentare, è follia. Se vi interessa, ecco un link a un post che parla di queste "soluzioni" con sotto un sacco di miei commenti su perché alcune sono davvero pessime idee:
    https://overpopulation-project.com/a-life-on-our-planet-attenboroughs-recipe-and-human-reluctance/

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